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Riassunto esame Diritto Civile, prof. Irti, libro consigliato Studi sul Negozio Giuridico

Riassunto per l'esame di Diritto Civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Studi sul Negozio Giuridico, Irti.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: il negozio giuridico nel pensiero di Alessandro Passerin D’Entrèves, l’autonomia e l’eteronomia della norma, la sovranità... Vedi di più

Esame di Diritto civile docente Prof. N. Irti

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vertice opposto della costruzione dogmatica. Anche qui il punto d’arresto

del sistema è dato dall’autonomia della norma: autonomia significa,

sovranità dello stato e qui, non può significare quindi altro che sovranità

dell’individuo. Contuttociò non si può escludere peraltro che tale

premessa possa anche tradursi in esistenza di fatto, ne per contro

affermare il necessario contenuto giusnaturalistica di ogni affermazione

dell’autonomia della volontà individuale. Se dal fondamento del negozio

giuridico ci volgiamo ad esaminare gli elementi costitutivi in un sistema

rigidamente coerente al principio dell’autonomia, sono abbastanza

facilmente determinabili. Basta a noi qui osservare come la parte

preponderante che, è stata per lungo tempo ed è tutt’ora sotto certi rispetti

attribuita alla volontà individuale, se è, logicamente incompatibile con un

sistema fondato sul principio dell’eteronomia, trova invece qui la sua

piena legittimazione. E ciò per la ragione semplicissima che la volontà

individuale la quale, non può in ultima istanza disvelarsi se non come una

creazione dell’ordinamento giuridico positivo qui rappresenta invece quel

fatto ultimo da cui, la norma negoziale ripete la sua esistenza, proprio

allo stesso modo come la volontà dello stato rappresenta quel fatto ultimo

a cui fa capo il sistema delle norme statuali. Ma nella costruzione

dogmatica la volontà individuale rappresenterà il punto di partenza

obbligato. Da questo punto di vista pertanto l’elemento costitutivo del

negozio non potrà essere che la volontà: volontà giuridica che costituirà

veramente la sostanza del negozio giuridico. Ogni ulteriore requisito non

potrà avere che un valore subordinato e secondario, e così e soprattutto

non potrà aver altro valore se non di mezzo per la realizzazione della

volontà, la manifestazione o dichiarazione in cui la volontà stessa si

esteriorizza. Analoghe considerazioni possono valere l’ultimo problema

relativo alla costruzione dogmatica del negozio giuridico in un sistema

fondato sull’autonomia della norma negoziale: il problema degli effetti di

esso, e rispettivamente della sua interpretazione. Problema che potrà

essere trattato in poche righe oppure in dieci volumi: appunto perché tutto

si riduce in realtà a determinare se e fino a che punto il sistema

dell’autonomia possa o debba prevalere su quello dell’eteronomia. Da

queste brevi considerazioni appare dunque come quello che abbiamo

designato come il sistema dell’autonomia rappresenta in realtà

semplicemente un’ipotesi la cui costruzione può servire soltanto a

spiegare le contraddizioni della comune dogmatica. Le ragioni di tali

contraddizioni si chiariscono soltanto ove si tengano presenti le origini

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storiche del concetto di negozio giuridico e la sua funzione nello sviluppo

della dogmatica del secolo scorso. 13

Capitolo 4

La storia interna del concetto di negozio giuridico ci riporta all’epoca più

sterile del giusnaturalismo tedesco, all’arido scolasticismo dell’indirizzo

Wolffiano. È noto come questo indirizzo spingesse sino all’esasperazione

le premesse metodologiche e le aspirazioni sistematiche del Wolff. Le

origini della teorica dell’atto o negozio giuridico risalgono appunto alla

formazione di quella parte generale o introduttiva al sistema del diritto,

opera del Nettelbladt e della sua scuola, intesa a fissare i Begriffe und

Grundsatze comuni all’intero sistema. La parte generale poneva i principi

che dovevano trovare il loro svolgimento logico nella parte speciale del

sistema. I termini actus iuridicus, negotium iuridicum vengono accolti ed

applicati a designare talune circostanze di fatto che possono avere

rilevanza giuridica. A questo modo, e in ossequio alla tendenza Woffiana

il concetto di atto o negozio giuridico veniva fin dalla sua genesi stessa a

collegarsi strettamente se non a coincidere con il concetto dell’autonomia

individuale nel campo del diritto. A questo modo, commenta lo

Schlossmann, il dogma della volontà fece il suo ingresso nella dogmatica

del negozio giuridico per annidarvisi per sempre. Ma se è dal

razionalismo del 700 che la teoria del negozio giuridico ritrae i suoi

natali e sopravvive precisamente in quella parte generale alla costruzione

della quale i grandi Pandettisti dell’inizio del secolo dovevano dedicare le

loro più sollecite cure. In realtà la parte generale tende invece nei

pandettisti a ridursi ad un complesso di generalizzazioni empiriche

dell’esperienza giuridica, rispondenti al bisogno di ordinare e chiarire

distinzioni e concetti atti a comprendere il materiale giuridico in vista

delle applicazioni pratiche che appaiono in essa come grandezze non

determinate, e che assumono significato soltanto in quanto si colorino alla

luce delle aspirazioni delle idealità dell’epoca loro. In breve appare

strettamente legata la concezione individualistica della vita e dei rapporti

umani dell’epoca kantiana. In armonia coll’indirizzo impresso alla

sistematica dall’Heise il concetto di negozio giuridico viene ora

circoscritto esclusivamente alla sfera del diritto privato. Ma tale

riduzione, come nota giustamente Pernice, esprime appunto l’aspirazione

a comprendere ed abbracciare in un’unica categoria le svariata

esplicazioni della volontà individuale nella sfera del diritto privato,

innalzando il concetto di negozio giuridico ad una fra le supreme

categorie del diritto privato. Il dogma della volontà doveva trovare col

Savigny la sua definitiva consacrazione nel sistema del diritto privato.

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Come ha dimostrato in maniera assai convincente il Solari, l’esigenza

sistematica e scientifica che ispira il Sistema non può considerarsi nel

Savigny in contraddizione colla concezione storica del diritto messa

innanzi e difesa con tanto calore nel Possesso e nella Vocazione

proclamando la superiorità del giurista e della scienza sull’opera del

legislatore e della legge. Quali i motivi di tale inconseguenza sarebbe

troppo lungo e difficile qui esaminare: ci basti rilevare col Solari come

essa forse in nessun punto sia meglio apparente che nell’adesione del

Savigny al sistema elaborato dall’Hugo e dall’Heise, e particolarmente

nella sua accettazione di quella parte generale che l’Heise a sua volta

aveva accolto dalla tradizione anteriore. Il concetto di negozio giuridico,

che il Savigny identificava con quello di dichiarazione di volontà, mira a

raggruppare sotto un’unica categoria tutte le molte ed importanti

determinazioni generali riguardanti i poteri della volontà nella sfera del

diritto privato. L’importanza e la funzione centrale attribuita dal Savigny

alla volontà nella sua teoria del negozio giuridico appare dunque evidente

sin dall’inizio: ma ad essa si può ricondurre la trattazione dei problemi

specifici relativi ai negozi stessi. Di qui ancora, ravvisata l’essenza del

negozio nella volontà, la cura posta dal Savigny per determinare la

natura, distinguendo e contrapponendo nettamente volontà e

dichiarazione. È bensì vero che per il Savigny il negozio giuridico consiste

nella unità di tre momenti: la volontà-la dichiarazione-e la concordanza

della volontà colla dichiarazione. Ma la dichiarazione non ha altro valore

che quello di un mezzo per l’esplicazione e per l’attuazione della volontà,

poiché, nelle parole del Savigny, la volontà stessa, come fatto interno, non

può venir conosciuta che mediamente, per mezzo di un fatto apprendibile

per la via dei sensi. Ma la più caratteristica illustrazione della posizione

del Savigny appare nella sua trattazione di quella che potremmo chiamare

patologia del negozio giuridico, e cioè dei casi che sembrano escludere

quella esistenza della volontà, nel senso di una volontà libera, che, come

abbiamo visto, rappresenta l’elemento costitutivo del negozio. Alludiamo

qui particolarmente alla classica teoria svolta dal savigny intorno alla

violenza ed all’errore. Tutta l’argomentazione del savigny s’impernia

difatti sulla tesi, che violenza ed errore non possono infimare la libertà del

volere: ed in quanto sussiste tale libertà, sussiste ed opera con essa la

dichiarazione di volontà e cioè il negozio. La volontà in quanto libera

nella sua essenza, rimane la sostanza immutabile del negozio; l’arresto

dello sviluppo delle conseguenze naturali di questo è dovuto non già ad un

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vizio della volontà, ma a una reazione positiva, giustificata e resa

necessaria in sede etica, e quindi a una causa estrinseca alla volontà

stessa. È ben chiaro che l’inefficacia del negozio-qualunque poi sia il

modo in cui abbia a farsi valere-deriva da circostanze estranee all’intima

struttura giuridica del negozio, il quale, come espressione di volontà

libera, è in se pienamente valido, comunque questa si manifesti. Da questi

brevi cenni riassuntivi della teoria del Savigny sarebbe dunque lecito

inferire, come in essa l’essenza del negozio giuridico sia ravvisata nella

esplicazione della libertà, cioè dell’autonomia, della volontà individuale.

In una concezione siffatta non si potrà dunque parlare senza

contraddizione di una sfera di dominio indipendente dalla volontà

individuale, neppure come creatrice di rapporti giuridici: il dogma della

volontà sul quale, come abbiamo visto, il savigny impernia la sua teoria

del negozio ed al quale egli doveva storicamente legare, col Windscheid, il

suo nome, non può dunque rappresentare che una deviazione dalla logica

del sistema. Rimane però da spiegare le ragioni di tale deviazione così

vasta e complessa, della formazione dei concetti della dogmatica giuridica

del secolo scorso. Nel Savigny stesso è chiaramente apparente la

preoccupazione di presentare la teoria del negozio giuridico che abbiamo

rapidamente esaminato nei suoi aspetti più caratteristici come

strettamente aderente alle fonti romane da lui rielaborate a sistema. Certo

il ricondurre l’origine della dottrina volitiva del savigny direttamente

all’influenza del diritto romano potrebbe apparire seducente. Ma

l’affermare una siffatta derivazione urta in realtà colla varietà stessa dei

criteri volta a volta adottati e seguiti dai giuristi romani nella tradizione

dei singoli negozi giuridici, e colla difficoltà di ricondurre tali criteri a un

unico principio ispiratore. Il pensiero del Savigny oscilla, come fra due

punte estreme, fra l’affermazione che la volontà privata sia naturalmente

dotata di una sua propria capacità ed efficacia, e la sua riduzione a

semplice fatto suscettibile di conseguenze giuridiche: in una parola, fra il

sistema dell’autonomia e quello dell’eteronomia. 16

Capitolo 5

Non ci proponiamo di seguire il destino ulteriore del concetto di negozio

giuridico, ne di esaminare i molteplici aspetti del suo sviluppo nella

dogmatica successiva. L’episodio saliente di tale sviluppo è, la lotta

combattuta intorno al dogma della volontà, l’attacco serrato che, viene

mosso da ogni parte contro la teoria volitiva: ma l’oggetto vero e proprio

della contesa è in realtà il problema ben più vasto e più grave

dell’autonomia individuale nella sfera del diritto privato. La progressiva

eliminazione del dogma della volontà non è che la conferma storica

dell’inconciliabilità di un sistema fondato sull’autonomia privata col

principio della statualità del diritto, accolto come principio fondamentale

nella dogmatica giuridica dopo il Savigny. È chiaro a questo punto come

il problema rientri in un quadro più ampio. Questo quadro più ampio è, la

storia della filosofia giuridica e politica, alla quale spetta non soltanto di

indagare le varie fasi attraverso le quali si compie la profonda

trasformazione del diritto privato caratteristica dell’età contemporanea,

ma di illuminare le ragioni storiche ed i motivi ideali. Ne vale obbiettare

che con ciò la questione si sposta su un piano interamente diverso da

quello della pura costruzione dogmatica. Poiché tale superamento ben

può dirsi un fatto compiuto. Quei temperamenti che, la giurisprudenza

dell’età immediatamente precedente alla nostra, cercava di apporre alla

logica profondamente individualistica di una concezione del diritto

privato ereditata dalla rivoluzione francese, giustificandoli in nome della

responsabilità o dell’interesse del commercio o in generale di fondate

ragioni sociali, esprimevano appunto l’esigenza imprescindibile di

adattare la lettera della legge alla realtà di tempi nuovi e mutati. In

questo senso ben si può dire che la crisi del diritto privato è ormai

superata, e quella che emerge è una concezione del diritto privato

profondamente diversa dalla concezione tradizionale. Ci limiteremo ad

osservare come esso non si manifesti soltanto nell’incondizionata

applicazione del principio della subordinazione della volontà privata alla

volontà, bensì anche nella produzione di istituti interamente nuovi. Le

appassionate discussioni a cui ha data luogo fra i giuristi il problema

squisitamente dogmatico della collocazione di tali nuove forme giuridiche

nel sistema tradizionale della giurisprudenza, sono un indice eloquente

della loro novità ardita e rivoluzionaria. Questi casi tipici di interferenza

fra diritto pubblico e privato, di cui si parla, che altro sono in realtà, se

non i tipici aspetti della rivendicazione che lo stato fascista ha a sé

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compiuto di quel campo in cui fino a ieri dominava incontrastato il

principio dell’autonomia individuale, in campo dell’economia? A questa

interpretazione sembra peraltro opporsi la concezione che ravvisa nel

contratto collettivo di lavoro e in generale nella produzione giuridica

corporativa, se non addirittura un vero e proprio decentramento

legislativo. Ma noi sappiamo anche che una siffatta concezione lascia

insoluto il problema vero e proprio della costruzione dogmatica, cioè

della norma o del complesso di norme da ridursi a sistema. Ora è senza

dubbio vero che lo stato corporativo affonda le sue radici in una struttura

della società profondamente diversa da quella rispecchiata nella

tradizionale costruzione dogmatica ed espressa nella contrapposizione fra

un individualismo atomistico da un lato e l’onnipotenza statale dall’altro.

Ora sembra che non si possa negare che, sia perfettamente pensabile un

sistema in cui, si prescelga invece come punto di partenza l’autonomia di

questi nuovi organismi-sindacati, corporazioni-produttivi di norme

proprie, cioè di diritto. Ma una costruzione siffatta, non è neppure, per le

ragioni che abbiamo sopra ampiamente esaminato, sostenibile da un

punto di vista dogmatico. Ma anche e soprattutto dal punto di vista della

costruzione dogmatica noi riteniamo, che un sistema fondato sul principio

della sovranità statuale debba portare logicamente con sé la dissoluzione

di qualsiasi autonomia che non sia quella della volontà statuale. Il che

significa soltanto la necessità di riconoscere a queste norme giuridiche il

carattere di norme eteronome, e con esse la volontà o le volontà che le

pongono in essere, dalla norma suprema, che è la volontà dello stato. Ed

in fondo, tale e non altra è la tesi alla quale, finiscono per far capo i

giuristi. Ed è questa anche l’unica via, per intendere le sostanziali, anzi

radicali limitazioni che in un sistema siffatto, la cui attività giuridica, pur

continuando ad assumere la tradizionale figura del negozio anziché

regolata dalla logica propria di un sistema fondato sull’autonomia delle

volontà singole e delle singole norme da esse poste in essere, è invece

pienamente e coerentemente sottoposta alla volontà normativa dello stato.

Senonché, si ripresenta quella stessa obbiezione che, sembra

rappresentare quasi come una reazione del buon senso contro un sistema

rigidamente fondato sul principio della eteronomia di ogni singola norma

che non sia quella suprema, della volontà statuale. A questi più generali

problemi si riconnette quello del valore del tradizionale concetto di

negozio giuridico in una dogmatica, certo almeno profondamente

rinnovata. Per quanto riguarda i più ampi e gravi sopra accennati

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problemi, diciamo subito che non pretendiamo certo di proporne qui una

soluzione personale e tanto meno definitiva. Per conto nostro, nei

confronti di quella tesi più radicale da taluni avanzata della necessità di

un completo sovvertimento, di una vera e propria instauratio ab imis della

scienza giuridica sulla base di quei nuovi concetti che sembrano imporsi

come conseguenza ineliminabile della trasformazione del sistema

giuridico tradizionale. Ricordava tra l’altro il Ravà come già il Filomusi

Guelfi avesse sottoposto a una critica stringente la distinzione fra diritto

pubblico e privato, ed avrebbe potuto ricordare ancora, come lo stesso

Filomusi Guelfi ebbe ad osservare che, anche il singolo e la famiglia sono

organi della realizzazione del diritto, al pari dello stato che ne è l’organo

supremo. Merito incontestabile della riflessione critica intorno al

problema giuridico, in generale, della moderna filosofia giuridica, è

difatti l’aver messo in luce come, ogni criterio di distinzione proposto non

può avere che un carattere empirico e prammatico. Ora è su un

fondamento siffatto che poggia anche la teoria del negozio giuridico nel

sistema della dogmatica odierna. Poiché è senza dubbio vero che la

concezione tradizionale del negozio giuridico come esplicazione della

volontà privata nel campo del diritto, si fonda su una distinzione

puramente esteriore e formale non già di sostanza, fra le infinite possibili

manifestazioni di volontà normativa. Perciò che la contrapposizione fra

legge e negozio è una contrapposizione soltanto relativa, perché in ogni

caso è pur sempre l’ordinamento giuridico statuale il fondamento della

norma e della sua validità come al limite dell’evoluzione giuridica alla

quale assistiamo con una totale subordinazione della volontà, dei fini e

degli interessi individuali alla volontà, fini e interessi dello stato. L’errore

avverrà soltanto nel momento in cui, equivocando su concetto della

volontà, oppure inconsciamente accettando una concezione metafisica, o

più genericamente metagiuridica della volontà stessa, si capovolga

l’ordinamento obbiettivo del rapporto, ricollegando alla volontà privata

una funzione creatrice che essa non può possedere. In altre parole, la

volontà, dal punto di vista della costruzione dogmatica, non è un valore,

ma un fatto giuridicamente qualificato. Ogni critica ulteriore sfocia quindi

in realtà nel problema delle costruzioni così edificate, cioè in una vera e

propria critica gnoseologica della giurisprudenza. 19

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Capitolo 6

Col riconoscimento del problema del negozio giuridico come semplice

problema di costruzione dogmatica, il compito del giurista può dirsi

esaurito. Ma se, l’oggettività sulla quale costruisce il giurista è costituita

dalla norma, è chiaro che la riflessione critica non potrà fermarsi se non

appunto sul concetto stesso di norma. La filosofia giuridica idealistica

trova, proprio qui il suo punto di partenza. Essa mira a rendersi conto del

processo per cui essa sorge ed è posta e constatata. Di qui il compito

gnoseologico assegnato dall’attualismo alla filosofia giuridica, com’è

stato osservato giustamente un compito ad un tempo ontologico poiché

esso mira a stabilire la ragion d’essere, nella legge profonda della realtà

come pensiero. Ai nostri scopi è sufficiente osservare come, l’idealismo

attuale riesca senza dubbio a render pienamente ragione di quei caratteri

propri della costruzione dogmatica da noi più volte rilevati: come ebbe a

scrivere l’Ascoli in alcune bellissime pagine che rappresentano in un

certo senso il bilancio della filosofia giuridica idealistica, è tutto quanto il

diritto che viene affidato senza scampo alla considerazione formale, cioè

normativa, e con essa a quel puro problema di forza in cui, il formalismo

necessariamente si capovolge. Ma in codesta spiegazione e legittimazione

dell’oggettività che la considerazione filosofica non che permettere

impone, qual è dunque il conforto della filosofia, qual è dunque il criterio

valutativo di cui essa ci provvede, e grazie a cui ci sia possibile, queste

norme, oltre che di additarne la genesi, di valutarne? Anche qui soccorre

per l’idealista la dialettica del volere, cioè dell’eteronomia, in qui il

diritto si presenta nella fase dell’astrattezza, in un interrotta processo di

autonomia. Abbiamo accennato brevemente a questi che sono gli schemi

fondamentali della filosofia giuridica idealistica soltanto per mostrare

come, si illumina una luce tutta particolare il problema della volontà nel

campo del diritto, e con esso la tradizionale figura del negozio giuridico.

Nessun punto forse della complessiva vita del diritto illustra dunque con

maggior chiarezza questo ritmo inesorabile dell’astratto e del concreto,

della posizione della norma e della sua attuazione, di questi due momenti

del divenire spirituale, a prima vista radicalmente diversi e che tuttavia

non possono non essere intimamente congiunti: ed è precisamente,

com’ebbe ad osservare recentemente il Cesarini Sforza, il problema della

relazione tra questi due momenti, che merita di esser approfondito nello

studio del negozio giuridico. Per chi, non accetti il punto di vista

dell’idealismo, il merito grandissimo della filosofia giuridica ad esso

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Riassunto per l'esame di Diritto Civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Studi sul Negozio Giuridico, Irti.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: il negozio giuridico nel pensiero di Alessandro Passerin D’Entrèves, l’autonomia e l’eteronomia della norma, la sovranità e l’ordinamento giuridico positivo, la storia interna del diritto privato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Irti Natalino.

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