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quei centri che nelle società occidentali hanno per secoli guidato la distribuzione selettiva dei

saperi: la scuola, l'università, i centri di ricerca pubblici e privati. L'errore dell'affidarsi

all'informatica non sta nei limiti della tecnologia in sé, sta nel non condurre un'analisi rigorosa delle

implicazioni per la conoscenza che ogni tecnologia porta con sé.

3.3.2.L'effetto di segmentazione

E' proprio sul tempo che incide, positivamente o negativamente, il moltiplicarsi delle fonti e delle

quantità d'informazione proprio del Novecento. Positivamente in quanto la rapidità dei

trasferimenti, degli accesi, delle risposte è un fattore di risparmio a ci le società occidentali si sono

venute abituando quasi senza accorgersene, soprattutto nell'ultimo trentennio del secolo. Ci

riferiamo alla crescente segmentazione del tempo trascorso nella raccolta ed elaborazione

d'informazione, spezzettato in unità man mano più brevi quanto più cresce la quantità e varietà di

strumenti a disposizione e quanto più si fa impellente l'aspettativa di una reazione. La

frammentazione non è certo cominciata oggi; l'èra informatica e telematica, che è ance l'èra della

telefonia cellulare e della comunicazione ubiqua, ha amplificato la portata invasiva della

comunicazione e ne ha rese evidenti le conseguenze, facendo della segmentazione de tempi dedicati

ai diversi media un problema sociale non più trascurabile. In effetti proprio la connettività garantita

dal telefono fisso e mobile, dall'sms, dalla posta elettronica, dalle relazioni con le macchine, ha

portato con sé un accorciarsi dei tempi di risposta, reso perentorio non solo dal galateo dei rapporti

sociali ma anche dalle regole implicite nelle macchine stesse. È nella segmentazione che troviamo

una delle cause dell'impoverirsi “dell'universo di discorso”(espressione di Marcuse). La crescente

segmentazione dei processi comunicativi non favorisce questo modello di dialogo proprio in quanto

ne sìncopa i tempi. Ed è la sempre segmentazione dei processi comunicativi che favorisce al

contrario forme di comunicazione contratta e sintetica, dallo slogan fino a quello che è definito in

gergo televisivo soundbite, il “mozzico di suono” a cui generalmente si riducono le dichiarazioni

dei politici nei telegiornali.

3.4.Effetti di immersione: dal messaggio all'esperienza

La crescita quantitativa delle forme di comunicazione disponibili e dei media presenti in ogni

momento e ogni spazio della vita quotidiana ha favorito anche quella che potremmo definire una

“portatilità” degli ambienti stessi. Sebbene molte delle mitologie costruite attorno alla cosiddetta

realtà virtuale nei primi anni novanta si siano poi rivelate poi effimere, due dei concetti che

accompagnano quella moda culturale risultano utili per comprendere alcuni degli effetti più

significativi di questi processi: sono “immersità” e “trasferimento dell'esperienza”.

3.4.1.Ambienti artificiali

L'immersività della comunicazione non nasce con i nuovi media: è caratteristica essenziale

dell'esperienza del cinema, soprattutto del cinema sonoro, che conduce lo spettatore in uno spazio di

esperienza per quanto possibile esclusiva, nel quale lo sguardo, anche grazie al posizionamento

delle sedie, è concentrato solo sullo spettacolo e le orecchio ne sono quasi integralmente occupate.

A un'immersività ancora più intensa erano indirizzati gli esperimenti di cinema tridimensionale per

esempio, che miravano a coinvolgere oltre la vista e l'udito anche il senso della collocazione nello

spazio. Ma è caratteristica della fase più recente l'attivazione non solo di sensazioni audiovisive ,a

anche di interazioni aptiche, ovvero tattili, producendo così sia n effetto di saturazione sensoriale

ancora più accentuato sia un maggiore effetto di partecipazione complessiva. Un primo tipo di

esperienza immersiva sta nella possibilità di cui oggi dispone anche il singolo, grazie alla varietà di

media a disposizione, alla loro relativa indipendenza da specifici spazi, alla possibilità di farli

interagire su terminali unificati, di costruire ambienti illusionistici ad hoc, servendosi di contenuti

mediali prevalenti da diverse forme di comunicazione o elaborandone i propri. Nascono così anche

nelle abitazioni “medie” spazi di gioco o di fruizione non necessariamente permanenti, percepiti dai

loro utenti come universi autonomi dalla vita quotidiana.

3.4.2.La tendenza alla sinestesia

Di immersività si può parlare anche in relazione a un ulteriore processo: la tendenza diffusa

(dapprima in campo artistico, poi in ambiti più ampi), a sovrapporre alla convergenza multimediale

tra diverse forme di comunicazione quella che viene chiamata “multisensorialità” o “sinestesia”. La

costruzione di un messaggio capace di coinvolgere in modo coordinato non solo i sensi cui più

classicamente si rivolgono i media, l'udito e la vista, ma anche il tatto, il gusto, l'olfatto, viene

presentata come immersiva non solo per la sua potenza di illusione e coinvolgimento ma anche per

la sua capacità di fare del corpo nella sua interezza un'interfaccia di comunicazione.

3.4.3.Il turismo dell'esperienza

C'è u altro fenomeno che esprime in altra forma la tendenza verso l'immersività. Si riferiamo alla

moltiplicazione, in grande, dei parchi a tema, e più in piccolo fino alla misura dei singolo locale,

degli ambienti a tema (Disneyland). Dapprima un fenomeno relativamente isolato e accolto dai più

con scetticismo, poi un grande successo di massa, germinato in mille imitazioni; dagli anni novanta,

vero e proprio genere autonomo dell'industria del divertimento e punto di convergenza tra il settore

dei media e un settore economico ancora più consistente, quello turistico. È nella fruizione delle

grandi testimonianze dell'arte, antica e rinascimentale oltre che moderna, che si manifesta oggi una

domanda di “trasferimento dell'esperienza”. In questa direzione vanno i tanti sussidi interattivi che

accompagnano, ma spesso precedono e seguono, la visita a musei e complessi artistici. Nella stessa

direzione vanno gli interventi ludici che sono in generale mirati al pubblico più giovane, ma che

sempre più spesso toccano anche quello adulto, inclusa la recente moda dell'animazione dei musei

con attori e mimi. Se prima l'esperienza estetica era puramente visiva per le arti figurative e sonora

nelle sale da concerto, adesso si dota di integrazioni ludiche e multisensoriali (pensiamo per

esempio alla tendenza sviluppata a diffondere musica di accompagnamento alla visita come

generico “ornamento”). Per delineare con maggiore chiarezza ciò che distingue il modello

tradizionale di pubblico e di visita da quello che si sta affermando, vale la pena disegnare un

confronto tra la forma classica di guida turistica e il nuovo modello di guida che si è imposto sul

mercato negli ultimi 15/20 anni. Per quanto riguarda il primo modello fa riferimento un visitatore

che ha prima di tutto alcune solide nozioni di base di storia e storia dell'arte, e appare disponibile a

fare propri i giudizi della critica accreditata. Inoltre queste guide propongono soprattutto itinerari

visivi e sequenziali, presuppongono un visitatore che viaggia per vedere, usando lo sguardo come

senso primario, se non unico. In itinerari di questo genere, i ristoranti, si presentano poi come pausa

e parte di un'esperienza nettamente separata da quella della visita alle bellezze artistiche e

paesaggistiche. Nel secondo modello, i percorsi che propongono le guide mostrano una minore

attenzione ai valori critici generalmente riconosciuti, e una maggiore attenzione ai particolari

curiosi, alle novità, all'inedito. Tendono a integrare le informazioni relative all'art con quelle relative

all'offerta musicale e teatrale, e il tutto con indicazioni dettagliate sui luoghi dove mangiare o bere,

divertirsi. Inoltre presuppongono e formano un pubblico più aggiornato che colto, al corrente delle

tendenze recenti dell'arte, dei consumi e del costume. In questa chiave il prodotto artistico non è più

un'opera che si trova dentro un luogo ma che per il suo valore potrebbe prescinderne almeno

parzialmente: è parte integrante del luogo, e della sua collazione trae il suo senso. Queste guide

danno risalto agli aspetti sonori della vita urbana, agli odori dei luoghi che si visitano, e all'offerta

enogastronomica presentata come caratterizzante delle diverse aree urbane.

3.4.4.Immersione e banalizzazione

Il pubblico, quello vero, spesso si serve per le sue esigenze dell'uno e dell'altro tipo di guida, così

come nella maggior parte dei casi divide il suo tempo tra forme di turismo d'arte relativamente

classiche e forme di esplorazione urbana e di ricerca di esperienze intense anche nei templi della

cultura. Quello che ci interessa è la sensibilità che l'emergere delle guidi di nuovo tipo sottende: una

richiesta di esperienza più che di pure conoscenza. Una richiesta di immersione. Per esempio

mentre il modello ottocentesco di esperienza estetica era vedere la Cappella Sistina, alla fine del

secolo si è imposta un'esigenza ulteriore, il bisogno di vivere la Sistina. Questo bisogno sta dando

luogo ai suoi tiri e bassa intensità, sempre più simili ai culti che accompagnano la fruizione

cinematografica e televisiva. L'effetto di immensità è strumento per una ricostruzione di senso in un

contesto banalizzato e ripetitivo.

3.5.Le tecnologie del comunicare e l'ossessione della corporeità

Il processo in atto è un caso di un fenomeno più generale: la contraddittoria tendenza della società

dell'informazione, della “società post-materialistica” dominata dai media, a dedicare attenzione al

corpo nelle sue manifestazioni più concrete. Tra la diffusione dei media e delle “tecnologie

dell'intelligenza” possiamo individuare dei fili che le connetto: a. la compensazione; il ritorno al

corpo si presenta spesso, con connotati difensivi, come ancoraggio forte della persona in un

ambiente stravolto dalla continuità stessa del cambiamento e come radicamento concreto in un

mondo di informazioni volatili e di ambienti fungibili, b. l'interfaccia; portano l'intera fisicità della

persona al centro della relazione uomo-macchina.

3.5.1.Il corpo come ancora e radicamento in un universo volatile

Che l'esercizio fisico sia un'esigenza in epoche di vita sedentaria, addirittura per evitare

l'atrofizzazione degli organi, lo si teorizza fin dall'epoca della seconda rivoluzione industriale, che

del resto coincide esattamente con la nascita del moderno sistema degli sport. Oggi assistiamo a un

progressivo risucchio degli sport nella galassia della “cura di sè”, che attribuisce loro, dalla palestra

al jogging, una funzione direttamente terapeutica. Assistiamo a continui interventi repressivi contro

tutte le manipolazioni (le azioni contro il doping) proprio mentre gli eroi del corpo “puro” possono

essere davvero apprezzati solo grazie alle macchine (la prestazioni di sciatori e corridori non

possono essere valutate e capite senza un cronometro che ci fa vedere scarti temporali di centesimi

di secondo). È con questa ossessione che va probabilmente messo in connessione uno dei costumi

più caratteristici del nostro tempo, la ricerca del rischio, degli sport estremi ai rituali adolescenziali

che sembrano mimare inconsapevolmente i perduti riti di passaggio.

3.5.2.L'interfaccia umana

L'uso diretto delle più diverse parti del corpo sembra divenire uno strumento, una mediazione

essenziale per l'adozione effettiva delle nuove tecnologie. Stiamo assistendo forse alla terza fase di

un processo evolutivo, quello del rapporto tra umani e macchine, che attraversa la storia del mondo

industriale. Nella prima fase, che va dalla rivoluzione industriale al fordismo, la macchina era il

centro del processo produttivo, e richiedeva all'umano di adattarsi ai suoi tempi e ai suoi movimenti.

Nella seconda fase la macchina si insedia nella vita domestica e nel tempo libero, e l'interazione

uomo-macchina diventa terreno di marketing. Nella terza fase, quella di oggi, la macchina

definendosi interattiva si dichiara capace di rispondere, addirittura di interrogare il suo possessore;

con la macchina si comunica, ma al tempo stesso si vuole tale comunicazione del tutto immediata,

nel senso di istantanea e priva di mediazioni (rincorsa a tempi di reazione sempre più veloci da

parte del computer, e anche interfacce che permettano all'utente altrettanta immediatezza: interfacce

non solo intuitive, ma capaci di mettere in moto una risposta istantanea, interfacce corporee quindi).

3.5.3.Quale corpo?

Nella prospettiva dell'interazione umani-macchine, il ritorno al corpo assume così un'altra valenza,

quella di rendere immediato il dialogo, così immediato e trasparente da potere essere ignorato. La

novità, dice McLuhan, sta nell'attribuzione di una funzione conoscitiva, e di una funzione centrale,

al senso corporeo per eccellenza, il tatto. La moltiplicazione dei media e delle forme di

comunicazione produce una più forte attenzione al corpo come insieme di organi di cui i media

stessi sono estensione e come realtà concreta a cui tornare anche per meglio sopportare gli effetti

profondi del nuovo panorama informativo.

Da un capo all'altro del Novecento i media come sistema sono stati insieme sensori e motori della

loro ridondanza, del cambiamento dell'intero paesaggio visivo, sonoro, cognitivo, che ci circonda, e

anche del cambiamento degli equilibri tra i sensi e gli organi dell'umanità.

4.La meraviglia e l'abitudine

Un'antropologia della ridondanza richiede anche una riflessione sul ruolo e sul senso degli oggetti,

quelli in particolare che dei messaggi sono portatori, ma anche quelli che dei messaggi stessi

costituiscono la materia e spesso la finalità. La materia, in quanto l'epoca dei media, dalla fotografia

in poi, è segnata dal moltiplicarsi di rappresentazioni meccaniche della realtà in immagini e suoni

tratti dalla realtà stessa. La finalità, in quanto il sistema novecentesco dei media ha al suo centro, dal

punto di vista economico, la pubblicità, cioè la promozione della vendita e, prima ancora, della

desiderabilità di oggetti e servizi. Gli oggetti sono attraversato dalla tensione continua tra due spinte

opposte. Appaiono da u lato minacciati di continuo dalla perdita di senso e dalla potenziale perenne

sostituibilità con altri oggetti equivalenti; dall'altro sono almeno potenzialmente tanto più carichi di

fascino e anche di significato per il fatto stesso di costituire simboli essenziali di valore, non solo e

non tanto per chi li produce quanto per chi li possiede.

4.1.La separazione tra gli oggetti e il senso

Grazia Deledda è una scrittrice il cui equilibrio che riesce a volte a raggiungere tra narrazione

popolare nel senso tradizionale del termine e consapevole attenzione alle correnti letterarie della sua

epoca rende il suo lavoro forse un unicum nella letteratura italiana del Novecento. Tra i segreti del

fascino persistente di alcuni suoi romanzi c'è forse l'ambiguità del temo in cui appaiono situati:

l'avvento della modernità sembra sovrapporsi al persistere di un mondo di così antiche radici da

apparire immobile.

4.1.1.Il mondo di Efix. Il sonno delle cose

Nelle prime pagine di “Canne al vento” di Deledda, troviamo il pastore Efix, personaggio chiave

anche perché sembra assumere su di sé il compito di dare continuità al tempo e alla storia con la sua

semplice capacità di sopportazione unita alla dignità personale. Nel mondo di Efix, gli oggetti sono

parte degli stessi processo che animano la natura e gli stessi umani. La separazione tra universo

pensante e universo inanimato, e anche all'interno del mondo delle cose, quella tra oggetti di origine

naturale e manufatti, non appare ovvia né inevitabile. Quella di Deledda non è certo un'evocazione

spontanea, né ingenua: al contrario, è con ogni evidenza il frutto di un raffinato lavoro di

ricostruzione mnemonica e al suo modo etnografica. Proprio in questo sta l'interesse del testo: nella

capacità di tradurre, nel nostro linguaggio, un universo recente e insieme remotissimo, quello che

precede la frattura storica e culturale che è stata definita da Max Weber come “disincantamento del

mondo”.

4.1.2.Da Schiller a Weber. Il triste disincanto del risveglio

Prima di tutto, l'espressione “disincantamento” non è coniata originariamente dal grande sociale, ma

dal poeta Schiller, che ne fa uso non solo in un testo teorico come le “Lettere sull'educazione

estetica”, ma anche in componimenti in versi. Connotazioni ambivalenti, che rischiano di andar

perse nelle tante letture proposte in questi anni della parola “disincantamento” in varie lingue

occidentali: dove tra l'altro il termine viene letto nella sua apparente semplicità, in un'accezione

puramente privativa; dove il disincantamento viene fatto equivalere alla desacralizzazione,

all'avvento di un mondo svuotato di ogni presenza extracorporea, e dal quale le forze magiche si

sono allontanate per sempre.

4.1.3.Non svuotamento ma scissione

Alla luce dei versi e del pensiero di Schiller, il disincantamento si presenta non solo e non tanto

come uno svuotarsi del mondo per conseguenza del ritirarsi da esso delle potenze sacrali e dei valori

connessi, ma come una netta separazione, ineluttabile e insieme difficile da accettare a pieno, tra la

realtà quotidiana e i riferimenti ideali, tra l'oggettualità e la mente, tra la fisicità e il senso. Per

essere più precisi, dovremmo forse parlare di due disincantamenti: il primo è quello individuato e

descritto da Gauchet, legato al modello cristiano di trascendenza, che sopprime i modelli magici di

lettura dell'universo fisico ma al tempo stesso esalta la presenza di Dio nel tempo storico; il secondo

è quello di cui parla Weber, connesso al ritrarsi della religione della sfera pubblica, e alla

progressiva separazione tra la coscienza privata, sede della vita religiosa, e l'universo degli oggetti,

occupato con sempre maggiore sicurezza dal discorso scientifico. Nell'epoca del disincantamento,

tra gli oggetti e i significati simbolici, in particolare quelli di origine rituale, si stabilisce uno scarto:

una sorta di pudore o di imbarazzo ci impedisce, da un lato, di credere fino in fondo ai rituali e ai

monumenti, dall'altro, di attribuire agli oggetti un senso che non sia legato a una precisa finalità,

pratica o retorica.

4.1.4.Incontri e separazioni

E' l'intuizione preziosa di Morin secondo cui nella fiction le strutture dell'immaginario tendono a

calarsi nella realtà fisica, tanto quanto il racconto dei fatti e della cronaca finisce regolarmente con

il seguire i modelli propri della narrativa d'invenzione. Una diversa ma per molti aspetti

convergente azione di “reincantamento”, sistematica e frutto di consistenti investimenti, ma

comunque effimera e alla lunga futile, è data dall'uso della pubblicità per caricare gli oggetti di un

senso che non è più loro intrinseco. L'azione dei pubblicitari si sforza di fissare, nelle menti di

coloro di cui compra l'attenzione, un'equivalenza tra le cose e i valori simbolici. Proprio il mezzo

usato dimostra il carattere arbitrario e inevitabilmente provvisorio del processo, e anche dello stesso

effetto che si vuole ottenere. Ma se il singolo annuncio è effimero, il modo di agire della pubblicità

è permanente, ha condizionato tutti gli aspetti del sistema dei media per l'intero secolo.

4.2.La separazione tra tecnica e tradizione

Nel mondo disincantato, cioè non svuotato di senso ma segnato da una scissione tra sfera degli

oggetti e sfera del senso, e da un movimento continuo di riunificazione temporanea e ri-separazione,

il ruolo dei media non può essere ridotto solo ai contenuti che veicolano. Il ruolo dei media nel

mondo disincantato è legato anche al fatto che essi appartengono insieme ai due universi, che una

delle loro funzioni peculiari è fare da ponte tra di essi.

4.2.1.”Azioni a carattere tradizionale”

Per quanto riguarda una definizione classica di “tecnica” possiamo prendere in considerazione ciò

che scriveva l'etnologo francese Mauss tra le due guerre: “la tecnica è un gruppo di movimenti e di

azioni generalmente a carattere manuale, tradizionale, e organizzati, finalizzati a uno scopo

unitario”. A colpirci è soprattutto un aggettivo in quanto è radicalmente lontano oggi dalla nostra

esperienza e dal senso comune: Tradizionale (la tecnica è tradizionale?). L'affermazione di Mauss

però è assolutamente fondata, infatti non solo nelle società generalmente studiate dagli etnologi, che

molti definiscono appunto come società “tradizionali”, ma anche nello stesso mondo occidentale

fino al Settecento, i sapere pratici più articolati, quelli appunto che designiamo con il termine

tecnica, dal saper fare degli artigiani alle regole della cucina, sono stati per definizione

“tramandati”, ovvero parte di un traditio. Sono stati oggetto cioè di un processo di trasmissione solo

in parte verbalizzato: in parte comunicati attraverso il fare e vedere (secondo i modelli formativi

propri dell'apprendimento); in parte depositati nella materialità stessa degli strumenti, leggibili dalla

mano stessa nella pratica e nell'abitudine. Lo strumento trasmesso all'interno della comunità

artigiana o della famiglia portava con sé la sedimentazione di pratiche che si erano sviluppate lungo

i secoli, e insieme condizionava le pratiche delle generazioni future. La tecnica sarebbe impensabile

senza il disincantamento dell'universo fisico in cui agisce, d'altra parte è un fattore (e uno dei

principali) del disincantamento stesso.

4.2.2.I tempi del processo

Nelle città europee di ancien règime, la trasmissione dei mestieri e degli utensili era regolata da

norme rigide e sottoposta a complessi riti di potere e di passaggio, quelli propri delle gilde:

all'esterno, il vestiario e gli strumenti propri del mestiere erano assunti come segno distintivo,

spesso obbligatorio; all'interno, vigevano gerarchie quasi castali e pene venivano applicate a chi

tradiva il segreto; la vita delle corporazioni era scandita da riti di iniziazione e cerimonie di

affiliazione, accompagnati da giuramenti. L'espropriazione di fatto delle corporazioni comportò una

specifica azione di disincantamento, la separazione della tecnica dei suoi valori simbolici, la

separazione dello strumento della traditio, l'espropriazione di comunità tenute insieme da complessi

cerimoniali di iniziazione e giuramento. Sul piano filosofico e ideologico, si tratta di due processi

distinti, addirittura contrapposti: gli enciclopedisti miravano con la loro opera a riconoscere appieno

non solo la dignità ma la centralità culturale delle attività meccaniche, mentre l'industrialismo

aveva chiaro fin dall'inizio l'intento di ridurre i lavoratori a pure braccia pienamente sostituibili tra

loro. In generale il processo che priva progressivamente gli strumenti di lavoro degli artigiani e poi

degli operai detti “di mestiere” del loro lavoro simbolico è l'altra faccia di quel disincantamento che

svuota man mano di significato tanti tiri antichissimi. Il percorso che ha portato al totale

assoggettamento delle pratiche produttive alla finalizzazione economico-imprenditoriale ha

occupato tutto il secolo successivo (iniziato a metà settecento) e buona parte del Novecento. In

molte arre geografiche e in diversi settori economici è ancora in corso. Ci vorrà il fordismo per

completare, nelle fabbriche meccaniche, il processo di espropriazione dei saperi tradizionali. La

storia della tecnica è segnata dunque da un duplice frattura: la prima è quella che ha separato il

lavoro dal controllo degli strumenti, la seconda è quella che ha fatto delle macchina non più solo

uno strumento ma anche un oggetto di consumo, non più solo una parte del tempo produttivo ma

anche una componente del tempo libero (macchine particolari ma onnipresenti che sono i media

moderni). Con la rivoluzione industriale si apre l'età dell'innovazione: caduti i vincoli della

tradizione la tecnica diventa insieme oggetto e veicolo di processi ricorrenti di cambiamento.

4.3.L'avvicendarsi della meraviglia e dell'abitudine

E' appunto in un mondo disincantato, del resto, che si p imposta la peculiare dinamica, propria delle

società contemporanee, della moda: il sistema cioè che nel corso del tempo reale rende “attuali o

inattuali” gli oggetti e le loro fogge, in modo apparentemente del tutto arbitrario, ma in realtà

soggetto sia a processi di cambiamento storico di lunga durata sia a una logica ciclica sul più breve

secolo.

4.3.1.Il meraviglioso tecnologico e i riti dell'invenzione

A partire da metà Ottocento, non è più tanto la tradizione quanto l'innovazione a dare luogo ai

propri riti: oggetto della celebrazione è ora la tecnica in se stessa. È l'inizio delle grandi esposizioni

da una parte, è l'inizio delle fiere campionarie dell'altra, fiere che mostrano i nuovi oggetti di

consumo non a chi li userà ma a chi vorrà farne commercio. L'introduzione di nuove macchine sul

mercato non solo delle aziende ma anche del consumo privato ha finito con l'assumere i tempi

insieme febbrili e programmati della moda, e la stessa effimera effervescenza che in precedenza era

riservata a prodotti più effimeri e più inerti. In quest'epoca di tecnica senza tradizioni, gli oggetti

sembrano sì perdere i significati radicati nelle regole delle comunità artigiane o addirittura in più o

meno forti credenze magiche; ma sembrano ritrovare, almeno temporaneamente, un senso per altra

via. La promozione della nuova tecnologia porta la capacità di abbattere barriere che in precedenza

erano apparse insuperabili (dalla trasmissione della voce agli aeromobili, dall'intelligenza artificiale

alle protesi “perfette”.).

4.3.2.Le contraddizioni dell'utilitarismo

Il disincantamento della tecnica e degli oggetti tecnici comporta anche altre implicazioni e altre

dinamiche, culturali e di mentalità, spesso sottovalutate. Una di queste è stata chiarita da Gouldner

(sociologo della seconda metà del Novecento), nel libro “La crisi della sociologia”. In una società di

questo genere siamo circondati da un numero crescente di oggetti, di tutti i generi, che però

“vediamo” sempre meno: in parte perché sono intercambiabili (“fungibili”), un po' per la loro stessa

abbondanza e varietà, un po' per effetto di quella riduzione dell'oggetto stesso alla sua funzione che

è alla base di quello che Gouldner definisce “utilitarismo”. Si sono così scissi due momenti: quello

in cui una macchina nuova si presenta per la prima volta sulla scena, che è un momento di

meraviglia nel quale l'incantamento ancora per un attimo sopravvive, legato alle novità, al fascino,

alla sorpresa; e poi il momento in cui entra nell'abitudine, e inevitabilmente si banalizza. Si è

separato il momento in cui la tecnologia diventa letteralmente e ingannevolmente insignificante in

quanto il senso comune la riduce ai fini immediati a cui viene adibita. Ingannevolmente

insignificante perché ciò che è divenuto abitudine si sottrae alla visibilità decretata dai media e al

fascino che è proprio soprattutto del nuovo, ed entra in un ambito per molti versi più rilevante nella

realtà dell'esperienza vitale. L'apparenza della banalizzazione sottrae all'attenzione proprio uno dei

fenomeni socialmente più influenti: quelle abitudini che “determinano un senso di tranquillità”, ma

addirittura che “determinano le vie entro le quali opera il pensiero” (Dewey).

4.3.3.”La produzione produce il consumo”

Il nostro rapporto comunicativo con gli oggetti assume così un carattere ciclico: dalla meraviglia

all'abitudine e poi di nuovo alla meraviglia. Pensiamo per esempio al caso del computer Macintosh;

la meraviglia è l'ammirazione andavano bene per il lanci e per l'induzione all'acquisto, ma la vera

penetrazione sul mercato e l'adozione da parte di milioni di utenti richiedevano l'esatto contrario,

una semplificazione e una banalizzazione (una macchina facile da usare). Per spiegare questo

processo dobbiamo tornare indietro nel tempo a una pagina dei Grundrisse di Marx. Secondo lui la

produzione produce non soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche il soggetto. La produzione

produce quindi il consumo 1)creandogli il materiale; 2)determinando il modo di consumo; 3)

producendo come bisogno nel consumatore i prodotti che essa ha originariamente creato come

oggetti. Il processo produttivo costruisce il consumo e condiziona la percezione dell'oggetto. Nel

capitalismo però questo processo diventa organico e strutturale. La costruzione del consumo e del

consumatore diventano attività sistematiche e organizzate come lo è divenuta la produzione per

mezzo dei macchinari. Quello che Marx non fece in tempo a vedere è però la fase ulteriore, che ha

occupato gli ultimi decenni dell'Ottocento e il Novecento; quando la macchina diviene merce di

massa, ci troviamo di fronte non solo a un bene di consumo durevole, ma a un bene di consumo

portatore di un suo programma che richiede un vero e proprio processo di apprendimento e impone

proprie norme al consumatore. La privatizzazione e domesticizzazione dell'uso delle macchine

costituiscono un processo di grandissima portata, ma in parte ingannevole, la fortissima

standardizzazione delle pratiche d'uso.

4.3.4.Seduzione, rassicurazione, adozione

La costruzione del consumatore richiede a questo punto non solo la pianificazione dei bisogni ma

anche la pianificazione di diverse fasi del comportamento. Occorre prima di tutto fare emergere il

bisogno ma anche dare all'oggetto tutto il valore simbolico di una risposta al bisogno stesso.

L'ingresso della macchina nella vita quotidiana viene quindi preceduto e accompagnato da una serie

di messaggi, destinati ad affascinare, a rassicurare, a insegnare. La seduzione mette in scena il

bisogno e insieme esalta le potenzialità dell'oggetto. La rassicurazione sottolinea la sottomissione

dell'oggetto stesso, come strumento che asserve gli umani. È necessario l'apprendimento anche, la

parte potenzialmente più faticosa e frustante. Ecco allora che vengono messe in atto diverse

strategie per rendere l'apprendimento meno faticoso e più attraente: come la creazione di un alone di

glamour attorno all'attività dell'imparare.

4.4.L'oggetto si comunica

E' proprio il caso della fotografia a fornirci l'esempio più limpido di un fenomeno che sarebbe

diventato tipico del novecento, e che è parte essenziale della nostra eredità. Ripensiamo alla

rivoluzione Kodak, la strategia di marketing dell'imprenditore era fondata su: un nome che invece di

esaltare la tecnologia la nascondeva (la nuova parola Kodak era letteralmente priva di senso ma

facile da pronunciare in tutte le lingue) e su una modalità d' d'uso che invece di valorizzare le abilità

dell'utente ne faceva dichiaratamente e un po' brutalmente a meno (bastava schiacciare un bottone).

Era la prima macchina per produrre comunicazione destinata a essere acquistata allo stesso modo di

un oggetto di consumo, a diffondersi nelle abitazioni, a dar luogo a un'abitudine. Con la Kodak

nasceva la banalizzazione dell'immagine. Era la nascita della user friendliness, ma era anche un

medium che mirava a raggiungere, in quanto macchina, la stessa trasparenza del suo prodotto,

l'immagine fotografica. Da allora i diversi media avrebbero seguito man mano la stesa logica di

semplicità d'uso ma anche e soprattutto di trasparenza e di autoevidenza.

SECONDA PARTE. Il banale e l'eccesso. La silenziosa caduta dei tabù

Premessa

Più difficile era immergersi in fenomeni banali, che si verificano nell'ambiente quotidiano; o

banalizzati, in quanto riconducono a routine anche aspetti della vita che in precedenza erano rimasti

distinti e “protetti”: dallo spettacolo all'ascolto musicale. Più difficile era cogliere il nesso che lega

le abitudini correnti con alcuni dei fenomeni a ben vedere più traumatici del nostro tempo: la rottura

dei grandi tabù connessi per secoli all'onore della parola da una parte, alla rappresentabilità pubblica

della sfera erotica dall'altra.

Tabù e disincarnazione

La parola Tabù designa una realtà trasversale a molte culture, la sacralizzazione rituale di un

divieto, la connessione tra paura della sanzione sociale e paura di una punizione sovrannaturale. È

uno stenogramma antropologico, un concetto che ci ricorda il legame oggettuale di molti dei

comportamenti e delle credenze, soprattutto di quelli legati ai riti, i più antichi e radicati come quelli

più recenti. È proprio facendo riferimento al legame oggettuale tra credenze e comportamenti che

possiamo cogliere il nesso tra fenomeni come la perdita di senso del tabù della “parola data” e la

caduta di tutte le barriere un tempo rigidissime che si opponevano alla rappresentazione esplicita del

sesso. Il Novecento era cominciato in un clima che risultava più aperto in termini di libertà di

pensiero ma più rigido per quanto riguarda i limiti del dicibile e del rappresentabile: più libere le

opinioni, mene libere le espressioni. Dalla sfera dell'eros, incluse tutte le forme di perversione o

quasi, fino alla penetrazione dello sguardo fotografico ed elettronico all'interno stesso del corpo

umano, non esistono quasi più aree della vita che siano “protette” dalla rappresentazione dei media.

Dai vittoriani alla sregolatezza

L'età vittoriana ha lasciato il posto nell'arco di tre-quattro generazioni a una fase di sregolatezza

forse senza precedenti nella storia moderna. In materia di pornografia dati numerici mostrano che

tra gli anni cinquanta e gli anni settanta si è verificata una trasformazione radicale del costume in

materia di pudore e di erotismo. Tra il 1985 e il 1992 la cifra annuale delle videocassette hard

noleggiate è salita da 79 a 490 milioni, fino a raggiungere i 759 milioni nel 2001. nello stesso 2001

le statistiche mostrano che si è arrivati a quasi tre cassette hard per ogni abitante del paese (Usa),

considerando che eravamo appena agli arbori dell'era della pornografia on line. Sono le

conseguenze della fine di un tabù, uno dei pochi autentici tabù riconoscibili come tali nella

tradizione cristiana: quello che definiva come scandalo, uno dei peggiori tra i peccati, l'esibizione di

ciò che non deve essere visto e comminava alla persona colpevole la peggiore delle maledizioni

(l'invito al suicidio). C'è anche un secondo interrogativo legato a un altro grande tabù:quello legato

alla sacralità della parola e dell'onore. Il giuramento si è di fatto svuotato, non solo della sua

potenza vincolante, ma addirittura del suo significato, tanto che espressioni come “lo giuro”, un

tempo impronunciabili se no in contesti rituali, sono diventate espressione corrente e artefatta,

spesso auto-ironica. Se andiamo a vedere cosa hanno in comune questi due tabù notiamo che in

entrambi i casi, si tratta di norme che non solo regolamentavano diverse sfere del comunicare e

stabilivano precisi confini di liceità/illiceità, ma contribuivano anche ad attribuire valore agli atti di

comunicazione stessi, li investivano del fascino di ciò che è proibito nel caso della pornografia, di

una credibilità che andava al di là del contenuto delle parole, per diventare intrinseca alla parola

stessa nel caso del giuramento; e viceversa, mettevano chi li violava di fatto al bando della società,

come seminatori di scandalo in un caso, spergiuri (escluso dalla società) nell'altro.

Due fenomeni “spontanei”

Né la caduta del tabù del giuramento né la liberalizzazione della pornografia sono state effetto di

scelte consapevoli o esplicite da parte del potere politico e sacerdotale, o dei rappresentanti della

società civile. La decadenza del giuramento non è stata sancita da nessuna normativa esplicita,

religiosa o etica, o tanto meno giuridica. Quanto alla liberalizzazione dell'eros sono stati i tribunali,

dopo fasi di resistenza più o meno lunga, a adeguarsi al mutamento collettivo della sensibilità,

aiutati in questo dal fatto che in quasi tutti i paesi occidentali le regole in materia di oscenità

prevedono un riferimento a quello che in Italia viene definito “comune senso del pudore”. Da un

lato non i sono più impegni verbali che risultino di per sé inviolabili, che si chiamino giuramenti o

parole d'onore; dall'altro non ci sono più nelle società occidentali tabù rigidi su ciò che è o non è

rappresentabile, su ciò che è e non è osceno. Che cosa hanno a che fare i media con questi

fenomeni? Le tecnologie di comunicazione sono prima di tutti mezzi di trasporto, strumenti per il

trasferimento di informazioni nello spazio e/o nel tempo. Proprio quest'autonomizzazione

progressiva ha fatto sì che la connessione fra il concetto di comunicazione e quello di trasporto sia

andata attenuandosi fino a essere quasi dimenticata, fino a perdere del tutto di vista le connessioni

profonde che invece permangono. La scissione dal contesto è probabilmente una delle cause della

caduta dell”onore della parola”, la perdita di senso dei tabù connessi al giuramento. Una forma di

scissione ancora più estrema è alla base della pornografia, che sembra vivere della tensione tra due

fenomeni apparentemente contrastanti: da un lato la tendenza a rivolgersi al sistema dei media per

soddisfare esigenze e domande strettamente legate alla vita del corpo, dall'altro il consumo del

corpo umano in effigie, in sostituzione-compensazione di un contatto fisico che viene a mancare.

5.L'onore della parola. Il senso perduto del giuramento

L'atto del giurare rimane per molti versi simile ai gesti che sono stati trasmessi, per secoli se non per

millenni, di generazione in generazione, e sorprendentemente omogeneo a quello praticato in

società e culture diversissime. A cambiare sono stati soprattutto il valore e il significato riconosciuti

a quei gesti, il senso attribuito a un cerimoniale antichissimo e da sempre ritenuto tra i più

vincolanti: senso che appare ora attenuato fino a smarrirsi. La delocalizzazione di tutte le forme di

comunicazione, la frattura tra la parola e l'hic et nunc della sua pronuncia, e più in generale i

processi di banalizzazione di ogni tipo di discorso sono naturalmente tra le cause del fenomeno.

5.1.Che cosa vuol dire giurare

Proprio perché parliamo di un'istituzione di cui abbiamo perduto il senso, la ricostruzione deve

procedere per gradi, avendo cura di mettere in luce le credenze e le regole che generazioni e popoli

anche lontanissimi tra di loro hanno per secoli dato per scontate.

5.1.1.Una definizione di giuramento

Dice per esempio l'Enciclopedia Britannica: “giuramento. Una promessa sacra o solenne,

volontaria, che generalmente invoca la pena di una punizione divina per chi dica intenzionalmente

falsa”. È vero infatti che il giuramento è un impegno volontario: nessuna cultura accetta, almeno in

via di principio, un giuramento che non sia libero. Un altro aspetto condivisibile è la precisazione

che non in tutte le culture e non in tutti i tipi di giuramento il vincolo strettamente religioso è

decisivo per dare vita a sostanza all'impegno. Meno convincente è la formulazione che equipara il

“sacro” con ciò che è semplicemente “solenne”. L'elemento sacrale, che non è riducibile alla

semplice solennità, è infatti essenziale per ogni tipo di giuramento. Non è necessario il riferimento a

una fede specifica: basta l'invocazione da parte dell'individuo di una forza che lo trascende. Un

giuramento semplicemente solenne e non sacro, o addirittura che equipara il solenne al sacro, è già

sulla via di perdere l suo senso profondo. Ancora meno convincente è l'interpretazione del

giuramento esclusivamente in termini di difesa della verità e di controllo sulle dichiarazioni e

testimonianze; è l'equivalenza totale che stabilisce tra spergiuro e menzogna.

5.1.2.”Miscuglio sorprendente di saggezza e di follia”

E' la voce Serment della grande Encyclopédie di Diderot e d'Alember (Dictionnaire raisonné des

arts et métiers) dove nelle pagine dedicate al tema colpisce prima di tutto il chiarimento che il

giuramento si presta invocando la testimonianza di Dio o di una potenza religiosa, è cioè un fatto

sociale. Colpisce l'affermazione: “là, come nella gran parte delle istituzioni umane, si può

riscontrare un miscuglio sorprendente di saggezza e di follia, di verità e di menzogna”; è la

sottolineatura della natura doppia dell'istituto, che vive insieme di razionalità e di superstizione, di

un bisogno di fiducia e di una mancanza di fiducia. Il giuramento è razionale e insieme

superstizioso, è una verità da esprimere, un impegno a cui tener fede, è un vincolo che riguarda il

futuro, ma la sua efficacia sta nella presenza in uno stesso luogo e in uno stesso momento del

giurante e dei suoi destinatari, è una parola che diventa indipendente da chi la pronuncia, è la parola

che più incide su quella persona, in termini di onore, credibilità, possibilità di convivere con gli

altri. È un atto di comunicazione tra i più importanti nella vita sociale, è un atto in cui l'aspetto

strettamente comunicativo passa in secondo piano rispetto agli aspetti sacrali.

5.1.3.Uno speech act diverso dagli altri

Secondo John Austin i comportamenti verbali possono essere letti non solo per il loro significato

ma anche per le loro implicazioni pragmatiche, in termini di relazioni e di effetti concreti: si parla

quindi di speech act o atto linguistico come terreno di confine tra l'universo del senso e quello

dell'agire. Il giuramento è sicuramente è uno speech act. Possiamo parlare di un giuramento

“veridittivo” quando l'impegno è appunto a comunicare informazioni vere o che il giurante ritiene

tali; di uno “commissivo” quando ci si vincola ad azioni future, come accade in molti giuramenti

solenni, professionali, militari etc...Che tipo di speech act era il giuramento quando ancora si faceva

sentire il tabù che lo copriva? Era sicuramente diverso da altri: in quanto estraeva alcune parole dal

normale contesto comunicativo e le collocava in un universo differente non solo dotato di una

solennità propria e distinta, ma di tipo sacrale e direttamente o indirettamente “magico”; in quanto

così facendo il giurante invocava e statuiva un sistema di cause e conseguenze del tutto autonomo e

distinto dalle normali pratiche verbali; in quanto la parola “data”, a differenza di quanto accadeva

per la parola semplicemente “detta”, era allontanata dalla persona che la pronunciava e che

giurando rinunciava alla sua proprietà, per “consegnarla” alla persona o al pubblico a cui era rivolta.

Si può giurare anche a se stessi ed è un modo di costruire un vincolo “oggettivo” che condiziona la

persona che lo costruisce come se le venisse imposto dall'esterno e come se fosse dotato di una

propria sostanza materiale. Che non si possa giurare al telefono, o via sms è ovvio, ma questo vale

anche per molti “gesti verbali” significativi nella vita delle persone; nel caso del giuramento è

richiesta anche la creazione o la ricostituzione di un contesto di sacralità partecipata.

5.2.Il rito e le conseguenze

Esiste una precisa coerenza tra le caratteristiche del giuramento, riassunte da Henri Lévy-Bruhl.

5.2.1.Il rito

Il giuramento: a. è orale e legato alla sacralità della parola e a formule rigidamente prefissate, b. è

accompagnato da gesti rituali diversi ma sempre rigidamente previsti, c. presuppone la presenza non

solo della persona o del gruppo che giura e della divinità invocata ma anche della comunità che

predispone e partecipa al rito, d. comporta implicitamente o esplicitamente una maledizione nel

caso di falsità o non adempimento, e. è una specie di ordalia nella quale l'eventuale pronunciamento

di colpevolezza del giurante è lasciato al giudizio di Dio, f. è collegato molto spesso con un

sacrificio, con un luogo o con un oggetto sacro. Variano certo gli “oggetti sacri”, variano le

“potenze sacre” invocate, ma la struttura del cerimoniale cambia molto poco tra popoli anche

lontanissimi. Tutto porta a un modello di tipo magico sostanzialmente elementare, legato a schemi

corporei essi stessi trasversali come la centralità della mano destra.

5.2.2.Lo spergiuro come catastrofe

Colui o colei che viene meno all'impegno va incontro a una sanzione letteralmente catastrofica. Una

sanzione che può essere di matrice religiosa (la collera, e conseguente punizione, divina) o, al

contrario, laica ma altrettanto grave: la perdita dell'onore. Chi commette spergiuro non perde

semplicemente la credibilità. La sua parola e ogni suo atto verso gli altri non valgono letteralmente

più nulla. Il giurante, dice Lévy Bruhl, non è solo maledetto, è lasciato al giudizio di Dio”. E questa

è la riprova forse più convincente del fatto che ci troviamo di fronte non a un normale “peccato”,

ma a un vero e proprio tabù violato. Possiamo così arrivare alla definizione di giuramento: atto

rituale che fissa la parola e assoggetta a un tabù.

5.3.Dentro il cristianesimo, contro il cristianesimo

Una rassegna rapida dei rituali di giuramento fino ai tempi più recenti conferma che, in Europa e

nelle Americhe, essi tendono nella maggioranza dei casi ad appoggiarsi comunque, in termini di

formule, di luoghi, di tempi alla rete spazio-temporale-liturgica propria del cristianesimo.

5.3.1.Il divieto

Eppure, c'è un fatto assolutamente innegabile: Cristo vietò esplicitamente il giuramento ai suoi

seguaci. Non potrebbe esservi frattura più netta tra il modello arcaico, di tradizione magica, e quello

cristiano. Nel primo, l'uomo ha la potestà di creare con una parola e un gesto una sfera sacrale; nel

secondo quella potestà gli è negata, anzi gli è contesta come atto di blasfemia. È una conferma della

volontà del cristianesimo di operare una radicale separazione tra sfera mondana e sfera supra-

mondana, e una soppressione totale di ogni possibile residuo magico. Proprio l'anatema già

richiamato di Giovanni Crisostomo ci svela che molti seguaci della nuova religione erano nei fatti

più attaccati ai riti radicati del giuramento di quanto lo fossero agli ammonimenti del Redentore; i

Vangeli come oggetto fisico assumevano già un valore para-magico che pure i loro contenuti

avrebbero dovuto vietare radicalmente. Il giuramento si stava imponendo dentro il cristianesimo,

attraverso il cristianesimo.

5.3.2.Il giuramento “cristiano”

La fallibilità umana viene invocata come motivazione per la reintroduzione di fatto di un'istituzione

che in una comunità autentica cristiana potrebbe essere inutile. E in effetti da allora solo alcune aree

minoritarie dell'universo cristiano hanno praticato davvero, e con coerenza, il rifiuto del

giuramento: in tempi antichi i càtari e i valdesi preriforma, in tempi più recenti i mennoniti, gli

anabattisti e i testimoni di Geova. Nell'insieme la storia del giuramento nel cristianesimo appare

tutta attraversata da una sorta di tensione interna. In quanto religio nel senso di legame

imprescindibile e di sistema condiviso di regole, la Chiesa non poteva rinunciare alla funzione

pubblica del giuramento, atto rituale spesso prestato in forma collettiva e architrave dei sistemi

istituzionali dell'età feudale prima, di quella moderna poi, e anche ingrediente inevitabile di tutti i

grandi sacramenti legati ai principali momenti della vita. Il giuramento è infatti presente nel

battesimo, nella cresima, nel matrimonio e nell'ordinamento sacerdotale come in tutti i voti,

peculiari giuramenti fatti direttamente a Dio. Il giuramento è inscindibile dal cristianesimo-

istituzione, è legato da un rapporto quanto meno ambivalente con il cristianesimo-fede. Il

giuramento è sacrale ma non è necessariamente religioso; la religione dominante in Occidente lo ha

adottato ma non ne ha fatto un autentico articolo di fede.

5.4.La secolarizzazione e oltre

Del resto se per secolarizzazione intendiamo quella fase nella quale la religione è divenuta un fatto

essenzialmente privato e i cristiani sono divenuti una parte tra le altre nel confronto politico,

dobbiamo dire che essa non ha favorito la decadenza del giuramento, almeno per un primo periodo.

5.4.1.Riti laici

La secolarizzazione dell'istituto è avvenuta anche con il passaggio dal giuramento sacrale a quello

sull'onore che si è verificato in tarda età moderna. Esistono due differenze tra questo nuovo modello

di giuramento e quello tradizionale. La prima è rituale; mentre il cerimoniale codificato da Lèvy-

Bruhl presupponeva la presenza non solo della persona o del gruppo che giura e della divinità

invocata ma anche della comunità che predispone e partecipa al rito, la parola d'onore può essere

può essere prestata anche solo tra due persone. In secondo luogo, mentre tutti i teorici del

giuramento ci dicono che si ricorre a quell'istituto perché gli uomini sono per loro natura

inaffidabili, la parola d'onore al contrario esalta l'affidabilità quando meno di quegli uomini che la

prestano. Ha visto un'articolazione diversa delle sue funzioni, a che in conseguenza della nuova

forza di penetrazione delle istituzioni statuali nella vita civile collocandosi in una varietà di contesti:

- quello pubblico, civile o religioso dei momenti solenni e cerimoniali, a cui si può aggiungere

quella particolare forma di giuramento, legata alle testimonianze di valore panale, che diventa

essenziale con il processo moderno; - quello nascente da scelta più spontanea ma pur sempre

collettivo, proprio della vita delle associazioni, delle formazioni politiche e di categoria, - quello più

proprio della sfera privata ma comunque di grande rilevanza nell'universo degli affari come delle

relazioni sociali, che ha trovato per molte generazioni la sua espressione prevalente nella formula

della “parola d'onore”. Non è la secolarizzazione in quanto tale, ma piuttosto la frammentazione del

rituale e del concetto di giuramento, accompagnata della tendenza alla riduzione del suo

cerimoniale a segnalare le premesse di una crisi che il Novecento avrebbe consumato fino a fare del

giuramento un messaggio “come un altro”.

5.4.2.Il politeismo dei valori

Un primo segnale dell'avvio di un vero e proprio processo di dissoluzione del giuramento possiamo

coglierlo in un passo di uno dei capolavori della letteratura del Novecento: “La montagna incantata”

di Thomas Mann. Troviamo in questo brano due elementi che ci fanno riflettere. Il primo è il chiaro

emergere del weberiano “politeismo dei valori”, che divide i due cugini e insieme permette loro di

convivere senza eccessivi conflitti (il politeismo dei valori rende difficile se non impossibile il

riconoscimento di un quadro comune di riti e di credenze). Il secondo è il consenso nel dissenso che

chiude la discussione: il fatto che al “pezzo di panno” venga attribuito un valore sacrale per Hans è

ragione di scetticismo; quello stesso fatto per Joachim è motivo in più di entusiasmo. In questo

quadro di giuramento, da un lato, continua a esistere e ad avere valore, dall'altro è pero, è un valore

non universale bensì selettivo, vincolante per chi ha scelto di credervi. Sarà soprattutto dopo il

grande spartiacque di mentalità rappresentato dal '68 che si potranno cogliere i segni evidenti di un

definitivo sgretolarsi del giuramento come paradigma dell'impegno individuale e come collante

istituzionale.

5.4.3.Le implicazioni della deritualizzazione

Il passo di Mann evidenzia anche un'altra tendenza, la deritualizzazione, che si accompagna con

l'emergere dei “riti a bassa intensità” propri dei decenni più recenti. In ogni paese la generale caduta

dell'impegno religioso incide sulle attività rituali meno che su molti altri aspetti: lo dimostra l'ampia

percentuale di persone la cui partecipazione alla vita religiosa è detta solamente “cerimoniale”, e il

fatto che proprio al cerimoniale delle grandi religioni continua a essere riconosciuto anche da molti

non credenti o “credenti tiepidi” il compito di regolare i momenti più rituali della vita collettiva. Più

rilevante è la più generale frammentazione degli universi valoriali, e incidono maggiormente

fenomeni più “oggettivi” come la riorganizzazione generale del tempo e degli spazi. Per quando

riguarda il tempo, è scomparsa nell'indifferenza generale, e con debole resistenza da parte delle

istituzioni ecclesiastiche, una distinzione durata millenni come quella tra tempo della festa e tempo

del lavoro, dove il tempo feriale si presentava come disponibile effettivamente per l'uomo in quanto

non occupato dal divino, mentre il tempo della festa si presentava come tempo di cui l'umanità non

aveva il possesso. Per quanto riguarda lo spazio, il generalizzarsi del modello urbano di vita ha

portato con sé una relativa fungibilità dei luoghi, dapprima con lo sviluppo della città industriale,

per poi arrivare con lo sviluppo delle reti alla trasformazione di tutte le località in potenziali nodi il

cui senso è dato dai flussi che vi passano. In questo universo deritualizzato e insieme caratterizzato

da nuovi e peculiari modelli rituali il giuramento perde la capacità di demarcarsi dal normale quadro

delle esperienze quotidiane, finisce anch'esso con il banalizzarsi. In questo universo continua a

presentarsi inoltre la ricorrente attrazione per i riti iniziatrici più oscuri e per i giuramenti più

vincolanti: dallo sciamanesimo ai riti del satanismo e del neopaganesimo.

5.5.Il destino del giuramento e il sistema della comunicazione

Possiamo così venire ai temi che più direttamente legano la questione del giuramento, e la sua

perdita di senso, con le trasformazioni della comunicazione nel Novecento.

5.5.1.Corporaliter

Se prendiamo in esame i riti connessi al giuramento, ci rendiamo conto che pochi atti verbali, al di

fuori dell'ambito strettamente liturgico, sono così strettamente vincolati all'oralità, alla corporeità,

alla presenza. In ogni caso il giuramento, in sé, non poteva essere né formulato né trasmesso per via

scritta: la voce, il corpo e la gestualità del pronunciante, la compresenza del destinatario e di tutta la

collettività era costitutivi (Corporaliter). Da che cosa deriva il persistere di una regolamentazione

apparentemente così arcaica pur in una civiltà in cui la scrittura si era imposta come chiave della

comunicazione verbale? Due spiegazioni. La prima riguarda il dichiarante. Tutto il complesso rito,

verbale e gestuale, del giuramento sembra fatto per coinvolgere chi giura in tutti gli aspetti della sua

persona: non solo e non tanto per accerta che si assuma in pieno la responsabilità di quel che dice,

quanto per stabilire fin dal primo momento una connessione tra la sua dichiarazione, che se violata

lo renderà a tutti gli effetti maledetto, e le parti che subiranno le conseguenze. La seconda riguarda

proprio lo statuto dell'oralità nella civiltà della scrittura. Questa esalta la parola, certo, ma la

moltiplica e opera una prima dissociazione dal corpo e dalla voce di chi la pronuncia: dissociazione

che rischia sempre di portare con sé una riduzione del peso della parola stessa in quanto impegno

personale. Ecco così che il ruolo del giuramento può essere visto come l'altra faccia dello sviluppo

di un sistema procedurale sempre più fondato sulla produzione e circolazione di documenti scritti.

5.5.2.Il giuramento nell'epoca audiovisiva

Il moltiplicarsi dei messaggi sonori e visivi che è caratteristico del nostro tempo ha tra le sue

principali implicazioni: - il distacco della voce dall'atto della pronuncia; - la circolazione di

riproduzioni realistiche non solo degli atti verbali ma anche dei comportamenti che li

accompagnano; - la possibilità di fissare le situazioni comunicative al di là della loro originaria

ritualità. Le componenti più preziose del rito, la voce come strumento che viene dall'interno della

persona per raggiungere l'esterno, il gesto con la sua componente anche tattile vengono schiacciati a

pura informazione, riproducibile e fungibile, cioè sostanzialmente depersonalizzabile. Il rito si

riduce potenzialmente a un insieme di informazioni, perdendo così molta della sua potestà

evocativa. Un giuramento fissato da un registratore audio e video non è più così distante da un altro

atto comunicativo conservato con gli stessi strumenti. Così la fotografia, il cinema, il registratore

sonoro hanno assunto nel senso comune un valore di prova competitivo con la dichiarazione giurata

del testimone. Le distinzioni tra aree pubbliche e private, collettive, familiari e personali divengono

sempre più fluide, e gli atti comunicativi a carattere rituale rischiano sempre di trovarsi privi di un

contesto adeguato.

5.3.3.Il sistema dei media novecentesco e i valori simbolici del giuramento

Il cinema può avere avuto per una fase la forza e il privilegio di esaltare ancora più che in passato le

costumanze fanatico-sentimentali, in quanto fa coincidere i valori impliciti nell'azione narrata con la

riproduzione meccanica di frammenti del reale. Il cinema e a maggior ragione la televisione

contribuiscono a sottolineare il carattere provvisorio di tutti i simboli e in qualche misura

l'intercambiabilità dei diversi valori che si susseguono sullo schermo. In questo contesto, la

nostalgia del giuramento si fa sentire come la mancanza di quei riti di passaggio di cui la scompara

è un tratto caratteristico del Novecento. Il desiderio di un ritorno al giuramento si fa sentire per

esempio in movimenti finalizzati alla ricostruzione di un'etica laica.

Il tabù legato al giuramento conferma con la sua caduta un processo generale che il Novecento ci ha

lasciato in eredità: il riassorbimento di aspetti della vita, interpersonali o rituali, che in precedenza

avevano valore e potere nella loro eccezionalità, nella loro separatezza, nel loro non essere riducibili

a puro scambio informativo.

6.La liberalizzazione della pornografia: una ricostruzione storica

Uno studio rigoroso del come e quando sono caduti i tabù in materia di oscenità è sicuramente

difficile, ma nessuna storia della comunicazione nel Novecento può considerarsi completa se non ne

tiene conto.

6.1.Il punto di vista

Chiunque si occupi della liberalizzazione della pornografica e della sua dinamica deve tenere conto

prima di tutto della difficoltà di affrontarla senza farsi condizionare da uno dei due pregiudizi. Da

un lato quello che vede nel rilassarsi delle norme in materia un fatto comunque patologico, un male

in sé; dall'altro che ritiene la pornografia un effetto inevitabile del bene più prezioso di ogni politica

della comunicazione: la libertà di espressione. La pornografia sarebbe liberatoria sul piano psichico

e demitizzante sul piano razionale. I sostenitori della posizione censoria e di quella permissiva si

combattono ormai da un quarantennio a colpi di “dati” ricavati da ricerche spesso discutibili in

termini metodologici, in un confronto inconcludente sia per il rifiuto opposto da entrambe le parti al

dialogo, sia per il mancato emergere di linee diverse, e per il prolungato silenzio di quello che

potrebbe essere se non un arbitrio quanto meno una parte “terza”, cioè la comunità scientifica, in

particolare gli studiosi di storia e sociologia. Proprio la difficoltà di stabilire, su una simile tematica,

una prospettiva condivisa e limpida, rende necessario uno forzo di trasparenza da parte di tutti

coloro che provano ad affrontarla. Se la pornografia è un male e/o fa male (e nulla dimostra con

certezza che sia vero, ma neppure che non lo sia) non è comunque la censura il rimedio.

6.2.Il processo di liberalizzazione

La liberalizzazione della pornografia non è assimilabile a uno di quei fatti storici del Novecento che

possono essere datati con riferimento a un singolo evento, bensì si tratta di un fenomeno “erosivo”

più che “affermativo”, passato più attraverso la progressiva perdita di penso di norme esistenti

(giuridiche, etiche, di costume) che attraverso l'enunciazione di nuove regole; di un fenomeno che si

è verificato con maggiore rapidità nel mondo occidentale e che comunque anche in Occidente si è

imposto con tempi diversi da paese a paese, in relazione a differenze politiche e religiose e a fattori

più contingenti: il ritardo della Spagna e la rapidità del suo recupero sono per esempio strettamente

legati alle vicende del franchismo. D'altra parte, la dinamica del fenomeno può essere letta in due

chiavi contrastanti e complementari. Da un lato, è un processo che ha attraversato tutto il secolo e

che nonostante i tanti accidenti di percorso ha avuto nell'insieme direzione univoca (dai segnali

importanti ma ancora minoritari di cambiamento di mentalità, alle prime caute aperture dei tribunali

anglosassoni in materia di valore redeeming dell'arte nei confronti dei temi erotico, alla progressiva

limitazione degli interventi della censura in ambito teatrale e cinematografico dopo la Seconda

guerra mondiale, fino agli effetti dei decenni successivi). D'altra parte è innegabile che nella relativa

continuità del processo, che ha attraversato tutto il secolo, si possa distinguere una linea di frattura,

che si colloca tra gli anni cinquanta e la metà degli anni sessanta, quando nella quasi totalità dei

paesi europei cominciano a nascere le sale a luci rosse. Dopo gli anni settanta, in Europa

occidentale, qualsiasi idea di un ritorno a regole anti-pornografiche di tipo tradizionale sarebbe stata

di fatto irrealizzabile.

6.3.Come il rompersi di una diga. La liberalizzazione della pornografia in Italia

Nel 1953 all'epoca in cui Heffner fondava Playboy, l'Italia era uno dei paesi più blindati

dell'Occidente contro ogni forma di pubblicazione e più in generale di comunicazione oscena. Nel

dicembre del 1954 la Rai infatti approvò un “regolamento di autodisciplina” che oltre ad escludere

ogni esibizione corporea minimamente eccitante nonché i baci troppo appassionati vietava l'uso

nella tv di Stato di parole come “divorzio”. Come era tipico di una cultura basata su una forte

asimmetria tra i due sessi, il doppio senso, espediente comico-allusivo proprio della comunicazione

rivolta essenzialmente ai maschi, restava invece un elemento portante del teatro di varietà e di molto

di quel cinema comico che col varietà viveva in sostanziale simbiosi. Nel 1977 l'Italia era oggetto di

commenti sulla stampa internazionale per la diffusione della stampa pornografica anche hard core a

livelli di visibilità e di accessibilità anche ai minori; per la produzione di alcuni generi autoctoni di

pornografia che vennero esportati altrove (dal fumetto al fotoromanzo), per la popolarità raggiunta

dalle pornostar e per il fenomeno del cosiddetto “strip tease” delle casalinghe.

6.3.1.Le tappe di un passaggio

-1959: aveva inizio il fenomeno dei cosiddetti sexy movies, che segnalano l'esistenza di un mercato

potenziale in grado di esercitare una pressione fortissima sulla censura, la cui diffusione

presupponeva almeno un parziale rilassamento delle regole; e che faceva dell'Italia,

paradossalmente, un grande esportatore di prodotto osceni, o ai limiti dell'oscenità. -1966: vennero

lanciate alcune pubblicazioni patinate “per soli uomini” che facevano il verso a Playboy: riviste che

dopo una breve fase di sequestri e processi vennero di fatto ammesse. E vennero imposti meno tagli

rispetto al passato ad alcuni film nordeuropei. -1971/1972: arrivarono le prime pubblicazioni hard

core sia nel campo delle riviste fotografiche sia a fumetti; proprio nel '72 con l'uscita nelle sale

americane di Deep Throat, Gola profonda, l'hard core otteneva sostanziale legittimazione anche

nelle grandi metropoli statunitensi. Almeno fino alla metà degli anni ottanta furono numerosi gli

interventi giudiziari in base all'articolo contro le pubblicazioni oscene. -Il quarto di secolo

successivo alla metà degli anni settanta non avrebbe visto grandi cambiamenti, semmai il radicarsi

della pornografia nel consumo di massa e nel mercato dei media. Da un lato, il filone dei film sexy

“all'italiana” o porno soft, destinato a un pubblico relativamente generalista e presto approdato alla

televisione; dall'altro lato, la nascita dei cinema a luci rosse e lo sviluppo del mercato video e dei

sexy shop, e poi negli anni Novanta, il boom delle centrali telefoniche erotiche (hot line).

6.3.2.Il caso italiano: caratteri distintivi

Tra le caratteristiche più rilevanti del caso italiano vanno ricordate: -la rapidità e intensità del

processo, che altrove, dalla Francia all'Europa settentrionale, agli stessi Usa, aveva richiesto molti

più anni; -il fatto che un paese cattolico e particolarmente rigido sia divenuto in pochi anni un

esportatore di pornografia non solo soft ma anche estrema; -il fatto che un processo di tale portata,

giuridica, politica e psicosociale, si sia imposto, ancor più che altrove, in assenza di qualsiasi

intervento regolativo e anche in assenza di un dibattito pubblico.

6.3.3.La vita italiana alla pornografia: motori

a. Il bordello senza muri: nel '58 ci fu la chiusura dei postriboli in seguito alla legge che porta il

nome della senatrice Lina Merlin. Le conseguenze sul piano del costume, le più evidenti, furono da

un lato l'emergere alla pubblica visibilità di ciò che in precedenza le “case” tenevano rinchiuso;

dall'altro lo scomparire di un'istituzione nella quale non si praticava solo il sesso, a pagamento e

consumato in fretta, ma anche altro: esibizione di immagini e corpi nudi in esposizione,

conversazioni senza censure, confidenze (cultura del lupanare). I film “scollacciati” che ebbero il

loro capostipite in Europa di notte, erano il sostituto del bordello per diversi aspetti: occasione di

socializzazione maschile, di iniziazione almeno immaginaria di chi il sesso non lo aveva ancora

praticato, di eccitazione vicaria (“nostalgia del bordello”). Ma la fine del bordello come “istituzione

totale” del sesso e del soddisfacimento maschile si fece sentire forse anche più profondamente nella

vita psichica degli italiani. Con la fine dei bordelli è venuto a cadere un guscio paradossale

protettivo, che consentiva al maschio di vivere una relazione sessuale del tutto priva di rischi

emotivi e isolata dal resto dell'esistenza; una caduta che poteva produrre nel maschio un senso di

liberazione e insieme un senso di insicurezza, di disorientamento. Di questa situazione anche se il

succedersi delle generazioni ne ha fatto perdere la consapevolezza, la pornografia è stata insieme

conseguenza e compensazione. Conseguenza in quanto il suo sviluppo fu frutto in larga parte della

caduta dei confini che prima contenevano la cultura del lupanare. Compensazione, in quanto si

presentava come un altro modo, alternativo o complementare alla prostituzione, di vivere l'eros

senza rischio di alcun genere o quasi.

b. Il sistema dei media nella via italiana all'erotismo: la prima tappa della liberalizzazione

dell'erotismo in Italia fu, in sostanza, un fenomeno che riguardava un pubblico in larghissima

prevalenza maschile, dove si celebrava l'esposizione del corpo femminile come totale disponibilità

simbolica e si ribadiva quindi un modello erotico assolutamente tradizionale: in questo universo

nacquero le prime imprenditorialità dell'eros, nel mondo del cinema e in quello dell'editoria, non

illegali ma per qualche anno a rischio continuo di arresti, sequestri, e ancora per decenni non del

tutto al sicuro; in questo contesto si forgiò un linguaggio fatto di calendari e pettegolezzi erotici

sulle star (spesso accompagnati dalle loro immagini più o meno “rubate”) che sarebbe rimasto nel

corso dei decenni successivi la corrente dominante della via italiana all'erotismo. L'innovazione

tecnica (l'uso generalizzato del colore, il grande schermo, gli effetti speciali) favoriva certo la

competitività del cinema; ma un'aggiunta di erotismo forse lo avrebbe fatto ancora di più, in quanto

si poteva tranquillamente presumere che mai la televisione di Stato avrebbe seguito il cinema su

quella strada, e in quanto la sala, con il sistema del divieto ai minori, escludeva automaticamente il

rischio di esporre i bambini e i ragazzi a spettacoli impropri.

c. La grande frattura: tre elementi: -la coincidenza tra la caduta dei tabù in materia di

rappresentabilità del sesso e altri processi, di quella che può essere chiamata la singolare

modernizzazione italiana; -il modo e la dinamica particolare in cui si sono manifestati nel nostro

paese i fenomeni politici e culturali che vanno generalmente sotto il nome di “'69”; -il più generale

processo di deregulation. Per quanto riguarda il primo aspetto, non dobbiamo dimenticare che

l'Italia è forse tra i paesi dell'Occidente quello che ha vissuto più rapidamente e con maggiore

traumaticità il salto da una condizione pre-industriale e pre-moderna a una condizione post-

industriale. Nello stesso periodo, lo spostamento dalle campagne (meridionali ma anche del

Nordest) verso le grandi città favorì il formarsi una cultura nazionale nuova, nella quale alcuni

mezzi di comunicazione di massa a cominciare dalla tv avevano funzione in parte sostitutiva in

parte compensativa nei confronti delle tradizioni, comunicative e cerimoniali. Altrettanto rapida, e

più o meno simultanea al processo precedente, è stata la laicizzazione del paese. Negli anni

cinquanta la maggioranza degli italiani era ancora costituita di cattolici praticanti; vent'anni dopo, la

maggioranza degli italiani era ancora cattolica per fede dichiarata, ma i praticanti erano divenuti una

minoranza, consistente ma comunque inferiore a un terzo della popolazione. I dati forse più

significativi della modernizzazione italiana sono comunque quelli relativi alla demografia. Il nostro

paese è passato in meno di quarant'anni dall'essere uno dei più fertili d'Europa all'essere, qual era

sul finire del secolo scorso, il meno fertile del pianeta, ha cioè vissuto in modo accelerato quel

processo di separazione dalla sessualità dalla procreazione che è stato uno dei cambiamenti

antropologici più radicati all'intero Novecento. Ma forse il fattore più potente di cambiamento fu il

cambiamento stesso; proprio a partire dalla fine degli anni sessanta, le resistenze alla

liberalizzazione comunicarono a presentarsi come difesa in buona parte inutile di un assetto che in

ogni caso stava crollando. Il movimento studentesco prima, poi i movimenti giovanili e della nuova

sinistra fecero subito proprie le richieste più intransigenti relative alle libertà individuali e in

particolare alla libertà di espressione da un lato, alla piena autonomia delle scelte erotiche dall'altro,

e dichiararono esplicitamente guerra a ogni forma di repressione in questo campo.

d. Dopo la frattura: se la fine della nuova sinistra italiana e della sua lunga stagione non portarono

con sé nessun riflusso nella circolazione della pornografia, questo fu dovuto da un lato alla generale

difficoltà di “tornare indietro” rispetto a quelli che per moltissimi italiani erano non tanto diritti

acquisiti quanto costumi e consumi ormai consolidati; dall'altro al modo, anche se piuttosto unico,

in cui si attenuò nel nostro paese la trasformazione del sistema radiotelevisivo, e più in generale lo

smantellamento del sistema dirigista delle partecipazioni statali.

6.3.4.Il ruolo della Chiesa

Negli anni sessanta, i viaggiatori stranieri in Italia, e in particolare a Roma, si trovarono di fronte a

un fenomeno che a molti appariva paradossale. Una città dove la presenza anche istituzionale della

Chiesa restava visibile ovunque, pervasiva in modi che non hanno pari neppure in paesi ben più

approfonditi e interiormente segnati dalla cultura cattolica, e insieme una città dove il cambiamento

del costume nazionale, in particolare in materia di sesso, era altrettanto visibile, in forme che altri

paesi avrebbero giudicato scandalose: dai nudi e dai titoli inequivocabili che occhieggiavano in tutte

le edicole alle insegne dei cinema a luci rosse fino agli spettacoli delle tv private. Possiamo allora

chiederci se la Chiesa non abbia avuto un ruolo più complesso; se la pornografia in Italia non si sia

affermata con quei tempi e in quel modo non solo scavalcando le resistenze della Chiesa ma anche,

e in parte, in conseguenza (certamente non voluta) delle sue scelte. In materia di comportamenti

sessuali le tendenze post-conciliari non avevano la forza di imporre il loro nuovo punto di vista,

mentre in materia di rappresentazioni del sesso le barriere censorie classiche continuavano a essere

sostenute dagli ambienti cattolici dominanti più per un riflesso difensivo che per reale convinzione.

Se queste considerazioni sono vere, la presenza incombente della Chiesa nel nostro paese ha

costituito per una fase un freno alla liberalizzazione, per un'altra ne ha condizionato il percorso

nella direzione di una deregolamentazione più selvaggia di quella che si è avuta altrove.

6.3.5.Pornografia e sistema dei media nell'esperienza italiana

Nel periodo 1966-1975 si assiste alla moltiplicazione di riviste illustrate definibili come “erotiche”

e quasi da subito comincia la differenziazione del target: -i mensili relativamente costosi, magari

con qualche pretesa “culturale”, sorti sulla scia di Playboy, centrati su fotografie di qualità di

modelle possibilmente note; -i settimanali di nudo più economici, con immagini acquisite sul

mercato nazionale e internazionale, seguiti ben presto dai settimanali più spinti hard core; -i

settimanali che usano le immagini osé per attirare i lettori a contenuti anche di altro genere, da

riviste politicamente aggressive come ABC, fino alle riviste main stream con i loro nudi ammiccanti

dalle copertine; -i fumetti porno che già negli ultimi anni sessanta raggiungono tirature di tutto

rispetto e passano molto velocemente da toni porno-soft all'hard core spesso con tinte sadomaso.

Almeno nel periodo 1970-1990, attorno alle riviste pornografiche nei loro variegati sottogeneri si

costruisce un'industria non solo di grosse dimensioni, ma competitiva. Il cinema è l'altro perno della

liberalizzazione dell'eros in Italia, nonostante l'attento controllo della censura. A partire dalla fine

degli anni cinquanta sono vari i sottogeneri che esplorano sistematicamente i confini del

rappresentabile: dal pseudo-documentario alla commedia sexy, fino alla produzione autoctona di

cinema hard core quando, a partire dal 1977, si diffondono anche nel nostro paese le sale a luci

rosse. Sarà proprio l'hard core a fare da rompighiaccio per il nuovo medium, il videoregistratore,

che si affermerà a partire dai primi anni ottanta. La liberalizzazione della pornografia in Italia degli

anni sessanta in poi ha dato vita a imprese e settori in parte nuovi, ma è stata anche prestissimo

assorbita dal sistema dei media consolidato, che l'ha trattata come uno dei possibili settori di

mercato nei quali espandersi.

6.4.Oltre il caso italiano

Se allarghiamo il quadro ai processi di trasformazione che ebbero luogo in quegli stessi anni lungo

l'asse Europa occidentale-Usa possiamo riconoscere anche molte tendenze che accomunano il

nostro paese agli altri, più o meno negli stessi decenni.

6.4.1.Il sistema e la spirale dell'innovazione

Secondo Bakker e Talas, il porno è l'innovazione che porta con sé il massimo di nuove potenzialità

ma anche il massimo rischio; per cui tipicamente viene introdotta non da imprese regolari ma da

imprese relativamente marginali, che si possono permettere dei rischi. Quando poi si tratta di

un'innovazione che non è riducibile a una componente tecnica, o economica, o organizzativa ma,

come è il caso del porno, che agisce sui limiti normativi del sistema, punta pesantemente sul

coinvolgimento del pubblico e fa emergere nuove potenzialità sul mercato. A partire dalla fine degli

anni sessanta in Italia, da qualche anno prima nel Nord Europa, si è innescato quello che una

corrente centrale della storiografia dell'innovazione chiama momentum, il processo a spirale per cui

l'innovazione alimenta se stessa. Una volta arrivato il momentum, il processo innovativo agisce sui

sistemi, nel caso specifico sul sistema dei media, in modo non graduale né lineare ma con un

andamento appunto a spirale, che rende il cambiamento irreversibile e auto-alimentato. In questo

modo una stessa innovazione si presta a usi diversi da parte di settori che cercano un proprio spazio

nel mercato, di altri che vorrebbero difendere il proprio, di altri ancora che mirano a ritrovarne uno

per far fronte alla concorrenza.

6.4.2.La delegittimazione degli interventi censòri

La normativa contro la pornografia ha sempre presentato un duplice paradosso giuridico: prima di

tutto si tratta di una limitazione nei confronti di una libertà generalmente difesa come sacra, di una

restrizione nei confronti di un'autentica pietra angolare del sistema delle libertà civili qual è la

“libera manifestazione del pensiero”; in secondo luogo si tratta di una limitazione difficile, se non

impossibile, da vincolare a regole precise. I presupposti che per oltre un secolo hanno permesso ai

sistemi giuridici delle maggiori democrazie di accettare questi paradossi sono fondamentalmente

due, e strettamente connessi tra loro: da un lato il prevalere in tutti i paesi occidentali di una fede o

quanto meno di una tradizione e di una sensibilità cristiana, che dettava i comportamenti e fissava i

limiti in materia di costume; dall'altro l'affidamento allo Stato di un compito di educatore collettivo

che includeva anche il controllo sulla pubblica morale. Negli anni del dopoguerra entrambi questi

presupposti si sono rivelati progressivamente fragili: -da un lato la religione è stata sempre più

assunta come fatto importantissimo della vita personale, ma sostanzialmente privato, tale cioè da

fondare dei valori morali e comportamentali più che delle regole generali e condivise; -dall'altro

lato la funzione educativa dello Stato ha perso, anche per l'esperienza catastrofica del totalitarismo,

gran parte della sua legittimità. In una situazione in cui lo Stato derivava la sua principale

legittimazione si è introdotto poi di fatto un ulteriore principio: quello per cui gli eventuali

interventi censòri andavano motivati non solo e non tanto in termini etici, ma in termini di

benessere, in una logica sostanzialmente terapeutica. Questa è una conferma che la delegittimazione

del vecchio modello dello Stato-censore non ha dato luogo a un modello altrettanto coerente quanto

piuttosto a un vuoto e a un campo di tensioni.

6.4.3.Una nuova generazione: la procreazione separata dal sesso

Nel 1960 il nuovo farmaco che per mezzo dell'assunzione di ormoni inibisce la fertilità, la pillola,

veniva messo ufficialmente sul mercato statunitense come anticoncezionale. Per la prima volta nella

storia la separazione del sesso dalla procreazione era certa, fondata su un metodo scientifico, e

affidata alla responsabilità non dell'uomo ma della donna. Se la pressione per l'uguaglianza tra i

sessi nasceva dalla convergenza di molteplici fattori (l'accesso delle donne al mercato del lavoro

urbano per esempio), la nuova rappresentazione della procreazione come scelta e del sesso come

libera espressione della persona trovava nella pillola insieme un motore e un'espressione. La

masturbazione non era più imputata né di conseguenze fisiche catastrofiche né di causare un

indebolimento di quella “fibra morale della nazione” che del resto per le generazioni emergenti era

sempre meno un valore.

6.4.4.Una generazione televisiva

La generazione del baby boom è anche la generazione della televisione: la prima che ha incontrato

il nuovo mezzo nell'adolescenza, o nell'infanzia, e ne è stata condizionata in fase formativa.

Meyrowitz non parla esplicitamente di pornografia, ma tra le sue ipotesi varie sono utili per la

nostra interpretazione: -l'avvento della televisione vanifica tutte le strategie protettive che hanno

avuto corso per secoli nei confronti dell'esposizione dei minori dell'eros: la censura operata dai

genitori e quella operata dalle reti stesse non neutralizzano gli interrogativi e la curiosità del

bambino, al contrario possono stimolarli ulteriormente; -la penetrazione della televisione in

particolare nello spazio domestico mette in discussione quelle gerarchie che in precedenza erano

date per scontate: per età, per sesso, per etnia. Il paradosso che ne consegue è che molte delle

trasformazioni connesse alla tv sono “rivoluzioni inavvertite”, entrate nel costume in modo

relativamente pacifico, che possono essere comprese solo attraverso quella che possiamo chiamare

una presa di coscienza, anche perché i contenuti trasmessi erano in sé tutt'altro che rivoluzionari. La

televisione, che si è sforzata più di qualsiasi altro mezzo di frenare la pornografia, ha favorito

l'emergere di una pressione sociale sul tema.

6.5.Dopo la caduta

A partire dagli anni settanta, è venuta a cadere quella che era stata fino ad allora la caratteristica

distintiva dell'universo erotico nel quadro della comunicazione mediatica: la sua emarginazione, il

suo confinamento a “musei segreti”, reparti inferi delle biblioteche, circuiti morbosi e nascosti di

spettacolo. La pornografia è diventata in pochi anni contenuto trans-mediale, socialmente diffuso e

riconosciuto come legittimo, stimolo a comportamenti attivi dell'individuo e sempre più spesso

anche della coppia. È così accaduto che, a una fase di esplosione pubblica del porno, ne sia

subentrata una di relativo ripiegamento sul consumo privato, complice la diffusione del video

domestico prima (cassette e dvd in seguito), e di Internet poi. Il “Carnevale moderno”, di cui si è

parlato a metà degli anni novanta a proposito del berlusconismo italiano, può essere considerato il

modello portante del nuovo mercato pornografico ed erotico degli ultimi due decenni del secolo:

privatizzato e ultra-specializzato, frequentato soprattutto da singoli e senza troppi clamori, legato a

pratiche domestiche p a locali essi stessi specializzati. La pornografia ha assunto un ruolo per certi

versi ancora più rilevante dando luogo a forme di vera e propria dipendenza.

7.La liberalizzazione della pornografia: la dinamica profonda

La scelta di una rigida opposizione tra processi endogeni ed esogeni rispetto al mondo della

comunicazione è sbagliata per almeno tre motivi: 1) la storia dei media è uno degli strumenti di

conoscenza dei processi di trasformazione del mondo contemporaneo, processi che per definizione

includono linee di causa-effetto di diversa origine; 2) il peso dei media nella storia del Novecento è

stata tanto maggiore proprio in quanto la loro dinamica si è intrecciata con lo sviluppo di altri

aspetti della vita sociale; 3) nell'insieme tra lo lo sviluppo della pornografia e quella spirale della

crescita della comunicazione esiste una relazione privilegiata e profonda: tra liberalizzazione della

pornografia e trasformazioni complessive del sistema della comunicazione i nessi sono molteplici,

articolati e tutt'altro che lineari.

7.1.IL superamento dei confini e le sue implicazioni

Fino alla fase di liberalizzazione, le comunicazioni relative alla sfera erotica sono state per diversi

secoli soggette, nella società occidentale, ad alcuni confini e regole precisi, non immutabili nel

tempo ma nell'insieme piuttosto stabili.

7.1.1.Un sistema di confini e demarcazioni

I confini più nettamente demarcati correvano tra i luoghi, pochi e chiusi, in cui il sesso era vissuto e

oggetto di rappresentazione e di discorso, e i luoghi dell'interscambio sociale aperto, quello cioè al

quale partecipavano in modo indifferenziato esponenti di entrambi i sessi e di diverse età, da cui il

sesso era escluso non solo come pratica e come oggetto visibile ma anche, in linea di principio,

come tema di conversazione. La progressiva caduta delle barriere istituzionali e convenzionali che

separavano le femmine dai maschi è stata nell'insieme uno dei cambiamenti più rilevanti della

dinamica sociale del Novecento nei paesi occidentali. Il libero diffondersi della pornografia è

strettamente connesso a quel modificarsi delle relazioni tra sfera pubblica e sfera privata, e tra i

diversi spazi un tempo separati all'interno sia della vita domestica che della vita sociale extra-

domestica. Il senso e la finalità della separazione tra la sfera dove il sesso era visibile e dicibile e

quelle dove era rimosso stavano da un lato nell'esigenza di frenare o almeno circoscrivere il

desiderio soprattutto maschile, e più in generale di consentire la gestione regolare delle relazioni tra

i sessi in ambito familiare e procreativo; dall'altro e forse principalmente all'intento di preservare la

dissimmetria di potere tra i sessi.

7.1.2.La caduta delle barriere

Lo spazio di dicibilità e rappresentabilità della nudità, degli atti sessuali, di tutto l'universo connesso

all'eccitazione erotica e alla sua messa in scena, si è venuto aprendo, in modo sempre più palese, ma

questa apertura con il suo stesso procedere ha a sua volta vanificato il senso di regole, divieti e tabù.

Da un lato le distinzioni rigide tra spazi della vita e della comunicazione maschile e spazi della vita

femminile hanno lasciato il posto a confini più fluidi, con possibilità crescenti di scambi e

circolazione; dall'altro questo ha reso le residue differenze tanto più intollerabili, producendo una

spinta ulteriore al loro superamento. Diversi aspetti che hanno influito sulla presenza sociale del

sesso e del discorso sul sesso: -l'assurgere delle tematiche sessuale ad area importante e riconosciuta

dal discorso pubblico, anzi propriamente politico; -il rifiuto da parte di un numero crescente di

uomini e donne di tutte le barriere poste in precedenza al turpiloquio e al discorso “realistico” sul

sesso; -il manifestarsi di un nuovo potere delle donne in tutte le sfere del vivere, dalle più pubbliche

alle più intime, cosa che ha favorito la ricerca da parte di molti maschi di forme di rappresentazione

simbolica nelle quali la donne fosse, al contrario, sottoposta e ricondotta al “suo posto”.

L'esplosione della pornografia lecita ha portato con sé altre implicazioni rilevanti: -una separazione

del sesso vissuto dal sesso rappresentato; -l'effetto di banalizzazione in quanto la scomparsa dei

confini riduce la portata dirompente di molte attività considerate in precedenza trasgressive in modo

anche gravissimo; -il formarsi di un mercato con caratteri del tutto peculiari; -è venuta a stabilire,

con il cinema e la televisione, la musica leggera e il fluire dei contenuti in rete, un rapporto esplicito

di complementarità e di reciproca alimentazione.

7.2.La separazione del sesso rappresentato dal sesso vissuto

La pornografia, di per sé, costituisce una rappresentazione disincarnata della vita sessuale.

Attraverso l'intermediazione di un mezzo di comunicazione, che sia libro o rivista, film o gioco, il

sesso viene evocato e messo in scena, per allusioni o in modo più dettagliato, eventualmente fino ai

particolari più sordidi. Si tratta comunque di una rappresentazione.

7.2.1.I media vicari, il potere dei media

Prima la pornografia era prevalentemente rappresentazione ancillare rispetto ad un fatto corporeo,

ora il consumo è primariamente d'immaginazione, e l'eventuale attività fisica ne è il complemento. I

media hanno finito con il pori in mezzo tra l'universo del desiderio proprio della sfera erotica e le

pratiche interpersonali a cui quel desiderio di per sé condurrebbe, con funzione in parte sostitutiva

in parte sviante. Le implicazioni di questo fenomeno sono di portata assai ampia: a. si è arrivati alla

soppressone dei qualsiasi elemento di rischio implicito nel rapporto sessuale, anche il più

mercificato; b. la pornografia attribuisce al consumo mediatico il potere di rispondere in modo

diretto, per quanto deformato, non solo a un bisogno emotivo profondo ma anche a uno fisico e

primario. I media da un lato contribuiscono in modo decisivo a disincarnare il sesso, dall'altro

possono creare l'illusione di un ricongiungimento, per di più nel momento in cui lo si desidera; c.

questi processi valorizzano, e insieme sottopongono a una peculiare pressione, quei media, in

particolare, che a partire dall'invenzione di Daguerre si presentano come dirette riproduzione della

realtà: la fotografia, il cinema,l'immagine elettronica e poi digitale.

7.2.2.La verità fotografica e la funzione esplorativa della pornografia

Nella storia dei media moderni la pornografia ha avuto un ruolo fondamentale di promozione e di

esplorazione dei mercati, in particolare per i mezzi di riproduzione meccanica: questo è avvenuto

per la fotografia delle origini, che ha dato vita a una fiorente circolazione clandestina di immagini

letteralmente “da bordello” fin dai primissimi anni; poi per la stereoscopia, che aggiungeva al

realismo fotografico l'illusione tridimensionalità; poi per il cinema, che dalle origini fino al boom

delle “luci rosse” ha trovato nel porno un mercato parallelo utile tra l'altro alla diffusione dei

proiettori a uso domestico; fino al video, per il quale il sottomercato erotico è stato a lungo in molti

paesi, tra cui l'Italia, il più attivo e redditizio; e quindi all'esplosione del web come canale di

circolazione di ogni genere di immagini e suono prodotti con qualsiasi mezzo. Proprio per questo il

consumo porno è stato, un po' in tutto l'Occidente, la vera killer application dello home video prima,

del web poi.

7.2.3.La prova e il sospetto

La messa in scena, il trucco, l''artificio sono e restano parte dell'esperienza di ogni fruitore di mezzi

meccanici, per cui il realismo della rappresentazione fotografica si intreccia inestricabilmente con il

sospetto di manipolazione. La domanda della pornografia della hard core nasce esattamente da

questa tensione, tra il carattere industriale nella produzione e commerciale nei fini, e la richiesta, da

parte del pubblico, di una prova di realtà, della prova cioè che l'atto sessuale per cui si eccitano

abbia avuto effettivamente luogo, e che i suoi protagonisti siano stati effettivamente coinvolti, se

non sul piano emotivo quanto meno sul piano fisico. Questa prova ha finito con il concentrarsi su un

momento specifico, l'orgasmo maschile, ritenuto, a differenza di quello femminile, difficile da

simulare, mentre in alcuni sottogeneri come il sadomaso punta sulla presentazione diretta e il più

cruda possibile di ferite e contusioni.

7.3.Trasgressione e banalità

C'è un altra tensione più evidente, quella tra l'ampliarsi della sfera del lecito e il bisogno della

persistenza di qualche limite e divieto, comunque da trasgredire. È indubbio però che i divieti

abbiano un ruolo essenziale nella fruizione della pornografia, se non altro per il fatto che

valorizzano le immagini erotiche, rendendole più desiderabili sul piano psicologico e più rare, e

pertanto più pregiate, su quello economico. L'industria pornografica è stata da allora alla continua e

ininterrotta ricerca di aree su cui ancora vigessero divieti, nella speranza di potere, con la violazione

o l'aggiramento dei divieti stessi, stimolare la curiosità di un pubblico ormai sazio di erotismo

“normale”, e di ottenere condizioni privilegiate di mercato, come sempre avviene con le merci

proibite. C'è comunque un problema. Nel corso degli ultimi decenni l'allargarsi dell'area del lecito è

stato tale che gli aspetti della vita erotica considerati ancora in qualche modo “vietati”, o quanto

meno ai margini della legalità, si sono ristretti a pochissimi campi, quasi tutti rientranti nell'ambito

dell'hard core: le forme di erotismo più violente, alcune perversione particolarmente difformi dei

comportamenti “normali”.

7.4.Un desiderio frantumato, un mercato perfetto?

Tra gli aspetti per cui la pornografia ha costituito, paradossalmente, un'avanguardia nell'industria

della comunicazione, oltre alla disponibilità a sperimentare tecnologie ancora relativamente nuove,

vi è in effetti la sua precoce specializzazione: la tendenza non solo a diversificare i prodotti sulla

base delle possibili fantasie erotiche a cui devono andare incontro, ma anche a mettere in risalto le

loro specificità al momento stesso dell'immissione sul mercato, in una sorta di marketing ideale per

cui ogni consumatore cerca e trova solamente il prodotto nel quale sa già o ritiene, di potersi

riconoscere sul piano erotico. Il messaggio della rivista o del video C, paradossalmente, non è tanto

“comprati quello che desideri” ma “compra la perversione che è in te”. La pornografia in quanto

rappresentazione fotografica della vita sessuale frammenta sistematicamente i corpi e gli atti

sessuali non solo in singoli momenti ma in singole “inquadrature”. Una rappresentazione che è

ossessionata dal corpo e dal volto umano come “spazi” da esplorare.

7.5.La pornografia e il sistema della cultura di massa

Il gioco di continuità e complementarità/opposizione tra la pornografia e l'insieme della cultura di

massa è evidente già sul terreno banale ma al solito rilevatissimo della circolazione di trame, storie,

riferimenti. Luoghi, stili, personaggi della comunicazione erotica sono stati ripresi sistematicamente

dalle narrazioni cinematografiche ma anche da un medium che sembrerebbe per definizione

refrattario all'erotismo come la televisione generalista.

7.5.1.Una corrente di opposizione

Per andare più in profondità in tema di complementarità/opposizione possiamo applicare al nostro

tema una straordinaria intuizione contenuta nel saggio di Warshow sul Gangster come eroe tragico:

“anche nell'area della cultura di massa c'è sempre una corrente di opposizione, che cerca di dare

espressione con tutti gli strumenti che riesce a trovare a quel senso disperazione e di inevitabile

fallimento che l'ottimismo stesso favorisce. Generalmente, quest'opposizione è limitata a forme di

espressione grezze o semianalfabete, come il giornalismo scandalistico, alcuni movimenti di piazza

o certe forme di entusiasmo religioso. Il film di gangster è un esempio notevole di questa corrente di

opposizione”. Nella visione sistemica di Warshow la cultura di massa viene realmente accolta dai

suoi destinatari solo se non si limita a imporre un sistema di valori eccessivamente compiuto e

coerente, ma dà spazio anche alle contraddizioni profonde della persona. Possiamo provare ad

applicare all'emergere della pornografia un modello interpretativo analogo, fondato cioè

sull'interpretazione di questa vastissima area “oscura” dei consumi mediatici come controcorrente

rispetto ai valori dominanti della cultura stessa, la rappresentazione prevalente dell'amore fra gli

anni trenta e gli anni sessanta ha mantenuto un precario ma strategico equilibrio tra l'idealizzazione,

ancora, della famiglia quale sola istituzione in cui il sentimento amoroso trovasse il suo sbocco.

Rispetto al mito dell'amore che è al centro della narrazione filmica e televisiva e della canzone, la

pornografia ne è una continuazione e insieme una negazione: “dopo” il bacio si arriva

all'esplorazione dell'incontro corporeo, nella sua perentorietà e insieme nella sua ripetitività e quindi

alla lunga banalizzazione.

7.5.2.Un altro limite superato: lo splatter

C'è stata anche l'esplosione, dentro ma anche oltre la pornografia, del fenomeno dello splatter, la

narrazione dedicata non tanto alla descrizione dell'atto fisico dell'amore quanto alla penetrazione

dentro il corpo umano, quasi a mettere alla prova lo spettatore e insieme a rovesciare il mito

dell'amore in un simmetrico mito dell'odio. Lo splatter può essere considerato il coronamento dello

sguardo pornografico tout court: permette allo spettatore di portare il suo voyeurismo dentro i corpi,

squartati anche per poterli esplorare, dai coroner che da personaggi di contorno del poliziesco

classico sono diventati non a caso, insieme con i serial killer, i protagonisti dell'ultima generazione

di polizieschi letterari e televisivi, fino alle basse macellerie dei fumetti hard da trent'anni in qua.

D'altra parte lo splatter si propone anche come rimedio: non solo e non tanto sul piano dei

sentimenti, quanto soprattutto sul terreno della ricerca dell'assoluto. Oggi è nello splatter che si

cerca non solo il brivido della trasgressione che nessuna pornografia “normale” può più donare, ma

il contatto tra la realtà quotidiana e l'universo metafisico. L'appagamento dello sguardo morboso è

direttamente complementare a una morbosità più profonda e socialmente condivisa: l'ossessione per

il “lato oscuro” come il solo portatore di verità in una cultura di massa percepita come sorridente e

ingannevole, sulle orme del più invasivo tra i generi, la pubblicità.

7.6.La logica della spirale: dinamica della pornografia, dinamica dei media

Ci sono alcuni aspetti che ci fanno vedere in una luce diversa la dinamica complessiva dei media

nel corso del XX secolo, e in particolare degli ultimi quaranta-cinquant'anni della sua storia: a. la

liberalizzazione della pornografia, pur procedendo per gradi in quasi tutti i paesi che ne sono stati

toccati, ha avuto in effetti una portata per così dire ciclica. Nel senso che si è andata continuamente

auto-alimentando, nel senso che ha investito molto presto, non singoli comparti separati e protetti

del sistema dei media, ma il sistema nel suo insieme, nel senso che ha contribuito a modificare l

senso comune in materia di comunicazione, favorendo non solo lo spostamento dei confini tra lecito

e illecito ma anche la caduta o ri-dislocazione di quelli tra pubblico e privato, tra mondo adulto e

mondo infantile, e perfino tra percezione e azione. Questo fenomeno ha prodotto un

disorientamento che è un fattore di divisione profonda nella nostra società, in particolare tra le

persone appartenenti a diverse tradizioni culturali e religiose. b. abbiamo visto come il consumo dei

media sia stato insieme frutto e motore dell'affermarsi del mercato come principio unico di

regolamentazione del vivere sociale. Anche il “ciclone” della pornografia è parte di questo

processo: da un lato esso è frutto dell'aprirsi del sesso, come spettacolo e come discorso, a un

modello di circolazione del tutto libero da controlli pubblici e regolato solamente dall'incontro tra

domanda e offerta, dall'altro lato, ha contribuito a fare penetrare ancora più profondamente la logica

del mercato nella sfera erotica, e ha reso la separazione tra l'area del sesso mercificato e la vita

familiare meno rigida di quanto sia mai stata in passato. c. l'apparente esaltazione del corpo come

contenuto, oggetto di rappresentazione, “valore” quasi autosufficiente, ha come rovescio della

medaglia la riduzione sia del desiderio sia del piacere al più incorporeo dei beni possibili,

l'informazione.

TERZA PARTE. Illusorie evidenze. Sui mezzi e sui messaggi.

Premessa

A cavallo tra la fine del Novecento e l'alba del nuovo secolo, una nuova generazione di media

personali, miniaturizzati e portatili, è stata diffusa per mezzo di grandi compagne di marketing.

I lettori mp3 vengono rappresentati come un ambiente sonoro da costruire ad libitum, per separarsi

dal mondo esterno e per dimenticarsi dello stesso apparecchio che si sta usando. Tanto possono

offrire il massimo di interattività. Ma anche andare avanti da soli, comportarsi come computer o

come apparecchi radio, a seconda delle scelte. E magari presto anche come altre macchine, secondo

la regola della versatilità che è propria dell'attuale universo dei media: telefoni, macchine

fotografiche, agende...

Oltre al design, alla semplicità d'uso e alla facilità di adozione, la promozione di questi apparecchi

si basa soprattutto sulle cifre: decine di gigabyte, ovvero ore e ore di musica, o ancora oltre 10000

canzoni. Ogni generazione trova spesso non solo gradita ma letteralmente inascoltabile la musica

più amata dalla generazione successiva. Un ascolto volontario (quando si aziona un lettore cd o un

walkman), semivolontario (la radio), o addirittura imposto (il cosiddetto muzak che costituisce

l'ambiente sonoro dei supermercati, di molti negozi, o delle sale d'attesa): sono sempre canzonette.

Sono molti e diversi gli elementi di continuità che legano i vari tipi di canzoni: la durata, la

congiunzione prevalente di musica e parole, il predominio della tematica amorosa, la leggerezza che

contrappone l'universo delle canzoni alla musica classica, o colta, o “seria”.

La canzone resiste e ha resistito al cambiamento dei media, anzi dentro il cambiamento perché i

media continua ad attraversarli tutti, o quasi.

Quello che vale per le canzoni vale per esempio per i film: il fatto di attraversare la sala e il dvd, la

tv satellitare e quella via etere, non solo non ha favorito la sua fine, ma al contrario ha consolidato

la sua forma e la sua riconoscibilità.

In un sistema dove vale la regola “dare al pubblico quello che vuole” occorre prima di tutto

standardizzare l'offerta per favorire il riconoscimento del prodotto da acquistare. È anche per questo

che gli standard principali della cultura di massa sono in vigore da decenni se non dall'inizio del

secolo e anche da prima: oltre alla canzone e al film, l'evento sportivo, le cui regole sono nate per la

quasi totalità dei casi tra il 1880 e la Prima Guerra Mondiale, o la notizia giornalistica.

Nessuna di queste forme, nessun di questi generi è “naturale”, sono tutti nati da un processo storico

più o meno radicato nel tempo e nella tradizione; nessuno è destinato necessariamente a durare per

sempre.

Del resto, con l'apparente ovvietà di luoghi comuni si presentano anche i media in quanto tali:

hanno l'”oggettività” propria degli apparecchi tecnici e insieme l'auto - evidenza di intermediari

sociali la cui forza sta nelle pratiche diffuse di milioni di persone.

Non solo i singoli media, in quanto fatto tecnico e sociale, ma anche l'idea stessa di medium e di

media, rischiano di essere percepiti oggi come un dato, se non “naturale”, quanto meno auto -

evidente, e come un fattore autonomo della vita sociale, senza che neppure ci si chieda che cosa

vogliano realmente dire parole come medium e media.

8.Quello che sappiamo (o crediamo di sapere) dei media

8.1.Segni dei tempi

Ci sono, nella cultura di massa, testi che durano nei decenni; a volta la durata si deve proprio alla

loro banalità e, si rende visibile spesso non nel profondo, ma alla superficie della storia.

Era il 1979, il gruppo si chiamava The Buggles. Motivo non ultimo del successo della canzone,

intitolata “Video Killed the radio star”, l'abbinamento con uno dei primissimi videoclip di successo,

proprio mente, nel nuovo mercato televisivo, la programmazione video – musicale si affermava

come genere audiovisivo a sé.

È arrivato il video, cantavano i Buggles, e la radio entra in crisi. Ci ricordavano con i loro versi che

stava cambiando il linguaggio della musica leggera: la canzone non era più sempre e soltanto una

somma di musica e parole ma, sempre più frequente, una realtà triadica, fatto dunque anche da

immagini elettroniche. La canzone non era più confinata a un ambiente ristretto fatto solo o

principalmente di radio e giradischi, ma circolava sempre più rapidamente tra la radio e il walkman,

lo stereo e la televisione.

Dovremmo parlare di “meta-canzone”? Perché no. Quello che è interessante è il fatto che quella

canzone e quel video segnalino l'emergere di un nuovo senso comune.

È dominante la convinzione secondo cui il cambiamento dei media è causa, o addirittura la causa

principale di trasformazione di tutti i generi: nel gusto, nei generi prediletti, nella vita stessa delle

persone. Non più di quindici anni prima della canzone dei Buggles, però, un simile modo di pensare

non solo non era scontato, ma era, al più , ai suoi albori. Quando, nel 1964, apparve Undestanding

Media di Marshall McLuhan, le violente controversie che ne accompagnarono l'uscita e lo stesso

tono profetico che lo studioso canadese dava alle sue asserzioni dimostravano che quel modo di

pensare era ancora nettamente minoritario.

Le trasformazioni del comunicare sono addotte, da trent'anni a questa parte, come spiegazione dei

più diversi fenomeni: l'apatia che si suppone indotta dalla televisione, i comportamenti

delinquenziali che vengono oggi imputati a YouTube, il presunto declino della vita sociale di intere

generazioni a causa del tempo sottratto dal computer e dalle relazioni virtuali mediate dalla rete...

Insomma, tra i lasciti del Novecento i mezzi di comunicazione risultano uno dei più pensati.

Costituiscono al tempo stesso:

− eredità materiali ingombranti e mutevoli;

− motori di una dinamica evolutiva “a spirale”, di una crescita auto- alimentata e irrefrenabile;

− elementi essenziali del modo di pensare, e di pensarsi, degli individui e della società nel suo

insieme: per cui la parola media sempre indicare oggi non tanto una categoria teorica

quanto un'evidenza incontrovertibile, come la realtà stessa degli oggetti che usiamo;

− temi e oggetti non solo di dibattito ma di ricorrenti interventi istituzionali, che se in passato

hanno assunto soprattutto la forma grezza delle azioni propagandistiche, più di recente

vestono i panni più discreti e meno vistosi delle politiche di “incoraggiamento

all'innovazione”.

É all'incrocio tra questi processi e tra questi diversi ambiti (tecnologici, istituzionali, culturali ed

economici) che emerge la “questione dei media”.

8.2.Dentro i media. Una realtà ambigua e stratificata

Siamo sicuri di sapere che cosa intendiamo con il termine “media”?

In effetti, generalmente quando si parla di mezzi di comunicazione si fa prima di tutto un elenco:

più o meno ampio, più o meno motivato, quasi mai completato. Per la grande maggioranza degli

osservatori sono media i soli mezzi di comunicazione di massa (in particolare giornali e televisione,

più di recente Internet), per altri l'elenco si allarga fino a includere i mezzi detti “interpersonali”

(posta, telefonia, messaggerie), altri ancora danno alla parola un significato così ampio da

comprendere tutti gli strumenti utili a porre gli esseri umani in relazione tra loro, tra i quali i mezzi

di trasporto, il denaro, le armi...

8.2.1.Un concetto rudimentale, e potenzialmente ingannevole

Un gran sociologo, Robert K. Merton, in un suo scritto degli anni ottanta ci ha insegnato a

distinguere le categorie teoriche pienamente sviluppate dai “proto – concetti”. Con questa parola,

Merton indica un'idea prematura, rudimentale, non generalizzabile e sostanzialmente non spiegata,

che viene applicata senza che neppure ci si interroghi sulle sue possibili implicazioni. Media è un

proto – concetto, un'espressione utile anzi probabilmente indispensabile ma imprecisa, e almeno in

parte confusiva.

Nei fatti questa apparente evidenza, più che illuminare, nasconde:

− nasconde la stratificazione di significati che ogni medium porta inevitabilmente con sé

− nasconde le tensioni che accompagnano inevitabilmente la comunicazione mediata dagli

strumenti tecnici

− nasconde il processo di trasformazione profonda, materiale ma anche socio – culturale, che

tutti i media stanno attraversando già da almeno due decenni e che incide in profondità sulla


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Media: storia e teoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Ortoleva Peppino.

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