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Prima parte – La spirale della crescita

Il peso dei media

Implacabilità della crescita

La dinamica dei media nel '900 ha in sé un che di inesorabile. Nel corso del secolo, le innovazioni tecnologiche, l'espansione dell'economia capitalistica e le crescenti interdipendenze tra le diverse regioni del pianeta hanno portato a un potenziamento dei media. Si tratta di una crescita prima di tutto quantitativa. Siamo di fronte a uno di quei casi in cui la quantità trascende in qualità, ovvero il peso della crescita è alla base di processi socioculturali tanto più influenti quanto più difficili da notare.

Fino alla ridondanza e oltre: la moltiplicazione dei media

Un primo fenomeno è la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione – basti pensare alla varietà di strumenti disponibili per l'ascolto di musica riprodotta. Il '900 è stato un secolo non solo di sviluppo tecnologico, ma di moltiplicazione delle possibilità, fino a una ridondanza che da un punto di vista strettamente efficientistico potrebbe apparire incomprensibile. Non solo: si sono parallelamente moltiplicati anche i codici, e al linguaggio verbale, orale e scritto, e quello delle immagini fisse si è affiancato quello delle immagini in movimento; si sono ri-articolati i linguaggi musicali, e con internet sono nati ancora nuovi codici basati sull'interattività.

La grande platea

La moltiplicazione delle tecnologie e dei linguaggi disponibili non è solo un aspetto importante della crescita della comunicazione mediatica nel '900. Ma ancora più impressionante è la crescita della diffusione dei media stessi e del loro pubblico, quindi dell'accessibilità complessiva dell'informazione. Pensiamo per esempio agli apparecchi radio. La crescita degli apparecchi ha portato alla crescita del pubblico, che ora ha dimensioni che sarebbero state inimmaginabili all'inizio del secolo.

Crescere comunque

Meno immediatamente evidente, ma di grande rilevanza nella crescita dei media nel corso del '900, è anche la sua relativa indipendenza dai contesti politici. Le innovazioni della comunicazione nei periodi di guerra sono continuate anche nella fase di relativa pace che ha segnato la seconda metà del secolo. Le innovazioni belliche hanno avuto ricadute pacifiche durature, mentre le tecnologie di pace sono state riadattate a scopi bellici. L'introduzione di nuovi strumenti di comunicazione di massa ha trovato terreno fertile tanto in alcuni dei regimi totalitari più feroci della storia, quanto in democrazie caratterizzate dalla massima estensione del suffragio e da un alto grado di partecipazione popolare. La televisione travalica i confini tra totalitarismo e democrazia, come quelli tra sviluppo e sottosviluppo. Lo stesso sta facendo internet, nonostante i freni che alcuni governi cercano di frapporre alla sua diffusione.

La pluralità delle voci

Un altro processo è la crescita degli emittenti. Se confrontiamo la quantità di persone che all'inizio del nuovo secolo erano in condizione di far sentire la loro voce al di fuori dell'ambito ristretto della comunicazione faccia a faccia con quelle che erano in grado di farlo a inizio '900, la crescita risulta sconvolgente. Milioni di persone possono, ogni giorno, pubblicare propri interventi e servirsi di organi personali di comunicazione. Allora invece, tutte le forme di comunicazione erano basate sulla scrittura (e veicolate dalla stampa), la capacità di scrivere non era universale e gli strumenti di stampa erano sotto il controllo di pochi. Nel '900 la diffusione dell'istruzione obbligatoria ha gradualmente dato a una quantità crescente di persone la possibilità di leggere e scrivere; la diffusione del telefono e poi del cellulare ha consentito il contatto simultaneo a distanza; la radio ha consentito un ulteriore moltiplicarsi delle voci; poi internet, con posta elettronica e poi blog, ha fatto il resto.

Le forme di controllo totalitario si rivolgevano a popolazioni dotate di strumenti per farsi sentire, al fine di limitare al massimo le comunicazioni incontrollate e far sì che le masse parlassero all'unisono; il totalitarismo non voleva masse silenziose, ma masse pronte a gridare la loro adesione. Alla lunga, la presa della parola ha prevalso su tutte le resistenze, appropriandosi dei mezzi tecnici e questo è stato il più importante effetto dei movimenti internazionali noti come “68” . Quest'ultimo ha fatto da spartiacque nella storia della comunicazione del '900, e ha aperto la strada ai tre decenni di cambiamento che hanno chiuso il secolo. Tirando le somme, possiamo dire che nel corso del secolo scorso si è avuta una crescita quantitativa in tutti gli aspetti del comunicare: si sono moltiplicati mezzi, fruitori, emittenti e interlocutori; lo sviluppo tecnologico e sociale dei media e della comunicazione sembra aver tratto forza e linfa da tutte le realtà politiche ed economiche del '900. La crescita della comunicazione si è imposta come tendenza profonda del secolo al di là dei progetti dei singoli attori; il processo di crescita ha poi assunto una cadenza inquietante.

Per la critica delle spiegazioni univoche

Una crescita così grandiosa, irrefrenabile e ininterrotta può far pensare a un processo lineare e unitario, riconducibile a un unico fattore; ma lo sviluppo della comunicazione nel secolo scorso è stato accidentato e instabile.

Gli effetti della tecnologia e il determinismo sociologico

La più diffusa tra le spiegazioni dello sviluppo dei media nel '900 è tuttora quella che vede il motore della crescita della tecnologia in quanto tale, secondo la convinzione per cui le innovazioni tecnologiche nascono dalla scienza, dall'ingegnosità dei singoli, o dalla sete di profitto delle imprese. Rispetto a quest'interpretazione dello sviluppo è altrettanto diffusa una posizione liquidatoria, che si basa su un vero e proprio rovesciamento dell'argomento. La tecnologia, si sostiene, è socialmente condizionata – il soggetto determinante è quindi la società che orienta la tecnologia secondo le proprie esigenze. L'errore che accomuna queste due posizioni sta nel non vedere che sia l'innovazione sia l'invenzione stessa sono parte di processi storici complessi e mai riducibili a formule uniche. Va detto però che, mentre la fallacia di base del determinismo tecnologico è ormai riconosciuta, l'interpretazione “determinista-sociologica” resta fortemente radicata nel senso comune.

Oltre il funzionalismo: da Lamarck a Darwin

L'idea di una corrispondenza tra fenomeni sociali ed esigenze palesi o latenti richiama la linea del lamarckismo; l'idea di una tecnologia che si mette a disposizione della società quando e perché questa manifesta una certa esigenza implica un analogo intervento provvidenziale, della società stessa, interpretata come motore onnipotente della propria vita materiale e culturale. In chiave evoluzionistica, non lamarckiana, non possiamo parlare di una domanda sociale, ma di una molteplicità di esigenze che muovono alla ricerca di ciò che può soddisfarle; ma è un processo complesso, non lineare. La storia dei media può raggiungere la sua piena maturità come strumento di conoscenza solo se e quando saprà riconoscere la complessità e la varietà di questi fenomeni.

Media e modernità

Un altro tipo di interpretazione univoca può essere individuato in una lettura a carattere periodizzante che si è affermata negli ultimi anni, e che vede nel XX secolo il culmine di un complesso di fenomeni culturali, sociali e psicologici raggruppati sotto l'etichetta di “modernità”. Autori diversi hanno proposto interpretazioni secondo le quali le nuove tecnologie del comunicare contribuirebbero inevitabilmente a imporre punti di vista “moderni” sul paesaggio e sulle relazioni interpersonali, e addirittura sull'universo sensoriale nel suo complesso. La tesi che vede lo sviluppo dei media come parte e motore della modernità non ha molto di nuovo e non spiega nulla. Il generico nesso tra media e modernità può acquistare davvero senso dal punto di vista storico solo a una condizione: che lo si smonti in una serie di processi concretamente verificabili, quelli che legano lo sviluppo dei media moderni con l'individualismo, l'industrializzazione e il trionfo del mercato.

Il potere dei media

Comunicare per influenzare, comunicare per comandare

Un altro modo di pensare molto diffuso connette lo sviluppo dei moderni mezzi di comunicazione alle esigenze di un sistema di potere, che non può limitarsi all'uso della forza, e che deve costruire consenso nelle menti dei dominanti. La teoria critica della scuola di Francoforte riconduce i mezzi di massa essenzialmente all'apparato di dominio politico-economico: dominio finalizzato, per un verso a manipolare le menti a fini commerciali, per un altro a far cadere nell'individuo le difese nei confronti delle ideologie totalitarie che la tradizione liberale e socialista avevano alimentato. Così, alcuni dei fondatori dei cultural studies riconducono la forza e la crescita dei media alle esigenze di egemonia dei ceti economicamente dominanti. Secondo queste interpretazioni, lo sviluppo della comunicazione di massa è parte integrante del processo di perpetuazione del potere politico e economico attualmente esistente: cosa che non necessariamente esclude il prodursi di tendenze impreviste e contraddizioni socioculturali che possono essere utilizzati a fini di eversione del sistema dominante. Che il controllo dei mezzi di comunicazione implichi un potere di influenza è cosa evidente sin dai primordi della modernità, e il bisogno di tenere a freno tale potere è una delle motivazioni più convincenti che siano state addotte in favore della libertà di stampa.

Una varietà di poteri

L'esperienza del '900 sembra dimostrare che dobbiamo parlare di un campo di tensione tra diversi soggetti e diversi strumenti di condizionamento, molteplice e interattivo, dei singoli e dei gruppi; alla luce della storia dobbiamo ragionare su un quadro di conflitti e condizionamenti in cui i diversi mezzi di comunicazione sono di volta in volta strumento e orizzonte.

  • Propaganda – Il primo dei poteri dei media è apparentemente il più ovvio: quello che ne fa uso per ottenere una diretta influenza sui comportamenti politici della cittadinanza. I media in questa accezione si presentano soprattutto come strumenti di propaganda, capaci di agire direttamente sui modi di pensare delle popolazioni. Anche quando un'influenza è generalmente riconosciuta risulta difficile interpretare i meccanismi concreti del suo operare, al di là della brutale imposizione di un monopolio totale sulla comunicazione e dell'uso massiccio di rituali di coinvolgimento di tipo sacrale.
  • Capitale simbolico – La funzione di diretta propaganda rischia di mettere in ombra un altro aspetto del rapporto media-potere. È la funzione che il controllo dei maggiori media ha nel segnalare le posizioni che i diversi soggetti occupano nella mappa dei poteri. I media “occupati” sono il moderno equivalente di uno spazio adibito ai grandi riti del potere: dove il contenuto veicolato e la loro vera o supposta accettazione da parte del pubblico contano relativamente poco rispetto al dato in sé. I mezzi si presentano come un capitale simbolico, e ciascun potere più che di promuoverli sembra preoccuparsi di assicurarsene il controllo.
  • Distribuzione di redditi e posti – La comunicazione è anche un settore economico di rilievo. Fin dall'inizio del secolo scorso singoli, famiglie e intere comunità hanno affidato le proprie speranze di mobilità sociale proprio alle industrie della comunicazione. Il potere dei media è anche possibilità di offrire impiego e di creare così forme di dipendenza clientelare. Ma si tratta per molti versi di un potere parassitario più che propositivo, che usa i media per fini esterni più di quanto sia in grado di promuoverli o di condizionarne le linee di evoluzione.
  • Un potere in sé? – I media esistenti in un certo paese in una fase storica contribuiscono in modo consistente a definire la collettività, a fissarne i confini, a rappresentare la rete dei rapporti sociali - “geografia dei media”.

Tutti e quattro i livelli di intreccio tra i media e i diversi poteri che agiscono nelle società moderne evidenziano una dialettica complessa; mettono in luce l'esistenza di un'azione dei media nel sociale, ma anche la povertà delle nostre conoscenze sul modo in cui questa azione ottiene i suoi effetti.

La comunicazione non basta mai

Spiegare la crescita: processi che si autoalimentano

Per spiegare la rapida crescita della comunicazione prendiamo alcune premesse di base e ipotesi da dimostrare: 1) una situazione storica non può limitarsi a interpretare la crescita in quanto tale, ma deve spiegare anche il suo andamento; 2) sebbene univoca nei risultati finali, la crescita dei media è il frutto della convergenza tra molte e distinte linee di sviluppo, della tecnologia e dell'economia, delle relazioni internazionali e interpersonali; 3) la crescita di cui parliamo ha carattere non solo incessante ma cumulativo: questo deve indurre a chiederci se essa non derivi da un processo che si autoalimenta. Diversi aspetti e tendenze propri della società contemporanea favoriscono al tempo stesso sia la nascita di nuovi canali di comunicazione, sia una domanda ulteriore di media; si tratta di un processo di crescita che non solo non tende automaticamente a esaurirsi, ma al contrario tende a riprodurre se stesso moltiplicandosi man mano.

La comunicazione e le reti

L'analisi dei fattori di crescita della comunicazione comincia da un fenomeno apparentemente tecnico, ma che prova meglio di qualsiasi altro l'inscindibilità di tecnologia e vita socioculturale. Una delle tesi più suggestive sulle origini e lo sviluppo della società dell'informazione è stata enunciata da Beninger – secondo lui, a partire dalla metà dell'800 il bisogno di strumenti di comunicazione potenti e affidabili è venuto crescendo in proporzione diretta con la complessità delle attività produttive. La società moderna si affida sempre più a organizzazioni di tipo sistemico e questo rende indispensabile la presenza e l'uso di strumenti che connettano tra loro i diversi punti dei sistemi stessi al fine di massimizzare i risultati attesi dalle loro interazioni e di evitare per quanto possibile le disfunzioni che in un'organizzazione reticolare possono derivare dall'imperfetto coordinamento. Man mano che crescono le possibilità di interconnessione, i sistemi si allargano e si radicano in tutti gli aspetti della vita sociale, si diversificano, articolano e “allungano”.

In sintesi, le tecniche di comunicazione, secondo Beninger sono strumento insieme difensivo e adattivo di società che divengono man mano più simili a organismi viventi. Le sue tesi contengono almeno due importanti elementi di verità: da un lato ci ricordano che siamo di fronte a un processo di sviluppo di lunga durata, dall'altro evidenziano la relazione esistente tra sviluppo della comunicazione e crescita delle reti.

Mentre la prima rivoluzione industriale aveva assegnato il ruolo centrale nella produzione alla macchina, a partire dalla seconda rivoluzione l'apparato produttivo e la vita sociale sono stati caratterizzati in modo via via più accentuato dalla presenza di reti. Reti che si sono imposte, prima come strumenti per la produzione, poi come aiuto alla vita quotidiana, per divenire supporti indispensabili della vita. La crescita di un'organizzazione sociale ed economica a carattere sistemico ha portato con sé la domanda di strumenti di comunicazione rapida ed efficiente che la “innervassero”, d'altra parte, lo sviluppo di tali mezzi ha favorito non solo la crescita delle singole reti ma l'estensione di modelli sistemici ai diversi aspetti della vita sociale, fino a quando la rete “intelligente” si è presentata come la sola possibile forma razionale di organizzazione.

Media ed economia di mercato

Accanto allo sviluppo dei grandi sistemi tecnici, altri processi hanno attraversato il secolo con un'analoga dinamica autopropulsiva: in primo luogo l'imporsi del mercato come forma organizzativa dominante dell'intera vita sociale. Vive di comunicazione e la alimenta.

Una necessità reciproca

La simultanea comparsa (nelle città europee del '700) dell'economia di mercato in una forma relativamente moderna e del medium “informativo” per eccellenza – il giornale di notizie – è ormai accolta come non casuale. La storia dei due secoli successivi conferma che l'economia richiede e favorisce lo sviluppo di mezzi di comunicazione rapidi e affidabili. D'altra parte la crescita di mezzi ha a sua volta promosso l'affermarsi del mercato in tutti i campi dell'esistenza. Es.: gli anni successivi alla crisi del '29 sono quelli del broadcasting radiofonico e della sperimentazione della tv, del rotocalco, del cinema sonoro e a colori, che avrebbero poi fatto insieme da testimoni e da traino al trionfo mondiale dell'economia di mercato nel modello statunitense.

La crisi degli anni settanta e le sue conseguenze

Questo modello di consumi e di comunicazione sarebbe venuto a cadere con la crisi dei primi anni '60 – crisi petrolifera, in realtà punto di incontro ed esito di processi di più ampia portata. A partire dalla crisi degli anni '71-80, l'informazione sembra avere affiancato e in parte sostituito l'energia come fluido portante della...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca.serani di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e tecnica della comunicazione pubblica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Palumbo Raffaele.
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