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Piano di ammortamento di un mutuo

La banca vuole sapere qual è l'ammontare della quota di ammortamento e qual è l'aliquota, facente parte

della quota di ammortamento, l'aliquota complessiva che corrisponde alla somma di tutti gli interessi che

sono nel frattempo maturati sul capitale iniziale. Vuole inoltre sapere di anno in anno a quanto ammonta il

debito che man mano il soggetto ha restituito all'istituto di credito e quanto è il debito residuo. A tal fine

quindi introduciamo il piano di ammortamento del mutuo.

Esistono diverse tipologie di piano di ammortamento: quella attualmente utilizzate in Italia e

“l'ammortamento alla francese” esiste anche un ammortamento all'italiana ma viene quasi mai utilizzato.

La quota di ammortamento si mantiene costante nei vari anni e come già detto è pari alla somma di una

quota capitale più una quota interessi.

Quindi la quota di ammortamento alla francese rimane costante mentre al variare saranno la quota

capitale è la quota interesse. Invece “nell’ ammortamento all'italiana” è la quota capitale a rimanere

costante di conseguenza la quota di ammortamento (ovvero la rata) da pagare varia nel corso degli anni.

ESEMPIO

DATI = 100000 euro

r= 10%

n=5 anni

Anno Debito Debito Capitale

restituito residuo

0 0 100000 =

1 26380 16380 10000 16380 83620 =

2 26380 18018 8362 34398 65602 =

3 26380 19819 6561 54217 45783 =

4 26380 21801 4579 76012 23793 =

5 26380 23982 2398 100000 0 =

Tot 131900 = 100000 + 31900

ANNO 1 si mantiene cstante perché le annualità sono posticipate

(1)= q=1+r o

binomio di interesse montante unitario

Debito restituito=

Debito residuo=

ANNO 2

(1)=

Debito restituito (2)=

Debito residuo= (2)f

A cosa serve il piano di ammortamento di un mutuo? Serve per capire:

- qual è l'importo monetario che il soggetto debitore deve versare annualmente al soggetto

creditore;

- qual è l'aliquota anno per anno di capitale iniziale che il soggetto debitore versa al soggetto

creditore e questa aliquota è variabile cioè aumenta all'aumentare del numero degli anni

- quali sono gli interessi di volta in volta relativi a ciascun anno che sono decrescenti con

l’aumentare del numero di anni.

- alla fine alla banca interessano le ultime due colonne cioè interessa sapere quanti soldi

rientreranno ogni anno e qual è il debito cioè quali sono gli importi da versare affinché si abbia un

debito residuo pari a zero.

OSSERVAZIONE. La formula della quota capitale coincide con la formula della quota di reintegrazione

BILANCIO AZIENDALE

Il bilancio aziendale è il documento fondamentale della contabilità generale di una azienda dove per

contabilità generale si intende tutto quell'insieme di operazioni di carattere economico finanziario che

si instaurano tra l'impresa e altri soggetti economici che possono lavorare sia all'interno dell'impresa

che all'esterno della stessa.

La contabilità generale è composta da diversi documenti: il principale documento è appunto il

bilancio. A sua volta il bilancio aziendale è composto da tre documenti principali che sono:

 

lo stato patrimoniale grandezze fondo (stock= insieme di materie prime, insieme dei macchinari,

)

degli impianti di produzione, degli appartamenti

 

il conto economico grandezze flusso

 la nota integrativa

LO STATO PATRIMONIALE

Lo stato patrimoniale fa riferimento a quella tipologia di ricchezza che abbiamo definito precedentemente

ricchezza patrimonio cioè attraverso lo stato patrimoniale l'operatore che redige il bilancio può sapere a

quanto ammonta la ricchezza dell'azienda accumulata fino all'anno di essere esercizio che stiamo

analizzando. Quindi rappresenta la stima, in termini di valore, di tutti i beni posseduti, accumulati,

accantonati dall'impresa a partire dall'anno in cui si è costituita come tale fino ad un determinato istante

temporale che è l’anno di esercizio (anno attuale di produzione dell'impresa, l’anno dell'ultimo ciclo

riproduttivo dell'impresa). Quindi facciamo riferimento sia al capitale fisico che indifferenziato. Tutte quelle

cose che appartengono allo stato patrimoniale vengono definite come grandezze di fondo o stock: cioè

stiamo parlando di “insieme” come le materie prime, insieme dei macchinari, degli impianti di produzione,

degli appartamenti posseduti dall’impresa. Però ci riferiamo anche a quelle che sono delle voci di passività,

cioè delle voci in cui valore anziché essere positivo è negativo. Infatti l’equazione fondamentale per lo Stato

patrimoniale è la seguente:

ATTIVITA’= PASSIVITA’ + CAPITALE NETTO (o capitale patrimonio netto)

L'attività rappresenta l'insieme riferito al valore di tutti i beni posseduti dall'azienda quindi sono termini di

valore positivi. Le passività invece rappresentano i termini negativi infine il capitale netto non è altro che

un termine di accumulo e lo possiamo ottenere come differenza tra le attività e le passività.

Attività passività e capitale netto possono essere classificati ed esistono in realtà due classificazioni perché

le passività non hanno classificazioni le attività le posso classificare in base alla loro maggiore o minore

propensione ad essere convertiti in moneta. In base a questa attitudine le attività le posso classificare in

(Sono state scritte in ordine decrescente da quelle che sono più facilmente convertibili in moneta a quelle

che sono più difficilmente convertibili in moneta):

- liquidità Non sono altro che ho soldi presenti sul conto corrente dell'impresa (appunto liquidità)

.

oppure dei crediti che un’impresa vanta nei confronti di altri soggetti i quali non solo per l'appunto

proprietario dell'impresa e che si ritenga che questi crediti vengano restituiti nell'anno di esercizio.

- Disponibilità. Facciamo riferimento a quelli insieme di beni non immediatamente convertibili in

termini monetari cioè le disponibilità sono quei beni che prima di essere convertiti devono subire

un certo processo di deformazione di trasformazione ad esempio le materie prime per l'appunto

devono essere innanzitutto lavorate veri subiscono un processo di trasformazione che può essere

chimico fisico meccanico anche spaziale modale in alcuni casi a seguito della trasformazione

otteniamo dei beni o dei servizi finali che sono pronte ad essere commercializzate e quindi al essere

venduti una volta venduti questi beni finali abbiamo la conversione in via indiretta delle materie

prime in valore monetario

- Immobilizzazioni. Per immobilizzazioni, come ci suggerisce la parola, si intende tutto ciò che è

immobile, che difficilmente può essere trasferito in altro luogo. Le immobilizzazioni a loro volta si

classificano in:

 Materiali. Sono i capannoni industriali, gli impianti di produzione, i suoli sul quale

giacciono gli immobili, gli appartamenti di proprietà dell’impresa. Tuto ciò che

rappresenta la classe dei così detti beni immobili.

 Immateriali. Sono quella immobilizzazioni che sono definite intangibili: capitale

intangibile, ovvero tutto ciò che ha un valore, innanzitutto che è definibile come capitale

cioè una ricchezza non destinata ad un consumo diretto ma destinato alla produzione;

tuttavia non la posso toccare con mano. Ad esempio la corporate personality (personalità

dell’impresa) una caratteristica che non posso toccare con mano, però è un capitale, ha

un valore. Si intende l’immagine che traspare dell’impresa. Un altro esempio è quello

relativo alla brand identity ovvero come l’impresa vuole apparire nei confronti dei

consumatori, dei finanziatori, dei suoi impiegati. La corporate image è l’immagine che gli

altri soggetti (consumatori, impiegati…) hanno dell’impresa. un altro esempio il concetto

di brand di marchio, di logo, che è il capitale immateriale per eccellenza che è

normalmente quotato in borsa e quindi genera reddito. un altro esempio è il know how in

termini di tecnologia, l’insieme di tutti i brevetti di un’impresa.

 Finanziarie Intendiamo o partecipazione dell'impresa con altre imprese oppure quei

crediti e soggetti terzi hanno nei confronti dell'impresa i quali però si ritiene non vengono

restituiti nell'anno di esercizio e in questo si differenziano in caso di liquidità.

Le passività rappresentano in termini di valori importi monetari negativi e sono i debiti che l'impresa ha nei

confronti degli altri soggetti economici per i debiti che l'impresa ha nei confronti di coloro i quali non sono

proprietari dell'impresa stessa ovviamente se l'imprenditore ha debiti con un suo socio questo debito non

va considerato inserito tra le passività.

Il capitale netto è dato dalla differenza tra attività e passività anche in questo caso abbiamo un

classificazione del capitale netto:

- Capitale sociale. Rappresenta l'insieme di quelle somme monetarie messe da parte dai soci

dell'azienda nel momento in cui viene costituita l'azienda stessa. Questa somma non è destinata

all'acquisto di materie prime, di macchinari, i beni indispensabili per far funzionare l'impresa ma è

semplicemente una sorta di “tesoretto” che per legge va costituito nel momento in cui decidiamo

di aprire un'impresa e non è destinato alla produzione.

- Riserve. L'insieme di tutti i profitti, di tutti gli utili che l'impresa ha accumulato nel corso degli anni

quindi nei precedenti anni di esercizio e che però non ha speso per l'acquisto di materie prime, di

forza lavoro o per l'acquisto di altre forme di beni e servizi.

- Utile di esercizio. E’ appunto l'utile o profitto che fa riferimento all'anno di esercizio cioè all'anno

per il quale stiamo redigendo il bilancio. L'utile di esercizio deriva dalla buona gestione

dell'impresa. E’ molto importante perché è l'anello di congiunzione tra il primo documento

fondamentale del bilancio aziendale e il secondo documento fondamentale che è il conto

economico.

IL CONTO ECONOMICO

Il conto economico non fa riferimento alla ricchezza patrimonio ma alla richiesta reddito ossia al valore di

tutti i beni e servizi posseduti dall'impresa in riferimento soltanto all'anno di esercizio. Per questo motivo

rappresenta una cosiddetta grandezza flusso.

Equazione fondamentale del conto economico:

La sommatoria iesima dei ricavi meno la sommatoria iesima dei costi pari all’ utile di esercizio ecco perché

quest'ultimo è l'anello di congiunzione fra due documenti: perché l'utile lo posso calcolare come differenza

tra la sommatoria dei ricavi e la sommatoria dei costi.

Generalmente i ricavi sono il prodotto della quantità di bene iesimo venduto dall'impresa per il

prezzo di quel bene .Tuttavia talvolta questa quantità e funzione del prezzo tranne nel caso in

cui andiamo a considerare forma di mercato particolari quali la “concorrenza perfetta” e in questo caso la

quantità risulta indipendente dal prezzo (non è funzione del prezzo) ma generalmente nelle forme di

mercato reali, e quindi non nei casi ideali, abbiamo questa volta la quantità che dipende dal prezzo (la

quantità di bene domandata e quindi acquistata dai consumatori).

Invece costi sono al che si funzione della fine della quantità.

L'utile lo possiamo chiamare in vari modi: in termini di tornaconto o profitto. Bisogna fare una precisazione

in quanto l'utile può essere positivo o negativo: se i ricavi risultano essere superiori ai costi abbiamo un

utile positivo in questo caso parliamo di tornaconto positivo o di profitto se invece di cavi sono inferiore ai

costi l'utile prende il nome di tornaconto negativo o perdita.

Esistono vari classificazioni dei bilanci. La prima distingue bilanci in:

- bilanci interni. Sono quei bilanci che vengono redatti in via ufficiosa dagli amministratori delle

imprese, dall'imprenditore, dai manager e quant'altro: mi servono semplicemente per capire qual è

l'andamento in termini economici dell'azienda in un determinato anno di esercizio. Seguono delle

regole interne, arbitrarie dell'impresa e in queste si differenziano dai:

- bilanci esterni o civili. Questi seguono delle regole ferree precise perché soprattutto per quanto

riguarda le grandi società e le grandi imprese ad esempio società per azioni cioè quelle società che

sono copiate quotate in borsa.Gli azionisti hanno interesse a capire se quell'impresa sta andando

bene sul mercato e quindi questi risultati vengono pubblicati sui maggiori quotidiani nazionali, sulle

maggiori riviste economiche nazionali, sui siti web di interesse economico e finanziario essendo

quindi i bilanci pubblici devono seguire delle regole che sono uguali per tutte le imprese.

- bilanci fiscali. Seguono delle regole stabilite dal fisco: l'obiettivo di questi bilanci è quello di

calcolare tributi che l'impresa deve dare allo Stato e quindi seguono delle regole stabilite dal

Ministero dell'economia e della finanza: in base a quello che viene fuori da questi bilanci vengono

calcolate quelle che risultano essere le imposte che l'impresa deve versare allo Stato per il fatto che

quest'ultimo offre dei servizi all’impresa (strade, mezzi di comunicazione, la sanità, l’istruzione…).

La seconda classificazione è quella che suddivide i bilanci in:

- bilanci preventivi. Vengono redatti all'inizio dell'anno di esercizio

- bilanci consuntivi. Vengono redatti alla fine dell'anno di esercizio.

La differenza dei due sta nel fatto che i bilanci preventivi essendo all'inizio dell'anno rappresentano un

modello di strategia economica e finanziaria dell'impresa quindi quei prezzi, quelle quantità, quelle voci di

costo che non sono reali sono il frutto di una serie di previsioni sulla base dei preventivi degli anni

precedenti. Invece bilanci consuntivi riportano dati, voci di costo certi.

Un’altra classificazione è quella che divide i bilanci in:

- bilanci ordinari. Sono redatti dall'impresa in normale stato di funzionamento.

- bilanci straordinari. Vengono redatti nel caso in cui l'impresa non si sa non si trovi in una normale

condizione di funzionamento. Ad esempio i bilanci straordinari vengono redatti in caso di cessione

di impresa, cioè l'impresa passa da un proprietario all'altro; nel caso di fusione di impresa, cioè di

accorpamento di più imprese; nel caso di scissione di un'impresa in più sotto imprese più piccole;

ma, anche, nei periodi di vita particolari dell'impresa: ad esempio la fase di avviamento dove

ovviamente non produrrà a pieno regime oppure nella fase di liquidazione per la parte finale del

ciclo di vita dell'impresa. In questi casi particolari si redigono dei bilanci straordinari cioè dei bilanci

specifici per ciascun gas caso.

Il bilancio ai fini estimativi ha due caratteristiche:

- può essere un bilancio preventivo cioè non è un bilancio consuntivo perché facciamo una

previsione in merito all'andamento dell'impresa nell'anno che sta per iniziare la

- si parla anche di bilancio conguagliato e non è altro che una naturale conseguenza della prima

caratteristica. Per redigere un bilancio a fine estimativo devi innanzitutto prendere i dati relativi agli

ultimi anni, dopodiché devo fare una media dei risultati e nel fare la media di questi eventualmente

devo andare a scartare quei dati che ritengo poco significativi (questo vuol dire conguagliare).

PRECISAZIONE. L'azienda è diversa dall'impresa. L'azienda non è altro che l'insieme di tutti quei beni e di

tutti questi servizi organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa o in altri termini è l'insieme dei

fattori di produzione che l'imprenditore organizza quindi non è altro che l'entità fisica. L'impresa invece è

l'azienda in gestione ed essendo così si viene a configurare quale entità economica. In particolare le

imprese sono le aziende in gestione ed è particolarmente caratterizzata da un soggetto economico che è di

imprenditore.

EQUAZIONE FONDAMENTALE DEL BILANCIO AZIENDALE

Produzione lorda vendibile=reddito (o beneficio fondiario)+ interessi + salari + stipendi + imposte + spese varie +

quote tornaconto

L'equazione del bilancio aziendale non è altro che una forma alternativa di scrivere l'equazione del conto

economico non coincide proprio alla lettera però c'è una certa verosimiglianza tra le due in termini

concettuali.

Produzione lorda vendibile: rappresenta la somma del valore di tutti i beni e servizi finali prodotti

dall'impresa in un anno di esercizio (attenzione che non è la somma dei beni e dei servizi ma del valore di

quest'ultimi). La produzione lorda vendibile non è una produzione totale: ESEMPIO stiamo redigendo in

bilancio per quanto riguarda una raffineria all'interno di questo si produce del carburante. Ora quando io

vado ad analizzare la produzione lorda vendibile non mi riferisco al valore di tutto il carburante prodotto in

un anno dall'impresa ma vado a sottrarre il valore relativo a quella quota parte di carburante che il

venditore utilizza per movimentare i carrelli, che utilizza per far muovere i macchinari: quindi mi riferisco al

valore di quei beni che sono suscettibili ad essere venduti Inoltre è una produzione vendibile e non venduta

perché non è detto che tutti i beni che l'impresa produce vengono tutti venduti e quindi acquistati, cioè

consideriamo anche quella che non è detto che venga venduta ed è qui che sta la differenza abissale con i

regalini ricavi.

Ricavi: Non sono altro che il prodotto della quantità di bene domandata, acquistata e disponibile per il

prezzo unitario di quel bene. Ecco perché ci sono cose simili ma anche differenze abissali. I ricavi sono

concettualmente assimilabili con la produzione lorda vendibile ma i ricavi non sono considerati quei beni

che sono rimasti invenduti tranne ovviamente quelli impiegati nel ciclo produttivo.

Voci di reddito: il reddito, gli interessi, i salari, gli stipendi, le imposte e il tornaconto. Le voci di reddito non

sono altro che i compensi spettanti ai principali attori economici che interagiscono con l'impresa ( i

compensi che spettano ai principali attori economici che entrano in gioco nella produzione). in particolare il

reddito è il compenso spettante al proprietario del capitale fondiario detto anche semplicemente

proprietario fondiario: quest'ultimo è il proprietario del suolo sul quale è stato costruito l'impianto ma

anche dell'impianto, nei capannoni, di tutto ciò che è immobile e che viene sfruttata dalle imprese. Non è

detto che il proprietario fondiario coincide con la figura dell'imprenditore e l'imprenditore è semplicemente

colui il quale decide di produrre un determinato bene, sceglie la strategia da adottare, che coordina quelle

che sono le mansioni degli altri attori. Il compenso spettante (reddito) al capitale fondiario è ad esempio un

canone di collocazione quindi non è altro il fitto che viene pagato al proprietario di un terreno, di un

impianto, di un capannone, di un bene immobile ecc…

Beneficio fondiario: parliamo di beneficio fondiario quando ci riferiamo alla azienda agricola quando

invece ci riferiamo all'azienda classica a prendere semplicemente il nome di reddito.

Gli interessi: sono il compenso spettante al proprietario del così detto capitale di esercizio detto anche

semplicemente il capitalista ovvero colui il quale presta somme di denaro all’ imprenditore per avviare

l'impresa, per acquistare le materie prime, per acquistare la forza lavoro e quant'altro.

Il salario: È il compenso spettante al lavoratore manuale ad esempio gli operai.

Lo stipendio: il compenso spettante al lavoratore intellettuale: impiegati, ragionieri, avvocati…

Le imposte: sono il compenso spettante allo Stato. Lo Stato anche se non lavora come gli altri attori

economici all'interno dell'impresa, tuttavia prende indirettamente parte alla produzione in quanto offre

servizi indispensabili senza dei quali non può avvenire alcun tipo di produzione. Quindi le imposte non sono

altro che il compenso che l'imprenditore paga allo Stato per il fatto che quest’ ultimo gli offre l'assistenza

sanitaria, l'assistenza scolastica, infrastrutture, strade, ponti e quant’altro.

Il tornaconto è il compenso spettante all'imprenditore e dipende dalla gestione che l'imprenditore fa

dell'impresa. Naturalmente quando abbiamo tornaconto positivo parliamo di profitto quando abbiamo un

tornaconto negativo parliamo di perdita. Il tornaconto è proprio l’utile.

Spese varie possiamo avere diverse voci di spesa:

- spese per consulenze: ad esempio ho bisogno di un commercialista, di un avvocato, di un tecnico

esterno all’impresa impresa.

- spese per servigi extra aziendali. Esempio per accedere alla mia impresa ho una siepe:

naturalmente in alcuni periodi dell'anno avrò bisogno di un giardiniere che taglia la siepe e quindi

non posso considerare questa spesa come spesa relativa alla voce salario perché non è un

operatore che apporta un intervento per la produzione.

- spese per utenza cioè spese per acqua luce e gas e quant'altro (per i servizi idrici ed elettrici prima

si faceva si pagava allo Stato ora si paga a società private).

Quindi le spese varie non sono inquadrabili come compensi economici cioè non sono fasce di reddito sono

tuttavia quale voce di costo.

Quote. Le quote si classificano in:

- quote di ammortamento. Per quote di ammortamento ricordiamoci che ci riferiamo alle quote di

reintegrazione della matematica finanziaria cioè in questo caso la quota di ammortamento

rappresenta quell'importo monetario che metto da parte annualmente per rinnovare un capitale

all'ennesimo anno. Invece le quote di ammortamento della matematica finanziaria le troviamo

nella voce di interesse.

- quote di manutenzione

- quota di assicurazione

L'equazione fondamentale del bilancio aziendale può essere iscritta anche esplicitando il tornaconto:

equazione del tornaconto

BILANCIO AZIENDALE

FATTORI DI PRODUZIONE. Sono l’insieme di quei beni e di quei servizi di input, cioè in ingresso nel sistema

produttivo che subiscono una trasformazione che al seguito di questa trasformazione vengono convertiti in

beni o servizi di output, cioè beni e servizi finali pronti ad essere commercializzati e quindi ad essere

venduti. Secondo l’economia classifica (1600-1800) questi sono 3:

- FATTORE PRODUTTIVO TERRA. Consiste nell’insieme del suolo più tutte le risorse naturali

disponibili su quel suolo (acqua, pendenza, fertilità ecc…). Tanto è vero che il fattore terra lo

possiamo chiamare anche come fattore produttivo risorse naturali. Questo viene anche detto

fattore produttivo originale non incrementabile: originale perché la disponibilità di suoli nel nostro

pianeta è nato insieme al nostro pianeta; è non incrementabile perché ovviamente non assistiamo

alla creazione di nuove terre.

- FATTORE PRODUTTIVO LAVORO. Si intende qualsiasi contributo, lavoro da parte dell’uomo di

carattere manuale ed intellettuale. Inoltre è definito come fattore produttivo incrementabile

perché possiamo incrementare il numero dei lavoratori o diminuirlo tramite assunzione e

licenziamento. Ma anche in termini più generali la quantità di forza lavoro disponibile può essere

controllato dallo Stato attraverso il controllo delle nascite (crescita demografica).

- FATTORE PRODUTTIVO CAPITALE. Qualsiasi ricchezza prodotta e sottratta al consumo per essere

destinata alla produzione. Quindi ci riferiamo a quei beni e quei servizi che non vengono utilizzati

per soddisfare un’esigenza ma vengono utilizzati ai fini produttivi. Il capitale ha due classificazioni:

 Di natura tecnica.

 Capitale fisso (a fecondità ripetuta): insieme di quei beni che

possono essere utilizzati per più cicli produttivi (un macchinario,

l’impianto produttivo, il capannone ecc…).

 Capitale circolante (a fecondità semplice) ci riferiamo all’insieme di quei

beni che possono essere utilizzati per un unico ciclo produttivo (materie

prime).

 Di natura economica

 Capitale fondiario. Ci riferiamo sia al suolo sia tutto ciò che stabilmente è

investito su di esso (suolo, impianti produttivi, sede dell’impresa, sistemi

di illuminazione, parcheggi interni…). Ciò lo differenzia dal fattore

produttivo terra dove per suolo intendiamo proprio “la terra”.

 Capitale di esercizio. Si intende tutto ciò che non è capitale fondiario

cioè l'insieme delle liquidità ovvero degli importi monetari tenuti dal

soggetto capitalista ma anche l'insieme tutti quei beni e quei servizi che

non sono stabili, che non sono beni immobili (le materie prime, i

macchinari).

 Capitale di scorta. Ci riferiamo a quei beni che non sono

predisposti ad essere utilizzati immediatamente ma

possono essere utilizzati in un momento successivo

o Scorte vive. Ci riferiamo soprattutto nel caso di

aziende agricole agli animali.

o Scorte morte. Ci riferiamo alle materie prime più

i macchinari.

 Capitale di anticipazione. E’ la somma di quegli importi

destinati per il pagamento degli interessi passivi quelle

somme monetari messe da parte al fine del pagamento

degli interessi a colui il quale ha prestato i soldi all’ impresa.

Di recente sono stati aggiunti altri due fattori che vanno ad aggiungersi ai primi tre:

- L’ORGANIZZAZIONE IMPRENDITORIALE [ È l'insieme di tutte le attività (insieme di servizi)

svolte dall'imprenditore che comunque apportano un contributo indispensabile alla produzione

perché giustamente il ruolo dell'imprenditore è uno dei principali: la quantità di produzione lorda

vendibile dipende soprattutto dalla qualità di lavoro dell'imprenditore. L'imprenditore è colui che

sceglie cosa produrre, quanto produrre ma soprattutto è quello che sceglie la tecnologia di

produzione. Inoltre coordina tutti gli attori economici che lavorano all'interno dell'impresa e stringe

rapporti anche con attori economici esterni all’impresa (tra i quali lo Stato anche). Soprattutto

l'imprenditore è colui il quale si assume un rischio. Il rischio imprenditoriale può essere di due tipi:

 Rischio tecnico. Quando vi è mal funzionamento di un macchinario ho i beni prodotti e

pronti ad essere commercializzati sono difettosi.

 Rischio economico. Quando ad esempio i beni prodotti pur essendo funzionanti non

vengono tutti quanti venduti.

- ORDINAMENTO STATALE [ Può essere anche esso considerato come fattore di produzione.

E’ vero che fra tutti i soggetti economici lo Stato è l'unico che non lavora all'interno dell'impresa

tuttavia offre servizi indispensabili non solo ai cittadini ma anche alle imprese stessa: offre il

concetto di welfare (“Welfare state” ministero del lavoro e delle politiche sociali) E all'interno di

questo concetto di benessere rientrano vari servizi indispensabili quali il diritto al lavoro, il diritto

all'istruzione, che a loro volta vengono convertiti in una serie di attività volte proprio al benessere

dei cittadini e delle imprese. Tuttavia l'imprenditore come compenso deve pagare le imposte

allo Stato per i servizi che quest'ultimo gli ha offerto. Esiste tuttavia la differenza tra tasse ed

imposte. I tributi sono l'insieme delle tasse e delle imposte. In particolare le imposte colpiscono

direttamente i redditi dei soggetti individui e imprese. Le tasse invece colpiscono quei soggetti che

godono dei particolari servizi (canone Rai). Le imposte possono essere:

 Dirette. Colpiscono direttamente i redditi. Ad esempio l’IRPEF=imposta sul reddito delle

persone fisiche. L’imposta è direttamente proporzionale al reddito accumulato dal

soggetto in un anno. L’analogo per le imprese è l’IRES= imposta sul reddito delle

società.

 Indirette. Colpiscono indirettamente i redditi. Ad esempio l’IVA=Imposta sul valore

aggiunto: agisce sui beni di consumo acquistati dall’individuo. Ruota intorno al concetto

di valore aggiunto: quando l’impresa trasforma le materie prime le converte in un

nuovo bene che ha un’utilità maggiore rispetto all’utilità delle materie prime di

partenza. Si viene a creare quindi un valore aggiunto. In realtà questa imposta è un

controsenso, la si giustifica in questa maniera perché il valore aggiunto è già intrinseco

nel bene stesso.

FATTORE PRODUTTIVO ATTORE ECONOMICO COMPENSO PREZZO D’SUO

T Produttore fondiario R( R(

Capitalista I I

Lavoratore manuale

Lavoratore intellettuale

Imprenditore

Stato

REDDITO SOCIALE O GLOBALE

Lo si riferisce all'insieme di tutte le imprese che operano all'interno dello stesso settore produttivo (ad

esempio tutte le impresa automobilistica) ed è la somma di tutti i compensi di tutti gli attori economici che

prendono parte alla produzione. con

Quando ci riferiamo ai compensi spettanti a tutti gli attori economici che lavorano per un’unica impresa:

con

PRODOTTO NETTO AZIENDALE

È la somma di tutti i redditi percepiti dai soli attori economici che lavorano all’interno dell’impresa.

con

IMPRENDITORE ASTRATTO. È quell'imprenditore a cui spetta come compenso solo il tornaconto

IMPRENDITORE CONCRETO. E quell’ imprenditore che racchiude in sé, che svolge più mansioni. In effetti

nella realtà comprende concreta difficilmente troviamo la figura dell'imprenditore astratto cioè di colui che

gestisce soltanto l'impresa ma spesso una stessa persona svolge più mansioni e solitamente l'imprenditore

è anche il proprietario del terreno, dell'impianto, è il capitalista, il lavoratore manuale (soprattutto nelle

imprese a conduzione familiare e in quelle agricole). A questa tipologia di imprenditore spetta quello che

.

viene definito reddito netto

- Imprenditore + proprietario fondiario:

- Imprenditore + proprietario fondiario + capitalista:

- Imprenditore + proprietario fondiario + capitalista + lavoratore manuale + lavoratore intellettuale

(tutte): con

NOZIONI DI ECONOMIA

L'economia è la scienza delle scienze in quanto studia l'allocazione di risorse scarse (cioè di risorse

disponibili in quantità limitata) e quindi quella che è la loro distribuzione ad alcuni soggetti quali individui,

imprese, famiglia e la collettività. studia quindi quali sono le alternative merito alla possibile scelta di

distribuire risorse scarse tra i vari soggetti. All'interno della materia economica abbiamo diverse branche:

- Storia economica. Descrive quella che l'evoluzione dei fatti economici nel tempo. In realtà ci

sarebbe una differenziazione tra “storia economica” e “storia del pensiero economico” in quanto

mentre la storia economica non è altro che una semplice descrizione dei fatti economici accaduti,

che si sono susseguiti durante gli anni, la storia del pensiero economico far riferimento a quella che

è l'evoluzione dei grandi pensatori dell'economia a quali Adam Smith, Marshall.

- Scienza delle finanze. Si occupa dell'attività finanziaria dello Stato cioè si occupa soprattutto della

materia tributaria ovvero i tributi a cui sono soggetti i cittadini che godono di particolari servizi o

che percepiscono un certo reddito. Si occupa, in particolare, anche del problema della spesa

pubblica: tuttavia focalizza l'attenzione non tanto sugli individui, sulle imprese, sulle famiglie, ma

perlopiù sullo Stato ovvero quest'ultimo è considerato al pari di qualsiasi impresa. Si occupa questa

disciplina di studiarne le entrate e le uscite.

- Politica economica. Studia i meccanismi di intervento del Governo all'interno di un sistema

economico cioè su quali sono i possibili interventi da parte del dello Stato, del Governo per

risollevare l'economia del paese o comunque per incrementare la crescita economica del Paese.

 Politica fiscale. Studia, si occupa di problemi quali il debito pubblico, la spesa pubblica

ma anche della cosiddetta imposizione fiscale cioè il meccanismi tramite i quali

vengono stabilite le imposte e le tasse che i cittadini devono pagare allo Stato.

Tuttavia la politica fiscale si occupa anche delle forme di agevolazione fiscale come

sussidi per la disoccupazione, finanziamento per le imprese. Qual è la differenza tra

scienza delle finanze e politica fiscale? La scienza della finanza si riferisce unicamente

allo Stato come impresa (attività, passività, ricavi, costi). Nel caso della politica fiscale

innanzitutto non ci occupiamo soltanto della materia tributaria ma anche di problemi

quali la spesa pubblica, il debito pubblico: inoltre non focalizziamo l'attenzione solo

sullo Stato come organo organizzativo ma sul Paese nel suo complesso. Un modello di

politica fiscale è un modello di strategia attraverso il quale il governo cerca di

migliorare quella che è la condizione guida di un paese, di conseguenza non andiamo a

considerare solo lo Stato ma l'insieme di tutti i soggetti economici.

 Politica monetaria. Si occupa della gestione della domanda e dell'offerta della moneta

studia quindi quei fenomeni definiti:

 Inflazione. Svalutazione che la moneta subisce nel tempo.

 Deflazione. Sopravalutazione che la moneta subisce nel tempo.

Per gestire l’inflazione e la deflazione si va ad agire sui tassi di interesse.

- Economica politica. E’ un modello descrittivo della realtà economica. Si scinde in due sotto

branche:  Microeconomia. Andiamo ad analizzare quelli che sono i comportamenti di scelta in

merito alla locazione di risorse scarse di singoli individui, di famiglie ed imprese:

vogliamo cercare di capire come i beni i servizi vengono distribuiti tra le famiglie, gli

individui e le imprese. L’obiettivo principale della microeconomia è il prezzo di

equilibrio punto di incontro tra la domanda del bene e l'offerta del bene.

 Macroeconomia. È un modello che studia i comportamenti di scelta della collettività

ovvero delle Nazioni. In tal caso l'obiettivo è quello di andare ad analizzare quello che

è il reddito aggregato che è il frutto dell'incontro della domanda aggregata e

dell'offerta aggregata dove per aggregato intendiamo un fenomeno di collettività.

Differenze tra macroeconomia e politica economica. Sia il modello di politica

economica che quello di macroeconomia ragionano su grande scala perché studiano i

comportamenti della collettività, però c'è una differenza sostanziale: la

macroeconomia è un modello di sintesi che descrive la realtà economica così come è,

un modello di politica economica è un modello di strategia che descrive la realtà così

come dovrebbe essere.

MICROECONOMIA

Studia i comportamenti di scelta dei singoli individui, delle famiglie e delle imprese in merito all’allocazione

di risorse scarse, cioè di risorse disponibili in quantità limitata. Andiamo ad analizzare le risorse scarse

perché nel mondo economico un bene che è sempre disponibile è un bene che ha poco valore (l’aria che è

un bene illimitato indispensabile per la nostra sopravvivenza non ha un valore economico). Quando una

risorsa è scarsa ed è disponibile nel globo in quantità limitata assume un valore. Naturalmente più una

risorsa è scarsa meno individui la possiedono. Quindi vogliamo capire come vengono distribuite nel sistema

economico. Quando scendiamo in una scala di dettaglio parliamo di Microeconomia. Questa si basa su un

principio fondamentale: PRINCIPIO EDONISTICO (detto anche PRINCIPIO DEL MINIMO MEZZO o DEL

MASSIMO TORNACONTO). Questo ci dice che un individuo nel compiere le sue scelte agisce in maniera tale

o da minimizzare il più possibile i mezzi necessari a soddisfare il bisogno (in generale questo principio viene

scelto dal singolo) oppure agisce in maniera tale da massimizzare l’utile cioè la differenza tra ricavi e costi

(in generale le imprese optano per questo principio). L’individuo deve optare o per il minimo mezzo o per il

massimo utile e non contemporaneamente. ESEMPIO (minimo mezzo/massimo tornaconto). Un individuo

va al mercato e decide di comprare dei beni di cui ha bisogno scegliendo quelli che costano di meno.

Un’impresa invece potrebbe decidere di produrre un determinato bene in maniera tale da venderne il più

possibile per massimizzare i ricavi ma nello stesso tempo utilizzare materie prime più scadenti e quindi

minimizzare i costi.

Lo schema logico che seguiremo:

Gli individui sono insoddisfatti e quindi hanno dei bisogni che cercano di raggiungere il loro scopo

attraverso dei mezzi chiamati beni. Quando più individui richiedono i medesimo bene si va generare la

domanda di quel bene. C’è quindi bisogno della produzione dei beni e per fare ciò l’impresa deve

sopportare dei costi di produzione. Sopportati i costi si arriva a determinare l’offerta dell’impresa, cioè la

quantità prodotta ed offerta agli individui. E infine avremo l’incontro della domanda e dell’offerta cioè il

mercato. La domanda è generata dagli individui, l’offerta è stabilita dai produttori: quando la quantità

domandata va ed eguagliare l’offerta dell’impresa si genera il così detto prezzo di equilibrio.

La microeconomia tratta tre argomenti:

- TEORIA DEL CONSUMATORE

- TEORIA DELL’IMPRESA

- FORME DI MERCATO

BISOGNO. Un bisogno è uno stato di insoddisfazione dell’uomo che lo spinge a procacciarsi i mezzi

necessari o ad estinguere una sensazione di fastidio o a prolungare una sensazione di piacere.

FABISOGNO. La quantità di mezzi per estinguere un bisogno.

- Bisogni non economici. (o bisogni naturali). Vengono soddisfatti senza alcun sacrificio da parte

dell’uomo. Ad esempio il bisogno di respirare. I mezzi necessari per soddisfare questo bisogno sono

disponibili in quantità illimitata e sono mezzi facilmente reperibili.

- Bisogni economici. Vengono soddisfatti sopportando un sacrificio da parte dell’uomo. I mezzi

necessari per soddisfare questo bisogno sono disponibili in quantità limitata e non sono mezzi

facilmente reperibili. Ad esempio bisogno di nutrirsi, bisogno di vestirsi. Questi bisogni hanno delle

caratteristiche:

 Variabilità. I bisogni variano da individuo ad individuo e per lo stesso individuo possono

variare nel tempo.

 Illimitatezza. La somma complessiva dei bisogni avvertiti dall’uomo tende ad

aumentare nel tempo insieme a quello che è il progresso tecnologico. Ad esempio 100

anni fa non si sentiva la necessità di connettersi ad internet ora è diventato

indispensabile.

 Saziabilità. Il bisogno si estingue man mano che l’individuo acquisisce i mezzi necessari

e quando acquisisce i mezzi per soddisfare un bisogno l’intensità di quest’ultimo

diminuisce.

- Bisogni primari. Sono i bisogni indispensabili per la vita, quei bisogni di cui l’uomo non può farne a

meno (vestirsi, ripararsi).

- Bisogni secondari. Sono quei bisogni non indispensabili per la vita dell’uomo. Tuttavia nel tempo

con il progresso tecnico e tecnologico ma soprattutto con l’aumento della civiltà alcuni bisogni

secondari stanno diventando o sono diventati primari. Ad esempio in Italia nel 1800 non era

presente dappertutto l’acqua corrente di conseguenza questa non era avvertita come un bisogno

primario, oggi giorno invece si.

BENE. Si definisce bene qualsiasi mezzo necessario per soddisfare un bisogno. Anche i beni possono essere

classificati in:

- Beni non economici. Sono quei beni che sono disponibili in quantità illimitata e quindi sono dei beni

non scarsi. Tuttavia sono beni non accessibili da parte dell’uomo. Ad esempio una roccia lunare o

l’aria sono beni non accessibile.

- Beni economici. Sono quei beni disponibili in quantità limitata e che risultano difficilmente

accessibili da parte dell’uomo proprio perché limitati. Per poter accedere a questi beni dobbiamo

sopportare un sacrificio cioè dobbiamo comprarli. Questi beni hanno le seguenti caratteristiche:

 Utilità. Sono utili in quanto necessari per soddisfare un bisogno.

 Limitatezza. Sono limitati in quanto sono beni scarsi.

 Accessibilità. Sono accessibili in quanto facilmente reperibili.

 Permutabilità. Sono permutabili cioè possono essere scambiati con altri beni.

I beni economici hanno diverse classificazioni:

1. Beni di consumo. Sono quei beni attraverso i quali si può soddisfare direttamente un

bisogno.

Beni strumentali. Sono quei beni che non possono essere utilizzati direttamente per

soddisfare un bisogno, ma vanno prima convertiti attraverso un processo di

trasformazione. Ad esempio Beni di consumo: il pane, bene strumentale: la farina.

2. Beni immobili. Si intende il suolo e tutto cioè che di stabile vi è costruito al di sopra.

Beni mobili. Tutti gli altri beni non immobili.

3. Beni durevoli (a fecondità ripetuta). Sono quei beni che in merito al soddisfacimento di

un bisogno, possono essere utilizzati più volte. Ad esempio un macchinario.

Beni non durevoli (a fecondità semplice). Questi invece possono essere utilizzati una sola

volta. Ad esempio gli alimenti.

4. Beni complementari. Sono quei beni che in merito al soddisfacimento di un bisogno,

devono essere utilizzati insieme, in maniera congiunta. Ad esempio lo zucchero ed il

caffè.

Beni succedanei. Sono quei beni che in merito al soddisfacimento di un bisogno, si

utilizzano separatamente. Ad esempio o utilizziamo lo zucchero o la spartane.

5. Beni congiunti. Due beni si dicono congiunti se derivano entrambi dallo stesso processo

produttivo ma non possono essere prodotti separatamente. Ad esempio il miele e la

cera.

Beni connessi. Sono quei beni i quali anche loro derivano dallo stesso processo

produttivo ma che possono essere prodotti separatamente. Ad esempio la lana e la

carne.

6. Beni primari. Sono quei beni necessari a soddisfare quei bisogni primari. Sono quei beni

che vengono acquistati per primi dall’uomo, in condizione di necessità.

Beni secondari. Sono quei beni necessari a soddisfare quei bisogni secondari.

UTILITA’. È la capacità di un bene di soddisfare un bisogno. Ha tre caratteristiche: 0.1:01:43

 Soggettività. È soggettiva, dipende dal soggetto che nutre un determinato bisogno.

 Mutabilità. L’utilità cresce all’aumentare dell’intensità del bisogno, e diminuisce

all’aumentare dei mezzi necessari per distinguere quel bisogno.

 Indipendenza. Il concetto di utilità è indipendente da qualsiasi considerazione di carattere

giuridico, morale. Ad esempio la droga è utile al drogato.

L’utilità può essere suddivisa in dosi. Che cosa si intende per dosi? Esempio: supponiamo di avere sete, ci

avviciniamo alla fontana e beviamo per piccoli sorsi, questi piccoli sorsi possono essere visti come dosi

dell’utilità. Man mano che beviamo e man mano che aumentano il numero di sorsi più l’utilità cumulata

aumenta, più però l’utilità che attribuiamo all’ultimo sorso d’acqua è minore perché la sete diminuisce.

Tuttavia l’utilità che attribuiamo all’ultimo sorso d’acqua risulta sempre minore perché stiamo

raggiungendo il fabbisogno. Questo concetto viene espresso tramite il concetto di derivata. Prima di fare

ciò definiamo: 1. Iniziale. L’utilità riferita alla prime dose di bene assunta.

2. Dosale. L’utilità riferita alla generica dose di bene assunta.

3. Marginale. L’utilità riferita all’ultima dose di bene assunta.

4. Totale. È la somma delle utilità di ogni singola dose.

LEGGE DI VARIAZIONE DELL’UTILITA’ TOTALE

Con q indichiamo il numero di dosi (asse x), o meglio il numero di

beni che servono per soddisfare un determinato bisogno. L’utilità

totale (asse y) è una funzione crescente che dipende dalla quantità

di dosi, cresce in maniera meno che proporzionare cioè

all’aumentare delle dosi di una quantità costante, l’utilità totale

aumenta di volta in volta sempre di meno. Questa curva si arresta in

corrispondenza di una quantità che è rappresentativa del

fabbisogno. Quando l’individuo ha acquistato 0 beni, l’utilità totale

è pari a 0. Quando ha acquistato una quantità 1 (prima dose),

l’utilità totale avrà raggiunto un determinato livello. Quado acquista

la seconda dose, abbiamo un livello di utilità totale che è dato dalla somma dell’utilità totale della prima

dose più un pezzo che rappresenta l’utilità marginale relativa alla dose due. Man mano che aumentano le

quantità di dosi assunte tanto più l’utilità totale aumenta, ma tanto più l’utilità marginale diminuisce fin

quando si raggiunge il fabbisogno. In corrispondenza del fabbisogno l’utilità totale è massima, l’utilità

marginale è pari a 0. LEGGE DI VARIAZIONE DELL’UTILITA’ MARGINALE

L’utilità marginale (asse y) diminuisce all’aumentare delle dosi

(asse x). Inizialmente l’utilità marginale tende asintoticamente

all’infinito perché all’inizio non ho assunto alcuna dose, quindi

il mio fabbisogno è il massimo possibile. Una volta acquistata

la prima dose di bene, ho un certo livello di utilità marginale e

così via. In corrispondenza del fabbisogno ho che l’utilità

marginale è pari a 0 , perché io ho soddisfatto pienamente il

bisogno. Se dopo questo punto decidessi di acquistare nuove

dosi ciò su di me avrebbe un effetto negativo. Ritornando

all’esempio della fontanella se bevo di più di quello che è

necessario non fa bene. Superato il fabbisogno quindi la curva continua a scendere, a decrescere e da

questo tratto in poi si parla di disutilità.

MICROECONOMIA

Teoria del consumatore

CONSUMO

Il consumo è distruzione di utilità. Attraverso il consumo l’individuo distrugge totalmente o parzialmente un

bene economico. Esistono tre tipi di consumo

- Godimento. Il bene viene distrutto per soddisfare il bisogno. Ad esempio il pane che viene

consumato, appunto distrutto per poter soddisfare il bisogno di nutrirsi.

- Produttivi. Ad esempio farina, materie prime. Il consumo è relativo all'utilizzo di beni e servizi: si

producono i beni che poi possono essere consumati attraverso il meccanismo di consumo di

godimento. Ho bisogno della farina per fare il pane e le materie prime per produrre ciò che verrà

destinato alla vendita.

- Improduttivi. Il consumo che non serve per creare altri beni ma che non ha alcuna utilità. Esempio

l'incidente non ha alcuna utilità è un consumo perché c'è la distruzione di un bene ma che non

apporta nulla né in termini di godimento né di produzione.

Le caratteristiche che determinano la domanda del bene, dove per domanda mi riferisco alla richiesta di un

bene o di un servizio, sono tre:

- Gusto. Va da sé che un individuo può ritenere alcuni beni in base a quelle che sono le sue

preferenze più utili rispetto ad altri.

- Reddito. Un individuo non può acquistare innanzi tutto beni molto costosi che già di per sé

superano il suo reddito. Se deve scegliere tra più beni magari alcuni indispensabili e altri secondari

quindi meno importanti, però ha anche un reddito basso potrebbe rinunciare all'acquisto di questo

bene secondario perché non ha la possibilità di acquistarlo e quindi preferisce spendere il suo

reddito per l'acquisto del bene primario di prima necessità.

- Prezzo. Il prezzo incide direttamente sul reddito perché in base a quello che è il mio reddito posso

acquistare solamente un certo numero di beni e di servizi se quel numero di beni e di servizi se è

già predeterminato. Ma ad un certo punto si ha l'aumento di prezzo di uno dei due, quel bene non

potrò acquistare più perché c'è stato l'aumento di prezzo o in alternativa posso acquistare gli altri

beni il cui prezzo è rimasto costante.

Principio di livellamento dell’utilità marginale

L'individuo nel compiere le sue scelte in merito al soddisfacimento di un determinato bisogno agisce nella

scelta tra più beni in maniera tale che questi beni presentino alla fine della scelta tutti la stessa intensità

residua cioè la stessa utilità marginale perché questa è la combinazione, secondo il principio edonistico, che

permette la massimizzazione dell'utilità totale.

ESEMPIO.

L’individuo deve andare al supermercato perché vuole fare la spesa. Il bisogno che intende estinguere è

quello di nutrirsi. Deve acquistare quindi alcuni beni che gli permettono di estinguere quel bisogno. E quindi

è indeciso nella scelta tra tre beni, o meglio vorrebbe acquistare tutti e tre i beni perché sono tutti beni per

lui importanti però è indeciso sulla quantità di pane, formaggio e frutta. La caratteristica di questi tre beni è

che sono tutti e tre beni succedanei nel soddisfacimento del bisogno di nutrirsi: questi beni sono quelli che

posso sostituire l’un l’atro in merito ad un soddisfacimento di un bisogno. Tuttavia ricordando i tre fatto

che influenzano la domanda ossia il gusto, il reddito ed il prezzo nella sua scelta l’individuo deve tenerne

conto. Supponiamo che l’individuo che il suo reddito (quanto ha nel portafoglio)= 7€. Supponiamo inoltre

che l’individuo abbiamo dato una scala di preferenza a ciascuna dose di bene, attribuendo a ciascun

alimento un’utilità marginale. Abbiamo quindi introdotto il secondo vincolo ovvero quello del gusto cioè

secondo le proprie preferenze qual è l’utilità che l’individuo associa al pane, al formaggio e la frutta. Terzo

vincolo è il prezzo: in questo primo esempio supponiamo che i prezzi unitari dei tre alimenti sono uguali

ovvero Quindi l’individuo può spendere 7€ e acquistare 7 dosi.

COSA ACQUISTERA’?

Dosi Pane Formaggio Frutta

1 100 80 70

1 3 5

2 90 70 60

2 6

3 80 60 50

4

4 70 50 40

7

5 60 40 30

6 50 30 20

7 40 20 10

Con la prima moneta acquista il pane perché ha un’utilità marginale maggiore rispetto alle altre. Con la

seconda acquisterò di nuovo pane per lo stesso motivo precedente. Con la terza moneta acquisterà

indifferentemente il pane e/o il formaggio perché entrambe hanno la stessa utilità marginale. Però è

indifferente si, ma deve scegliere e quindi va a modificare in quell’istante quella che era la sua scala di

valori iniziale e quindi si preferisce optare per il principio della differenziazione e quindi sceglie il formaggio.

Inoltre se faccio questo ragionamento è come se il formaggio non avrebbe più un’utilità di 80 ma di 80,1,

quindi varia a seconda del variare delle esigenze però lasciamo 80. Con la quarta moneta acquisterà l’altra

dose di pane dopo di che si trova di nuovo di fronte ad una scelta e anche in questo case è indifferente ma

opterà per il principio di differenziazione e quindi sceglierà la frutta. Con la sesta moneta avendo già tre

dosi di pane, sceglie il formaggio e con la settima il pane.

Alla fine abbiamo lo stesso valore di utilità marginale 70, 70, 70. Ovviamente se avessi scelto come reddito

iniziale 8 € non mi troverei però è la tendenza quella di livellare le utilità marginali. Esiste questa tendenza a

livellare perché secondo il principio edonistico in questo caso del minimo mezzo, questa è la combinazione

ed è l’unica che mi permette di massimizzare l’utilità totale. Se vado a fare la somma

100+90+80+80+70+70+60+60= 560 questo valor di utilità totale è la massima possibile.

Principio di livellamento dell’utilità marginale ponderata

Ora trattiamo il caso in cui i prezzi dei tre beni non sono uguali . Il principio

in esame ci dice che l’utilità marginale ponderata di un bene è data dall’utilità marginale di quel bene

iesimo diviso il prezzo unitario di quel bene iesimo:

Si ha un livellamento delle utilità marginali ponderate quando:

COSA ACQUISTERA’?

Dosi Pane Formaggio Frutta

1 100 80 70

1 7 8

2 90 70 60

2

3 80 60 50

3

4 70 50 40

4

5 60 40 30

5

6 50 30 20

6

7 40 20 10

L’individuo ora però ha a disposizione R=8€. Con la prima, la seconda e la terza acquisterà il pane perché

l’utilità marginale ponderata del pane è superiore a quella della frutta: cioè ogni qual volta che l’individuo

effettua le sue scelte divide l’utilità marginale per il prezzo unitario pane= 100/1=100, pane= 90/1=90,

pane=80/1=80 mentre formaggio=80/2=40 che è < pane=80. Con la quarta, la quinta e la sesta moneta

acquisterà ancora pane. Ora bisogna introdurre un altro vincolo: supponiamo che si può acquistare la

mezza dose. Quindi ancora una volta è indifferente però per il principio di differenziazione optiamo per la

mezza dose di formaggio. L’ultima moneta sempre per il motivo appena detto acquista un’altra mezza dose

di formaggio e quindi ha acquistato per intero una mezza dose di formaggio.

Se continuassimo con una nona moneta acquisterei il pane, con una decima acquisterei o una mezza dose

di formaggio o un terzo dose di frutta e così via.

CURVE DI ISOINDIFFERENZA O ISOUTILITA’

L’individuo si trova a scegliere tra due beni succedanei in merito al

soddisfacimento di un bisogno. Qualsiasi combinazione di beni tra di

loro succedanei prende il nome di paniere: è un cesto che contiene

in questo caso due beni succedanei (mentre prima aveva inserito

nel paniere il pane, il formaggio e la frutta). Quindi avrò una certa

quantità del bene 1 e una certa quantità del bene 2. Quindi

rispetto ad un punto C ovvero il mio paniere. avremmo una certa

quantità e . L’individuo toglie una certa quantità di pane (bene

1) e una certa quantità di formaggio (bene 2) e quindi il paniere sarà

A con una quantità di bene pari a e . Tra A e C quello che reca al consumatore una maggiore utilità

totale è il paniere C ovviamente. Se ad esempio considero un altro paniere B aumentando i due beni con

una certa quantità e avrò che questo avrà una maggiore rispetto a quella di C. Però posso anche

decidere di aumentare un bene e diminuire l’altro: l’individuo decide di togliere il formaggio e di aggiungere

del pane. Questo potrebbe cambiare però potrei beccare quella combinazione per la quale

precedente a questa è uguale a quella attuale. Ad esempio se considero C’, partendo da C vero C’, la

quantità di bene 1 diminuisce ma la quantità del bene 2 aumenta. Se considero C’’, partendo da C verso C’’,

la quantità di bene 1 aumenta e la quantità di bene 2 diminuisce. Tuttavia è probabile che i panieri C, C’ e

C’’ abbiamo la stessa utilità totale. Se unisco questi tre punti ottengo la curva di indifferenza o isoutilità:

luogo geometrico del piano rappresentativo dei punti per i quali si ha la stessa utilità totale . Anche per A

e B passerà una curva di indifferenze che sono equidistanti (in base alla combinazione di beni). Queste

curve hanno una caratteristica infatti man mano che mi allontano dall’origine degli assi aumenta. Le

curve sono inoltre decrescenti perché affinché degli infiniti punti appartenenti a tale curva sia la stessa

deve verificarci che all’aumentare di un bene l’altro diminuisce, cosa che non accadrebbe se entrambi i beni

aumentassero o diminuissero all’unisono. Ancora, le curve rivolgono la convessità verso l’origine degli assi

perché ciascuna curva è strettamente correlata alla curva di utilità marginale. Questa curva ha la stessa

proprietà ma si annullava in corrispondenza del fabbisogno. È vero si che per mantenere

aumentando diminuisco , ma diminuendo quest’ultimo ad una dose in più di attribuisco una utilità

maggiore perché ne ho di meno complementarmente ad una dose maggiore di che già ne ho di più

attribuisco una utilità minore.

Ma l’individuo avendo fissato un reddito e conoscendo i prezzi unitari dei due beni come si comporta?

L’individuo ha un dato reddito R, conosce il prezzo dei due beni e , se il suo obiettivo è quello di

massimizzare i propri bisogni, cioè di raggiungere il prima possibile il fabbisogno spenderà tutto il reddito e

quindi consideriamo questa condizione limite. Se l’individuo decide di spendere tutto il reddito per

l’acquisto dei due beni: e quindi

forma esplicita

EQUZIONE DEL BILANCIO DEL CONSUMATORE dove

- = coefficiente angolare della retta e l’intercetta.

La condizione di equilibrio la si ha in corrispondenza del punto dove la generica curva di indifferenza risulta

tangente alla retta che prende il nome di retta di equilibrio del consumatore. Ciò vuol dire che i panieri al di

sotto di tale retta sono accettabili cioè li posso acquistare, mentre quelli al di sopra non sono accessibili,

mentre quelli che giacciono sulla retta sono quelli limite con R=0.

Si definisce data una generica curva di indifferenza SAGGIO

MARGINALE DI SOSTITUZIONE il coefficiente angolare della

generica retta tangente alla generica curva di indiffrenza (come

posso variare reciprocamente i beni mantenendo ).

Il coefficiente angolare relativo alla retta di equilibrio prende il

nome di SAGGIO MARGINALE DI TRASFORMAZIONE.

Consideriamo il prezzo dei due beni costante mentre il reddito varia (aumenta o diminuisce).

Se il reddito aumenta mi porto da una posizione da una

posizione R ad una parallela R perché il coefficiente angolare

2 3

resta lo stesso mentre varia solo l’intercetta. Se il reddito

diminuisce passo da R ad una parallela R . Quindi siamo passati

2 1

a nuove condizioni di equilibrio. Se unisco i punti e1, e2,e3

ottengo una curva crescente in maniera meno che proporzionale

chiamata CURVA REDDITO-CONSUMO: luogo geometrico degli

infiniti punti di equilibrio ottenuti mantenendo costante i prezzi

dei due beni e facendo variare il reddito del consumatore.

Questa curva è rappresentativa dei BENI NORMALI SUPERIORI.

In questo altro caso parto sempre da R faccio diminuire il

2,

reddito e giungo a R se lo faccio aumentare mi porto a R però

1, 3

le curve di indifferenza hanno una conformazione particolare:

ho i tre punti di equilibrio e1, e2, e3 e se li unisco con questa

inclinazione decrescente per il bene 2 avrò sempre una CURVA

REDDITO- CONSUMO. Questa curva è rappresentativa

dei BENI INFERIORI.

BENE NORMALE (q1)

Un bene normale è un bene che il suo consumo aumenta

all’aumentare del reddito del consumatore. L’aumento è

meno che proporzionale fino ad una certa quantità in cui non aumenta più.

ES. carne. BENE SUPERIORE (q2)

Un bene superiore è un bene che anche esso aumenta il suo consumo

all’aumentare del reddito, però aumenta in maniera più che proporzionale: cioè

all’aumentare del reddito acquisto quantità di bene sempre superiore rispetto al

livello precedente.

ES. pelliccia.

BENE INFERIORE (q1)

È quel bene per il quale all’aumentare del reddito il suo consumo

diminuisce.

ES. pasta, patate.

MICROECONOMIA

Teoria del consumatore

Ora consideriamo che il reddito rimane costante mentre è costante e varia.

Quello che varia è il coefficiente angolare delle retta

rispetto all’intercetta che risulta costante e ruota rispetto

a questo punto Inoltre di solito quando un prezzo di un

.

bene aumenta la quantità che l’individuo è disposta ad

acquistare diminuisce e viceversa. All’aumentare del

coefficiente angolare della retta diminuisce il prezzo (‘) e

viceversa(‘’). Anche qui si troveranno dei punti di

equilibrio individuati sempre dall’intersezione tra la retta

di bilancio e una delle infinite e generiche curve di

indifferenza. Unendo tutti i punti per ciascuna

intersezione otteniamo la CURVA DI PREZZO-CONSUMO.

Man mano che il prezzo del bene diminuisce aumenta la quantità richiesta di quel bene. E questo coincide

proprio con la curva di domanda del bene 1.

CURVA DI DOMANDA E’ una curva definita statica: ciò vuol dire che non consideriamo

la variabile tempo, ovvero la curva di domanda è riferita ad un

determinato istante. Andiamo ad analizzare come un individuo

al variare del prezzo va a ricercare una certa quantità di bene

per un singolo istante. Inoltre la curva di domanda può essere:

- Individuale. Ci riferiamo ad un singolo consumatore.

- Collettiva o totale. Tiene conto della richiesta di un

bene da parte di una classe di consumatori.

Si definisce bene qualsiasi mezzo necessario per soddisfare un bisogno.

Si definisce servizio quell’attività svolta dall’uomo per soddisfare un bisogno. La curva di domanda

La curva di domanda mette in relazione la quantità con il prezzo unitario di quel bene. All’aumentare del

prezzo unitario di quel bene la quantità del bene domandata tende a diminuire e vale anche il viceversa. La

curva di domanda rivolge la convessità verso l’origine degli assi (decrescente) perché è strettamente

collegata alla curva di utilità marginale. Ciò significa che beni che ritengo molto utili sono quei beni per i

quali ne dispongo di una quantità limitata, poi quando inizio ad aumentare la quantità di quel bene (do

un’importanza effimera alla quantità ultima di quel bene se ho fame all’ultimo boccone di pasta do

un’utilità minore rispetto al primo) quindi non vado a spendere tanto. La curva di domanda si costruisce

con le così dette schede di domanda che possono essere:

- Individuali.

- Collettive.

Attraverso queste schede si procede ad un esperimento disdetto di natura statistica o al singolo o a più

consumatori di un determinato bene: le domande che si fanno al consumatore sono ad esempio quanto è

disposto a pagare per acquistare un unità di quel bene, e per acquistarne due, tre e così via. Nel caso della

domande individuale la domanda viene individuata immediatamente però parliamo sempre di una curva

discreta perché sono quantità finite. Quindi la curva di domanda viene fuori dall’interpolazione dei beni. Lo

stesso avviene per la curva di domanda collettiva, in tal caso la curva totale è proprio la somma delle

singole curve di domanda per ciascun individuo, anch’essa frutto di una interpolazione.

COEFFICIENTE DI ELASTICITA’ K Rappresenta il coefficiente angolare della retta tangente alla curva

di domanda in un suo punto. Ora il concetto di elasticità è un

concetto puntuale ossia mi dice in che rapporto sta il prezzo con

una determinata quantità soltanto per quanto riguarda un solo

punto della curva. La domanda in un punto si dice ELASTICA

quando |K|>1. Invece si dice RIGIDA quando |K|<1. Il concetto di

elasticità è puntuale e teoricamente non è estendibile all’intera

curva. Nonostante ciò gli economisti lo estendono all’intera curva per cui curve di domanda molto inclinate

sull’asse delle ascisse vengono generalmente dette rigide, e curve di domanda poco inclinate sull’asse delle

ascisse sono dette elastiche. Nel caso della domanda rigida abbiamo un aumento della quantità piccola.

Cioè passando da un livello di prezzo molto alto a uno molto basso la quantità domandata di bene aumenta

ma di poco. Ed è questo il comportamento tipico dei beni primari (beni che l’individuo acquista per primi e

indispendabili alla vita perché necessari per soddisfare i bisogni primari). Ovviamente se immaginaniamo

che questa curva è la curva del pane anche se il prezzo aumenta l’oscillazione della quantità oscilla di poco

perché l’individuo non può fare a meno del pane. Invece il comportamente tendenzialmente elastico è

tipico dei beni secondari detti anche beni voluttuari (o di lusso): in questo caso abbiamo che anche una

variazione molto piccola di prezzo corrisponde una variazione molto grande della quantità.

PARADOSSO DI GIFFIN

Tuttavia esiste anche una eccezione della curva di domanda. Il comportamento

tipico comporta che al diminuire del prezzo la quantità domandata aumenta e

viceversa se la quantità domandata aumenta il prezzo diminuisce. L’eccezione

rientra nel PARADOSSO DI GIFFIN: al diminuire del prezzo la quantità del bene

domandata diminuisce e viceversa. Per eccezioni al quanto rare la curva di

domanda avrà lo stesso andamento della curva di offerta. Questo comportamento è tipico di beni inferiori.

ESEMPIO. Giffin notò che al cavallo tra il 1600/1700 la popolazione Irlandese era molto povera e quindi

consumavano le patate. Di conseguenza notò che appena qualcuno incrementò il proprio reddito passava

dall’acquisto del bene inferiore all’acquisto del bene superiore. Notò per anche l’esatto contrario: nel

momento in cui il reddito diminuiva aumentava il consumo di patate. Notò però anche un’altra cosa cioè

che quando il prezzo delle patate aumentava questo aumento di prezzo il consumatore povero lo recepiva

come una sorta di diminuzione del salario reale (anche se il salario netto era lo stesso). Tuttavia anziché

passare all’acquisto di altri beni continuava ad acquistare le patate perché diminuendo il suo salario reale

non poteva acquistare altri beni superiori. E vale anche il viceversa.

Teoria dell’impresa

Studia il comportamento delle imprese in merito alla allocazione delle risorse economiche.

- Produzione. Si intende quel processo di trasformazione dei fattori di produzione in beni o servizi

che dispiegano una maggiore utilità e per questo possono essere messi in commercio.

- Trasformazione. Il processo di produzione presuppone il processo di trasformazione dei fattori di

produzione. Possiamo avere diversi tipi di trasformazione:

 Tecnica. Si intende qualsiasi procedimento di natura chimico, fisico, meccanico,

attraverso i quali i fattori di produzione vengono convertiti in beni che hanno una

utilità maggiore. Esempio: dal fattore produttivo LEGNA, possiamo ottenere una

SEDIA tramite un processo di trasformazione fisico e meccanico.

 Temporale. Consiste nel creare plusvalore in seguito ad una differenziazione

temporale del commercializzare quel determinato bene o servizio. Cioè la creazione

del valore aggiunto la otteniamo attraverso un meccanismo che ci permettere di

mettere in commercio quel bene non nel momento in cui viene prodotto ma in un

tempo successivo. Esempio: stagionatura del formaggio, della birra. Questo concetto

vale quando un bene viene immagazzinato e messo in commercio quando c’è

scarsità di quest’ultimo e quindi quando l’utilità del bene aumenta.

 Trasferimento spaziale. Il concetto è simile alla trasformazione temporale però ci

riferiamo al punto di commercio e produzione che non è detto che coincidono.

Esempio: nei paesi in cui viene prodotto il petrolio (mondo arabo) il valore di questo

è inferiore rispetto al valore che la stesse merce assume in Italia dove c’è scarsità

delle risorse petrolifere. Nel momento in cui la materia prima trasformata in

carburante viene messa in commercio quel bene assume un valore aggiunto che è

dovuto proprio al concetto di trasferimento spaziale. Oppure possiamo parlare di

trasferimento spaziale quando un bene o un servizio viene trasferito dal centro di

produzione al punto di vendita.

 Trasferimento modale. Abbiamo il così detto trasferimento da persona a persona

cioè un bene passa tra le mani di qualcuno che non è bravo a farlo fruttare, alle mani

di qualcun altro che è capace di gestire al meglio quella risorsa. Anche in questo caso

si crea plusvalore.

- Fattore della produzione. Sono quei beni di input che messi all’interno del processo di produzione

a seguito di una trasformazione vengono convertiti in beni di output che hanno una utilità

maggiore rispetto ai beni di partenza. I principali fattori della produzione sono 3, ai quali possiamo

aggiungerne altri 2 più recenti:

 Terra

 Lavoro

 Capitale

 Organizzazione imprenditoriale

 Ordinamento statale

- Produttività. Si definisce produttività la quantità di prodotto ottenuta dall’uso dei fattori produttivi

(o della produzione). Possiamo avere differenti tipologie di produttività:

 Produttività di un fattore della produzione. È pari alla quantità di prodotto ottenuta

dall’utilizzo unico di quel solo fattore della produzione.

 Produttività totale. Quantità di prodotto ottenuta dall’utilizzo di tutti i fattori della

produzione.

Esempio: quante unità di quel bene e servizio sono state prodotte.

 Produttività media.

Esempio: quanti bicchieri ha prodotto l’impresa rispetto al numero di lavoratori che lavorano.

Voglio sapere ciascun lavoratore quanti bicchieri produce.

 Produttività marginale.

Esempio: quanti bicchieri ha prodotto l’ultimo lavoratore assunto dall’impresa.

 Produttività marginale ponderata.

PT (produttività totale), PM (produttività media), Pm (produttività marginale).

Come varia PT, PM, Pm al variare di

Tra probabili modalità di variazione 1° caso

La quantità d prodotto totale potrebbe variare in maniera

proporzionale rispetto al numero di lavoratori. In tal caso

una legge del genere assume come presupposto quello

che in micro viene definito come RENDIMENTO

MARGINALE COSTANTE. Significa che il prodotto totale è

funzione della quantità in questo caso di lavoro. Sono

direttamente proporzionali.

2° Caso

Il prodotto totale varia in maniera tale che sta in rapporto

con il fattore produttivo assumendo una legge con un

andamento più che proporzionale: cioè man mano che il

numero di lavoratori aumenta il prodotto totale potrebbe

aumentare, di volta in volta, sempre di più. In questo caso

parliamo di RENDIMENTI MARgINALI CRESCENTI. Significa

che il prodotto totale cresce in maniera più che

proporzionale (>).

3° caso

In questo caso il prodotto totale cresce in maniera meno

che proporzionale (<) rispetto al numero di lavoratori, alla

quantità di fattore produttivo.. Parliamo di RENDIMENTI

MARGINALI DECRESCENTI.

Questi sono tre casi ideali e ipotetici. Nei casi reali l’impresa non segue nessuno dei tre casi, o meglio segue

in maniera prevalente il terzo caso tuttavia in una prima fase segue il secondo caso. Quindi l’effettiva legge

di variazione del prodotto totale al variare quella quantità di fattore di produzione è:

In un primo tratto segue la legge del rendimento marginale

crescente fino ad un certo valore q*(punto di flesso) e da

questo punto in poi si innesca il meccanismo dei rendimenti

marginale decrescenti che è il tratto prevalente.

Man mano che assumo un numero di lavoratori crescente il PT,

cioè la quantità di beni e servizi prodotti dall’impresa cresce di

volta in volta sempre di più avendo un effetto benefico nel

primo tratto fino a q*. Dopo quando il numero di lavoratori

inizia a diventare troppo elevato tra di loro si creano delle

interferenze addirittura di natura fisica. Questi contrasti influiscono sulla produzione in quanto il numero di

prodotti prodotto dall’ultimo lavoratore diventa sempre più piccolo. Il prodotto totale aumenta ma inizia a

diminuire la PM e Pm a causa di queste interferenze. Per questo motivo le grandi aziende vengono divise in

più settori. Ovviamente accade anche per gli altri fattori della produzione: sovrabbondanza di materie

prime, di macchinari.

Questa legge la possiamo confrontare con le leggi di PM e Pm:

Considero la tg alla curva della PT passante per O. tale

retta sarà unica. Individuo il punto di intersezione e

sull’asse x avrò q* e q**.

La Pm inizialmente risulta essere crescente in

corrispondenza di q* raggiunge il suo punto di massimo

dopodiché diventa decrescente, anche se la PT aumenta

perché si somma a quelle precedenti. La Pm è la derivata

prima della curva PT, dove questa rappresenta il

coefficiente angolare della retta tg alla curva PT.

La PM parte sempre dallo stesso punto, inizialmente è

crescente intersecando in q** la Pm dopodiché PM decresce. La PM prima di incontrare Pm, sta al di sotto

ma dopo q** PM sta al di sopra di quella Pm. L’ultimo lavoratore produce di più se considero la media di

tutti i lavoratori. RAPPORTO TRA LE CURVE

Fattori dell’impresa Quando il fattore q aumenta a tal punto che la

Pm diventa negativa e in questo caso parliamo

di IMPRODUTTIVITA’. In corrispondenza di q’ la

produttività totale inizierà a diminuire.

Significa che all’aumentare il numero di operai

anziché produrre bottiglie inizia a distruggere il

prodotto per assurdo. Un’altra chiava di lettura

ci dice che una volta arrivati a Pm=0 anziché

decrescere la Pm si contiene costantemente

pari a 0 ovvero si mantiene parallela all’asse

delle ascisse. A seconda dei fattori della

produzione avremmo uno dei due modelli.

Però solitamente le imprese non arrivano mai

ad una quantità q’.

La curva della PT è una curva ricavata per via

sperimentale, empirica non esiste alcun

fondamento teorico. Però nella realtà le quantità prodotto sono delle quantità discrete e quindi le curve

sono formate da tanti punti. Tuttavia possiamo schematizzare con delle curve continue. La curva dopo q**

cresce.

All’imprese in che intervallo conviene produrre? 0-q*, q**-q*,>q**

- Da 0-q* ho rendimenti marginali crescenti; dal punto di flesso in poi ho rendimenti marginali

decrescenti. Però ho un livello di PT basso e quindi non è la zona giusta.

- > q** c’è un alto livello di PT però abbiamo anche un elevato livello di risorse impiegate per

incrementare di pochissimo il PT e quindi non è la zona giusta.

- Tra q* e q** è la zona giusta perché che in questa anche se si innesca il meccanismo dei rendimenti

marginali decrescenti e il PT cresce in maniera meno che proporzionale, la curva è molto inclinata e

quindi con un basso numero di lavoratori incremento di tanto PT.

-

COTSTO DI PRODUZIONE

Si definisce costo di produzione la somma di tutte le spese necessarie per trasformare i fattori produttivi in

prodotto finale. Il costo di produzione al di là del costo come definito ingloba nella sua definizione il


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in ingegneria edile-architettura
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Dot.Fisciano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia ed estimo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof De Mare Gianluigi.

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