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ESTRATTO DOCUMENTO

condotta del proponente è connotata da dolo o da colpa, e il preponente non può sottrarsi a

responsabilità, rispondendo a prescindere da qualsiasi colpa.

Art 2053 cc. E’ responsabile il proprietario di un edificio o di un’altra costruzione per i danni

cagionati dalla loro rovina, dovuta a vizi di costruzione. Il danneggiato non ha l’onere di provare

che la condotta del proprietario dell’immobile è caratterizzata da colpa, e il proprietario non può

esonerarsi da responsabilità, rispondendo a prescindere da qualsiasi sua colpa.

Art 2054 cc. E’ responsabile il proprietario di un veicolo senza guida di rotai per i danni cagionati

dalla circolazione del veicolo stesso, anche se condotto da terzi. Il danneggiato non ha l’onere di

provare che la condotta del proprietario è caratterizzata da colpa, e il proprietario non può

sottrarsi da responsabilità, rispondendo a prescindere da qualsiasi sua colpa.

Art 2054 cc. E’ responsabile il conducente o proprietario di un veicolo senza guida di rotaie per i

danni cagionati dalla circolazione del veicolo stesso, derivanti da vizi di costruzione. Il soggetto

risponde a prescindere da qualsiasi sua colpa.

Art 118 cod cons. Per sottrarsi a responsabilità, il produttore può solo fornire la dimostrazione

di una delle circostanze relative alla mancanza di nesso casuale tra fatto del produttore ed evento

dannoso.

RESPONSABILITA’ AGGRAVATA

Il legislatore prevede una serie di ipotesi in cui la posizione del danneggiato viene più intensamente

tutelata, rispetto a quanto risulterebbe dall’applicazione della regola generale che vuole che sia il

danneggiato a provare la colpa del danneggiante; sarà quindi quest’ultimo a dover fornire la

prova liberatoria, che non si riduce alla mera dimostrazione della sua mancanza di colpa.

Nel codice ritroviamo alcune ipotesi di responsabilità aggravata.

Art 2047 cc. In caso di danno cagionato da persona incapace di intendere o di volere, il

risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell’incapace.

Art 2048 cc. Il padre e la madre, o il tutore, sono responsabili del danno cagionato dal fatto

illecito dei figli minori e delle persone soggette a tutela, che abitano con essi. I precettori e

coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto

illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro sorveglianza.

Il padre, la madre, il tutore, i precettori e i maestri del mestiere possono liberarsi da responsabilità

provando di non aver potuto evitare il fatto.

Art 2050 cc. Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa è

tenuto al risarcimento. L’esercente di detta attività può liberarsi da responsabilità solo provando

di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Art 2051 cc. Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia. Il

custode può liberarsi da responsabilità solo provando il caso fortuito.

Art 2052 cc. Il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è

responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse

smarrito o sfuggito. Detti soggetti possono liberarsi da responsabilità solo provando il caso

fortuito.

Art 2053 cc. Il proprietario di un edificio o di altra costruzione è responsabile dei danni

cagionati dalla loro rovina. Il proprietario può scaricarsi da responsabilità provando che la rovina non

è dovuta a difetto di manutenzione o a vizio di costruzione.

Art 2054 cc. Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno

prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo. Il conducente può liberarsi da

responsabilità fornendo la prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Art 2054/2055 cc. In ipotesi di collisione fra veicoli, si presume che ciascuno dei conducenti

abbia concorso paritariam ente a produrre il danno subito dei singoli veicoli. Se lo scontro reca

danno a terzi, i conducenti sono solidamente responsabili per l’intero.

NESSO DI CASUALITA’

Altro presupposto che deve concorrere perché si abbia responsabilità extracontrattuale è il nesso di

casualità tra fatto e danno: è necessario verificare che proprio la sua condotta sia la causa di quel

danno.

Per verificare la sussistenza del nesso di casualità materiale sarà necessario indagare se l’evento

dannoso si sarebbe verificato ugualmente in assenza di una determinata condotta.

Art 1223 cc. Ciascuno risponde solo dei danni che siano conseguenza immediata e diretta della

sua condotta.

Una data condotta si considera causa di un determinato evento se detto evento ne risultava la

conseguenza prevedibile ed evitabile, quindi se quella data condotta è normalmente adeguata a

cagionare quel determinato evento dannoso.

Chi ha posto in essere la causa remota risponderà anch’esso dell’evento dannoso.

CONCORSO DI CAUSE

Un medesimo evento dannoso può essere cagionato da condotte illecite di più soggetti distinti:

condotte che possono essere consapevolmente coordinate, oppure essere autonome e

temporalmente distinte. In questo secondo caso, la condotta di un agente può essere ignorata dagli

autori delle altre condotte.

Art 2055 cc. Se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al

risarcimento del danno.

Una volta risarcito il danneggiato, chi ha effettuato il relativo esborso potrà esercitare l’azione di

regresso nei confronti degli altri coobbligati.

CONCORSO DEL FATTO COLPOSO DEL DANNEGIATO

Può accadere che a cagionare l’evento dannoso, concorra la condotta non di un terzo, ma dello

stesso danneggiato.

Art 1127 cc. Il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa del danneggiato e

l’entità delle conseguenze che ne sono derivate.

L’onere della prova del concorso del fatto del danneggiato nella causazione dell’evento dannoso

grava sul danneggiante.

L’onere di provare che il danno avrebbe potuto essere dal danneggiato evitato, in tutto o in

parte, con l’ordinaria diligenza grava sul danneggiante.

RESPONSABILIA’ PER FATTO ALTRUI

In alcuni casi il codice prevede che l’obbligo di risarcire il danno gravi su determinati soggetti, anche

se il pregiudizio è causato da fatto altrui.

Art 2047 cc. Del danno cagionato dal soggetto incapace di intendere o di volere risponde chi è

tenuto alla sorveglianza dell’incapace. La responsabilità del sorvegliante non si aggiunge a quella

di chi ha direttamente cagionato il pregiudizio, che in questo caso non è chiamato a rispondere per la

sola ragione di essere incapace.

Art 2048 cc. Del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati e della persona

sottoposta a tutela rispondono i genitori ed il tutore. Presupposto della responsabilità di genitori e

tutore è la convivenza con l’autore dell’illecito. La responsabilità diretta di genitori e tutore

concorre con quella indiretta del figlio minore e del soggetto sottoposto a tutela, solo se detti

soggetti sono capaci di intendere e di volere.

Art 2048 cc. Dei danni cagionati dal fatto illecito commesso da allievi ed apprendisti, rispondono

anche i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte. La responsabilità di detti

soggetti è limitata agli atti ammessi dagli allievi nel periodo in cui sono sotto la loro sorveglianza.

La responsabilità indiretta degli insegnanti si aggiunge in via solidale a quella diretta dell’allievo.

Art 2049 cc. Dei danni cagionati da fatto illecito di domestici e commessi nell’esercizio delle

incombenze a cui sono adibiti (preposti), rispondono i rispettivi padroni e committenti (preponenti).

Perché il preponente risponda del fatto illecito del preposto debbono concorrere i seguenti

presupposti: compimento da parte del preposto di un fatto illecito che cagioni ad altri un danno

ingiusto; compimento da parte del preposto dell’atto illecito nell’esercizio dell’incombenze a cui

è adibito. La responsabilità del preponente si aggiunge a quella del preposto.

Art 2053 cc. Dei danni cagionati dalla rovina di edificio imputabili a vizio di costruzione,

risponde chi ne è proprietario al momento della rovina.

Art 2054 cc. Dei danni derivanti da vizi di costruzione di veicoli senza guida di rotaie rispondono

il conducente e il proprietario del veicolo stesso. In solido con loro risponde il costruttore. Al

conducente come al proprietario che ha risarcito la vittima del fatto dannoso compete azione di

regresso nei confronti del costruttore.

Art 2054 cc. Dei danni cagionati dalla circolazione di veicoli senza guida di rotaie risponde anche

chi è il proprietario del veicolo al momento del sinistro. Presupposto della responsabilità indiretta

del proprietario è la responsabilità del conducente. Al proprietario è concessa prova liberatoria.

Una volta risarcita la vittima del sinistro, il proprietario avrà diritto di regresso nei confronti del

conducente.

DANNO

Ultimo presupposto per il sorgere dell’obbligo risarcitorio è il verificarsi del danno: se non c’è il

danno non può esserci responsabilità civile.

Per danno si intende qualsiasi alterazione negativa della situazione del soggetto rispetto a quella

che si sarebbe avuta senza il verificarsi del fatto illecito.

Il danno si distingue in: patrimoniale, per tale intendendosi quello che si concretizza nella lesione di

interessi economici del danneggiato; non patrimoniale, per tale intendendosi quello che si

concretizza nella lesione di interessi della persona non connotati di rilevanza economica.

Il medesimo fatto illecito può causare danno a soggetti diversi. In questi casi si parla di danno

riflesso, per indicare che l’evento dannoso che colpisce la vittima primaria dell’illecito propaga i suoi

effetti nella sfera giuridica di terzi.

Art 1223/2056 cc. Risarcibili saranno solo i danni che siano conseguenza immediata e diretta

del fatto illecito.

Il risarcimento per equivalente consiste nella dazione al danneggiato di una somma di denaro in

misura tale da compensarlo del pregiudizio sofferto.

Il risarcimento in forma specifica consiste nella rimozione diretta del pregiudizio verificatosi.

Art 2057 cc. Nell’ipotesi di danno permanente alla persona il risarcimento può avvenire sotto

forma di rendita vitalizia da corrispondersi al danneggiato.

Il danno deve essere riparato integralmente.

Art 1225/2056 cc. L’illecito extracontrattuale obbliga il responsabile al risarcimento non solo del

danno prevedibile, ma anche del danno imprevedibile.

DANNO PATRIMONIALE

Il danno patrimoniale consiste nell’alterazione negativa della situazione patrimoniale del soggetto

leso, rispetto a quella che si sarebbe avuta in assenza del fatto illecito.

Il danno patrimoniale comprende sia il danno emergente, ossia la diminuzione del patrimonio del

danneggiato, sia il lucro cessante, ossia il guadagno che la vittima dell’illecito non ha conseguito a

causa dell’illecito.

Il risarcimento ha ad oggetto sia il danno già sofferto dalla vittima al momento della liquidazione, sia il

danno futuro.

Nel caso di danno alla persona si deve considerare l’incidenza dell’inabilità temporanea o

dell’invalidità permanente su un reddito di lavoro qualificabile; tale reddito si determina, per il

lavoro dipendente, sulla base del reddito del lavoro che risulta il più elevato tra quelli degli ultimi

tre anni, e per il lavoro autonomo, sulla base del reddito netto che risulta il più elevato tra quelli

dichiarati dal danneggiato.

DANNO NON PATRIMONIALE

Art 2059 cc. Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge,

ossia in tutti i casi in cui la lesione incida sui valori della persona costituzionalmente garantiti,

sempre se non connotati da rilevanza economica .

Per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica

della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un incidenza negativa sulle

attività quotidiane.

Per danno esistenziale si intende la lesione di interessi riconosciuti a livello costituzionale che

comporti però modificazioni negative delle attività attraverso cui il soggetto esplica la propria

personalità, imponendo la necessità di adottare abitudini o stili di vita diversi dal passato.

RISARCIMENTO PER EQUIVALENTE E RISARCIMENTO IN FORMA SPECIFICA

La scelta fra le due forme di risarcimento è rimessa al danneggiato.

Art 2058 cc. Se il danneggiato richiede il risarcimento in forma specifica, il giudice può

negarglielo solo se la reintegrazione in forma specifica risulti impossibile o eccessivamente

onerosa per il debitore.

Diversa dal risarcimento in forma specifica è la tutela rispristinatoria del diritto, che mira solo ad

eliminare la situazione antigiuridica determinatasi con l’illecito, a prescindere che da questo siano

o meno derivati danni a terzi.

PRESCRIZIONE

Art 2947 cc. La prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da illecito extracontrattuale è

più breve di quella ordinaria: in genere cinque anni dal giorno in cui si è verificato il fatto, ossia

dal momento in cui la produzione del danno è divenuta oggettivamente percepibile e

riconoscibile dall’esterno.

Se il danno è prodotto da circolazione di veicoli di ogni specie, il termine di prescrizione è di due

anni. RESPONSABILITA’ PER DANNO AMBIENTALE

Per danno ambientale si intende qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o

indiretto di una risorsa naturale o dell’utilità assicurata da quest’ultima.

Chiunque arrechi danno all’ambiente, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in

parte, è obbligato al ripristino della precedente situazione e al risarcimento patrimoniale nei

confronti dello Stato.

La legittimazione attiva ad agire compete solo al Ministro dell’ambiente e della tutela del

territorio.

Ai sensi della disciplina speciale, l’autore dell’illecito, è tenuto al risarcimento in forma specifica. Solo

qualora non provveda in tutto o in parte al ripristino, l’autore dell’illecito sarà chiamato al risarcimento

per equivalente.

RESPONSABILITA’ PER DANNO DA PRODOTTO DIFETTOSO

Per prodotto si intende ogni bene mobile messo in circolazione, ossia consegnato all’acquirente,

all’utilizzatore.

Difettoso è il prodotto che non offre la sicurezza che ci si può legittimamente attendere tenuto

conto di tutte le circostanze.

Per ottenere il risarcimento, la vittima del danno deve provare: il danno sofferto; il difetto del

prodotto; la connessione causale tra difetto e danno.

Di detto danno è chiamato a rispondere il produttore, per tale intendendosi non solo il fabbricante

del bene, ma anche qualsiasi altra persona fisica o giuridica che si presenta come produttore,

identificando il bene con il proprio nome, marchio o altro segno distintivo.

Se il produttore non è individuato, la responsabilità ricade sul fornitore che ha distribuito il

prodotto nell’esercizio di un’attività commerciale.

Al produttore è concessa prova liberatoria.

Se il danno è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento..

Il diritto al risarcimento di detti danni è soggetto ad un termine di prescrizione di tre anni,

decorrenti dal giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza del

danno, del difetto e dell’indennità del responsabile. In ogni caso, il diritto al risarcimento deve essere

azionato entro dieci anni dal giorno in cui il produttore ha messo in circolazione il prodotto

che ha cagionato il danno.

CONCORSO DI RESPONSABILITA’ CONTRATTUALE ED EXTRACONTRATTUALE

Un medesimo fatto può costituire sia inadempimento, sia atto illecito dannoso.

La nostra giurisprudenza ammette ormai pacificamente il concorso tra responsabilità contrattuale ed

extracontrattuale, lasciando al danneggiato la facoltà di agire in via contrattuale, ovvero in via

aquiliana.

L’esercizio di una azione non comporta rinuncia dell’altra.

TRASFORMAZIONI SOCIALI E RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA

FAMIGLIA E RIFORMA

Art 28 C. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul

matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti

stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

La Costituzione anche se emanata pochi anni dopo, offre un immagine della famiglia molto diversa da

quella prospettata dal codice del ’42.

Le norme dettate dal codice in materia, oggi modificate dalle riforme del diritto di famiglia

configuravano un’idea di famiglia patriarcale propria di una società prettamente agricola,

fondata sulla figura dominante del marito-padre.

Il principio dell’art 29 C. della parità tra coniugi, ha ricevuto consacrazione effettiva soltanto con la

riforma del diritto di famiglia del 1975.

L’istituto mediante il quale la famiglia ottiene riconoscimento giuridico resta il matrimonio

disciplinato dal codice civile.

FAMIGLIA LEGITTIMA E FAMIGLIA DI FATTO

La famiglia legittima è quella fondata sul matrimonio.

La famiglia di fatto è quella costituita da persone che pur non essendo legate da vincolo

matrimoniale, convivono more uxorio, insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione; manca solo

l’atto formale.

Il solenne riconoscimento dei diritti della famiglia si riconosce solo alla famiglia fondata sul

matrimonio.

La stabile convivenza tra coppie non coniugate ha acquistato comunque negli ultimi anni profili di

rilevanza giuridica.

MATRIOMONIO: LA FORMAZIONE DEL VINCOLO

A) MATRIMONIO CIVILE

NOZIONI GENERALI

Il matrimonio è un istituto che assume rilievo sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista

dell’ordinamento giuridico dello Stato.

Il matrimonio come istituto regolato dal diritto civile venne introdotto nella tradizione giuridica

italiana dal codice civile del Regno d’Italia del 1865.

Per il diritto italiano il termine matrimonio è adoperato tanto per indicare l’atto, ossia le nozze,

mediante il quale viene fondata la società coniugale, quanto il rapporto che ne deriva per gli sposi.

Il fine essenziale del matrimonio civile sembra identificabile nella costituzione di comunione di vita

spirituale e materiale tra i coniugi.

Il vincolo tra gli sposi ha cessato fin dal 1970 di essere indissolubile, a seguito della introduzione del

divorzio; rimane esclusivo, indisponibile e di durata indeterminata. Non può essere sottoposto a

condizione risolutiva.

PROMESSA DI MATRIMONIO

Il matrimonio è di solito preceduto dalla promessa: di solito, i fidanzati si promettono

reciprocamente di celebrare il matrimonio.

Principio fondamentale in questa materia è la libertà delle parti fino al momento della perfezione del

matrimonio.

Art 79 cc. La promessa non obbliga a contrarre il matrimonio né ad eseguire ciò che si fosse

convenuto per il caso di non adempimento.

Art 81 cc. Se la promessa è fatta per iscritto da una persona maggiore di età o da un minore

ammesso a contrarre matrimonio, o se risulta dalle pubblicazioni, il promittente, qualora senza

motivo ricusi successivamente di dare esecuzione della promessa e di contrarre le nozze, è tenuto al

risarcimento dei danni. Questi sono limitati alle spese fatte e alle obbligazioni contratte a

causa di quella promessa.

Art 80 cc. In ogni caso di rottura del fidanzamento può essere chiesta la restituzione dei doni

fatti a causa della promessa di matrimonio. Tali sono i regali d’uso tra fidanzati, di valore adeguato

alle condizioni sociali ed economiche del dominante, determinati dalla promessa di matrimonio.

Art 783 cc. Dette donazioni non richiedono la forma dell’atto pubblico e si perfezionano con la

semplice consegna della cosa.

Art 785 cc. Estranee alla delineata disciplina sono le donazioni fatte dai nubendi reciprocamente tra

loro o anche da un terzo, in riguardo di un determinato futuro matrimonio.

CAPACITA’ E IMPEDIMENTI

Per contrarre il matrimonio occorre che ciascuno dei nubendi abbia la piena capacità di sposarsi e

che non sussistano ostacoli relativi alla coppia.

Art 84/85/86/89 cc. Sono necessari per ciascuno degli sposi: la libertà di stato: non può

contrarre nuovo matrimonio chi è legato dal vincolo di nozze precedenti; l’età minima: l’età minima

per contrarre il matrimonio si raggiunge con la maggiore età, oppure l’autorità giudiziaria può

ammettere al matrimonio un minorenne di almeno sedici anni di età; la capacità di intendere e di

volere: non può contrarre matrimonio l’interdetto per infermità di mente o la persona incapace

di intendere o di volere; l’assenza del rischio di commixtio sanguinis: la donna non può contrarre

nuove nozze se non dopo che siano trascorsi trecento giorni dallo scioglimento o

dall’annullamento del matrimonio precedente.

Art 87 cc. Non posso contrarre matrimonio tra loro: ascendenti e discendenti in linea retta,

legittimi o naturali; i fratelli e le sorelle, legittimi o naturali; lo zio e la nipote, la zia e il nipote; gli

affini in linea retta e collaterale; l’adottante, l’adottato e i suoi discendenti; i figli adottivi della

stessa persona; l’adottato e i figli dell’adottante.

Art 88 cc. Non possono contrarre matrimonio le persone delle quali l’una è stata condannata per

omicidio consumato o tentato e l’altra sia il coniuge della vittima.

PUBBLICAZIONE E CELEBRAZIONE

Art 93 cc. La celebrazione del matrimonio deve essere preceduta dall’esecuzione di alcune

formalità preliminari, che consistono nella pubblicazione.

La pubblicazione consiste nell’affissione di un atto alla porta della casa comunale per almeno otto

giorni.

Art 99 cc. La celebrazione non può avvenire prima del quarto giorno successivo al compimento

della pubblicazione.

Art 100 cc. La pubblicazione può essere omessa per gravi motivi.

Chi richiede la pubblicazione deve dichiarare le generalità degli sposi e se esistono cause

impeditive della celebrazione del matrimonio.

Art 101 cc. Prescinde dalla pubblicazione il matrimonio in immediato pericolo di vita.

Art 102 cc. Se manca una delle condizioni richieste per la celebrazione del matrimonio, può essere

fatta opposizione dai genitori, gli ascendenti in linea collaterale o dal pubblico ministero.

L’atto di opposizione si propone con ricorso al presidente del tribunale del luogo dove è stata

eseguita la pubblicazione; il presidente convoca le parti innanzi al tribunale e può sospendere la

celebrazione del matrimonio sino a che sia stata rimossa l’opposizione. Il tribunale, sentite le parti,

decide sull’opposizione con decreto motivato.

Art 104 cc. Se l’opposizione viene respinta l’opponente può essere condannato al risarcimento del

danno.

Art 106 cc. La celebrazione deve avvenire pubblicamente nella casa comunale davanti

all’ufficiale di stato civile al quale fu fatta la richiesta di pubblicazione.

Art 107 cc. L’ufficiale di stato civile alla presenza di due testimoni da lettura agli sposi degli art

143, 144, 147 cc.; riceve da ciascuna delle parti personalmente le dichiarazioni che esse si vogliono

prendere rispettivamente in marito e moglie; dichiara che esse sono unite in matrimonio; dopo la

celebrazione deve essere compilato l’atto di matrimonio.

Art 108 cc. La dichiarazione degli sposi di prendersi rispettivamente in marito e moglie non può essere

sottoposta a termine o condizione. Nel caso si hanno per non apposti.

Art 111 cc. E’ ammessa la celebrazione per procura per i militari in tempo di guerra, o quando

uno degli sposi risieda all’estero e concorrano gravi motivi. La procura deve essere rilasciata per

atto pubblico; essa non può essere generica, ma deve indicare il nome dell’altro sposo, ed è

soggetta ad un breve termine di efficacia. Si ritiene che il procurator ad nuptias non sia il

rappresentante volontario, ma un semplice nuncius.

Art 113 cc. E’ valido il matrimonio celebrato davanti ad una persona che, pur non avendo la

qualità di ufficiale di stato, ne esercita le funzioni. Occorre però che l’esercizio delle funzioni

avvenga pubblicamente, ossia in modo palese, e che almeno uno degli sposi sia in buona fede.

INVALIDITA’ DEL MATRIMONIO

Per aversi matrimonio è indispensabile che per lo meno vi sia stata una celebrazione nel corso della

quale nubendi di sesso diverso abbiano manifestato il loro consenso.

Un matrimonio si dice inesistente qualora manchino gli estremi indicati.

Alcune cause di invalidità possono essere fatte valere da chiunque vi abbia interesse (invalidità

assoluta), altre possono essere fatte valere soltanto dai coniugi o dal pubblico ministero

(invalidità relativa); alcune possono essere fatte valere in qualunque tempo (invalidità insanabile e

imperscrittibile), altre sono suscettibili di rapida sanatoria.

I casi nei quali è ammissibile un’impugnativa del matrimonio per vizio del consenso sono la

violenza, il timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne allo sposo e l’errore.

Art 122 cc. Per violenza si intende quando il consenso di uno dei coniugi sia stato estorto con

minacce, che è da ritenere che siano rilevanti per l’annullabilità dei contratti. L’azione non può

essere proposta se vi sia stata coabitazione per un anno dopo che sia cessata la violenza.

Art 122 cc. Di timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne allo sposo, si tratta

dei casi in cui uno dei coniugi risulti costretto alla celebrazione da elementi perturbatori della

volontà obbiettivi.

Art 122 cc. Per errore si intende sia l’errore sull’identità della persona dell’altro coniuge, sia

l’errore su qualità personali dell’altro coniuge. In questo caso si può chiedere l’annullamento

soltanto se uno dei coniugi dopo le nozze abbia scoperto una delle seguenti tassative circostanze

relative al partner: malattia fisica o psichica, o anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire

lo svolgimento della vita coniugale; sentenza di condanna alla reclusione non inferiore a cinque

anni per delitto non colposo; la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale; uno stato di

gravidanza causato da terzi. Anche l’impugnazione per errore non può più essere proposta se vi sia

stata coabitazione per un anno dopo la scoperta dell’errore.

Art 123 cc. Il matrimonio può essere impugnato da ciascuno dei coniugi per simulazione, che

ricorre quando questi abbiano contratto le nozze con l’accordo di non adempiere gli obblighi e di

non esercitare i diritti che ne derivano. L’impugnativa non può più essere proposta dopo che sia

decorso un anno dalla celebrazione del matrimonio ovvero dopo che i coniugi abbiano convissuto

come tali dopo le nozze.

Art 125 cc. L’azione di impugnazione non può essere proposta dagli eredi e non può essere

promossa per mancanza d’interesse dal pubblico ministero dopo la morte di uno dei coniugi. E’

sottoposta a brevi termini di decadenza.

MATRIMONIO PUTATIVO

La legge elimina in certi casi l’efficacia retroattiva dell’annullamento (dopo la sentenza di

annullamento, i coniugi si devono considerare come se non fossero mai stati sposati).

Art 128 cc. Se i coniugi sono in buona fede il matrimonio si considera valido, e pienamente

produttivo di effetti tra i coniugi, fino alla pronuncia della sentenza di annullamento. Lo stesso vale

per la legittimazione dei figli. Se invece entrambi i coniugi sono in mala fede i figli si considerano

egualmente illegittimi a meno che la nullità dipenda da bigamia o incesto.

B) MATRIMONIO CONCORDATARIO E MATRIMONIO CELEBRATO

DAVANTI A MINISTRI DI ALTRUI CULTI

NOZIONI GENERALI

Accanto al matrimonio celebrato civilmente può aversi il matrimonio concordatario, ossia quello canonico

che può produrre effetti non soltanto religiosi, ma anche civili.

Si può celebrare le nozze due volte: in Chiesa e in Municipio.

Sono riconosciuti effetti civili ai matrimoni contratti secondo le norme di diritto canonico, in

presenza di talune condizioni.

Proprio perché si tratta di un matrimonio canonico, della validità del vincolo è competente a decidere

l’autorità giurisdizionale ecclesiastica, le cui sentenze diventano efficaci di fronte all’ordinamento

dello Stato.

MODALITA’ PER IL RICONOSCIMENTO DELL’EFFICACIA CIVILE DEL MATRIMONIO

• CANONICO

La celebrazione del matrimonio canonico deve essere preceduta dalle pubblicazioni, mediante

affissione di un avviso con le generalità degli sposi alle porte della chiesa parrocchiale, dopo che il

parroco si sia accertato che non esistono impedimenti.

Perché il matrimonio consegua gli effetti civili occorrono anche le pubblicazioni alla porta della casa

comunale.

L’ufficiale di stato civile deve rifiutare le pubblicazioni se accerta che il matrimonio canonico non

potrebbe essere trascritto.

La mancanza di pubblicazioni civili non costituisce ostacolo alla trascrizione del matrimonio

canonico che sia stato ugualmente celebrato.

Eseguite le pubblicazioni può avvenire la celebrazione, da parte del ministro del culto.

Affinchè un matrimonio religioso possa acquistare effetti civili occorre che il parroco o il suo

delegato spieghi ai contraenti gli effetti civili del matrimonio e dia loro lettura degli articoli del

codice civile riguardanti diritti e doveri dei coniugi, che dell’atto del matrimonio siano redatti

due originali, e che uno degli originali sia trasmesso entro cinque giorni dalla celebrazione,

all’ufficiale di stato civile per essere trascritto nei registri dello stato civile.

TRASCRIZIONE DEL MATRIMONIO CANONICO

L’atto fondamentale perché il matrimonio religioso consegua effetti civili è la sua trascrizione negli

atti dello stato civile: questa ha carattere costitutivo. In sua mancanza il matrimonio canonico

rimane un atto puramente religioso.

Gli effetti non si producono dal giorno della trascrizione, ma da quello della celebrazione: ha

efficacia retroattiva.

E’ prevista intrascrivibilità quando gli sposi non rispondono dei requisiti della legge civile circa

l’età richiesta per la celebrazione, e quando sussiste fra gli sposi un impedimento che la legge civile

considera inderogabile.

Se la trascrizione del matrimonio canonico sia stata omessa, qualunque ne sia stata la causa, può

essere chiesta in ogni tempo la trascrizione tardiva, purchè la richiesta sia fatta da entrambi i

coniugi. Anche questa ha effetto retroattivo.

MATRIMONIO CELEBRATO DAVANTI A MINISTRO DI UN CULTO ACATTOLICO

Art 83 cc. Anche il matrimonio celebrato davanti ad un ministro di culto diverso da quello cattolico,

produce gli stessi effetti civili del matrimonio celebrato davanti all’ufficiale dello stato civile.

Questo matrimonio è integralmente regolato dal codice civile.

Anche tale matrimonio deve essere trascritto nei registri dello stato civile italiano, perché produca

effetti civili.

MATRIMONIO: REGIME DEL VINCOLO

DIRITTI E DOVERI PERSONALI DEI CONIUGI

Art 143 cc. Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i

medesimi doveri.

Art 144 cc. I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza

della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.

Art 143bis cc. E’ prevista l’aggiunta del cognome maritale a quello della moglie, così come i figli

nati all’interno del matrimonio assumono il cognome paterno. La moglie lo conserva anche nel

periodo vedovile.

Art 143 cc. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e

materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.

Art 342bis/ter cc. Il giudice può adottare ordini di protezione quando la condotta del coniuge

o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà

dell’altro coniuge; tali provvedimenti consistono nell’ordine di cessazione della condotta

pregiudizievole e di allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente

responsabile della violenza.

La riforma del 1975 ha ribadito la parificazione tra i coniugi anche sul piano dei rapporti

patrimoniali, affermando che essi sono tenuti entrambi in relazione alle proprie sostanze e alla propria

capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

SEPARAZIONE PERSONALE DEI CONIUGI

Art 150 cc. E’ prevista la possibilità di una separazione personale dei coniugi, ossia di una

cessazione legalmente sanzionata del loro obbligo di convivere.

La separazione è quell’istituto che, senza non comportare la cessazione degli effetti del

matrimonio, determina un temperamento nell’osservanza degli obblighi che sorgono con il

matrimonio.

Differente dalla separazione legale trattata nel codice, è la separazione di fatto, non sanzionata da

alcun provvedimento giudiziale, ma voluta ed attuata deliberatamente sulla base di un previo

accordo informale dei coniugi, o per il rifiuto unilaterale di uno di essi a proseguire la vita in

comune.

E’ esclusa la separazione per colpa.

Art 150 cc. La separazione legale può essere giudiziale o consensuale.

Art 151 cc. La separazione giudiziale può essere chiesta quando si verificano fatti tali da rendere

intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione

della prole.

Il giudizio inizia con un ricorso depositato presso il tribunale competente del luogo in cui risiede il

coniuge che ha presentato il ricorso. A seguito della notificazione si ha la prima udienza: l’udienza

presidenziale. Nel corso di questa ci sarà il primo tentativo di riconciliazione, che mira ad eliminare

la crisi, e si potrà inoltre tentare di trasformare la separazione da giudiziale a consensuale. Se la

conciliazione non c’è, il presidente emanerà provvedimenti immediatamente esecutivi riguardanti

figli e rapporti patrimoniali tra coniugi.

Art 151 cc. Il giudice può dichiarare nella sentenza a quale dei coniugi sia addebitabile la

separazione.

L’addebito consegue alla violazione dei doveri che nascono dal matrimonio, in relazione al rapporto

istaurato con l’altro coniuge. Conseguenze dell’addebito sono: esclusione dal diritto di

mantenimento e perdita dei diritti successori.

Art 156 cc. Qualora uno dei coniugi non abbia redditi propri adeguati a consentirgli di conservare il

precedente tenore di vita, il giudice può imporre all’altro l’obbligo di versare un assegno

periodico la cui entità deve essere determinata tenendo conto dei redditi del coniuge obbligato e

dei bisogni dell’altro. Non può essere attribuito al coniuge cui sia stata addebitata la responsabilità

della separazione, al quale può essere riconosciuto solamente il diritto agli alimenti.

Le statuizioni contenute nella sentenza di separazione possono essere in qualsiasi momento

revocate o modificate dal tribunale.

Art 156bis cc. Il giudice può vietare alla moglie l’uso del cognome del marito quando tale uso sia

a lui gravemente pregiudizievole o parimente autorizzare la moglie a non usare il cognome

stesso, qualora da tale uso possa derivare pregiudizio.

Art 158 cc. La separazione consensuale, ossia per il solo consenso dei coniugi non ha effetto

senza l’omologazione del tribunale.

Art 711 cc. Prima di concedere l’omologazione il presidente del tribunale deve esperire un

tentativo di conciliazione.

Se vi è contrasto il giudice convoca i coniugi e propone quale soluzione è consigliabile adottare: il

giudice potrà rigettare la richiesta omologa, ma non modificarla.

Con la separazione personale, cessano per entrambi i coniugi l’obbligo di convivenza e assistenza.

Non cessa l’obbligo di collaborazione. Cessa la presunzione di paternità e si scioglie la

comunione legale.

Art 157 cc. Gli effetti della separazione cessano in caso di riconciliazione dei coniugi, che non

richiede alcuna forma solenne e non obbliga a tornare di fronte al giudice . In caso di

riconciliazione, la separazione può essere nuovamente pronunciata solo per fatti successivi alla

riconciliazione stessa.

PROVVEDIMENTI RIGUARDO AI FIGLI

E’ necessario che i figli mantengano regolari rapporti con entrambi i genitori in caso di separazione,

e la legge pone come regola fondamentale l’affidamento condiviso.

Art 155 cc. Anche il caso di separazione i figli hanno diritto di conservare un rapporto equilibrato

o continuativo, di ricevere da entrambi cura, educazione e istruzione, e di conservare

rapporti con gli ascendenti e i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Il giudice deve considerare prioritariamente la possibilità che il figlio sia affidato ad entrambi.

Art 155bis cc. Il giudice può disporre l’affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori soltanto

quando ritenga che il rapporto con l’altro sia contrario all’interesse del minore. Ciascun coniuge

può comunque chiedere in qualsiasi momento l’affidamento esclusivo.

Il giudice dispone l’affidamento condiviso dei figli, precisando presso quale dei genitori gli stessi

sono collocati e determinando i tempi e i modi della presenza dei figli presso ciascun genitore.

Il giudice può anche prendere in considerazione eventuali accordi tra i genitori, se non contrari

agli interessi dei figli.

Art 155ter cc. I provvedimenti relativi ai figli sono sempre modificabili.

Ciascun genitore deve provvedere al mantenimento della prole in misura proporzionale al

proprio reddito.

Art 155quinquies cc. Qualora la coppia abbia figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, il

giudice, valutate le circostanze, può disporre il pagamento di un assegno periodico.

Art 155quater cc. Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto

dell’interesse dei figli.

SCIOGLIMENTO DEL MATRIMONIO E DIVORZIO

Secondo il codice civile del 1942 il matrimonio non poteva sciogliersi se non con la morte di uno

dei coniugi.

Con la Legge del 1 Dicembre 1970 n.898 è stato introdotto anche in Italia l’istituto del divorzio.

La condizione di vedovo non è equiparabile a quella del non coniugato, in quanto il matrimonio

continua a produrre effetti.

Alla morte è equiparata la dichiarazione di morte presunta, che consente al coniuge superstite di

contrarre legittimamente nuove nozze; qualora la persona ritorni o ne sia accertata l’esistenza, il

nuovo matrimonio è invalido.

Il nostro ordinamento non ammette né il divorzio consensuale, fondato sulla volontà concorde dei

coniugi, né il divorzio-sanzione, cioè giustificato come reazione ad una colpa di un coniuge verso

l’altro.

Il divorzio si atteggia come rimedio al fallimento coniugale, ed è quindi ammissibile solamente

quando la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o

ricostituita.

Può esserci divorzio per separazione ultratriennale; deve trattarsi o di separazione giudiziale o di

separazione consensuale omologata. I tre anni decorrono dalla data dell’udienza presidenziale

del procedimento, e la separazione deve essere ininterrotta. E’ irrilevante la separazione di fatto.

Le altre cause che rendono ammissibile il divorzio sono: una condanna penale passata in giudicato;

una condanna penale per reati in danno del coniuge e del figlio; la mancata consumazione del

matrimonio; il divorzio ottenuto all’estero; il passaggio in giudica che determina il passaggio

di sesso.

Il giudice deve esperire un tentativo di conciliazione. Se la conciliazione non riesce il giudice deve

accertare che la comunione spirituale dei coniugi non può essere mantenuta o ricostituita.

Con la sentenza di divorzio il Tribunale può disporre l’obbligo per il coniuge di corrispondere all’altro

un assegno periodico se quest’ultimo non ha mezzi adeguati, che deve essere adeguato a

consentire al coniuge di conservare un tenore di vita analogo a quello goduto durante il

matrimonio. L’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge passa a nuove nozze.

IL REGIME PATRIMONIALE

PRINCIPI GENERALI

In ambito patrimoniale, la riforma del 1975 ha inteso equiparare la posizione giuridica dei coniugi,

prescrivendo un obbligo di entrambi di contribuire alle esigenze della famiglia, ma ha ritenuto anche

necessario introdurre un nuovo regime legale di tali rapporti, sostituendo a quello di separazione

dei beni il regime di comunione, volto a determinare la condivisione degli incrementi di ricchezza

conseguiti dalla coppia.

OBBLIGO DI CONTRIBUZIONE PER IL SODDISFACIMENTO DEI BISOGNI DELLA FAMIGLIA

Art 143 cc. Il matrimonio impone ad entrambi i coniugi l’obbligo di contribuire ai bisogni della

famiglia.

Art 148 cc. Ciascun coniuge deve adempiere l’obbligo di mantenere, istituire ed educare la prole

in proporzione alle rispettive sostanze secondo la sua capacità di lavoro professionale o casalingo.

Non è predisposta l’entità complessiva dei mezzi che i coniugi devono destinare alla famiglia.

Art 148 cc. Per l’ipotesi che la coppia non abbia mezzi sufficienti a provvedere al mantenimento dei

figli, la legge impone ai loro ascendenti di fornire i mezzi necessari affinchè possano essere

adempiuti i doveri nei confronti della prole.

REGIME PATRIMONIALE LEGALE

Art 117 cc. Con la riforma il regime patrimoniale legale della famiglia è costituito dalla comunione

dei beni.

La nuova disciplina ha trovato applicazione automatica soltanto per le coppie sposate dopo

l’entrata in vigore della legge riformata.

Per le coppie già unite in matrimonio a quella data fu previsto un periodo di pendenza di due anni,

durante il quale uno dei coniugi, con atto unilaterale ricevuto da notaio o dall’ufficiale dello stato

civile, può dichiarare di non volere il regime di comunione legale. Se nessuno dei due coniugi abbia

preso l’iniziativa di tale atto la coppia è stata automaticamente assoggettata al regime di

comunione legale.

Per le coppie unite in matrimonio successivamente all’entrata in vigore della riforma, la scelta del

regime di separazione dei beni deve essere convenuta mediante un accordo stipulato per atto

pubblico o risultante dall’atto di celebrazione del matrimonio.

Le convenzioni matrimoniali possono essere stipulate anche dopo la celebrazione del matrimonio.

Art 162 cc. Non possono essere opposte ai terzi quando non risultino annotate a margine dell’atto di

matrimonio.

Art 164 cc. Ai terzi è consentita senza limiti la prova della simulazione delle convenzioni

matrimoniali,

Art 165/166 cc. Il minore e l’inabilitato ammessi a contrarre matrimonio sono capaci di

partecipare ad ogni relativa convenzione matrimoniale.

COMUNIONE LEGALE

Il regime patrimoniale legale della famiglia è costituito dalla comunione dei beni.

La comunione legale non è una comunione universale, cioè di tutto quanto appartiene a ciascuno

dei coniugi.

Si devono distinguere: i beni che divengono oggetto di comunione dei coniugi fin dal loro acquisto

(comunione immediata), i beni che cadono in comunione soltanto al momento dello scioglimento

della comunione stessa (comunione de residuo), e i beni che rimangono in ogni caso di titolarità

esclusiva del singolo coniuge (beni personali).

Art 117 cc. Cadono automaticamente in comunione: gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme

o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali; le aziende

gestite da entrambi i coniugi costituite dopo il matrimonio; gli utili e gli incrementi di aziende

gestite da entrambi i coniugi, ma appartenenti ad uno solo di essi anteriormente al matrimonio.

I redditi personali dei coniugi non cadono automaticamente in comunione.

Art 179 cc. Sono invece esclusi dalla comunione e rimangono beni personali di ciascun coniuge: i beni

di cui il coniuge era già titolare prima del matrimonio; i beni da lui acquisiti successivamente al

matrimonio per effetto di donazione o successione in suo favore; i beni di uso strettamente

personale di ciascun coniuge; i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge; i beni

ottenuti a titolo di risarcimento del danno; i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento di altri

beni personali o col loro scambio.

Art 180 cc. L’amministrazione e il compimento degli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione e la

rappresentanza in giudizio per le relative azioni dei beni della comunione spettano ad entrambi i

coniugi.

Art 181 cc. Se uno dei coniugi rifiuta il consenso per la stipula di uno di tali atti, l’altro coniuge può

rivolgersi al giudice per ottenere la autorizzazione a stipulare egualmente l’atto, quando sia

necessario per la famiglia.

Art 182 cc. Un coniuge può farsi autorizzare dal giudice al compimento di tali atti qualora l’altro

coniuge sia lontano o impedito.

Art 183 cc. Se uno dei coniugi è minore o non è capace di amministrare, l’altro coniuge può

chiedere al giudice di escluderlo dall’amministrazione.

Art 184 cc. Gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro coniuge sono

annullabili se riguardano beni immobili o beni iscritti in pubblici registri; se riguardano beni

mobili, si deve ricostituire lo stato precedente.

SCIOGLIMENTO DELLA COMUNIONE

Art 191 cc. La comunione legale si scioglie per morte di uno dei coniugi, per sentenza di

divorzio, per dichiarazione di assenza o di morte presunta, per annullamento del matrimonio,

per separazione personale legale tra i coniugi, per fallimento di uno dei coniugi, per convenzione

tra i coniugi per abbandonare il regime di comunione, o per separazione giudiziale dei beni.

Art 193 cc. La separazione giudiziale dei beni può essere pronunciata dal tribunale quando

ricorrono: interdizione di uno dei coniugi; inabilitazione di uno dei coniugi; cattiva amministrazione

della comunione; disordine negli affari personali di un coniuge, tale da mettere in pericolo gli

interessi dell’altro; condotta tenuta da uno dei coniugi nell’amministrazione coniugale, tale da creare

situazione di pericolo; mancata o insufficiente contribuzione da parte di uno dei coniugi al

soddisfacimento dei bisogni familiari. La sentenza di separazione dei beni retroagisce al giorno in

cui è stata proposta la domanda ed ha l’effetto di istaurare il regime di separazione dei beni.

Art 194 cc. Se occorre procedere alla divisione dei beni comuni, da effettuare sempre in parti

uguali tra moglie e marito o loro eredi.

COMUNIONE CONVENZIONALE

Art 210 cc. I coniugi possono convenire, con apposita stipulazione matrimoniale, non solo di

escludere il regime di comunione, ma anche di disciplinarlo diversamente, dando luogo ad una

comunione convenzionale.

La stipulazione di un apposito accordo tra i coniugi per dar vita ad una comunione convenzionale, può

mirare o a ricomprendere nella comunione anche beni personali, o a ricomprendere

automaticamente nella comunione di tutti i redditi di pertinenza di ciascun coniuge.

SEPARAZIONE DEI BENI

Art 217 cc. Quando si applica il regime di separazione ciascun coniuge conserva il godimento e

l’amministrazione dei beni di cui è titolare esclusivo.

Art 218 cc. Se in regime di separazione, un coniuge ha il godimento di beni dell’altro, è soggetto a

tutte le obbligazioni cui sarebbe tenuto se ne fosse usufruttuario.

Art 219 cc. Qualora sorga una controversia tra i coniugi circa la titolarità di determinati cespiti, si

presume che si tratti di beni comuni di entrambi per pari quota.

FONDO PATRIMONIALE

La riforma prevede la possibilità che venga costituito un fondo patrimoniale con uno speciale

regime, per far fronte ai bisogni della famiglia. Può essere costituito da ciascuno dei coniugi, da

entrambi o da un terzo, per atto pubblico o per testamento.

Art 167 cc. Possono far parte del fondo beni immobili, beni mobili iscritti in pubblici registri o

titoli di credito.

Art 168 cc. La proprietà dei beni che costituiscono il fondo spetta ad entrambi i coniugi.

I beni del fondo non possono essere alienati, concessi in garanzia o comunque vincolati, se non

con il consenso di entrambi i coniugi.

Art 170 cc. I beni del fondo e i relativi frutti non possono essere sottoposti ad esecuzione

forzata per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della

famiglia.

IMPRESA FAMILIARE

Art 230bis cc. Una assoluta novità della riforma del 1975 è stata l’introduzione dell’impresa

familiare, istituita salvo che non sia configurabile un diverso rapporto.

La norma mira a tutelare i familiari dell’imprenditore che prestino di fatto in modo continuativo la

loro attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa del loro congiunto.

I familiari tutelati con la norma sono il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il

secondo grado dell’imprenditore. A questi viene riconosciuto il diritto al mantenimento, il diritto

di partecipare agli utili dell’impresa ed agli incrementi dell’azienda e il diritto di prelazione

nell’azienda.

La norma aggiunge che le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi, e quelle

inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa,

devono essere adottate a maggioranza dai familiari che partecipano all’impresa stessa.

Il diritto di partecipazione è intrasferibile ad estranei.

In caso di cessazione della prestazione del lavoro e in caso di alienazione dell’azienda il diritto di

partecipazione può essere liquidato in danaro e il pagamento può essere dilazionato in più

annualità.

DOTE

La dote era rappresentata da quei beni che mediante un atto solenne, la moglie, o altri per essa,

apportava al marito per sostenere i pesi del matrimonio: ciò presupponeva che il marito dovesse

mantenere la moglie.

La riforma ha però stabilito un divieto rigoroso di costituzione in dote.

Art 166bis cc. E’ nulla ogni convenzione che comunque tenda alla costituzione di beni in dote.

FILIAZIONE LEGITTIMA

FILIAZIONE LEGITTIMA

Il figlio è legittimo quando è stato concepito da genitori uniti in matrimonio.

Perché ad una persona possa attribuirsi lo status di figlio legittimo occorre che sia nato da madre

coniugata all’epoca del concepimento e che sia stato concepito ad opera del marito della madre.

Art 231 cc. Se il figlio è stato concepito durante il matrimonio, il padre deve ritenersi che sia il

marito della madre. Questa presunzione di paternità non opera se il figlio sia nato decorsi 300

giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale tra i coniugi.

Art 232 cc. Si presume concepito nel matrimonio il figlio nato quando sono trascorsi 180 giorni

dalla celebrazione del matrimonio e non sono ancora trascorsi 300 giorni dalla data fine del

matrimonio. Questa presunzione di concepimento non opera decorsi 300 giorni dalla pronuncia

della separazione.

Le presunzioni possono essere smentite. La prova deve essere legata a presupposti oggettivi.

Art 233 cc. E’ ugualmente reputato legittimo il figlio nato dopo le nozze, ma prima che siano

trascorsi 180 giorni dalla celebrazione del matrimonio, se i coniugi non ne disconoscono la

paternità.

Art 234 cc. Ciascuno dei coniugi può provare che il figlio nato dopo 300 giorni dalla fine del

matrimonio, sia stato concepito durante il matrimonio.

PROVA DELLA FILIAZIONE LEGITTIMA

Lo status di figlio legittimo si prova con l’atto di nascita, iscritto nei registri dello stato civile. Ai

fini della redazione dell’atto, l’ufficiale di stato civile raccoglie la dichiarazione di coloro che sono

tenuti a denunciare la nascita e accerta che la nascita sia effettivamente avvenuta.

Chi compie la dichiarazione deve rispettare l’eventuale volontà della madre di non essere nominata.

L’atto deve contenere le generalità dei genitori e costituisce il titolo dello stato di figlio legittimo.

Se la madre non consente di essere nominata il figlio non acquisterà tale status.

Art 232 cc. Lo status di figlio legittimo è escluso se i genitori al momento del concepimento

erano separati e la madre fa constatare che il figlio è nato più di 300 giorni dopo l’inizio della

separazione tra i genitori. Lo stato di figlio legittimo potrà essere dimostrato mediante il possesso

continuo dello stato di figlio legittimo.

Art 237 cc. Ad integrare il possesso di stato di figlio legittimo devono concorrere i seguenti

elementi: nomen, ossia la persona deve aver sempre portato il cognome del padre che pretende di

avere; tractatus, ossia deve essere sempre stata trattata da costui come figlio e matenuta, educata

e istruita; fama, ossia deve essere stata costantemente considerata come figlio legittimo di quei

genitori.

Art 237 cc. La prova della filiazione legittima può darsi anche per testimoni: le testimonianze sono

ammissibili solo quando vi sia un principio di prova per iscritto.

AZIONE DI DISCONOSCIMENTO DELLA PATERNITA’, AZIONE DI CONTESTAZIONE E

• AZIONE DI RECLAMO DI LEGITTIMITA’

Per effetto della presunzione di paternità, il figlio di una donna coniugata si considera figlio del marito

della madre.

Questa presunzione può essere superata mediante l’azione di disconoscimento di paternità.

Art 235 cc. E’ concessa la legittimazione ad esperire l’azione di disconoscimento di paternità

anche alla madre ed al figlio che abbia raggiunto la maggiore età. L’azione è concessa se i coniugi

non hanno coabitato nel periodo in cui deve aver avuto luogo il concepimento, se durante tale

periodo il marito era affetto da impotenza, e se nel detto periodo la moglie ha commesso

adulterio o ha tenuto celata al marito la propria gravidanza.

Art 244 cc. L’azione di disconoscimento deve essere proposta a pena di decadenza: dal marito nel

termine di un anno dal giorno della nascita o dal giorno in cui ha avuto notizia della nascita; dalla

madre nel termine di sei mesi dal giorno della nascita del figlio; dal figlio nel termine di un anno

dal compimento della maggiore età o dal momento in cui venga a conoscenza dei fatti che rendono

ammissibile il disconoscimento.

Art 246 cc. Se il titolare dell’azione di disconoscimento muore senza averla promossa, l’azione può

ancora essere esercitata in sua vece dai suoi discendenti e dai suoi ascendenti, se si tratta del

presunto padre o della madre, dal coniuge o dai discendenti se si tratta del figlio.

Sono previste anche l’azione di contestazione della legittimità e l’azione di reclamo della

legittimità.

Art 248 cc. Nelle ipotesi in cui chi dall’atto di nascita del figlio appare senza esserlo, suo genitore,

può agire in giudizio per contestarne la legittimità.

Art 249 cc. Se manca un titolo che documenti lo status di figlio legittimo di determinati genitori

e difetti anche il possesso di stato, il figlio può chiedere di far accertare giudizialmente tale status.

Entrambi le azioni sono imperscrittibili.

PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

Le pratiche di procreazione assistita mediante intervento medico sono diffuse da ormai molti anni,

ma si sono a lungo svolte in un vuoto normativo, nell’assenza di una precisa regolamentazione

giuridica sia dell’intervento di fecondazione assistita, sia dello status di figlio nato in conseguenza di

un tale intervento.

In anni recenti è intervenuta a regolare l’intera materia della procreazione medicalmente assistita la

Legge 19 Febbraio 2004 n.40 .

Questa mette in primo piano la finalità di assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti e precisa che

il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito, quale strumento per favorire la

soluzione dei problemi derivanti dall’infertilità e sterilità, quando non vi siano altri rimedi per

rimuovere le cause di sterilità e infertilità.

Possono accedere alle tecniche di procreazione assistita le coppie di persone maggiorenni di sesso

diverso, coniugate o conviventi.

Sono espressamente vietati il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo

eterologo, e qualsiasi tecnica di surrogazione della maternità.

La volontà di accedere alla procreazione assistita deve essere espressa dalla coppia sulla base di un

consenso informato, ricevuto dal medico responsabile della struttura sanitaria nella quale è previsto

che sia eseguito l’intervento.

Tra l’espressione del consenso e l’intervento devono trascorrere almeno sette giorni.

Il nato assume lo stato di figlio legittimo o di figlio naturale riconosciuto dalla coppia,

immediatamente per effetto della nascita.

La madre del nato non può dichiarare la volontà di non essere nominata nell’atto di nascita e il

marito non può contestare la paternità.

Il donatore del seme non acquisisce nessuna relazione giuridica parentale con il nato e non può né

far valere nei suoi confronti alcun diritto né essere titolare di obblighi.

Per quanto riguarda l’embrione è vietata la sperimentazione, mentre è consentita la ricerca clinica.

RAPPORTI TRA GENITORI E FIGLI

Art 147 cc. Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare

la prole, tenendo conto delle capacità e delle aspirazioni dei figli. Questa situazione si protrae fino a

quando non abbiano raggiunto una propria autonomia ed indipendenza economica.

A loro volta i figli devono rispettare i genitori e devono anch’essi contribuire al mantenimento

della famiglia, fin quando vi convivono

Art 316 cc. Il figlio è soggetto alla potestà genitoriale fino al raggiungimento della maggiore età

o al matrimonio.

La potestà deve essere esercitata dai genitori di comune accordo; se uno dei genitori è lontano,

incapace o impedito, la potestà è esercitata da solo dall’altro genitore.

I genitori rappresentano i figli minori in tutti gli atti civili e ne amministrano i beni.

Art 320 cc. Gli atti di ordinaria amministrazione possono essere compiuti disgiuntamente da

ciascun genitore. Gli atti di straordinaria amministrazione possono essere compiuti solo per

necessità od utilità evidente del figlio, previa autorizzazione del giudice tutelare. Se sorge

conflitto di interessi patrimoniali tra i soggetti alla stessa potestà o tra essi e i genitori, il giudice

tutelare nomina ai figli un curatore speciale.

Art 321 cc. In tutti i casi in cui i genitori non possono o non vogliono compiere atti di interesse del

figlio eccedenti l’ordinaria amministrazione, il giudice può nominare al figlio, sentiti i genitori, un

curatore speciale, autorizzandolo al compimento di tali atti.

Ai genitori spetta l’usufrutto legale sui beni dei figli, tranne quelli esclusi dall’art 324 cc., che non

può essere alienato, né costituito in garanzia, né sottoposto ad azione esecutiva da parte dei

creditori dei genitori.

Art 330 cc. Il giudice può pronunciare la decadenza della potestà quando il genitore viola o

trascura i doveri da essa derivanti, e può anche ordinare l’allontanamento del figlio o del

responsabile di maltrattamenti dalla residenza familiare.

Art 334 cc. Quando il patrimonio del minore è male amministrato, il tribunale può stabilire le

condizioni a cui i genitori devono attenersi nell’amministrazione.

TUTELA

Se entrambi i genitori sono morti o per altre cause non possono esercitare la potestà sui figli, si

apre la tutela.

Organi di tutela sono il giudice tutelare, il tutore e il proturore.

Art 357 cc. Il tutore ha la cura della persona del minore, lo rappresenta in tutti gli atti civili e ne

amministra i beni.

Art 360 cc. Il protutore è colui che rappresenta il minore nei casi in cui l’interesse di questo è in

opposizione con l’interesse del tutore.

Art 362/371/372 cc. Il tutore deve procedere all’inventario dei beni del minore, provvedere

circa l’educazione di costui, e investirne i capitali.

Art 347/375 cc. Il tutore non può compiere atti di amministrazione straordinaria senza

l’autorizzazione del giudice tutelare e atti di alienazione senza l’autorizzazione del tribunale.

Art 387 cc. Le azioni relative alla tutela, si prescrivono in cinque anni decorrenti dalla

cessazione della tutela.

ADOZIONE

AFFIDAMENTO DI MINORI

L’affidamento consiste in un rimedio di carattere temporaneo ad una situazione nella quale un

minore si venga a trovare privo di un ambiente familiare idoneo ad assicurargli il

mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui ha bisogno.

L’affidamento è previsto in duplice forma: affidamento di tipo familiare, ossia affidamento

temporaneo ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o anche ad una persona singola;

affidamento ad un istituto di assistenza pubblico o privato.

La procedura che conduce all’affidamento varia a seconda che i genitori abbiano prestato o meno

consenso all’affidamento stesso. Nel primo caso è disposto dal servizio sociale locale, sentito il

minore, e poi reso esecutivo dal giudice tutelare; nel secondo caso è disposto dal tribunale dei

minorenni.

Il provvedimento di affidamento deve essere motivato e deve precisare i modi dell’esercizio dei

poteri attribuiti all’affidatario e le modalità dei rapporti tra il minore e i genitori e gli altri componenti

della famiglia; deve indicare la durata dell’affidamento, che ha un termine non perentorio di due

anni.

L’affidamento cessa con provvedimento della stessa autorità che lo ha disposto, quando sia venuta

meno la situazione di temporanea difficoltà della famiglia o quando la prosecuzione

dell’affidamento possa recare pregiudizio al minore.

L’affidatario deve accogliere il minore presso di sé e provvedere al suo mantenimento,

educazione ed istruzione tenendo conto delle indicazioni dei genitori.

La potestà resta alla famiglia d’origine, ma il suo esercizio passa alla famiglia affidataria.

Se sopravviene una situazione di abbandono si deve dar luogo alla procedura di adottabilità.

PREMESSE

Il codice del 1942 prevedeva una sola figura di adozione, diretta a consentire ad una persona che

avesse compiuto i 50 anni, priva di figli, di assumere come figlio una persona cui trasmettere il

proprio nome e i propri beni.

L’istituto è ora visto come realizzazione di un vero e proprio diritto del minore ad avere una

famiglia, intesa come luogo per conseguire ogni opportuna cura ed educazione.

La disciplina dell’adozione dei minori si trova oggi in una legge speciale fuori dal codice: la Legge 4

Maggio 1983 n.184, riformata dalla Legge 28 Marzo 2001 n.149 .

L’attuale sistema prevede tre forme di interveto: l’adozione vera e propria dei minori,

l’adozione in casi particolari e l’adozione dei maggiori di età. Accanto a queste è regolata

l’adozione internazionale.

ADOZIONE DEI MINORI

L’adozione ha quale fine primario quello di procurare una famiglia ai minori che ne siano privi o che

non ne abbiano una idonea.

E’ permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, ma anche alla coppia che andrà ad

unirsi in matrimonio dopo tre anni di convivenza.

Agli stessi coniugi sono consentite più adozioni con atti successivi.

Tutti i minori in stato di abbandono possono essere adottati senza limiti di età: chi ha compiuto

dodici anni deve essere personalmente sentito e chi ha compiuto quattordici anni è chiamato a

dare il proprio consenso.

L’età entrambi gli adottanti deve superare di almeno diciotto anni l’età dell’adottato. L’età degli

adottanti non deve superare di più di quarantacinque anni l’età dell’adottato. Tali limiti sono

derogabili, quando il tribunale accerti che dalla mancata adozione deriverebbe un danno grave.

Il procedimento di adozione si articola in tre fasi: dichiarazione di adottabilità; affidamento preadottivo;

sentenza di adozione.

La dichiarazione di adottabilità presuppone lo stato di abbandono del minore perché privo

dell’assistenza morale e materiale da parte dei genitori e dei parenti tenuti a provvedervi. Chiunque

ha facoltà di segnalare all’autorità pubblica situazioni di abbandono di minori. La procedura si svolge

presso il tribunale per minorenni: si interroga il minore e si verifica se i genitori possono

provvedervi. La sentenza definitiva che dichiara lo stato di adottabilità può essere comunque

impugnata entro trenta giorni. Durante lo stato di adottabilità è sospeso l’esercizio della potestà,

e il tribunale per i minorenni nomina un tutore e prende gli ulteriori provvedimenti nell’interesse

del minore.

Nella fase dell’affidamento preadottivo, i coniugi che intendono adottare presenteranno generica

domanda al tribunale per i minorenni, specificando la loro disponibilità ad adottare più fratelli che

non si possono dividere se sussistono gravi ragioni. La domanda decade dopo due anni dalla

presentazione. Il tribunale, fatte le opportune indagini, sceglie la famiglia più idonea alle esigenze

del singolo caso. Ci si trova in una situazione paragonabile ad una specie di periodo di prova. Il tribunale

vigila costantemente sul regolare andamento dell’affidamento, avvalendosi del giudice tutelare e

dei servici sociali. Se vengono accertate difficoltà di idonea convivenza ritenute non superabili, si

può revocare l’affidamento.

Il tribunale per i minorenni decorso un anno dall’affidamento, fatti gli accertamenti e sentite le

persone indicate, provvede con sentenza di adozione.

Per effetto dell’adozione: l’adottato acquista lo stato di figlio legittimo degli adottanti, dei quali

assume il cognome; cessano i rapporti dell’adottato verso la famiglia d’origine, salvo i divieti

matrimoniali; l’adottato instaura rapporti di parentela o affinità con i congiunti dei genitori

adottivi.

L’ufficiale di stato civile e qualsiasi altro ente, devono rifiutarsi di fornire notizie o certificazioni

dalle quali possa risultare il rapporto di adozione, a pena di sanzioni penali. Soltanto l’autorità

giudiziaria può autorizzare per ragioni particolari l’accertamento del rapporto adottivo.

Le informazioni sull’identità dei genitori biologici possono essere fornite ai genitori adottivi su

autorizzazione del tribunale dei minorenni se sussistono gravi motivi. Le medesime informazioni

possono essere fornite al responsabile di una struttura ospedaliera, se il minore si trova in grave

pericolo.

L’adottato compiuti i 25 anni può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l’identità

dei propri genitori biologici.

ADOZIONE IN CASI PARTICOLARI

Prevista per i minori, quando non ricorrono i presupposti dell’adozione vera e propria e senza

che sia da rimediare a uno stato di abbandono. Offre il grande vantaggio per gli adottanti di

conoscere il minore da adottare.

E’ necessaria una differenza di età di almeno diciotto anni.

E’ ammessa soltanto in alcune ipotesi: quando il minore è orfano di entrambi i genitori e

l’adottante è una persona a lui unita da vincolo di parentela entro il sesto grado o da rapporto

di fatto stabile e duraturo preesistente alla perdita dei genitori; quando l’adottante sia il coniuge del

genitore, anche adottivo, del minore; quando il minore sia persona handicappata o sia orfano di

entrambi i genitori; quando sia stata constatata l’impossibilità di affidamento preadottivo.

Non è fissata un’età massima per l’adottante, che non deve essere necessariamente coniugato.

Gli effetti si producono immediatamente dalla sentenza, senza il periodo di prova.

Gli adottati non assumono una posizione del tutto identica a quella dei figli legittim i. Non si

estingue il vincolo con la famiglia d’origine.

L’adottato cumula i diritti successori nei riguardi dei genitori d’origine e dei genitori adottivi:

l’adottante si aggiunge ai genitori. L’adottante non ha diritti successori sull’adottato.

ADOZIONE DI PERSONE MAGGIORI DI ETA’

Resta regolata dalle norme previste per la forma tradizionale dell’istituto. Mira a soddisfare

l’interesse di una persona adulta a conseguire i vantaggi connessi alla qualità giuridica del figlio.

Art 299 cc. L’adottato assume il cognome dell’adottante e lo antepone al proprio.

Art 304 cc. L’adottato assume nei confronti dell’adottante gli stessi diritti di successione che

spetterebbero ai figli legittimi di quest’ultimo.

L’adottante deve aver compiuto i trentacinque anni di età.

Chiunque può essere adottato. L’unico divieto riguarda i figli naturali dell’adottante.

Art 296/297 cc. Per l’adozione si richiedono il consenso dell’adottante e dell’adottando, nonché

l’assenso dei genitori dell’adottando e del coniuge dell’adottante e dell’adottando.

Art 312/313 cc. Il Tribunale, assunte le opportune informazioni, verifica se tutte le condizioni siano

prescritte dalla legge siano state adempiute e se l’adozione convenga all’adottando; in caso

affermativo pronuncia con sentenza l’adozione.

Art 306 cc. L’adozione può essere revocata per indegnità quando l’adottato abbia attentato alla

vita dell’adottante o del coniuge o dei suoi discendenti o ascendenti.

ADOZIONE INTERNAZIONALE

Sono stati previsti interventi di cooperazione internazionale per favorire e sostenere la

permanenza dei minori nei paesi d’origine, applicando il principio di sussidiarietà, ossia che

l’intervento di un’adozione internazionale sia consentita solo quando si riveli impraticabile una

soluzione locale. A tal fine è prevista la costituzione di una Commissione per le adozioni

internazionali, che ha le varie funzioni di organizzazione.

Le coppie residenti in Italia interessate ad accedere all’adozione internazionale devono

presentare una dichiarazione di disponibilità al tribunale per i minorenni, il quale emette

eventualmente un decreto di idoneità all’adozione.

Ottenuto il decreto, gli aspiranti adottanti devono conferire incarico ad uno degli enti autorizzati a

curare la procedura di adozione.

FILIAZIONE NATURALE

RICONOSCIMENTO DEI FIGLI NATURALI

I figli procreati da genitori non uniti in matrimonio tra loro sono figli naturali.

Il figlio naturale concepito da genitore che era legato da matrimonio con persona diversa

dall’altro genitore è un figlio adulterino.

Il figlio naturale concepito da persone tra le quali esiste un rapporto di parentela è un figlio

incestuoso.

La riforma del 1975 ha cancellato il divieto di riconoscimento dei figli adulterini.

Art 250 cc. Il riconoscimento di un figlio naturale può ora essere effettuato non soltanto dal padre e

dalla madre, ma pure dai genitori che all’epoca del concepimento erano uniti in matrimonio con

altra persona.

Art 253 cc. Rimane il divieto di riconoscere come figlio naturale colui che abbia lo status di figlio

legittimo di altri, a meno che non vi sia stato disconoscimento di paternità o azione di

contestazione di legittimità.

Possono riconoscere i figli incestuosi soltanto i genitori in buona fede.

Il riconoscimento di un figlio naturale è un atto solenne mediante il quale uno o entrambi i genitori

trasformano il fatto della procreazione in uno status di filiazione, rilevante per il diritto.

La dichiarazione di riconoscere un figlio naturale deve essere effettuata ab substantiam o nell’atto di

nascita, o in una dichiarazione davanti ad un ufficiale dello stato civile, o in un atto pubblico, o

in un testamento.

Art 256 cc. Il riconoscimento è sempre irrevocabile.

Art 250 cc. La capacità di effettuare il riconoscimento si acquista con il compimento del

sedicesimo anno di età.

Se la persona riconosciuta ha già compiuto sedici anni occorre il suo consenso per il

riconoscimento.

Il riconoscimento può essere fatto sia da entrambi, sia da uno solo dei genitori.

Se è già stato effettuato il riconoscimento da parte di uno dei genitore, l’altro dovrà ottenere il

consenso di colui che per primo ha agito. Se il consenso viene rifiutato, il genitore può rivolgersi

al tribunale.

Art 263 cc. Un riconoscimento può essere impugnato in qualunque momento qualora si sostenga che

il riconoscimento non corrisponde a verità.

L’azione di impugnazione può essere intentata da chiunque vi abbia interesse.

Art 265/266 cc. Il riconoscimento può essere impugnato se l’autore del riconoscimento vi è stato

costretto con la violenza ovvero lo ha compiuto in stato di interdizione giudiziale.

STATUS DI FIGLIO NATURALE RICONOSCIUTO

Art 30 C. La legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale,

compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.

Mentre però il figlio legittimo ha uno status che gli garantisce un rapporto giuridico con la coppia

dei genitori, il figlio naturale assume uno status soltanto nei confronti di ciascun genitore.

Art 261 cc. Il riconoscimento di un figlio naturale comporta da parte del genitore l’assunzione di

tutti gli stessi doveri e diritti che si hanno nei confronti del figlio legittimo.

Art 262 cc. Se il figlio viene riconosciuto contemporaneamente da entrambi i genitori assume il

cognome del padre, altrimenti di quello che lo ha riconosciuto per primo. Se il riconoscimento da

parte del padre segue quello della madre, il figlio può assumere il suo cognome aggiungendolo o

sostituendolo a quello della madre.

Se non viene riconosciuto da nessuno dei genitori, il nome e il cognome vengono attribuiti

dall’ufficiale dello stato civile.

Al genitore che ha riconosciuto il figlio naturale spetta la potestà su di lui. Se il riconoscimento è fatto

da entrambi i genitori, l’esercizio della potestà spetta ad entrambi qualora siano conviventi. In

caso di interruzione della convivenza dei genitori naturali si applica l’affidamento condiviso.

Art 317bis cc. Il genitore che non esercita la potestà ha diritto di vigilare sull’istruzione,

sull’educazione e sulle condizioni di vita del figlio minore.

Art 252 cc. Il figlio naturale non può essere inserito nella casa coniugale se non quando vi sia il

consenso dell’altro coniuge, e dell’altro genitore naturale.

DICHIARAZIONE GIUDIZIALE DELLA PATERNITA’ O DELLA MATERNITA’ NATURALE

Se i genitori non hanno provveduto al riconoscimento, il figlio può agire in giudizio per ottenere

l’accertamento del rapporto di filiazione e la conseguente attribuzione dello status che spetta al

figlio naturale riconosciuto. L’azione che tende a questo fine si chiama azione di dichiarazione

giudiziale della paternità o maternità naturale.

Art 269 cc. L’azione di dichiarazione giudiziale sia di paternità che di maternità può essere sempre

liberamente esperita, tranne nel caso in cui risulti figlio legittimo o legittimato da altri genitori.

La prova della filiazione può essere data con ogni mezzo.

L’azione per ottenere che sia dichiarata giudizialmente la paternità o la maternità naturale può essere

intentata dal figlio o dal genitore che esercita su di lui la potestà, oppure previa autorizzazione

giudiziale, dal tutore.

Se il figlio ha già compiuto sedici anni deve prestare consenso a che l’azione sia promossa o

eseguita.

Art 270 cc. L’azione è imperscrittibile per il figlio. In caso di morte dell’interessato, l’azione può

essere promossa dai suoi discendenti legittimi, legittimati o naturali riconosciuti.

Art 276 cc. L’azione deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o dei suoi eredi.

Art 277 cc. La sentenza che dichiara la paternità o la maternità naturale produce gli stessi effetti del

riconoscimento spontaneo.

FIGLI NATURALI NON RICONOSCIUTI O NON RICONOSCIBILI

Il figlio naturale non riconosciuto non è per il diritto figlio dei suoi genitori naturali, rispetto ai quali è

un estraneo. Il riconoscimento o la dichiarazione giudiziale della filiazione possono sopravvenire in

qualsiasi momento, anche dopo la morte del figlio o del genitore.

Art 251 cc. Non è riconoscibile il figlio incestuoso di genitori in mala fede. Il riconoscimento è

consentito quando i genitori, al tempo del concepimento, ignoravano l’esistenza del vincolo di

parentela o affinità.

Il riconoscimento quando è consentito, deve essere autorizzato dal giudice, avendo riguardo

all’interesse del figlio ed alla necessità di evitargli qualsiasi pregiudizio.

Il figlio naturale non riconoscibile non può agire per ottenere l’accertamento del rapporto di

filiazione naturale, ma poteva far valere nei confronti dei genitori il diritto ad essere mantenuto.

Al figlio naturale non riconoscibile spettano anche diritti successori.

LEGITTIMAZIONE

Art 280 cc. Con la legittimazione il figlio nato fuori dal matrimonio acquista la qualità di figlio

legittimo.

Con l’attribuzione dello status di legittimità si instaura un rapporto pienamente rilevante non

soltanto tra il genitore e il proprio figlio, ma anche tra questo e gli altri componenti della

famiglia legittima.

Art 281/282 cc. Non possono essere legittimati i figli che non possono essere riconosciuti,

mentre possono essere legittimati i figli premorti, a favore dei loro discendenti.

Art 283 cc. La legittimazione per susseguente matrimonio si verifica automaticamente nel caso

che si sposino tra loro i genitori che abbiano entrambi riconosciuto il figlio.

Art 284 cc. La legittimazione può essere concessa dal giudice soltanto se corrisponde agli

interessi del figlio. Può essere concessa anche se vi siano figli legittimi o legittimati dal genitore

che ha chiesto di dar luogo alla legittimazione, ma questi devono essere previamente sentiti se

hanno compiuto i sedici anni.

Art 285 cc. La legittimazione giudiziale può essere richiesta pure dal figlio, qualora il genitore sia

morto dopo aver espresso in un testamento o in un atto pubblico la volontà di legittimarlo, se

sussisteva un’impossibilità o un gravissimo ostacolo a procedere alla legittimazione mediante

matrimonio tra i genitori naturali.

OBBLIGAZIONE DEGLI ALIMENTI

FONDAMENTO E NATURA

Il gruppo familiare crea il dovere della reciproca assistenza e della solidarietà in relazione ai bisogni

essenziali per la vita.

Art 438 cc. Gli alimenti possono essere chiesti solo da chi si trova in stato di bisogno e non è

in grado di provvedere al proprio mantenimento. Essi devono essere assegnati in proporzione

del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli. Non

devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto riguardo della

sua posizione sociale. Il donatario non è tenuto oltre il valore della donazione tuttora esistente

nel suo patrimonio.

Art 440 cc. L’obbligazione non ha durata prestabilita ed una misura determinata; essa può

cessare se cessa lo stato di bisogno, o se mutano le condizioni economiche può essere ridotta o

aumentata.

L’obbligazione alimentare ha carattere strettamente personale.

Art 448 cc. Cessa con la morte di uno dei soggetti.

Art 445 cc. Gli alimenti sono dovuti dal giorno della domanda giudiziale o dalla costituzione in

mora dell’obbligato.

L’obbligato ha la facoltà di scelta circa le modalità delle prestazioni alimentari: o può pagare un

assegno anticipato, o può accogliere e mantenere in casa l’alimentando.

ORDINE TRA GLI OBBLIGATI

Vi è un ordine tra gli obbligati agli alimenti: la legge stabilisce una graduatoria tenendo conto

dell’intensità del vincolo.

Nel caso di concorso di coobbligati di pari grado, ciascuno è tenuto in proporzione delle proprie

condizioni economiche.

Art 443/446 cc. L’obbligo alimentare ha carattere indilazionabile: il giudice può porre

temporaneamente l’obbligazione a carico di uno solo degli obbligati, e può anche fissare un

assegno provvisorio.

Art 801 cc. La mancata prestazione degli alimenti costituisce causa di revoca della donazione che

la persona abbia precedentemente fatto alla persona obbligata agli alimenti.

OBBLIGAZIONE VOLONTARIA DEGLI ALIMENTI

Art 660 cc. L’obbligazione degli alimenti oltre che dalla legge, può derivare da negozio giuridico.

Il rapporto può essere istituito anche tra soggetti diversi da quelli stabiliti dalla legge.

La misura della prestazione non è determinata.

SUCCESSIONE PER CAUSA DI MORTE: PRINCIPI GENERALI

PREMESSE

Con il termine successione si designa il fenomeno per cui un soggetto subentra ad un altro nella

titolarità di uno o più diritti.

La morte dell’individuo determina il sorgere di quella che è stata definita l’esigenza negativa che un

patrimonio non resti privo del titolare, onde evitare lotte e perturbamenti sociali per l’apprensione dei

beni relitti dal de cuius, ed escludere una pericolosa precarietà di tutti i rapporti obbligatori, la cui

continuazione deve essere garantita anche nel caso della morte di uno dei soggetti del rapporto.

Sono interessati alla sorte del patrimonio ereditario lo stesso ereditando, i familiari del de cuius, i suoi

creditori, e infine lo Stato. Ciascuno di questi interessi non può essere soddisfatto in modo

esclusivo, se si vogliono evitare gravi inconvenienti.

. EREDITA’ E LEGATO

Il complesso dei rapporti patrimoniali trasmissibili facenti capo al de cuius al momento della sua

morte, costituisce la sua eredità. L’eredità non è assoggettata ad un regolamento tipico ed

unitario, ma ad una varietà di statuti in funzione di un’ampia casistica.

La successione mortis causa può avvenire a titolo universale, quando si parla di eredità e di erede, o

a titolo particolare, quando si parla di legato e legatario.

L’erede succede nel possesso del defunto, mentre per il legatario si ha solo il fenomeno

dell’accessio possesionis. L’erede è tenuto ipso iure al pagamento dei debiti e pesi ereditari, a

differenza del legatario. Al solo erede è concessa la hereditas petitio per ottenere la restituzione dei

beni ereditari posseduti da altri a titolo di erede o senza titolo. Solo l’erede subentra in ogni

rapporto come se non fosse stato parte ab initio e perfino in quelli in via di formazione al

momento della morte del de cuius. Soltanto l’erede succede nel processo in cui era parte il defunto.

Nel caso di pluralità di successibili la chiamata è comunque a titolo universale per ciascun

coerede: si istaura un regime di comunione che investe tutti gli elementi che compongono l’asse

ereditario.

In talune ipotesi la legge riconosce espressamente la trasmissione all’erede della legittimazione

attiva o passiva in relazione agli interessi patrimoniali.

Intrasmissibili sono il cosiddetto diritto morale d’autore e tutti i rapporti strettamente

personali.

Per quanto riguarda il diritto di accettare una proposta contrattuale, la morte del proponente

non è sufficiente ad impedire la possibilità che si pervenga alla stipulazione del contratto quando si

tratti di proposta irrevocabile.

APERTURA DELLA SUCCESIONE

Quando una persona muore, il suo patrimonio resta privo di titolare per effetto della morte o

della morte presunta: un’altra persona subentra al posto di quella che è defunta.

La morte di una persona determina l’apertura della successione.

Art 456 cc. La successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo domicilio del

defunto.

PATTI SUCCESSORI

Aperta la successione occorre vedere a chi spettano il patrimonio ereditario o i singoli beni. Si

parla quindi di vocazione ereditaria, ossia l’indicazione di colui che è chiamato all’eredità.

Art 457 cc. Si può anche parlare di delazione dell’eredità, cioè dell’offerta dell’eredità ad una

persona che la può acquistare se vuole.

La delazione o designazione può avvenire per legge (successione legittima) o per testamento

(successione testamentaria). E’ esclusa la successione per contratto.

La legge vieta i patti successori confermativi o istitutivi (un soggetto istituisce con un altro di

lasciargli la sua eredità), dispositivi (un soggetto vende ad un altro i beni che dovrebbero

pervenirgli dall’eredità di un altro soggetto) e rinunciativi (un soggetto conviene con un altro di

rinunciare all’eredità di un altro soggetto non ancora devoluta).

E’ vietata la donazione mortis causa in cui la morte del donante funziona come causa dell’attribuzione

patrimoniale.

E’ invece valida la donazione fatta sotto la condizione sospensiva ”se il donante morirà prima del

donatario”.

GIACENZA DELL’EREDITA’

Perché il chiamato all’eredità acquisti la qualità di erede e la titolarità dei beni e dei diritti,

occorre una sua dichiarazione con la quale esprime la sua volontà di diventare erede, ossia

l’accettazione o adizione dell’eredità.

L’accettazione, pur verificandosi successivamente all’apertura della successione, retroagisce a tale

momento: l’erede si considera come titolare del patrimonio ereditario fin dal momento

dell’apertura della successione.

Nell’intervallo tra la morte dell’ereditando e l’accettazione del chiamato il patrimonio ereditario

rimane senza un titolare attuale dei rapporti attivi e passivi che di esso fanno parte.

Art 528 cc.Per assicurare la gestione del patrimonio ereditario durante quella fase è prevista la

figura dell’eredità giacente. Questa ricorre quando concorrano le seguenti condizioni: che non sia

ancora intervenuta l’accettazione da parte del chiamato; che il chiamato non si trovi nel

possesso dei beni ereditari; che sia stato nominato un curatore dell’eredità.

Art 529 cc. Il curatore non è un rappresentante del chiamato, ma provvede all’amministrazione e

alla conservazione del patrimonio ereditario; è legittimato ad agire in giudizio sia attivamente, sia

passivamente, e può anche provvedere al pagamento dei debiti ereditari e dei legati, previa

autorizzazione del tribunale.

Art 532 cc. Le funzioni del curatore cessano quando il chiamato all’eredità accetta.

Art 460 cc. Se non sia stato nominato un curatore si verifica una situazione di mera vacanza

dell’eredità. In tal caso sono concessi alcuni limitati poteri al chiamato all’eredità.

CAPACITA’ DI SUCCEDERE

Art 462 cc. Qualunque persona fisica che al momento dell’apertura della successione sia già nata

o sia ancora in vita, è capace di succedere. E’ concessa capacità di succedere anche a coloro che al

tempo dell’apertura della successione erano soltanto concepiti. Possono essere chiamati alla

successione mediante testamento anche i figli non ancora concepiti di una determinata persona

vivente al momento dell’apertura della successione.

Se alla successione è chiamato un concepito, nel periodo di incertezza circa la definitiva

attribuzione dei beni a lui devoluti, l’amministrazione dei beni spetta al padre o alla madre.

Se invece alla successione sono chiamati nascituri non ancora concepiti, è disposto che

l’amministrazione in tale periodo è affidata a coloro cui l’eredità sarebbe devoluta qualora i

nascituri chiamati alla successione non dovessero venire ad esistenza.

Nessun dubbio sussiste sulla capacità di succedere per testamento delle persona giuridiche che

devono necessariamente munirsi della prescritta autorizzazione governativa, non necessaria per le

società.

INDEGNITA’

L’indegnità consiste nella idoneità del soggetto a subentrare nei rapporti che facevano capo al

defunto.

A differenza dell’indegnità, l’incapacità importa la mancanza di un soggetto idoneo all’acquisto dei

diritti ereditari e la radicale assenza di un effetto acquisitivo.

Mentre l’azione per far dichiarare l’incapacità di succedere è imperscrittibile, l’azione per far

pronunciare l’indegnità si prescrive nel termine ordinario di dieci anni, che decorre dal giorno

dell’apertura della successione.

L’incapacità di succedere non ammette rimedi di sorta; l’indegnità invece può essere rimossa con

la riabilitazione.

Art 463 cc. Le cause d’indegnità possono raggrupparsi in atti compiuti contro la persona fisica o

contro la personalità morale, atti diretti con violenza o dolo contro la libertà di testare del de

cuius, e decadenza della potestà genitoriale.

Art 464 cc. La legge che pronuncia l’indegnità ha effetto retroattivo: l’indegno è considerato come

se non fosse stato mai erede ed è perciò obbligato a restituire i frutti che gli sono pervenuti

dopo l’apertura della successione.

L’indegno può essere riabilitato o con dichiarazione espressa o con testamento (riabilitazione

totale), ovvero mediante la contemplazione nel testamento (riabilitazione parziale).

Differente dall’indegnità, è la diseredazione, ossia la clausola testamentaria con cui il de cuius

dichiari di non volere che alla sua successione abbia a partecipare un determinato soggetto, il

quale avrebbe invece titolo di parteciparvi.

RAPPRESENTAZIONE

Art 468 cc. Si dice rappresentazione l’istituto che fa subentrare i discendenti legittimi o naturali

nel luogo e nel grado del loro ascendente, quando sussistono due presupposti: che il diretto

chiamato sia o figlio o fratello del de cuius; che il chiamato non possa o non voglia accettare,

sia premorto, indegno o assente, o rinunci alla successione.

Art 469 cc. Quando si applica la rappresentazione, la divisione si fa per stirpi: i discendenti

subentrano tutti in luogo del capostipite, indipendentemente dal loro numero.

E’ esclusa quando si tratti di legati di un diritto di natura personale.

In luogo di colui che non può o non vuole accettare, rappresentato, succedono i discendenti,

rappresentanti, che succedono direttamente il de cuius.

La rappresentazione opera sia quando la chiamata a favore del rappresentato, al momento

dell’apertura della successione, non possa più verificarsi, sia quando vi sia stata una prima

vocazione, ma questa sia caduta.

ACCRESCIMENTO

L’istituto dell’accrescimento può aversi solo nel caso della chiamata congiuntiva: in tal caso,

qualora uno dei chiamati non possa o non voglia accettare l’eredità, la quota devoluta al

chiamato che non abbia potuto o voluto accettare si devolve a favore degli altri beneficiari della

chiamata congiuntiva.

La parte di ognuno quindi viene ad essere limitata dalla presenza degli altri.

Art 676 cc. L’accrescimento opera di diritto senza bisogno di accettazione da parte di colui a cui

profitta.

SOSTITUZIONI

Art 688 cc. E’ possibile che il testatore abbia previsto l’ipotesi che il chiamato non possa o non

voglia accettare l’eredità o il legato, designando altra persona al suo posto: la clausola relativa si

chiama sostituzione ordinaria o volgare.

La legge ammette che più persone possano sostituirsi ad una sola persona, prima chiamata, e

viceversa che una sola persona sia indicata come sostituta di una pluralità di chiamati.

Art 689 cc. La sostituzione può operare anche tra soggetti chiamati come coeredi, qualora uno di essi

non possa o non voglia accettare.

Art 690 cc. Il sostituto subentra anche nelle obbligazioni poste a carico del primo istituito, a

meno che il testatore abbia altrimenti disposto.

Dalla sostituzione volgare si distingue la sostituzione fedecommissionaria, che si ha quando ricorrono

le seguenti condizioni: doppia istituzione (il testatore A, nomina erede B e vuole che, alla morte

di B, l’eredità passi a C); ordo successivus, ossia occorre che il passaggio dell’eredità dal primo

istituto al secondo si verifichi in conseguenza della morte del primo); vincolo di conservare per

restituire, in forza del quale il primo chiamato non ha piena titolarità dei beni tresmessigli.

ACQUISTO DELL’EREDITA’ E RINUNCIA

ACCETTAZIONE DI EREDITA’

Art 459 cc. La legge fa dipendere l’acquisto dell’eredità da una decisione del chiamato, ossia

dall’accettazione dell’eredità.

Quanto agli effetti di distinguono due tipi di accettazione: vera e propria, per effetto della quale si

verifica la confusione tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede che diventano un patrimonio

unico; con beneficio d’inventario, per effetto della quale non si produce tale confusione.

Art 470 cc. Mentre in questo caso l’accettazione col beneficio d’inventario deve essere fatta

mediante dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in

cui si è aperta la successione, l’accettazione pura e semplice può essere fatta in un atto pubblico o in

una scrittura privata, dichiarando di accertare l’eredità.

Art 475 cc. L’accettazione espressa dell’eredità costituisce un negozio giuridico. E’ un actus

legitimus: ad essa non possono apporsi condizioni o termini che rendono nulla l’intera dichiarazione.

Parimenti nulla è ogni accettazione parziale.

Art 476 cc. L’accettazione è tacita quando il chiamato all’eredità compie un atto che

presuppone necessariamente la sua volontà di accettare.

Indispensabile è la consapevolezza da parte del chiamato, dell’esistenza di una dilazione in suo

favore.

Art 477 cc. La vendita o donazione dei diritti di successione ad un terzo o ad un altro chiamato

importa l’accettazione dell’eredità.

Art 478 cc. La rinuncia dell’eredità operata verso corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei

chiamati, importa accettazione.

Ci sono poi ipotesi di accettazione presunta, in cui l’acquisto dell’eredità avviene

automaticamente, in forza di legge o anche perché si è tenuto un determinato comportamento,

che preclude la rinunzia all’eredità e rende colui che lo compie erede puro e semplice.

Art 2648 cc. L’accettazione dell’eredità è soggetta a trascrizione.

TRASMISSIONE DEL DIRITTO DI ACCETTARE L’EREDITA’

Art 479 cc. Se il chiamato all’eredità muore senza averla accettata, il diritto di accettarla si

trasmette ai suoi eredi.

Art 480 cc. Il diritto di accettare l’eredità è soggetto alla prescrizione ordinaria decorrente dalla

data dell’apertura della successione.

Art 482 cc. L’accettazione si può impugnare per violenza o dolo.

VENDITA DELL’EREDITA’

Per effetto dell’acquisto dell’eredità, all’erede si trasmette anche il potere di disporre dei beni

ereditari. Egli può quindi alienare tanto i singoli beni quanto il loro complesso.

Art 1542 cc. Oggetto della vendita è il complesso dei beni che fanno parte dell’eredità.

L’erede continua a rispondere dei debiti ereditari verso i creditori del defunto: si realizza quindi un

accollo cumulativo tra erede ed acquirente.

E’ previsto a pena di nullità che il complesso ereditario non contenga beni immobili.

ACCETTAZIONE CON BENEFICIO DI INVENTARIO

L’accettazione con beneficio d’inventario impedisce la confusione del patrimonio del de cuius con

quello dell’erede.

Art 490 cc. L’erede che ha accettato con beneficio d’inventario conserva verso l’eredità tutti i

diritti e tutti gli obblighi che aveva verso il defunto.

La facoltà di accettare con beneficio di inventario ha carattere personale.

Art 471/472/473 cc. Gli incapaci assoluti e relativi, e le persone giuridiche e gli enti non

riconosciuti non possono efficacemente accettare un’eredità se non con il beneficio d’inventario.

Art 484 cc. L’accettazione con beneficio di inventario esige ab substantiam una forma particolare

ed è sottoposta anche ad un regime particolare di pubblicità-notizia, e deve essere preceduta o

seguita dall’inventario, che deve essere redatto con particolari forme previste dal codice di

procedura civile.

Devono anche essere osservati i termini particolari prescritti dalla legge.

Art 485 cc. Se il chiamato è nel possesso dei beni ereditari, deve fare l’inventario entro tre mesi

dall’apertura, ed entro i quaranta giorni successivi deve deliberare se accetta o rinuncia

all’eredità. Trascorso il termine di tre mesi, il chiamato è considerato erede puro e semplice.

Art 487 cc. Il chiamato che non sia in possesso dei beni ereditari può fare la dichiarazione di

accettazione con beneficio d’inventario fino a che non sia prescritto il diritto di accettare, e poi redigere

l’inventario nei tre mesi successivi: se omette tale adempimento è considerato erede puro e

semplice.

Art 488 cc. Nel caso in cui sia stata esercitata contro il chiamato che non sia nel possesso dei

beni ereditari l’actio interrogatoria, con cui si chiede che l’autorità giudiziaria fissi un termine,

deve fare nel termine fissato dal giudice tanto l’inventario quanto la dichiarazione. Se omette la

dichiarazione perde il diritto di accettare; se non fa l’inventario è erede puro e semplice.

L’erede che abbia accettato con beneficio di inventario diviene amministratore del patrimonio

ereditario anche nell’interesse dei creditori del defunto e dei legatari.

Art 493 cc. Gli è vietata l’alienazione dei beni ereditari senza l’autorizzazione del giudice: se

viola questo divieto diviene erede puro e semplice.

SEPARAZIONE DEL PATRIMONIO DEL DEFUNTO

L’erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati ultra vires.

Per venire incontro ai creditori del defunto, i quali hanno fatto affidamento sul patrimonio di

quest’ultimo nel fargli credito, è apprestato il rimedio della separazione del patrimonio del defunto da

quello dell’erede.

Art 512 cc. Con la separazione, creditori e legatari si assicurano il soddisfacimento sui beni del

defunto, a preferenza dei creditori dell’erede.

Essa comunque non impedisce i creditori ed ai legatari che la hanno esercitata, si soddisfarsi anche

sui beni propri dell’erede.

La separazione ha carattere particolare: non opera sull’intera massa del patrimonio ereditario, ma

sui singoli beni per i quali sia stata fatta valere specificatamente.

Art 514 cc. I creditori e i legatari che hanno esercitato la separazione hanno diritto di

soddisfarsi sui beni separati a preferenza dei creditori e dei legatari che non l’hanno esercitata,

quando il valore della parte di patrimonio non separata sarebbe stato sufficiente a soddisfare i

creditori e i legatari non separatisti. Quando la separazione è esercitata dai creditori e dai legatari,

i primi sono preferiti ai secondi.

Art 516 cc. Il diritto alla separazione deve essere esercitato entro il termine di tre mesi

dall’apertura della successione.

AZIONE DI PETIZIONE EREDITARIA

Art 533 cc. Acquistata l’eredità, l’erede attraverso l’azione di petizione ereditaria può rivolgersi contro

chiunque possegga beni ereditari a titolo di erede o senza alcun titolo, per farsi riconoscere la

qualità di erede e farsi consegnare o rilasciare i beni.

L’attore che propone tale domanda deve dimostrare la propria qualità di erede sulla base di un

testamento o in base al proprio rapporto di parentela con il de cuius, e deve dimostrare che i

singoli beni specificatamente da lui reclamati appartengono all’asse ereditario.

Può essere promossa solo contro l’usurpatore.

L’azione è imperscrittibile, perché una volta acquistata l’eredità, non si perde più.

Se l’azione viene accolta, il convenuto è condannato a restituire le cose possedute.

Se il possessore ha alienato in buona fede una cosa dell’eredità, il vero erede ha diritto soltanto di

ottenere il prezzo ricevuto dal possessore.

ACQUISTI DELL’EREDE APPARENTE

Art 534 cc. L’erede può agire con la petizione di eredità non soltanto contro il possessore, ma anche

contro le persone a cui costui abbia alienato le cose possedute.

E’ possibile che un soggetto acquisti i beni ereditari facendo affidamento sulla qualità apparente di

erede di chi li ha venduti.

Sono perciò salvi i diritti acquistati per effetto di convenzione con l’erede apparente, purchè si tratti

di convenzioni a titolo oneroso e che l’acquirente sia in buona fede.

Non ha importanza se l’erede apparente sia o non sia in buona fede.

Se poi l’alienazione ha per oggetto beni immobili o beni mobili registrati, si vuole che il terzo sia

diligente e verifichi consultando i pubblici registri la legittimazione dell’alienante.

RINUNCIA DELL’EREDITA’

La rinuncia consiste in una dichiarazione unilaterale non recettizia, con il quale il chiamato

all’eredità manifesta la sua decisione di non acquistare l’eredità.

Richiede una forma particolare: deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del

circondario in cui si è aperta la successione.

Art 519 cc. E’ soggetta anche a pubblicità, mediante inserzione nel registro delle successioni.

Art 520 cc. E’ un actus legittimun: è nulla la rinunzia fatta sotto condizione o a termine, o che

si rivolge ad una parte soltanto dell’eredità.

Art 521 cc. Chi rinuncia all’eredità è considerato come se non vi fosse mai stato chiamato.

Art 522 cc. Nelle successioni legittime la parte di colui che rinuncia si accresce a coloro che

avrebbero concorso col rinunziante, salvo il diritto di rappresentazione.

Art 523 cc. Nelle successioni testamentarie, se il testatore non ha disposto una sostituzione e se

non ha luogo il diritto di rappresentazione, la parte del rinunziante si accresce ai coeredi, ovvero si

devolve agli eredi legittimi.

Art 525 cc. A differenza dell’accettazione, la rinunzia è revocabile.

Art 524 cc. Come l’accettazione, può essere impugnata solo per dolo o violenza.

SUCCESSIONE LEGITTIMA

FONDAMENTO E PRESUPPOSTO

Se il singolo non ha disposto in tutto o in parte dei suoi beni interviene la legge a indicare come essi

devono essere assegnati e distribuiti. I criteri a cui la legge si ispira sono di regola desunti

dall’intensità del vincolo che unisce i vari congiunti al defunto. Fondamento della successione

legittima è quindi la solidarietà familiare.

CATEGORIE DI SUCCESSIBILI

Le categorie di successibili nella successione legittima sono: il coniuge, i discendenti legittimi e

naturali, gli ascendenti legittimi, i collaterali, i genitori del figlio naturale, gli altri parenti e lo

Stato.

La legge con la riforma del diritto di famiglia ha attribuito al coniuge una quota in proprietà

dell’asse ereditario, conferendogli quindi la qualità di erede.

Art 581/582/583 cc. Al coniuge spetta la metà del patrimonio del defunto, se in concorso con

un solo figlio, 1/3 se concorre alla successione con più figli, 2/3 se concorre con ascendenti

legittimi o con fratelli e sorelle. In mancanza di tali soggetti al coniuge si devolve l’intera eredità.

Art 585 cc. In caso di separazione, il coniuge conserva i diritti ereditari, tranne nell’ipotesi in cui

gli sia stata addebitata la separazione; in tal caso ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio.

In caso di divorzio l’ex coniuge non ha titolo per partecipare alla successione ; può essere

attribuito dal giudice un assegno periodico a carico dell’eredità.

Tra gli altri successibili possono distinguersi diversi ordini.

Del primo ordine fanno parte i figli legittimi e naturali, ai quali sono equiparati i legittimati e

adottivi.

Art 566 cc. I figli succedono tutti in parti uguali tra loro.

Del secondo ordine fanno parte i genitori, i fratelli e le sorelle, e i discendenti di questi.

Art 569 cc. A colui che muore senza lasciare prole succedono per una metà gli ascendenti

della linea paterna e per l’altra metà della linea materna.

Art 568 cc. Il padre e la madre succedono in eguali porzioni.

Art 570 cc. I fratelli e le sorelle succedono in parti uguali. I fratelli e le sorelle unilaterali (di madre

o padre diversi), conseguono la metà della quota che conseguono i germani.

Del terzo ordine fanno parte i collaterali del terzo al sesto grado.

Art 572 cc. La successione non ha luogo tra i parenti oltre il sesto grado.

Ai figli naturali non riconoscibili spetta un assegno vitalizio pari all’ammontare della rendita della

quota di eredità alla quale avrebbero diritto, se la filiazione fosse stata dichiarata o riconosciuta.

Nessuna tutela è riconosciuta a parenti naturali del de cuius di grado ulteriore al secondo.

Il convivente more uxorio del defunto non è contemplato tra coloro che possono succedere ex lege.

SUCCESSIONE DELLO STATO

Art 586 cc. In mancanza di altri successibili l’eredità è devoluta dallo Stato.

In questo caso, l’acquisto si opera di diritto senza bisogno di accettazione e non può farsi luogo a

rinunzia.

Lo Stato non risponde mai dei debiti ereditari oltre il valore dei beni acquistati.

SUCCESSIONE NECESSARIA

FONDAMENTO E NATURA

L’ordinamento giuridico consente al singolo di disporre dei suoi beni per il periodo successivo alla

morte, ed ammette che egli in vita doni a chi vuole i suoi beni purchè non leda i diritti che la legge

assicura ai congiunti più stretti tassativamente indicati dalla legge stessa.

La legge stabilisce che quando vi siano determinate categorie di successibili, una parte dei beni del

de cuius deve essere a loro necessariamente attribuita.

La quota a questi spettanti è la quota di legittima o riserva; i successibili che vi hanno diritto sono

designati con il nome di legittimari o riservatari, o successori necessari.

CATEGORIE DI LEGITTIMARI

Legittimari sono il coniuge, i figli legittimi e naturali, e gli ascendenti legittimi. Ciascuno dei

legittimari ha diritto ad una propria quota di riserva.

Al coniuge è riservata una quota di piena titolarità dell’eredità, che è della metà in assenza di

figli e ascendenti; in caso contrario varia a seconda della qualità e del numero dei soggetti con i

quali concorre.

La riserva a favore dei figli legittimi o naturali non è fissa, ma variabile secondo il numero dei figli e

secondo l’esistenza o meno del coniuge. Quando manca il coniuge, la riserva a favore dei figli

legittimi è di metà del patrimonio se il genitore lascia un solo figlio, di 2/3 se i figli sono di più.

In presenza di coniuge e di un figlio, a ciascuno di essi spetta 1/3 dell’eredità; il residuo è

liberamente disponibile.

In presenza di coniuge e due o più figli, al coniuge spetta 1/4, ai figli complessivamente la metà; il

residuo è liberamente disponibile.

In presenza di coniuge e ascendenti, al coniuge spetta la metà del patrimonio, agli ascendenti

1/4; il residuo è liberamente disponibile.

Con la riforma del 1975 del diritto di famiglia, i figli legittimi e naturali sono perfettamente

equiparati rispetto alla successione del comune genitore.

La riserva a favore degli ascendenti legittimi opera soltanto se il defunto non lascia figli.

Il coniuge a ci sia stata addebitata la separazione ha diritto ad un assegno vitalizio, se al

momento dell’apertura della successione, godeva degli alimenti a carico del coniuge.

I figli naturali non riconoscibili hanno diritto allo stesso assegno vitalizio previsto in successione

legittima.

QUOTA LEGITTIMA

Quando all’apertura della successione vi sono dei legittimari, il patrimonio ereditario si distingue in

due parti: disponibile, della quale il testatore era libero di disporre attribuendola a chiunque avesse

voluto, e legittima, della quale non poteva disporre perché spettante per legge ai legittimari.

Art 549 cc. Il legittimario ha diritto ad ottenere la propria quota in natura ed il testatore non

può imporre alcun peso o alcuna condizione sulla legittima.

Art 551 cc. Se a un legittimario è lasciato un legato per un valore uguale o anche superiore

all’importo della legittima, a condizione che esso rinunci ad ogni pretesa sull’eredità, egli può

decidere se rinunciare al legato e chiedere la legittima, o conseguire il legato in sostituzione di

legittima.

Art 552 cc. Nel legato in conto della legittima il testatore fa al legittimario un’attribuzione di

beni, che deve essere calcolata ai fini della legittima, con la conseguenza che il legittimario può

chiedere il supplemento.

RIUNIONE FITTIZIA

Per poter stabilire se il testatore abbia leso i diritti spettanti a qualcuno dei legittimari è

necessaria l’operazione meramente contabile della riunione fittizia.

Si calcolano i valori dei beni che appartenevano al defunto al tempo dell’apertura della successione.

Dalla somma stessa si detraggono i debiti, dovendosi determinare l’effettiva misura dell’attivo

ereditario. Al risultato così ottenuto si aggiungono i beni di cui il testatore abbia eventualmente

disposto in vita a titolo di donazione. Sull’asse

determinato all’esito dei conteggi sopra descritti si calcola la quota di cui il testatore poteva

disporre.

AZIONE DI RIDUZIONE

Se mediante i calcoli indicati, risulta che le disposizioni testamentarie o le donazioni eccedono la

quota di cui il testatore poteva disporre, ciascun legittimario può agire per la riduzione delle une e

delle altre con l’azione di riduzione.

Art 557 cc. Questa azione è irrinunciabile dai legittimari finchè il donante è in vita.

Art 558 cc. La riduzione si opera nel modo seguente: sono colpite per prime le disposizioni

testamentarie che vengono diminuite proporzionalmente.

Art 559 cc. Se la riduzione delle disposizioni testamentarie non vale ad integrare la legittima si

procede alla riduzione delle donazioni.

Art 561 cc. Se l’azione di riduzione è accolta, il donatario o il beneficiario della disposizione

testamentaria deve restituire in tutto o in parte il bene, che dovrà essere libero da ogni peso o

ipoteca da cui il donatario lo abbia gravato.

L’azione di riduzione è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale. In mancanza di

impugnazione le disposizioni lesive della legittima restano pienamente efficaci.

AZIONE DI RESTITUZIONE

Se un bene donato con disposizione lesiva della legittima, è stato nel frattempo alienato dal

donatario a terzi, il legittimario debba anzitutto escutere i beni del donatario per ottenere il

rimborso del valore del bene.

Se il donatario può pagare, l’acquisto del terzo è rispettato; in caso contrario il legittimario ha

diritto di rivolgersi contro il terzo sub acquirente del bene, proponendo una nuova azione

giudiziaria per ottenere dal terzo acquirente il rilascio del bene.

Per quanto riguarda gli immobili, si è previsto che l’azione di restituzione nei confronti del terzo acquirente

del bene donato non può essere proposta dopo il decorso di venti anni dalla trascrizione della

donazione oggetto di riduzione.

Anche per quanto riguarda i beni mobili è stabilito che l’azione non può essere proposta dopo il

decorso del termine ventennale.

Il diritto dell’opponente è personale e rinunziabile.

Il terzo acquirente nei cui confronti sia stata proposta l’azione di restituzione, ha la facoltà di pagare in

denaro l’equivalente dei beni, anziche restituirli in natura.

PATTO DI FAMIGLIA

La legge n.55 del 16 Febbraio 2006 ha introdotto il patto di famiglia. Questa legge si propone di

consentire a colui che sia titolare di un’attività economica di dare una destinazione stabile

all’impresa a favore dei propri discendenti, prevenendo eventuali dispute successorie e il rischio

che queste conducano ad una frammentazione della titolarità del complesso aziendali, o il pericolo di

una crisi dell’impresa a causa di un gestione litigiosa da parte dei contitolari.

Art 768bis cc. Il patto di famiglia è un contratto con il quale, compatibilmente con le disposizioni

in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie,

l’imprenditore trasferisce in tutto o in parte l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie

trasferisce in tutto o in parte le proprie quote ad uno o più discendenti.

Assegnatari del complesso produttivo possono essere quindi soltanto i discendenti dell’imprenditore;

non gli estranei, gli altri familiari o il coniuge.

Art 768ter cc. A pena di nullità il contratto deve essere concluso per atto pubblico.

Art 768quater cc. Al contratto devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero

legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore. Gli

assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti

del contratto, ove questi non vi rinuncino, con il pagamento di una somma corrispondente al

valore delle quote previste dagli art 536 cc. e ss. I contraenti possono convenire che la

liquidazione avvenga in natura.

Art 768quinquies cc. Il patto può essere impugnato dai partecipanti per vizi del consenso.

L’azione si prescrive nel termine di un anno.

Art 768sexies cc. All’apertura della successione dell’imprenditore, il coniuge e gli altri legittimari che

non hanno partecipato al contratto, possono chiedere ai beneficiari del contratto stesso il

pagamento della somma prevista dall’art 768quater cc. aumentata dagli interessi legali.

Art 768septies cc. Il patto può essere sciolto in due casi: per un successivo contratto o per

effetto di recesso.

Art 768octies cc. Le controversie tra i partecipanti al patto sono devolute preliminarmente a uno

degli organismi di conciliazione previsti dal d.l. n.5 17 gennaio 2003.

SUCCESSIONE TESTAMENTARIA

TESTAMENTO

Art 587 cc. Il testamento è un atto con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di

vivere, delle proprie sostanze. E’ revocabile fino all’ultimo momento di vita del testatore.

La caratteristica fondamentale del testamento è il suo contenuto patrimoniale; tuttavia può

contenere anche disposizioni di carattere non patrimoniale, quali la designazione di un tutore o

il riconoscimento dei figli naturali.

Il testamento è un tipico negozio unilaterale non recettizio, espressione della volontà del solo

testatore, che non ha bisogno dell’adesione di alcuno e neppure di essere rivolto o portato a

conoscenza di persone determinate.

Art 589 cc. Non è consentito il testamento congiuntivo né a vantaggio di un terzo, né con

disposizione reciproca.

Mentre il testamento congiuntivo è costituito da un unico atto sottoscritto da due o più

persone, il testamento simultaneo consta di due atti distinti, ciascuno sottoscritto da una sola

persona, ma scritti su un unico foglio.

TESTAMENTO COME NEGOZIO GIURIDICO

Art 591 cc. Sono incapaci coloro che non hanno compiuto la maggiore età , gli interdetti per

infermità di mente e gli incapaci naturali. Il testamento fatto da incapace è annullabile.

L’impugnativa può essere proposta da chiunque vi abbia interesse, e l’azione si prescrive in

cinque anni dall’esecuzione del testamento.

Art 624 cc. Sono applicabili anche al testamento le norme sull’impugnabilità dei negozi giuridici a

causa di un vizio della volontà.

Art 1427 cc. Per quanto riguarda il dolo, in materia testamentaria si può parlare di captazione ed i

raggiri sono rilevanti da chiunque provengano.

Art 1428 cc. Per quanto riguarda l’errore è inapplicabile al testamento il principio per cui la rilevanza

dell’errore è subordinata alla sua riconoscibilità.

Art 624 cc. L’errore sul motivo è causa di annullamento della disposizione testamentaria a condizione

che il motivo risulti dal testamento, ossia che vi sia espressamente menzionato, nonché a

condizione che il motivo erroneo sia il solo che ha determinato il testatore a disporre.

Art 626 cc. Anche il motivo illecito rende nulla la disposizione testamentaria, ma solo quando risulta

dal testamento ed è il solo che ha determinato il testatore a disporre.

Art 625 cc. In caso di erronea indicazione dell’erede o del legatario o della cosa che forma oggetto di

disposizione, la disposizione è comunque valida quando dal contesto del testamento sia possibile

ricostruire in modo non equivoco, quale persona il testatore voleva nominare.

L’incapacità di ricevere e di essere istituiti eredi o legatari per testamento può dipendere oltre che

dall’incapacità di succedere, anche dalla tutela della libertà testamentaria, che determina

l’incapacità di ricevere per testamento delle persone che potrebbero di una abusare della funzione

esercitata.

La disposizione a favore persona incapace di ricevere è nulla senza che vi sia bisogno di fornire la

prova di eventuali indebite pressioni esercitate dal testatore.

Art 627 cc. La legge esclude che si possa agire in giudizio per dimostrare che le disposizioni fatte

a favore di persona dichiarata nel testamento sono in realtà apparenti o riguardano altre persone.

Se il testatore, rimettendosi alla conoscenza di una persona nella quale riponeva fiducia, abbia

disposto a favore di questa, dandole l’incarico di trasmettere ad un terzo i beni lasciatigli, la

persona che il testatore ha voluto effettivamente beneficiare non potrà far nulla per ottenere i


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto privato sul manuale diTorrente con i seguenti argomenti trattati nel testo: caratteri e categorie di diritti reali, diritti reali di godimento, comunione, condominio, possesso, diritti reali di garanzia, promesse unilaterali, cambiale, assegni, obbligazioni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Collura Giorgio.

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