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Linguistica italiana anno 2014/2015 (Manfredini)

La sociolinguistica

La sociolinguistica è il settore delle scienze del linguaggio che privilegia l’aspetto dell’uso e della funzione della lingua. In Italia essa trova un territorio abbastanza fertile grazie alla larga e differente varietà che esso ha, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra lingua e dialetto.

Terminologia sociolinguistica

  • Repertorio linguistico: insieme delle potenzialità comunicative di una comunità linguistica (possibilità di utilizzare la lingua in tutte le sue varietà e sfumature).
  • Comunità linguistica: insieme di persone che condividono lo stesso repertorio e le stesse regole (ad esempio la varietà formale come l’italiano standard).
  • Competenza comunicativa: possesso delle regole di utilizzazione sociale del repertorio linguistico (non solo conoscere la grammatica ma anche quale e in quali sfumature usare la lingua; dunque la possibilità di scegliere il modo più corretto di utilizzo della lingua).
  • Norma: regole che la comunità linguistica condivide come ad esempio i precetti per usare la lingua (Es. formale: NO la Giorgia, la Sara).
  • Uso: quello che le persone, in questo caso gli italiani, concretamente fanno (Es. passato remoto usato poco, se non per la formalità).
  • Varietà linguistica: insieme di scelte linguistiche marcate (determinate).

Tipi di varietà linguistiche

  • Diacroniche (nel tempo): lingue parlate nel presente e nel passato a cui si rifà la storia della lingua italiana.
  • Diatopiche (spazio geografico): lingue che includono anche le minoranze linguistiche, le lingue straniere e i vari dialetti.
  • Diastratiche (nella società): che comprendono i gerghi e le lingue speciali/sottocodici, ossia quelle lingue legate ad un determinato settore (fisica/biologia/scientifica).
  • Diafasiche (nel contesto comunicativo): che comprendono dunque anche i linguaggi settoriali, come ad esempio quello giornalistico.
  • Diamesiche (canale comunicativo/mezzo): esse comprendono anche il canale endofasico, ossia il parlare da sé e sé.

Modelli e repertori

Per modello si intende lo studio, la suddivisione, la descrizione e la denominazione della lingua in varietà in base a considerazioni di tipo geografico, storico o sociale; grazie ad esso si dovrebbe avere un quadro più o meno completo della situazione contemporanea. Il repertorio verbale è dunque l’insieme delle varietà a disposizione di una comunità linguistica.

La situazione dell’italiano

La situazione però dell’italiano è molto più complessa, in quanto le varietà di questa lingua hanno spesso caratteristiche in comune; nonostante questo, già dal 1980 sono stati proposti alcuni modelli grazie alla scala di De Mauro (opposizione lingua/dialetto):

  • Spaziale e geografico;
  • Del contesto e della formalizzazione;
  • Del canale.

Studi più recenti, a differenza della Scala di De Mauro che richiamava l’attenzione più sulle varietà in base all’opposizione italiano/dialetto, hanno messo in primo piano il mezzo fisico e il modo della comunicazione e nel 1985 Sabatini individua una varietà di italiano nazionale, l’italiano medio, che possiede alcuni tratti principali sia del dialetto che dell’italiano regionale poiché legata agli usi informali ed orali, ed è sia scritto che parlato.

Lo schema di Berruto

Berruto dà la precedenza alla differenziazione diatopica e poi a quella diastratica mentre la diafasia (ossia la differenza tra formale ed informale) viene tenuta separata dalle distinzioni sociali e geografiche poiché legate soprattutto e principalmente al singolo individuo. La sintesi di Berruto comprende:

  • L’italiano standard letterario (regolato dai manuali di grammatica);
  • L’italiano neo-standard (l’italiano di uso medio);
  • L’italiano parlato colloquiale;
  • L’italiano regionale popolare;
  • L’italiano informale trascurato;
  • L’italiano gergale;
  • L’italiano formale aulico;
  • L’italiano tecnico-scientifico;
  • L’italiano burocratico.

Le varietà diatopiche

Il fattore di variazione spaziale è, nel caso dell’italiano, il più importante elemento di differenziazione linguistica. Le ragioni di questa forte differenziazione sono soprattutto storiche: l’italiano come lingua unitaria nasce a partire dal ‘300, con capostipite il dialetto fiorentino di Dante, Petrarca e Boccaccio che diventa l’italiano di riferimento per molti secoli dopo. Fra le varietà geografiche si inseriscono anche le lingue, diverse dall’italiano, che vengono parlate all’interno dei confini politici dell’Italia (minoranze etnolinguistiche); infatti alla fine del XX secolo l’Italia non è più un paese di emigrazione, bensì di immigrazione soprattutto dai paesi del Terzo Mondo. Inoltre vi sono varietà dell’italiano parlate all’estero, come ad esempio presso le comunità di immigrati ma anche in alcuni stati come la Svizzera (lingua ufficiale), in alcuni parti in Somalia e Malta.

L’influsso del latino

L’influsso del latino sulla formazione dell’italiano è fondamentale nella storia linguistica prima dell’unità d’Italia, poiché per secoli ha costituito il serbatoio lessicale da cui attingere per la formazione di nuove parole (viene così spiegata la grande polimorfia lessicale che caratterizza il vocabolario italiano). Se consideriamo poi che l’italiano stesso è stato parlato per secoli solo in cerchie ristrette e per occasioni solenni e che le sue strutture si sono modellate soprattutto sulla lingua letteraria dei tre grandi del ‘300 (Dante, Petrarca e Boccaccio). I dialetti sono stati dunque relegati ad un ambito familiare o a generi letterari minori e questo ha fatto sì che l’italiano rimase carente di lessico in alcuni settori come quello artigianale o gastronomico, la flora e la fauna. Questa carenza viene a farsi sentire nel momento in cui l’italiano comincia non solo ad essere usato al posto del dialetto o del latino ma serve ad affrontare argomenti fino a quel momento trattati solo in dialetto o in latino.

L’espansione dell’italofonia

L’espansione dell’italofonia si è realizzata a scapito dei dialetti, finché non si è arrivati ad una situazione in cui l’italiano e il dialetto non erano in opposizione ma costituivano codici alternativi per buona parte degli italiani. Le ragioni di questa improvvisa italianizzazione sono varie:

  • L’industrializzazione (urbanesimo e fuga dai campi);
  • Le migrazioni interne (spesso dal sud al nord);
  • La migrazione all’estero di dialettofoni analfabeti o semianalfabeti e l’importanza dell’istruzione;
  • L’introduzione dell’istruzione obbligatoria;
  • La burocrazia che inserì nell’italiano nuovi termini derivanti dal piano giuridico, amministrativo o economico;
  • L’esercito costituì un importante mezzo di italianizzazione grazie all’incontro di popolazioni di vario dialetto;
  • La stampa;
  • Le trasmissioni di massa.

Innovazioni lessicali

I dialetti diventano, a partire dall’unità d’Italia, una nuova fonte di innovazioni lessicali, soprattutto per quanto riguarda:

  • I vocaboli meridionali penetrati nel linguaggio burocratico dopo l’unità d’Italia (incartamento derivante dallo spagnolo);
  • Espressioni popolari che da Roma si sono inserite nella lingua nazionale: bustarella, malloppo, intrallazzo;
  • Espressioni piemontesi come fare un cicchetto o piantare una grana;
  • Avvento del cinema post Seconda Guerra Mondiale che portò a trattare temi sullo schermo di tipo meno aulico e più umile e familiare.

Fenomeni linguistici

Questa situazione che è andata sviluppandosi fra dialetto ed italiano ha portato a conseguenza vari fenomeni tipici:

  • La diglossia (primo ‘900): ossia la compresenza di lingue diverse/separate;
  • Il bilinguismo (secondo ‘900): ossia la maggiore disponibilità nell’uso del dialetto e dell’italiano;
  • La diglossia più il bilinguismo: ossia la capacità dei parlanti di utilizzare l’uno e l’altro codice.

Penetrazione dell’italiano nel dialetto

Le vie di penetrazione dell’italiano nel dialetto seguono spesso canali di tipo diastratico, legate per di più alle generazioni più giovani e più istruite; ma possono anche essere di carattere geografico. Come era successo per quanto riguarda l’uso di parole dialettali nell’italiano, avviene anche la cosa contraria: basti pensare alla necessità di comunicare in una società in cui cambiano i referenti e quindi vi sono prese in prestito parole derivanti dalla sfera tecnologica, politica ed economica come ad esempio le parole computer, radio, cinema, elezioni. Ma vi sono anche prestiti di parole italiane con adattamenti (siciliano pinzioni = pensione) e incroci di una parola dialettale con una italiana con il medesimo significato (dal genovese angoscia/ nausea ).

Inoltre il contatto con l’italiano ha provocato delle ristrutturazioni interne al dialetto come ad esempio il cambiamento di genere.

Linee di tendenza

I rapporti tra italiano e dialetto con l’andare del tempo si sono notevolmente differenziati: in particolare, si sta instaurando oggi una base linguistica comune che è quella data dagli italiani regionali a scapito della lingua più prettamente letteraria. Queste varietà sono oggi da considerarsi sia geograficamente che socialmente come veri e propri dialetti del codice della lingua italiana.

Inoltre la diffusione dell’italiano è un fenomeno in continua evoluzione che non sembra affatto volersi arrestare anche grazie al supporto dato dai mass media, dai frequenti contatti e spostamenti delle persone ma anche dal miglioramento delle condizioni di vita; per “diffusione dell’italiano” non si intende la diffusione dell’italiano letterario e scritto ma piuttosto di quello dell’uso medio, caratteristico per ogni regione.

Rapporti DOXA del 1991

Già dal 1991 le ricerche DOXA avevano rilevato che gli italiani tendevano ad usare meno il dialetto rispetto all’italiano sia in famiglia che fuori, soprattutto per quanto riguardava la generazione ultima, quindi i giovani e i bambini (percentuale maggiore nelle aree dell’Italia nord-occidentale e centro-meridionale). Inoltre la percentuale di italofoni totali risultava essere incrementata soprattutto nei centri medi più sviluppati anche se sembrava ancora ben salda una situazione di bilinguismo nella parte di popolazione che ancora utilizzava il dialetto quotidianamente.

Rapporti ISTAT del 2007

Dai rapporti ISTAT del 2007 risulta che quasi il 50% della popolazione preferisce parlare in italiano sia in ambito familiare che con gli amici e solo il 15% parla prevalentemente dialetto (soprattutto nel meridione). Per quanto riguarda invece l’uso dell’italiano con gli estranei più del 72% degli italiani parla solo o prevalentemente in italiano e meno del 5% della popolazione parla solo o prevalentemente dialetto (soprattutto nel meridione).

Rapporti ISTAT del 2012

Se dai rapporti ISTAT del 2007 risultava già che una grossa percentuale di popolazione utilizzava l’italiano anche nei contesti più intimi, con il rapporto del 2012 è risultato che più il parlante è giovane e più utilizzerà con maggiore frequenza l’italiano in tutti i contesti. Naturalmente vi è ancora una percentuale in cui gli italiani, soprattutto quelli che abitano nel sud dell’Italia, preferiscono utilizzare il dialetto come lingua di comunicazione diretta e rimandano solamente alla scrittura l’utilizzo della lingua italiana.

L’italiano standard

L’italiano standard è una varietà diatopica che a differenza di quanto si possa pensare, non è condizionato dal fattore geografico ma piuttosto da quello spaziale. Nasce da una varietà locale, il fiorentino colto del Trecento (Dante, Petrarca, Boccaccio) ed è stata per molti secoli l’italiano di riferimento più legato alla cultura e alla storia italiani. Ma è anche una lingua ricca di variazioni dovute a parametri quali il tempo, la società, la situazione e i mezzi comunicativi. Per quanto riguarda soprattutto lo scritto è questa la lingua che si insegna nelle scuole, che si usa nelle comunicazioni pubbliche, nei mass media, nei documenti ufficiali etc., e vanta un’ampia produzione letteraria, antica di ben 7 secoli, e una complessa codificazione in campo lessicale e morfosintattico. Per quanto riguarda però l’oralità della lingua, le problematiche sono più numerose e molto più recenti:

  • Innanzitutto se la pronuncia italiana standard corrisponde al fiorentino (pronuncia emendata), senza contare però le caratteristiche fonetiche come ad esempio la “gorgia” (ossia l’aspirazione del suono C), il problema sta però nell’utilizzo di questa determinata pronuncia: infatti i parlanti che parlano l’italiano con questo tipo di pronuncia sono una cerchia ristretta;
  • In secondo luogo, come si sa la lingua orale è spesso caratterizzata da variazioni, soprattutto nei tratti fonetici come ad esempio l’apertura e la chiusura delle vocali, al raddoppiamento sintattico e alla pronuncia sonora o sorda della S e della Z;
  • Inoltre spesso coloro che hanno eliminato le caratteristiche articolatorie più marcatamente regionali, utilizzano comunque l’intonazione della loro parlata originaria che è quella più difficile da eliminare.

Le vocali

In italiano le vocali sono cinque in sillaba non accentata (a, e, i, o, u) e sette in sillaba accentata (a, e, ɛ, i, o, ɔ, u). Alcune coppie di parole possono mutare di significato a seconda della pronuncia aperta o chiusa di una vocale e sono chiamate coppie minime; ad esempio: ['venti] il numero e ['vɛnti] plurale di vento oppure ['botteɔ] recipiente per il vino e ['bɔtte] colpi. Inoltre solitamente le vocali hanno sempre un timbro ben distinto, anche nei dittonghi e in sillaba non accentata tranne che per quanto riguarda la pronuncia nell’Italia meridionale, nella quale le vocali non accentate tendono a ridursi a un suono di timbro indistinto.

Le consonanti

Le consonanti in italiano sono 21 ed è fondamentale in esse l’opposizione tra pronuncia breve e lunga, in quanto molte parole cambiano di significato se vengono scritte (e pronunciate) con la consonante doppia (lunga) o scempia (breve); come ad esempio: ['kasa] edificio ['kassa] scatola di legno. Esistono poi alcuni fonemi consonantici che in italiano standard si pronunciano come doppie anche se graficamente non vi è un rafforzamento: ʎ ʎ aglio ['aʎʎo] oppure sognare [so'ɲɲare].

Questo tipo di raddoppiamento può interessare anche la consonante iniziale di parola, quando essa si trova preceduta in alcuni casi da dei monosillabi (come ad esempio chi, più, da, a, ha, ho, è, tre) o dei bisillabi (come ad esempio come), oppure ancora da parole polisillabiche però accentate sull’ultima vocale (partirò, sarò, sarà). Si parla in questo caso di raddoppiamento sintattico: carcere a vita [a'vvita] oppure da solo [da'ssolo].

Solitamente il raddoppiamento sintattico è dovuto a ragioni etimologiche, come ad esempio la caduta di una consonante che originariamente era presente in latino; tale assimilazione non è indicata nella grafia (tranne che in alcune forme come davvero, soprattutto, avvolgere etc.) ed è solitamente diversa da regione a regione. Un’altra opposizione consonantica è quella tra sorde e sonore: la S ad esempio, solitamente al sud è sorda e al nord sonora e la R di cui esistono molte varianti.

Semiconsonanti e semivocali

Le semiconsonanti /j w/ vengono considerate tali quando si trovano nei dittong

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher yasmina.sharafeldin di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Manfredini Manuela.
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