Linguistica italiana – Prof. Manfredini Stefano Bricca
Come la lingua muta
La lingua non è monolitica, cambia. La società e l’uso della lingua da parte delle persone modificano la lingua stessa. La lingua e le regole grammaticali vengono flesse dai parlanti, a volte consciamente, altre volte per ignoranza. Le scelte linguistiche possono essere influenzate da più fattori: storici, geografici, contestuali, livello culturale di chi parla… di conseguenza, mutano le varietà dell’italiano.
Il repertorio linguistico (insieme delle possibilità di come si usa la lingua, complesso delle potenzialità che una comunità linguistica possiede) è interconnesso con la comunità linguistica (gruppo di persone che condivide lo stesso repertorio). Esistono diverse varietà di lingua: occorre scegliere bene le possibilità. Occorre sapere non solo la lingua, ma come utilizzarla a seconda dei contesti: graduarla, fletterla, sapersi muovere nel lessico a seconda del contesto, e raggiungere quindi una competenza comunicativa.
L’utilizzo corretto della lingua si applica a ogni lingua studiata o conosciuta. Ci sono delle norme da rispettare per usare una lingua al meglio: non si tratta solo di studiare grammatica e lessico, ma di applicare le norme contestuali. La norma linguistica è introdotta sì con lo studio, ma viene imparata sul campo; occorre applicare la lingua per conoscere la gestione della stessa.
Architettura dell’italiano
Italiano contemporaneo: modello di riferimento durante il corso. L’italiano contemporaneo comprende le scelte linguistiche usate da tutti, non marcate. La grammatica è generalmente fissa, condivisa, e ha dei punti di riferimento. La grammatica dell’italiano contemporaneo non è marcata a livello regionale: se dico “mangio la mela” non si capisce subito se sono del nord o del sud.
Scelte linguistiche particolari: queste avvengono a seconda della geografia, dello stile, dell’età, della società… Le diversità sono conseguenze dettate da scelte personali, familiari, informali.
Dialetti: ci sono zone in cui l’uso è più o meno diffuso. Di solito, stando a contatto con una certa comunità, si assimila e si capisce il dialetto anche senza saperlo usare.
Varietà dell’italiano: 5 parametri fondamentali (DIA = attraverso)
- Tempo: varietà diacroniche (non pertinente al corso).
- Spazio: varietà diatopiche (regionali).
- Società: varietà diastratiche (livello sociale).
- Contesto: varietà diafasiche.
- Canale comunicativo: varietà diamesiche.
Esempi di varianti:
- Ce l’ho detto: non del tutto sbagliato.
- A me mi: rafforzativo.
- Gli ho chiamato se veniva: influenza dialettale.
- Ho chiamato a: tratto del sud, o di un neofita della lingua.
Italiano normativo = italiano standard
L’italiano normativo coincide con l’italiano standard. È il modello di italiano con cui ci misuriamo, con cui confrontiamo gli elementi.
- Si basa sul toscano, più precisamente sul fiorentino.
- È un italiano codificato dai grammatici del ‘500, e usato precedentemente da Dante, Petrarca e Boccaccio nel ‘300.
- È la lingua dell’identità nazionale, la lingua di una lunga tradizione scritta.
Dal volgare fiorentino del ‘300 uscirono tre grandi scrittori: c’era ricchezza di lessico. Le opere dei tre fondarono e posero le basi della lingua che usiamo oggi. A quel tempo non era di certo una lingua nazionale: solo nel ‘500 i colti e i grammatici hanno individuato nella letteratura fiorentina del ‘300 un modello valido. Dal ‘500 la letteratura considerata alta è quella fiorentina. C’erano altre letterature, altri volgari, e altre lingue. Scegliendo il fiorentino è stato scelto dei modelli scritti, e quindi modelli letterari.
Prose della volgar lingua, di Bembo: con quest’opera Bembo scelse Petrarca e Boccaccio come modelli linguistici autorevoli. La nostra lingua è cambiata poco, specie nell’utilizzo letterario. Con l’avvento della stampa serviva trovare una base, una lingua, un modello omologato.
Oggi l’italiano è quello che si insegna a scuola, che rispetta la grammatica, le cui regole vengono tramandate; è quello che si usa nelle situazioni ufficiali e che non risente dell’influenza regionale. L’italiano standard è più una forma scritta: il problema è nella parlata, perché intervengono fattori di pronuncia regionale (e non solo). La pronuncia fiorentina emendata è la pronuncia dell’italiano standard. Ma Firenze ha una pronuncia troppo specifica, ovvero la gorgia: non è condivisa da tutti gli italiani, insieme ad altri tratti tipicamente toscani. La pronuncia dell’italiano standard è quindi senza gorgia e senza spirante delle affricate palatali (cece non è quindi pronunciato /ʧeʧe/, ma /tʃetʃe/).
Parlano italiano standard gli attori, gli speaker, gli annunciatori e le persone che cercano di applicarsi per eliminare le tracce di pronuncia regionale, ma comunque occorre studiare fonetica e dizione. L’italiano fiorentino risulta strano ad alcuni, in base a qual è la loro pronuncia. Oggi il modello di italiano standard orale si sta spostando verso il nord.
Caratteristiche della parlata italiana standard
- Vocalismo tonico a 7 vocali: a è é ò ó u.
- Distinzione tra s sorda /s/ e s sonora /z/.
- Raddoppiamento fonosintattico: che fai /keffai/; a casa /akkasa/; soprattutto; davvero.
Punti critici dell’italiano: e/o aperte o chiuse; s sonora/sorda, esistenza di coppie minime tipo vénti e vènti.
Repertorio del parlante
Un tratto è una forma linguistica, un elemento isolabile (espressioni, parole…), a volte comune e condiviso, a volte no.
Italiano comune: italiano maggiormente semplificato attraverso elasticità, specialmente nel sistema verbale. Si vuole raggiungere la rapidità comunicativa nel parlato.
- Italiano più condiviso: rientrano tutti i tratti della lingua italiana standard-normativa, entrati nell’uso quotidiano scritto/orale.
- Formalità più bassa, varietà medio-formale. Non ci sono alcuni tratti dell’italiano normativo. Le competenze del parlante sono possedute ma non applicate.
- Esistono tratti non standard, usati e accettati dai parlanti, quindi detti sub-standard.
Altre definizioni di italiano comune:
- Italiano dell’uso medio, definizione di Sabatini: 30/40 anni fa il dialetto era più presente e l’insegnamento era ben più rigido. Sabatini rivelò l’esistenza dell’italiano dell’uso medio quando l’italiano stava diventando la lingua comunicativa per la maggior parte degli italiani.
- Italiano neo-standard, definizione di Berruto: Nuovo modello standard, oltre al normativo. C’è un passaggio, considera il presente, la realtà.
- Italiano tendenziale, definizione di Mioni, non affermata: pensava a cosa l’italiano sarebbe diventato nel futuro. Non ha senso parlare dell’evoluzione di una lingua perché questa non avviene linearmente. Possono comparire o scomparire tratti più o meno in maniera diversa.
La caratteristica dell’italiano comune è quindi quella di avere tratti non standard, ma che sono usati e accettati. Ovvero, esistono tratti che secondo le regole della grammatica sarebbero sbagliati, ma che i parlanti accettano.
Principali fenomeni che distinguono l’italiano comune da quello normativo
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Dislocazione a sinistra: il caffè, l’ho preso < ho preso il caffè SVO > OSV. Enfasi dell’elemento informativo; “lo” elemento ridondante.
- Anacoluto: (di) questo vino, ne ho comprate tre casse < ho comprato tre casse di questo vino. Omettere il di è un errore. L’anacoluto è più orale, la frase muta secondo la composizione mentale.
- Sostituzione del passivo: Giorgio, l’ha investito un motorino < Giorgio è stato investito da un motorino. Il passivo è poco usato nella lingua parlata. La forma è usata anche dai giornali. Per sostituire il passivo è più accettata la dislocazione.
- Dislocazione a destra: lo vuoi un cioccolatino < vuoi un cioccolatino.
- Frase scissa: separazione tra soggetto e verbo creando due frasi, una principale e una subordinata. È Carlo che esce < Carlo esce. Struttura marcata, viene posto in evidenza chi fa l’azione, magari in seguito a un certo tipo di domanda. Dà enfasi e movimento alla lingua orale. Comunque è molto presente anche nello scritto, forse per influenza del francese. È il computer che mi stanca gli occhi; non è che voglio importi il mio punto di vista. Il computer mi stanca gli occhi; non voglio importi il mio punto di vista. La scissione apre a un altro discorso, susseguente.
- C’è/ci sono presentativo: C’è un signore che ti cerca; ci sono delle ragazze che ti cercano. Un signore ti cerca; delle ragazze ti cercano. Presente sia all’orale, sia allo scritto, il tratto è quasi normale.
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Tempi verbali: semplificazione dei tempi e dei modi (passato remoto, futuri, forme più familiari, senza ambiguità).
- Sostituzione del futuro con il presente: Domani vado al cinema: se tolgo domani, al cinema sembra che ci vada subito. Il presente è base, lo conoscono tutti. L’avverbio comanda e rende inutile il verbo. Domani andrò al cinema: se tolgo domani, si capisce comunque che l’azione si svolgerà nel futuro. Il futuro è più strutturato, non è detto che tutti lo capiscano.
- Espansione del passato prossimo a discapito del passato remoto: (Diatopia, diafasia e diamesia intervengono in questo tratto, non è solo dell’italiano comune). Un anno fa sono andato a Londra < un anno fa andai a Londra. Diamesia: il tratto è più presente nel parlato che nello scritto, ma non vale ovunque e comunque. Nelle zone centro-sud il passato remoto è più diffuso.
- Espansione del passato prossimo a discapito del futuro prossimo: Quando hai finito telefonami < quando avrai finito… (marcato in diafasia).
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Espansione dell’imperfetto:
- Periodo ipotetico: se mi avvisavi, venivo < se mi avessi avvisato, sarei venuto. Minore formalità, condizionale e congiuntivo sono sostituiti dall’imperfetto di più nel parlato e nella messaggistica. C’è immediatezza, viene usato se non si ha la padronanza del congiuntivo e del condizionale.
- Imperfetto di cortesia: volevo un etto di prosciutto < vorrei un etto di prosciutto. L’uso non appartiene propriamente all’indicativo imperfetto; si usa per richieste, anche se andrebbe usato il condizionale per esprimere la volontà. Vorrei per far intendere che voglio; volevo per accentuare la forza della richiesta. Volevo… ma quando? In realtà è una richiesta immediata. L’imperfetto è un segnale, funziona da sfumatura di volontà studiata e pensata. È una sostituzione, di nuovo: da una forma complessa (vorrei, condizionale) si passa a una più facile (volevo, indicativo).
- Valore modale del futuro: sento dei rumori, sarà il gatto < potrebbe essere il gatto. Il condizionale è più corretto, si esprime una probabilità di cui non si è certi. Il futuro è più convinto: uso epistemico, anche se il futuro non esprime in nessuna maniera l’ipotesi. Saranno le dieci: siamo intorno alle ore 10 ma non ne sono sicuro. Difficilmente è usato il condizionale, potrebbero essere.
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Modi verbali:
- Uso dell’indicativo al posto del congiuntivo (tratto marcato in diatopia, diafasia, diamesia e diastratia. Questa sostituzione è più usata al centro-sud che al nord, nell’informale, nel parlato e dai parlanti meno colti). Penso che tu sei un bravo cantante (verbi di opinione: se sono sicuro che tu sia bravo, uso il presente); nonostante l’Italia non è ricca di petrolio (il fatto che l’Italia non sia ricca di petrolio è un fatto e viene quindi usato il presente). Spesso si cerca di dare delle giustificazioni alle discrepanze tra italiano comune e standard.
- Sostituzione del condizionale con l’indicativo: non pensavo che arrivavi in tempo < non pensavo che saresti arrivato in tempo; se ti vedevo, ti salutavo.
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Altre tendenze del sistema verbale:
- Incremento delle perifrasi: sto leggendo < leggo; non stare a venire < non venire. Si usa la perifrasi anziché il verbo diretto, non è chiaro il motivo. Forse è un’influenza dell’inglese? No, perché l’inglese in Italia non è conosciuto così bene da influenzare la lingua nazionale. Altri motivi: è meno brusco rispetto all’uso del verbo diretto; vogliono essere date differenti sfumature altrimenti impercettibili.
- Usi del che: Nell’italiano ci sono un gran numero di congiunzioni che sono state abbandonate e sostituite dal che polivalente (frasi relative temporali, causali, finali, consecutive). Il che polivalente è tipico della varietà sub-standard. Era presente nell’italiano antico ma condannato dai grammatici e tenuto fuori dalla lingua scritta. Il che si usa per creare delle subordinate anche se non si conoscono le molte congiunzioni.
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Pronomi:
- Sostituzione di egli-ella-essi-esse con lui-lei-loro. Lui-lei-loro sono forme oggetto, non soggetto. In certe zone del paradigma dei pronomi le forme oggetto (alcune) stanno diventando soggetto. Non ci si fa più caso perché l’uso così comune ci ha abituato (es: te sei scemo). Esso ed essa erano una volta usati per oggetti inanimati o animali, oggi raramente vengono impiegati.
- Sostituzione di loro-a loro con gli: Gli chiese un aiuto, gli ho mandato un biglietto. Le forme di semplificazione sono più diffuse nel parlato perché è già chiaro il messaggio. Nello scritto non si capirebbe come all’orale.
- Uso del pronome ne pleonastico/ridondante: di questo argomento ne abbiamo già parlato < abbiamo già parlato di questo argomento.
- Passaggio dal modello questo-codesto-quello al modello questo-quello: passami questo libro anziché codesto (questo = vicino a me; codesto = vicino a te, con cui parlo).
- Sostituzione di ciò con questo-quello: tutto questo è sbagliato < ciò.
- Sostituzione di il quale-la quale con a cui-di cui etc. La donna di cui ti ho parlato < la donna della quale ti ho parlato.
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Congiunzioni: semplificazione e perdita di quelle più complesse.
- Affinché > per, perché
- Giacché, poiché > siccome, dato che, visto che;
- Perché > come mai…
Varietà diatopiche
L’italiano attraverso le regioni: varietà regionali. L’italiano viene da una lunga tradizione scritta. Nelle regioni la lingua nazionale si è scontrata con i dialetti. L’incontro non è avvenuto alle origini, ma gradualmente, con la maggiore diffusione della lingua nazionale. Il primo incontro è avvenuto dopo che il toscano si è cominciato a diffondere. Fino ai primi del ‘900 la maggior parte degli italiani era dialettofona, ovvero usava maggiormente il dialetto, a casa e a lavoro. La realtà linguistica era fissa e diffusa. Il dialetto prevaleva perlopiù all’orale, ed è per questo che allo scritto c’era più stabilità della lingua. Dal 1861 si susseguono diversi apparati per la diffusione della lingua. Al momento dell’Unità, i parlanti di italiano erano l’8%.
Differenziazione nello spazio dell’italiano
Prima dell’Unità l’Italia era molto suddivisa: diverse lingue entrarono in contatto tra di loro e cominciarono a interagire. C’erano comunque tantissimi dialetti nel passato, e l’Italia era ancora più suddivisa nei secoli precedenti. I vari dialetti appartenevano a diversi gruppi linguistici, e ancora oggi influenzano l’italiano.
Diffusione dell’italiano dopo l’Unità
- Industrializzazione: trasferimento verso le città, omologazione nelle città e adeguamento all’uso dell’italiano per avere un punto di contatto tra chi conosceva dialetti diversi.
- Migrazioni interne: italiani alla ricerca di un lavoro; stesso tipo di contatto dell’industrializzazione.
- Emigrazione verso altri paesi europei e non: generalmente queste persone erano dialettofone, senza scolarizzazione e/o analfabeti. Chi rimaneva in Italia vedeva intorno a lui meno analfabeti, che appunto si erano spostati. Di conseguenza, si registrava una minore percentuale di ignoranti e di dialettofoni.
- Istruzione obbligatoria: efficace in alcuni casi, la lingua si diffondeva, ma chi era lontano dalle scuole e dai centri non la frequentava. L’istruzione obbligatoria si diffonde lentamente e ha effetto sulla lingua solo dopo quasi 100 anni. L’obbligo, inizialmente, era solo di 2 anni.
- Burocrazia: l’Italia si unì nei confini, nelle leggi e nella lingua. Si diffuse quindi l’italiano negli uffici, tra i lavoratori e gli impiegati e i cittadini; inizialmente era difficile capirsi per chi non aveva mai avuto familiarità con la lingua nazionale.
- Leva obbligatoria: oggi l’elemento è sparito, l’esercito però in passato riuniva ragazzi provenienti da diversi posti, di differente dialetto. Anche tra di loro quindi l’italiano, seppure poco conosciuto, era la lingua per comunicare, poiché i dialetti erano troppi.
- Stampa: diffusione dei giornali, scritti in italiano, ma comunque a un livello non elevatissimo.
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