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Appunti completi per esame di Linguistica italiana prof Manfredini Unige 2016 2017

Questo documento contiene tutti gli appunti presi in aula per l'esame di Linguistica italiana, con la professoressa Manfredini.
Gli appunti sono il risultato di tutte le lezioni, di tutte le spiegazioni della professoressa, e delle sue slide (che non mette a disposizione sul sito dell'Università).

Il corso è quello da 6 CFU, di LCM per Imprese e Turismo. Questa parte è... Vedi di più

Esame di Linguistica italiana docente Prof. M. Manfredini

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Dialetti meridionali

Zona molto vasta; dalla zona di Lazio/Umbria/Marche fino alla Sicilia. La Sardegna non fa parte della

zona centro-meridionali.

Ci sono una parte mediana: Lazio, Umbria e Marche, e una parte meridionale che va

dall’Abruzzo/Lazio verso la fine della penisola. La penisola salentina, Calabria e Sicilia sono l’area

meridionale estrema.

Tratti vocalici dei dialetti meridionali:

- Assimilazione –nd > –nn; –mb > –mm:

Quando > quanno

PLUMBUM > pjommo –– piombo

Non c’è assimilazione consonantica dei nessi –nd e –mb nella Calabria centromeridionale,

nel messinese e nella Puglia centrale.

- Sonorizzazione delle consonanti sorde dopo una nasale:

CAMPUM > kambə

SANCTUM > sandə

QUANTUM > kwandə (NB: quando > kwannə ; quanto > kwandə)

- Mantenimento di norma delle sorde t; c:

STRATAM > stra:tə –– strada

ACUM > a:kə –– ago

- Passaggio pl > k:

PLUS > kju –– più

PLUMBUM > kjummə –– piombo (qui avvengono anche assimilazione e chiusura ə)

- Passaggio ll > dd:

BELLUM > beddo –– bello

CABALLUM > cavaddə –– cavallo

Tratti del vocalismo molto diffusi:

- Vocale indistinta finale sulle sillabe finali non toniche tranne con a:

Cane > canə; lupo > lupə; mese > mesə

- Metafonesi delle vocali finali –i; –u: le vocali e, o si chiudono in i, u:

ACETUM > acitu –– aceto

La metafonesi permette di capire il genere o il numero:

sposo e sposa: spusə e sposə

mese e mesi: mesə e misə

nero e nera: nirə e nerə

- Evoluzione a tonica > æ > è

SALEM > sæle

Dialetto romanesco

Il dialetto romanesco è un caso particolare: non è un dialetto che deriva dal latino parlato. Si trova

comunque in area mediana, è una lingua che ha risentito della penetrazione toscana. Dal 1400/1500

si è verificato un forte trasferimento di persone dalla Toscana a Roma. Roma era la sede papale, e il

papa Clemente VII, fiorentino, sanciva la presenza dei fiorentini nella città. Ma qual è la forma più

prestigiosa tra fiorentino e romanesco? Quella che influenza l’altra, ovvero il toscano. Nel

Rinascimento il prestigio è del toscano, che viene usato anche alla corte del papa. In questi anni era

anche cominciato il ruolo del dialetto fiorentino come modello letterario. L’influenza proseguì nei

secoli successivi, e a Roma si creò una parlata basata sul toscano. Prima del ‘400 il romanesco era

un dialetto romanzo: dopo diventa evoluzione del toscano. Nel 1870, dopo la Breccia di Porta Pia, il

romanesco toscanizzato acquisisce prestigio, poiché Roma diventa capitale del regno. Firenze era la

capitale precedente, ma era solamente il centro linguistico della nazione. Roma era più importante

politicamente, rispetto a Firenze.

Quindi le tappe del dialetto romanesco sono:

1) Penetrazione toscana durante il Rinascimento (1400/1500).

2) Formazione nei decenni di una varietà basata sul toscano, sovrappostasi al sostrato romano.

3) Dal 1870 il romanesco, nella forma toscanizzata, diventa di prestigio e si diffonde nel Lazio.

Il romanesco non è continuazione del latino volgare. È praticamente l’unico caso in cui si può infatti

parlare di dialetto italiano.

Il dialetto romano autoctone, originario, sopravvive nelle campagne del Lazio, ma è più raro.

Tratti del dialetto romanesco:

- Raddoppiamento di b e g in posizione intervocalica:

Abile > abbile; agile > aggile

- Assimilazione nd e mb:

Mondo > monno

- Passaggio di l > r davanti alla consonante (rotacismo):

Al > ar; del > der

- Troncamento dei verbi all’infinito:

Mangiare > magnà; vedere > vedè; finire > finì.

- Conservazione delle tre uscite per la prima persona plurale:

Magnamo, vedemo, finimo

Sardo

Il sardo non è tutto uguale: ci sono notevoli differenze tra le zone. Ci sono due grandi aree, poiché

la parte nord è influenzata dal corso. Essendo un’isola lontana dal continente, la lingua è rimasta

isolata, anche perché non è mai entrata nel pieno delle rotte commerciali. L’economia è rurale

ancora oggi: coltivazione, agricoltura e bestiame erano e sono le principali fonti di sostentamento.

Gli scambi interni sono comunque difficili: i centri urbani sono lontani, le zone sono molto vaste e si

sono formati vari gruppi linguistici racchiusi. La lingua è particolarmente conservativa: le

trasformazioni sono limitate. Il sardo conserva alcune pronunce del latino volgare.

Vocalismo:

- Mantenimento delle vocali toniche del latino:

NIVE > nive –– neve

SITIS > siti –– sete

FURCA > furca –– forca

BUCCA > bucca –– bocca

Consonantismo:

- Mantenimento della velare /k/ davanti alle vocali palatali e, i:

Cielo > chelu

- Mantenimento della velare /g/ davanti alle vocali palatali e, i:

Gelo > ghelu

- Passaggio da cl a cr nel centro della Sardegna:

CLAMARE > cramare –– chiamare

PLUS > prus –– più

PLENU > prenu –– pieno

- Morfosintassi, posposizione del verbo con l’ausiliare essere:

La casa è bella > bella este sa domo; sono andati a casa > andadoso a domo sunu

(lat. DOMUS > casa; CASAM > capanna)

Minoranze linguistiche

Esistono altre parlate sul nostro territorio: per completare il quadro dobbiamo parlare delle

minoranze linguistiche, ovvero gruppi di parlanti che per tradizione hanno una madrelingua diversa

dall’italiano. Sono spesso bilingui.

Esempi:

- Al nord: francese, occitano, francoprovenzale, tedesco, ladino, friulano, sloveno.

- Al centro, al sud e nelle isole: albanese (vari nuclei diffusi), croato (Molise, emigrati dalla

Dalmazia nel 1400), greco (Campania e Salento, retaggi della Magna Grecia), gallo-italico,

catalano, tabarchino.

Queste sono minoranze linguistiche storiche che perdurano da secoli. Non si contano le minoranze

o i nuclei più recenti. Più la minoranza è piccola, più è facile la sua sparizione (o il suo inglobamento

nell’italiano, comunque spesso conseguenza della morte degli anziani che usufruiscono della

lingua). Inoltre, anche i dialetti locali influenzano la permanenza della lingua minore.

Il francese in Val d’Aosta e il tedesco in Trentino-Alto-Adige sentono di più il bilinguismo: la

legislazione è diversa (statuto speciale), anche grazie agli elementi linguistici caratteristici.

Per l’Alto-Adige le ragioni storiche sono recenti: solo da 100 anni fa parte dell’Italia. Prima era

germanofono. Dopo la guerra, solo il 3% della popolazione era di madrelingua italiana. Le vicende

politiche successive hanno influito sulla lingua: il regime fascista decise per una italianizzazione

forzata e veniva punito l’uso della lingua straniera. Ci fu una obbligata trasformazione anche nella

denominazione e nella toponomastica (Peter > Pietro; italianizzazione di nomi di fiumi, paesi e

montagne…). Avvenivano quindi traduzioni o trasformazioni verso l’italiano. Ovviamente ciò non

veniva accettato dalla popolazione.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale si verifica il passaggio da Monarchia a Repubblica: la nuova

Carta Costituzionale, all’Articolo 3, riconosce le minoranze e le diversità di ogni tipo. Si vuole evitare

ciò che è successo durante il fascismo.

Nella costituzione non c’è riferimento alla lingua ufficiale della Repubblica: viene però ribadito che

la Repubblica deve tutelare, attraverso varie norme, le minoranze linguistiche. Da questo principio

nasce quindi la tutela delle minoranze, attraverso appositi seggi delle minoranze francofone e

germanofone (Val d’Aosta; Trento, e Bolzano) in parlamento. Anche grazie a questo articolo

nascono le regioni a statuto speciale.

Nel tempo, altri interventi legali vennero eseguiti, tra cui una legge del 1999, per la tutela delle

minoranze linguistiche storiche: in questa legge si specifica che la lingua della Repubblica è l’italiano.

Questo è chiarito nell’Articolo 1, per la prima volta dalla stesura della Costituzione. Vengono poi

elencate le minoranze difese e tutelate nella lingua e nella cultura. Anche il sardo rientra tra le lingue

delle minoranze.

Varietà diastratiche

Italiano che muta a seconda del livello e degli aspetti sociali. Il fattore società va specificato:

- Gruppo sociale (≠ classe sociale).

- Livello d’istruzione.

- Gruppo professionale d’appartenenza.

- Età e sesso.

- Conoscenze specifiche su determinati argomenti (= mestiere svolto).

Le varietà diastratiche sono diverse:

Italiano popolare: correlato allo scarso livello d’istruzione.

• Italiano colto: coincide con l’italiano normativo/standard. Queste prime due varianti sono

• legate entrambe all’istruzione ricevuta.

Gerghi: la modalità d’uso della lingua è legata a gruppi di appartenenza e provenienza:

• militari, ombrellai, mafiosi…

Linguaggi giovanili: età; lessico che varia a seconda del gruppo e delle sue caratteristiche.

• Italiano delle donne e degli uomini: fattore sesso.

Le varie varietà non sono isole separate ma possono addensarsi, unirsi.

L’italiano popolare : popolare non vuol dire comune e nemmeno del popolo. È un italiano non

colto, di chi non è stato educato adeguatamente.

È un italiano spontaneo, ci sono tratti che deviano dall’italiano standard, errori morfologici,

sintattici, ortografici, improprietà lessicali; mancano coerenza e coesione; la testualità non è

facilmente seguibile e comprensibile. Ci sono due definizioni:

1) De Mauro: l’italiano popolare è l’italiano di un incolto che si esprime nella lingua nazionale

senza padroneggiarla. Con questa definizione, l’italiano popolare sarebbe uno unico in tutta

Italia, quindi.

2) Cortellazzo: l’italiano popolare è l’italiano di un parlante che per madrelingua ha il dialetto.

Qui si fa cenno al fattore diastratico e diatopico, e quindi a vari dialetti corrispondono vari

italiani popolari.

Tratti grafici dell’italiano popolare:

- Uso errato della h, messa dove non serve e omessa dove serve.

- Segmentazione erronea, errata divisione: l’aradio, d’avanti, unpo, minevato (me ne vado).

Tratti fonetici dell’italiano popolare:

- Forte influsso della pronuncia dialettale.

- Accentazioni non nella norma: rùbrica per rubrìca, régime per regìme…

- Vocali epitetiche aggiunte dentro nessi consonanti difficili: pissicologo, Ammisterdam,

tennico, arittimetici…

Testo analizzato a lezione:

Una lettera di un emigrato campano negli Stati Uniti d’America, per ragioni economiche.

- Frutto di una bassa scolarizzazione, che c’è stata, ma in maniera ridotta.

- Uso del dialetto che prevale sull’italiano.

Ci sono segni del dialetto nel suo italiano popolare. L’italiano popolare infatti non è statico, non si

presenta sempre uguale in tutti (definizione di Cortellazzo). I parlanti, a seconda della scuola

frequentata e dalla loro capacità, cercano di arrangiarsi.

Quando l’italiano non colto scrive, scrive con la varietà più alta del suo repertorio, quindi all’orale si

esprime in maniera ancora peggiore, e la varietà in cui scrive è detta italiano popolare. Non

saprebbe fare di meglio: mentre noi possiamo scegliere di omettere qualcosa o di flettere la lingua

e le sue regole, l’incolto lo fa per ignoranza.

Mancano punteggiatura e apostrofi: le maiuscole sono a volte dimenticate e altre volte messe a

caso. Questoggi < quest’oggi; ce < c’è; puro < pure. Quest’ultimo errore è forse dato dalla pronuncia

dialettale con la vocale debole finale. Tua sorella sta ammalata < è (tratto meridionale); al quanto <

alquanto; atté < a te; stati tutto bene < state tutti bene ; ristabbilisce < ristabilisce ; non è rimasta

offesa < non è rimasta danneggiata, non ha avuto conseguenze dovute alla malattia.

Il raddoppio intervocalico presente allo scritto indica che il parlante ha una pronuncia molto marcata

di quel tratto (si incontra spesso dal centro al sud); l’uso del verbo stare al posto di essere è un tratto

ancora più meridionale. Altri sguardi sull’uso di certe espressioni:

1) Non prolungo tanti saluti a tutti di mia famiglia e parenti tutti…

2) Con sommo dispiacere ti annunzio la morte di tuo fratello…

Questi due esempi sono la dimostrazione dell’unione tra incertezza grammaticale e espressioni

burocratiche sentite altrove. L’individuo si aggrappa a forme elevate, senza padroneggiarle. Le

formule burocratiche vengono da lui inserite in una sintassi zoppicante. La prima frase non ha senso,

mentre la seconda ha un linguaggio fuori luogo, troppo formale per un parlante ignorante.

Tratti morfosintattici dell’italiano popolare: tratti legati alla difficoltà nell’uso della lingua da parte

di queste persone. Alcuni di questi tratti potremmo applicarli anche noi, ma con una certa

consapevolezza, che invece un parlante di italiano popolare non ha.

- Aggettivo invariabile usato con funzione avverbiale (gli voglio bene uguale < ugualmente)

- Semplificazione del paradigma dei possessivi (suo per la terza persona plurale).

- Accusativo preposizionale (a me non mi mandi lì).

- Cancellazione di fonemi (dichiara < dichiarazione. Chi apprende la lingua oralmente non

percepisce alcune forme: spesso sente forme burocratiche e non sa replicarle, ma le usa).

- Doppio condizionale (se avrei saputo te l’avrei detto).

- Congiuntivo sbagliato nella coniugazione (venghi signora < venga; che io stassi < stessi)

- Estensione degli articoli un e il anche davanti a parole con S e Z (un spazio, il zaino. Questo è

un esempio che mostra la tendenza ad ampliare l’uso delle poche forme conosciute).

- Uso del ci col valore di a lui, a lei - valore di dativo, anzichè le e gli (cosa ci dico a Carlo < gli).

- Che polivalente, presente anche nell’italiano comune/informale (una scatola che c’era

qualcosa dentro; uso esteso e fuori luogo dovuto alla scarsa conoscenza delle congiunzioni).

- Concordanze a senso (tutto lo stadio applaudivano; tutta la gente lo chiamavano. Questa è

interferenza semantica, poiché i sostantivi singolari rappresentano tante persone, e sono

usati dal parlante con verbi al plurale).

Tratti lessicali dell’italiano popolare:

- Uso di parole generiche (roba, cosa, affare, dire, fare, dare).

- Espressioni mutuate dalla lingua della burocrazia, tecnicismi (conseguire il titolo di studio, vi

annunzio con dispiacere la morte…).

- Paraetimologie (etimologie finte) e malapropismi (parole usate a sproposito): parole sentite,

non capite e che hanno subìto un tentativo di ricostruzione da parte del parlante. (Decente

< degente ; tic < ticket ; altrosi < artrosi ; vene vanitose < varicose…).

Gerghi : riguardano i gruppi di appartenenza e la condivisione di un certo ambito. Un gergo non è

una lingua completa, non copre tutte le necessità comunicative quotidiane. Alcune parole della

lingua di base vengono modificate, storpiate, aggiunti suffissi; si usano anche parole straniere o

dialettali. Un gergo non è una lingua autonoma, ma anzi trasforma una lingua preesistente. Un gergo

è una varietà di lingua che non copre la quotidianità ma solo un certo ambito.

Cos’è un gergo? È la lingua usata da una comunità o da un gruppo i cui membri hanno necessità di

comunicare senza essere capiti da altri, o per distinguersi da altri gruppi. Chi usa un gergo è detto

gergante. Comunità convivenza e condivisione di uno spazio. Gruppo può essere lavorativo.

à à

Il fenomeno dei gerghi è antico: oggi esistono gerghi militari, mafiosi, della tossicodipendenza...

In passato era più un tratto professionale, ed erano diffusi dal 1500 al 1600. Dipendeva anche da un

fattore economico: molti erano poveri e dovevano spostarsi da una città all’altra per esercitare la

professione. I gerganti nascono storicamente come gruppi di mendicanti e di artigiani. La parola

gergo deriva da jargon (cinguettio), non era comprensibile come il cinguettio degli uccelli. Divenne

sinonimo di lingua di malfattori.

Alcuni gerghi italiani: furbesco, lengua furbesca, rungin, tarom, tarusc, gaì…

Il gergante non vuole quindi farsi capire, c’è una dimensione di segretezza. Serve per il veicolare

delle informazioni nel gruppo senza farsi capire da esterni, conferisce un senso di appartenenza. La

segretezza non riguarda certo le professioni: il gergo riguarda le parole comuni. Nei lavoratori si

voleva creare una identità, un gruppo: succede anche nel linguaggio giovanile. La segretezza

comunque riguarda di più i malviventi e gruppi simili. La volontà di escludere gli altri e creare un

gruppo unito, magari a volte un po’ recluso o evitato, si verifica spesso nei giovani o in certi ambiti.

Il gergo medico non serve per segretezza, ma si crea automaticamente, è una necessità e una

conseguenza degli studi. Il gruppo di medici è aperto, se si studiasse lo si capirebbe.

Gergo:

- Anche in famiglia: elaborazione della lingua esistente.

- Ha un lessico di base: candela > sole; brodo > pioggia.

- Scelto per distinguersi dagli altri, dalle persone di una comunità diversa dalla propria.

- Non è un linguaggio specialistico.

Caratteristiche linguistiche del gergo: un gergante è comunque più vicino alla lingua popolare che a

quella standard.

- Fonetica e grammatica del dialetto locale.

- Lessico comune con prestiti da altre lingue, magari adattate, che sembrino parole italiane

(Fraula per signora, dal tedesco Fräulein (signora); spillare per giocare, dal tedesco spielen

(giocare).

- Morfosintassi con alcune peculiarità.

Esempi: 1) “io” si esprime con una perifrasi, con espressioni complesse: ul me vel > il

mio velo > il mio corpo (velo gergante per corpo); io dormo > ul me vel cubia.

Il gergo modifica non parole tecniche, ma comuni.

2) No espresso con parole che iniziano con N (nisba); sì espresso con parole

che iniziano con S (sibo, siena).

3) Uso molto frequente di suffissi (-oso, -engo, -aldo, -ardo, -one). Fangose

per scarpe, grimaldo per vecchio, barone per vagabondo, bernarda per notte.

4) Dessuffissazione (pula; caramba; angelo custode < pulotto; nisba < nichts)

Italiano degli uomini e delle donne

Rapporto lingua-genere: essere donna o uomo e le ricadute linguistiche, le modifiche della lingua.

Genere: equivalente dell’inglese gender, richiama aspetti culturali e sociali, collegati all’essere

donna o uomo. Che si usi una lingua diversa tra uomo e donna non è vero: quello che conta è il ruolo

delle donne e degli uomini all’interno della società. Alcuni compiti sono/erano previsti per donne e

altri per uomini. Ma giustifica comunque alcuni usi, non una differenza sostanziale nella lingua. La

società è mobile, le donne lavorano fuori casa solo da qualche decennio. Nel tempo le cose sono

cambiate, e ciò ha influenzato il loro ruolo sociale. Mobilità significa anche avere più relazioni sociali,

fuori casa ci si incontra, oltre che svolgere il proprio lavoro. In passato l’uomo probabilmente aveva

una scolarizzazione più bassa, mentre una donna poteva proseguire nello studio: era più probabile

che l’uomo andasse a lavorare presto per sostenere la famiglia. Spesso la donna doveva poi formare

l’educazione dei figli, ed era avvantaggiata dalla maggiore educazione ricevuta nel tempo. L’uomo

magari parlava dialetto e lavorava, e avendo lavorato anche in passato, ha tralasciato studio.

Alcuni settori di lessico usati maggiormente da uomini erano/sono evitati da parte delle donne: oggi

è meno marcato tutto ciò, ma in passato solo da parte dell’uomo si potevano sentire bestemmie,

insulti o parolacce, e comunque questi termini erano usati solo tra maschi.

Il problema che si può trovare nella lingua, per quanto riguarda il genere, sono le “discriminazioni”

grammaticali. In italiano esistono casi in cui prevale, e si è consolidato nel tempo, l’uso del genere

maschile.

Paola, Giorgia e Franco sono fratelli: in un elenco di persone in cui anche solo una è un uomo,

occorre conguagliare il termine previsto al maschile. Non è propriamente maschile l’uso del termine

fratelli, ma la forma maschile suona più neutra rispetto all’uso, in questo caso, di sorelle. Paola,

Giorgia e Franco sono sorelle potrebbe far pensare che Franco sia in realtà una donna.

Paola, Giorgia e Franco sono andati: come sopra, maschile per l’uso neutro.

Il popolo italiano: non solo gli uomini, ma tutti a prescindere.

I cittadini genovesi: non solo i cittadini, ma anche le cittadine.

Diritti dell’uomo: uomo inteso per umanità.

Lo studente deve presentare…: esiste la forma studentessa, ma finché si è nel generico, prevale la

forma maschile.

Il problema però riguarda le cariche e le professioni: studente in realtà esiste al femminile (-essa).

Un amante e un’amante; uno studente e una studente… o una studentessa? La presidentessa, la

presidente… Quali forme vanno usate? Esistono regole?

Sindaco: Sindachessa sindaco donna/signora sindaco la sindaco sindaca.

à à à

- Sindachessa è la forma più antica: significava moglie del sindaco, però, quindi diverso da

sindaco di sesso femminile. (Usarlo oggi sarebbe quasi dispregiativo per una sindaca.)

- Sindaco donna: nome maschile + accompagnamento con il termine donna per il genere. È lo

stesso caso di tigre maschio/femmina: si aggiunge il sesso dopo, per specificarlo.

- La sindaco: articolo femminile + nome maschile. Questa soluzione sarebbe inammissibile per

la grammatica, per il sistema linguistico.

- Sindaca: in genere, se una parola maschile finisce per o, al femminile finisce con a.

Oggi conta il fatto che noi abbiamo delle novità politiche importanti in atto: l’esposizione mediatica

è maggiore, e il problema di tipo comunicativo si presenta ogni giorno. In pochi anni, da forme di

approssimazione (sindaco donna, signora sindaco), si è passato a forme prima inesistenti (sindaca).

Oggi non si usa più sindaco donna, bensì sindaca, e per estensione si usa anche Ministra, etc…

Lo stesso problema si presenta per altre professioni: assessore e questore. Assessoressa o

assessora? Questora o questoressa? Ingegneressa o ingegnera? Militaressa?

C’è una tendenza al rinnovo lessicale, ma c’è la paura che il suffisso –essa possa essere inadeguato:

avvocato avvocatessa, avvocata. (o > a). Il problema è che esistono varie professioni la cui forma

à

al femminile, tipo professoressa, è diffusa da tempo.

L’eccesso di uniformazione toglierebbe degli usi che i parlanti già accettano da tempo. Inoltre alcuni

termini sembrano quasi scherzosi, sembrano togliere serietà alla professione svolta da una donna.

Linguaggio giovanile LG INTERO ARGOMENTO VISTO CON IL PROF. COVERI

Il linguaggio giovanile è studiato da 20 anni circa. È meglio dire linguaggi giovanili, al plurale, perché

sono molto differenziati a seconda dei mezzi usati.

Cosa si intende con linguaggio giovanile? È una varietà di lingua utilizzata in modo più o meno

costante e cosciente da adolescenti e post-adolescenti, attraverso diversi mezzi: orale, scritto,

trasmesso, digitale…

La fascia di età va dai teen (dopo gli 11 anni) ai 17/18enni, ma non solo: qualcosa rimane anche

dopo, più o meno permanentemente. L’uso è tra coetanei all’interno di un gruppo di pari (peer

group). A volte i termini sono ritornati dal passato, altri sono rimasti e non si sono persi.

La fascia di età dei LG è molto diminuita, però: è scesa addirittura verso le elementari. Il LG è usato

da parlanti accomunati da stesse caratteristiche (età, cerchia di amici…)

Lingua dei giovani però non significa linguaggi giovanili (LG). I giovani si adattano, nel gruppo, si

parla con i pari, e si usa il LG. Ma al di fuori del gruppo (lavoro, scuola, interazione con adulti) il

registro è migliore, diverso da quello usato con gli amici e compagni di scuola. I LG sono una varietà

che non coincide sempre con la lingua dei giovani. Ma è più una varietà diamesica o diastratica?

Fonti remote e prossime dei LG : il LG cessa di esistere quando si esce dal gruppo. Il problema

è come raccogliere i dati per analizzarlo.

Le fonti possono essere: letterarie, mass/social media, new media e scritture esposte.

Le fonti letterarie cominciano dagli anni ‘70. Si ricerca nella letteratura, dove però il linguaggio

giovanile è imitato e magari esasperato. C’è il fattore finzione che può alterare l’analisi, e furono

prese in considerazione specialmente le traduzioni, quindi forme riadattate da un’altra lingua.

- Salinger: il giovane Holden parla di un ragazzo giovane, è un romanzo di formazione. Gli elementi

di slang furono tradotti con l’aiuto di giovani italiani. C’è una traduzione più recente, dove ci sono

più parolacce e uno slang aggiornato (la lingua è sempre in evoluzione). Compagnia bella compare

per la prima volta nella prima traduzione del libro, così come il detto se la stantuffava.

- Burgess: A clockwork orange parla di una banda giovanile. Come si poteva tradurre il gergo del

gruppetto? Il romanzo risente della permanenza dell’autore in Russia, lo slang infatti è un mix tra

russo e inglese, e in italiano si usano sempre parole giovanili come nel caso del giovane Holden.

- Quenau: Esercizi di stile fu tradotto da Eco. Un personaggio parla col gergo giovanile che il

traduttore è riuscito a rendere prendendo spunto dal linguaggio giovanile degli anni ‘60.

Il dialetto, inoltre, spesso viene usato, quindi viene gergalizzato.

Esempi: madre che chiede ai figli “Voi spinellate?” e il figlio corregge la madre, che ha usato il

termine giovanile spinello in malo modo, usandolo come un verbo.

Non è detto comunque che un adolescente nei libri usi il linguaggio giovanile.

Pellegrini, insegnante, che quindi sente parlare i ragazzi, ha scritto Bella Zio, una sorta di remake di

Romeo e Giulietta, con due protagonisti diversi: un albanese e una liceale.

Bella bella giornata; zio calco dall’inglese bro(ther) (frate, fré).

à à

Social/mass media:

Fonti derivanti da musica, film e tv, come lo stile paninaro, creato ad hoc e diffuso dalla TV, ispirata

da alcuni giovani milanesi vestiti in una certa maniera.

New media:

Social network come Facebook ≠ social media. Sui social network si può parlare di scritturalità,

ovvero di una scrittura che vuole riprodurre l’oralità o che vorrebbe corrispondere all’oralità.

Scritture esposte:

Si trovano nei bagni, all’autogrill o all’Università.

Ci sono quindi varie fonti possibili, un ampio panorama, ma sono fonti indirette per analizzare i LG.

Storia e storicità dei LG:

Periodizzazione:

1) Pre-‘68, gergo studentesco.

2) ‘68, linguaggio politico: LG annacquato da quello della contestazione.

3) ‘77, ritorno al privato, parlar di sé.

4) ‘80, moltiplicazione dei gruppi sociali.

5) Anni zero, internet e social media.

Natura sociolinguistica e natura linguistica dei LG:

- È una varietà diastratica? Non proprio, perché i giovani non sono un gruppo sociale unico,

possono appartenere a diversi livelli sociali. Richiede comunque la presenza di un gruppo,

non sociale, ma generazionale.

- È una varietà diafasica? Sì, è una lingua per l’occasione: si usa parlando di certe cose tra

amici, coetanei, discutendo su interessi comuni, droghe leggere…

- Rapporto coi gerghi: in senso stretto, i linguaggi giovanili non solo sono usati dai giovani. Il

gergo è criptico, per insiders, i LG non sono per forza criptici. La loro funzione può essere

criptica, ma non esclusivamente tale: è più contestativa (anti-language), identitaria,

espressiva, ludica. Ai giovani non interessa tanto a criticità: per loro il LG ha più una funzione

di identità, fa sentire parte del gruppo.

Aspetti lessicali e di semantica lessicale dei LG:

Il LG è prevalentemente lessico: non c’è una grammatica separata, ma forse ha una sua morfologia.

È di lunga durata, molte parole non perdono significato o fama (incavolarsi, dare buca, cuccare,

imbranato, cavolo < cazzo). Molte parole infatti passano alla lingua comune, altre si perdono

(gettono la vecchia = chiamo mia mamma dalla cabina telefonica coi gettoni. Questa espressione è

ormai datata e fuori uso). Sono molto diffuse le iperboli: da dio, mitico, megagalattico; e le antifrasi:

bestiale, da paura, che hanno comunque una accezione positiva. Anche la deverbalizzazione e

nominalizzazione sono possibili (non c’ho sbatti > sbattimento)

Innovazioni lessicali e semantiche: alcune parole sono prese e associate ad altri significati.

Bidet, balena, cozza, tonno > metafore per la bruttezza.

Ferro, manico, osram > metonimie.

Aladino, Mandrake, meningi, pina > antonomasie.

Componenti del lessico dei LG

a) Base di italiano colloquiale/informale.

b) Strato dialettale/regionale (mi fai anguscia, sei una rumenta).

c) Forestierismi; pseudo-forestierismi; internazionalismi.

d) Linguaggi settoriali e speciali (poco).

e) Gergalismi di lunga durata.

f) Gergalismi di breve durata, neologismi.

a) Tu sei fuori di testa, nel pallone, incazzoso, merdoso, pizzoso, bestiale, cagare, fottuto,

goduria, casino desemantizzazione.

à

b) Molti termini romaneschi: zinne, figo, scorfano.

Code switching, code mixing e code tagging.

Scialla forse dall’arabo, forse dall’antico genovese. Scialla in arabo è vicino, foneticamente,

a “se Allah vuole”. Scialla appariva in una ninna nanna genovese.

c) Vamos alla playa, dreadlocks; arrapescion; scialla.

Gli ispanicismi si prestano molto bene perché sembrano italiano maccheronico

d) Marcare, sclerare… termini specifici, applicati in vari ambiti (giocando a calcio, quando

qualcuno sembra pazzo…)

e) Tormentoni: cosa vuoi di più dalla vita? Linguaggio dei mass media, il tormentone nasce

à

coi mezzi di comunicazione diffusi, perché certe cose diventano un tormento, quando non

le si sopporta più da quante volte le abbiamo sentite.

f) Ciospa, ciuffare, caramba…

Deformazione del significante:

Chissene, stase, raga, siga, stica, prof, Cami, Ale… CTM: cazzi tuoi mai?

Formazione delle parole:

- Suffissazione: -oso, -uso, -aro, -ame, -umo (parentame, nipotame, cazzaro, palloso,

incazzuso…).

- Composti: megalibidine, megaspinellata, megasballoso…

- Prefissoidi: mega, super, iper…

Tratti del parlato:

Anacoluti, che polivalente, indicativo per il congiuntivo, dislocazioni, false partenze.

LG nei social

- Ciao bella doma sera ape?

- Cripticità: kio (anch’io)

J

- Tachigrafia: cmq, xk

- Commistioni: tenkiu

- Coprolalia: parolacce

LG e lingua comune

Quando si verifica l’ingresso di alcune espressioni nella lingua comune, il LG perde la sua

caratteristica e smette di essere linguaggio giovanile. Se viene assunto e si diffonde non è più

solamente nella bocca dei giovani, e si perde quel suo significato di condivisione e di unicità.

Varietà diafasiche

L’italiano attraverso i contesti. Sono vari i fattori di variazione:

- Situazione/contesto: luogo, interlocutore, formalità, sfondo.

- Argomento: dipende dalla situazione, dall’interlocutore… etc.

- Funzione: scambio di opinioni, ottenere qualcosa, prescrivere, comandare…

Dentro alle varietà diafasiche ci sono registri e sotto codici o lingue speciali o specialistiche.

Registro: tono della conversazione, formale o informale. Dipende dalla situazione. Può anche essere

colto o popolare. La variazione di registro in una lingua è molto ricca. Da ricordare l’esistenza

l’italiano popolare: per quanto non corretto, è per alcuni il massimo registro possibile.

Sottocodici/linguaggi speciali/lingue specialistiche: disciplina, aree di lessico che appartengono a

scienza, tecnica, etc, nomenclatura fissa. È quindi usata da una minoranza di esperti.

Esempio di variazione diafasica nel termine

morire. Un parlante, a seconda del contesto,

può scegliere vari sinonimi o modi di dire o

perifrasi: dipende dall’accezione che vuole

dare.

Caratteristiche dei registri formali:

- Tratti fonetici poco marcati.

- Ridotta velocità di eloquio, pronuncia

accurata.

- Alta pianificazione testuale, sintassi

elaborata con subordinate implicite

ed esplicite.

- Ricchezza lessicale, sinonimi, termini

specifici.

- Uso di forestierismi e lessico arcaicizzante.

Caratteristiche dei registri informali:

- Tratti fonetici marcati in diatopia (influenza di dialetto e pronuncia regionale).

- Velocità di eloquio elevata.

- Scarsa accuratezza di pronuncia.

- Scarsa pianificazione testuale, false partenze, cambiamenti di progettazione.

- Termini generici, parole abbreviate, disfemismi.

- Parole oscene, onomatopee.

Il rapporto tra gli interlocutori influenza il grado di formalità.

- Scelte degli allocutivi (Signora, dottoressa) e dei pronomi allocutivi (tu, Lei, Voi, ella). Il tu si

usa tra coetanei e fuori dal contesto lavorativo, gli altri sono più e meno informali.

- Selezione delle formule di saluto (Ciao, salve, buongiorno, ossequi) e delle formule di

richiesta: Imperativo: chiudi la porta!

Interrogativo: chiudi/chiuderesti la porta?

Richiesta impersonale: si prega di chiudere la porta.

Interrogativo perifrastico: ti dispiacerebbe chiudere la porta?

Lingue speciali , ovvero: sottocodici o lingue specialistiche.

Esempi: una disciplina, una scienza… lingue della medicina, dell’informatica, della fisica.

Lingue speciali e lingue settoriali non sono la stessa cosa, sono anzi ben diverse.

- Lingue speciali: ambiti precisi e importanti, elaborati, quali fisica, matematica, informatica…

Il numero di comunicanti è ridotto, è ristretto.

- Lingue settoriali: linguaggio giornalistico, televisivo, pubblicitario. Corrispondono a zone di

lessico per parlare di un certo argomento: si usa lessico comune, il tasso tecnico è basso, non

c’è una vera nomenclatura. È destinato a un pubblico vasto, molti parlanti sono coinvolti, di

diverse fasce sociali. “Il centroavanti sta facendo a sportellate con il difensore”: ambito

calcistico, significato tecnico ma comunque settoriale. Possono travasare uno nell’altro, nel

giornalismo politico si può dire “un candidato fa a sportellate con un altro”.

Strutture testuali:

- Chiarezza, coerenza, nessuna contraddizione.

- Schema comunicativo preciso: introduzione, problema, soluzione, conclusione.

- Uso di schemi, tabelle, grafici.

- Uso di connettivi che riprendono il discorso precedente: si può constatare che…

Lessico delle lingue speciali:

- Monosemico: una parola perde tutti gli altri significati, ha un solo significato, quello tecnico.

Tra medici, per dire spavento, non si usa infarto, altrimenti si pensa molto male riguardo le

sorti di qualcuno.

- Scarsità di sinonimi: conseguenza della caratteristica monosemica.

- Frequenti ripetizioni: dato dal fatto, di nuovo, dalla mancanza di sinonimi, causata dalla

monosemia.

- Molte parole straniere, e anche latine e greche (bypass, triage).

- Neologismi: per le scoperte di malattie o molecole si verifica l’uso di prefissazione,

suffissazione e composizione.

- Parole comuni con un nuovo significato specialistico (scrivania e finestra per il computer).

- Sigle e acronimi (TSO).

Morfologia e sintassi:

- Alto numero di nominalizzazioni: l’assunzione del farmaco… < il farmaco va assunto…

- Minore articolazione nell’uso dei verbi: indicativo, congiuntivo (pochi), tempi presente e

futuro.

- Prevalenza dello stile nominale: pochi verbi, si evitano frasi complesse, non ci sono

subordinate. Tutto è ben collegato perché un elemento contribuisce all’altro.

- Poche preposizioni subordinate.

- Alta densità lessicale.

- Preposizioni brevi.

Esempi di terminologie specialistiche: lessico distante dalla lingua comune, o comunque formale.

Lingua speciale: tutela prescritto derma attenere inibire cefalea

Lingua comune: difesa ordinato pelle riguardare impedire mal di testa

Lingua della burocrazia : si può considerare lingua speciale in quanto ha un suo lessico

specifico, ha a che fare con la legge.

La lingua della burocrazia è la lingua degli atti pubblici, la lingua con la quale lo Stato si rivolge ai

cittadini. È distante dalla lingua comune, usa forme arcaiche o disusate, Calvino la definì antilingua.

Alcune caratteristiche:

- Arcaismi: termini arcaici poiché erano di uso comune quando la burocrazia era appena nata.

- Termini in disuso: si verificano scelte non frequenti o poco usate (non per forza arcaiche).

- Antilingua in che senso? Una lingua dovrebbe comunicare. Se una lingua non comunica, è

una antilingua. La lingua burocratica è pensata per far dialogare cittadino e Stato, è finta.

Non è volta alla comunicazione, è difficile.

Esempio della differenza tra linguaggio comune e burocratico: deposizione di una testimonianza di

un furto trascrizione da parte del carabiniere:

àß

Lingua burocratica: lunghezza eccessiva, ridondanza. Strategia di sostituzione di termini comuni con

termini inusuali, tecnici. Trasformazione e perdita di significato: cantina locale dello scantinato;

à

stufa impianto termico; fiaschi di vino prodotti vinicoli; carbone combustibile. Questi

à à à

termini vengono sostituiti, ma il termine sostitutivo non rende lo stesso significato che trasmette il

termine comune. La lingua comune, anche se con termini base, comunica meglio le idee. La

burocrazia sembra più precisa, ma in realtà fa perdere dettagli. La lingua burocratica rapporta Stato

e cittadino, la lingua si occupa quindi dei casi generali, non descrive eventi. In questi caso, una

descrizione di una testimonianza di un furto perde significato e chiarezza.

Impianto termico è un iperonimo: è sì sinonimo di stufa, ma anche di termosifone, calorifero… che

sono iponimi, più dettagliati.

Caratteristiche del linguaggio burocratico:

- Futuro deontico (dovranno essere consegnate…).

- Preferenza delle espressioni tecniche rispetto a quelle comuni (adatto > idoneo).

- Neologismi che sostituiscono locuzioni (relazionare < fare una relazione).

- Ridondanza: parole semplici sostituite da espressioni complesse (corpo docente).

- Uso di forme impersonali (si comunica).

- Molte subordinate.

- Uso di gerundi (fermo restando), participi presenti e passati (avente per oggetto, premesso).

- Iperonimi anziché termini comuni precisi, con conseguente perdita di dettagli.

Caratteristiche fondamentali, risultati della lingua burocratica:

- Lingua meno precisa.

- Sottolinea la distanza, l’autorità di chi scrive.

- È lontana dal concreto.

- Ha un tono molto formale, perentorio.

La lingua burocratica è tale perché deve occuparsi dei casi generali, non è fatta ad-hoc per ogni

situazione. Per questo è meno precisa e meno concreta, ma questo non è solamente uno svantaggio:

per fare le leggi serve il linguaggio burocratico, non deve esserci spazio per le interpretazioni. Che

questo linguaggio sia meno preciso e meno concreto non significa necessariamente che sia arcaico.

Quando è nato il linguaggio burocratico, chi lo usava voleva ottenere i quattro risultati elencati poco

sopra, non perché voleva rompere i concetti e non farsi capire.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Questo documento contiene tutti gli appunti presi in aula per l'esame di Linguistica italiana, con la professoressa Manfredini.
Gli appunti sono il risultato di tutte le lezioni, di tutte le spiegazioni della professoressa, e delle sue slide (che non mette a disposizione sul sito dell'Università).

Il corso è quello da 6 CFU, di LCM per Imprese e Turismo. Questa parte è comunque comune a quella del corso di LCM tradizionale, che prosegue le lezioni anche nel secondo semestre (di cui non ho e non avrò il materiale in quanto io ho frequentato solamente per i primi 6 CFU)


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture moderne
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher steeeegtfo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Manfredini Manuela.

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