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Lo Duca nella storia dell'insegnamento delle lingue

Nella storia dell'insegnamento delle lingue, cioè da circa 2.500 anni, ha sempre dominato l'idea che per insegnare una lingua si debba insegnare la grammatica di quella lingua, ovvero presentarne la fonologia, la morfologia (categorie e paradigmi flessionali) e la sintassi (regole di combinazione delle categorie minori in categorie maggiori) secondo un piano di difficoltà crescente per poi procedere con l'esercizio pratico sulle regole via via introdotte. La nota analisi grammaticale, cioè il corretto riconoscimento e la classificazione delle categorie morfologiche, e l'analisi logica, cioè l'esercizio di individuazione e scomposizione della struttura della frase in soggetto, predicato e complementi, seguita ancora dalla più complicata analisi del periodo, cioè il riconoscimento della struttura sintattica della frase complessa, dunque dei rapporti di coordinazione e subordinazione, sono troppo spesso gli unici esercizi di riflessione grammaticale e quello che ne deriva è non solo una banalizzazione della lingua italiana, ma anche un rifiuto da parte dei bambini.

Critiche al metodo tradizionale

Questo modo di fare grammatica affonda le sue radici nel nostro passato e ha i suoi modelli più noti nelle "Regole del Corticelli" edite nel 1745 ma ancora in uso nel corso del 1800, e nelle "Regole elementari della lingua italiana" di Puoti edite nel 1833 e che consistevano appunto in regole elementari da apprendere per uscire vivi da questa grande selva confusa che è la lingua. Tuttavia, a partire dagli anni '40 del secolo scorso, una pioggia di critiche molto autorevoli si è abbattuta su questi modelli, interessando in prima battuta l'insegnamento delle lingue straniere e, a partire dagli anni '70 e in seguito alla pubblicazione del documento costitutivo del GISCEL (gruppo di intervento e studio nel campo dell'educazione linguistica): "Le 10 tesi per l'educazione linguistica democratica" ha coinvolto l'insegnamento della grammatica italiana.

Nuove prospettive sull'insegnamento della grammatica

Nel corso del dibattito degli anni '70, l'idea che lo scopo dell'insegnamento della grammatica fosse la conoscenza riflessa da parte dell'allievo della capacità linguistica e non l'acquisizione di corrette abitudini linguistiche fu sottovalutata mentre oggi ha una grande rilevanza. Come scrive Altieri Biagi nel 1978, "l'importanza della riflessione linguistica risiede nella sua capacità di attivare precisi processi di pensiero e di esercitare capacità mentali quali l'osservazione, la logica, la classificazione, generalizzazione che nella lingua trovano un fertilissimo campo."

Definizione di grammatica

Per grammatica possiamo intendere almeno quattro cose diverse:

  • In senso concreto: il libro di grammatica
  • In senso astratto: le regole che regolano una lingua
  • Il modello teorico da cui i linguisti partono per ottenere le regole
  • In senso psicologico: conoscenza implicita della lingua

Infatti, gli studi acquisizionali hanno dimostrato che l'impalcatura morfosintattica si acquisisce nei primissimi anni di vita e che a 3 anni è già molto articolata e complessa. Grazie agli studi condotti da Cipriani su 6 bambini di età compresa tra i 2 e i 3 anni sappiamo che già erano in grado di usare in modo sostanzialmente corretto i clitici pronominali.

Conoscenza linguistica secondo Bialystok

Non possiamo dunque ignorare che i nostri studenti conoscono la grammatica, qualunque età abbiano. Ma in che senso la conoscono? A tal proposito, Bialystok, partendo dal presupposto che la mente umana elabora le informazioni sul linguaggio fondamentalmente nello stesso modo in cui processa qualsiasi altra informazione, distingue tre diversi gradi di conoscenza linguistica:

  • Primo livello: conoscenza non analizzata → frammenti di lingua appresi per imitazione
  • Secondo livello: conoscenza analizzata → scomposta e riconosciuta nei suoi elementi costitutivi ma ancora implicita, cioè non consapevole né autonomamente verbalizzata
  • Terzo livello → in cui la conoscenza inconsapevole diventa pienamente consapevole

I bambini conoscono la grammatica proprio in questo senso, ne hanno una analizzata ma implicita. Compito dell'insegnante è far accedere gli studenti al terzo livello.

Il modello di Smith

Non molto diversamente, Smith propone un modello che tenta di spiegare l'emergere nel bambino dell'accesso conscio alla conoscenza, anche linguistica, attraverso un processo ciclico in tre fasi per il quale sequenze di informazioni acquisite in modo implicito nella prima fase vengono recuperate e analizzate nella seconda mentre solo nella terza fase si registra quell'accesso alla coscienza che rende possibile una nuova definizione delle informazioni che, sotto la spinta del bisogno di coerenza e di ricerca di nessi e collegamenti interni, si trasformano in nuovi e maturi equilibri. Il bambino potrà solo in questa fase esercitare una forma di controllo su quella parte delle sue conoscenze che sono diventate accessibili alla coscienza e che, pertanto, sarà in grado di verbalizzare.

Il libro di Lo Duca

Il libro della Lo Duca (partendo dall'educazione degli allievi più giovani a prendere sul serio le loro curiosità, e dal dotarli allo stesso tempo di riflessione grammaticale, terminologia adeguata per parlarne, metodologia di ricerca idonea a indagarne la specificità) vuole proporre una serie di esperimenti grammaticali che fanno della riflessione grammaticale un'attività di problem solving, finalizzati a scoprire la grammatica inconscia e a farla emergere partendo dall'affermazione di Sobrero che afferma che: "il percorso didattico sia fondamentalmente un percorso di scoperta che parte dal problema linguistico per giungere alla definizione della regola."

Per poter funzionare come stimolo all'apprendimento il problema grammaticale proposto deve prima di tutto essere alla portata degli alunni poiché è fondamentale che sia compreso. Es.: chiedere a bambini di prima elementare di raggruppare in due insiemi le parole mamma, nonnino, tavolino, mammina, dente, dentino, tavolo, nonno, sperando che essi scoprano la presenza del suffisso ino/a è prematuro in quanto a 6 anni approdano a suddivisioni di tipo semantico e metteranno assieme mamma, mammina, nonno, nonnino, tavolo, tavolino, dente, dentino.

Approccio e metodologia

Sì ai tecnicismi: Sabatini sostiene che "i bambini sono abituati a misurarsi col lessico. La nuova parola non li sgomenterà se sarà accompagnata da un nuovo significato che permette loro di individuare chiaramente." Chiarito ciò, iniziamo con le modalità di presentazione del tema grammaticale su cui si vuole condurre la riflessione grammaticale, una decisione che determinerà il successo dell'esperimento in quanto il primo scoglio è ottenere l'interesse e la curiosità della classe.

  • Sarà un "problema" posto in forma di domanda. Es.: in italiano l'articolo precede sempre il nome?

Bisogna mettere in discussione non solo le regole più complesse o gli errori in cui i nostri alunni incorrono più spesso, ma anche le certezze più ovvie e consolidate, e questo non al fine di distruggere le loro certezze, ma per abituarli alla riflessione. Dewey parla di pensiero riflessivo.

Revisione delle regole e giudizi di grammaticalità

Per ottenere tale obiettivo ci muoveremo su due fronti: classe come momento di scambio culturale. Se si riflette sul linguaggio si scopre presto che il concetto di regola non preesiste al linguaggio, ma che viceversa le regole sono il frutto delle sue ipotesi e dunque sono meri punti di vista. Nietzsche afferma che per ben pensare bisogna liberarsi di quella servetta che è la grammatica. In questo libro, per regola s'intende quella che gli studenti hanno interiorizzato riguardo l'uso della lingua, andando in controtendenza con la tradizione scolastica che vede nel concetto di regola i tratti della certezza e dell'inequivocabilità. Tutto ciò si riflette, soprattutto negli studenti più grandi, in una riluttanza ad abbandonare l'idea che per regola s'intenda qualcosa di certo.

Tuttavia, il rischio che corriamo è quello che si possa fraintendere il concetto di regola rendendo precaria ogni regolarizzazione del linguaggio. Compito di un buon insegnante sarà quello di stimolare i cosiddetti giudizi di grammaticalità, ovvero di stimolare domande del tipo: "useresti questa frase? La trovi corretta?" Tutto ciò per rendere coscienti quelle regole che coscienti non sono.

Esperimenti grammaticali

Per far ciò, occorre fare esperimenti sulla lingua e chiedersi: "che cosa succede se cambio quest'ordine? E cosa succede se cancello quest'elemento da questa sequenza?" tutto ciò fino ai limiti della agrammaticalità; occorre, cioè, per vedere fino a che punto una regola tenga, conoscere i limiti a partire dai quali essa perde la sua efficacia. La pietra di paragone degli alunni potrà essere i propri genitori. A essi si rivolgerà per capire se le loro espressioni sono corrette o meno. Tuttavia, non si raggiungerà mai un'omogeneità della lingua poiché l'articolazione della stessa è fortemente dipendente da questioni legate al territorio, alla situazione sociale e situazionale. Vogliamo dire che ciò che per un alunno è considerato corretto per un altro può essere scorretto o lontano. Ciò emerge in maniera chiara nella discrepanza dei modi di parlare che vi è fra un individuo del sud e uno del nord Italia.

Come suggerito dagli psicologi dell'apprendimento, le conoscenze non vanno tenute isolate, ma concatenate tra loro, così che risulta utile che dopo tali esperimenti sulla lingua, l'insegnante suggerisca all'alunno di consultare un libro di grammatica tradizionale o un dizionario per far sì che egli veda come la tradizione ha affrontato l'argomento. Questo confronto porterà sicuramente alla riconsiderazione di regole cristallizzate. Infine, da tutto ciò si capisce come non è messa in questione l'utilità dei libri di grammatica, dove l'alunno apprenderà se non le regole corrette, quantomeno lo stile sintattico e retorico per poter parlare e scrivere adeguatamente.

Procedimenti in grammatica

I procedimenti che si contendono il campo di battaglia in grammatica sono: quello induttivo ovvero si procede dal particolare al generale, cioè dagli esempi alla regola e quello deduttivo dove si procede dal generale al particolare e quindi dalla regola agli esempi, quest'ultimo è l'approccio dei tradizionalisti. L'approccio che qui si propone è misto, nel senso che se si utilizza frequentemente l'approccio induttivo quello deduttivo non è aprioristicamente scartato, ma va utilizzato premettendo agli allievi come le regolarità della grammatica non sono dei precetti che vanno seguiti pedissequamente. Con ciò, inoltre, andremo incontro alle diverse attitudini dei nostri allievi che, come ci insegna la neurolinguistica, possono essere più propensi all'uso di un emisfero cerebrale piuttosto che ad un altro. Ad esempio, si è visto che coloro che utilizzano maggiormente l'emisfero sinistro (esperto in ragionamenti analitici) prediligono imparare col metodo deduttivo; viceversa, coloro che utilizzano il destro (esperto in ragionamenti intuitivi) prediligono il metodo induttivo.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher clara7891 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Grammatica e didattica dell'italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Sardo Rosaria.
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