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Presentazione

È posta il problema dell’insegnamento della lingua. L’educazione linguistica si occupa dell'italiano intesa come lingua materna. Invece, la glottodidattica, si occupa più in generale dell’insegnamento delle lingue, soprattutto seconde. Strada facendo, l’educazione linguistica si è incontrata con altre tradizioni di ricerca come la psicologia dell’apprendimento, la pedagogia, la semiotica, l’informatica, ecc. Si cerca la mediazione tra ricerca e pratica educativa.

Capitolo I: Nascita di una disciplina

Introduzione

L’espressione educazione linguistica ha assunto un significato peculiare a partire dagli anni Settanta. L’inizio di quest’avventura si deve a un’idea di Tullio De Mauro, propenso a esplorare un terreno come lo sviluppo del linguaggio nella scuola. Tra l’altro ricorda come questa espressione sia stata utilizzata da altre grandi figure di pedagogisti come Giuseppe Lombardo Radice nelle sue Lezioni di didattica del 1913 e Maria Teresa Gentile in Educazione linguistica e crisi di libertà del 1966. Francesco Sabatini, attuale presidente della Crusca, sposta ancora più indietro, esattamente al 1973, la data di prima attestazione dell’espressione, è si parlò esplicitamente di educazione linguistica. Dobbiamo comunque aspettare i primi anni '70 del XX secolo per registrare un interesse diffuso per i temi dell’educazione linguistica.

Inquadramento storico

Per illustrare la situazione linguistica italiana alle soglie degli anni Settanta, dovremmo partire da molto lontano, e ricordare, ad esempio, come fin dalla nascita del volgare, anzi dei volgari, dal latino, le popolazioni della penisola italiana abbiano usato, per le loro necessità comunicative, una pluralità di idiomi che oggi siamo soliti chiamare “dialetti”. Ad eccezione del dialetto fiorentino del '300, diventato lingua dei dotti prima e lingua nazionale italiana poi, i dialetti italiani sono serviti nei secoli alla funzione di veicolo linguistico di comunità ristrette, di aree geografiche limitate.

Dopo l’unificazione politica oltre che programma di governo, l’unificazione linguistica fu soprattutto un’esigenza nata da una precisa situazione storica. Altri noti fattori di unificazione linguistica furono:

  • Industrializzazione e mobilità interna soprattutto dal Sud al Nord;
  • Urbanizzazione e i fenomeni migratori soprattutto dalle campagne alla città;
  • Diffusione della scolarità elementare prima, postelementare poi;
  • Diffusione dei mezzi di comunicazione di massa: radio, cinema, televisione.

Vuoi per lo scarso adempimento dell’obbligo scolastico previsto dalla legge Casati del 1859, vuoi per la scarsa efficienza delle istituzioni scolastiche primarie agli inizi del nuovo secolo, Camillo Corradini delineò un quadro sconfortante sulla situazione scolastica italiana. I bambini continuavano a rivelare gravi carenze linguistiche poiché i maestri tendevano a usare in classe il dialetto e un misto di dialetto e lingua letteraria.

Il processo di unificazione linguistica andò comunque avanti. Nel primo dopoguerra si innestò la politica linguistica del fascismo, con il suo ideale nazionale e purista che ebbe nell’antidialettismo, oltre che nella lotta contro le lingue delle minoranze e contro i forestierismi. Nel secondo dopoguerra il boom economico indotto dalla ricostruzione fu un potente fattore di mobilità interna, e quindi di incontro di lingue e di culture e contemporaneamente di crisi delle parlate locali. I livelli di scolarizzazione aumentano costantemente e la percentuale degli analfabeti nel 1871 era del 75%, nel 1911 del 40%, nel 1951 al 14%, nel 1961 si aggira tra il 12,99 e l’8,4%. Nel 1962 fu poi introdotta in Italia la scuola media unica, che innalzava l’obbligo scolastico a 14 anni. La dialettofonia diffusa tra le classi popolari si abbatté sugli insegnanti della nuova scuola media unificata cogliendoli del tutto impreparati.

I maestri

Nel 1967 don Lorenzo Milani è ispiratore e coautore di La lettera a una professoressa, una critica alle modalità d’insegnamento linguistico tradizionalmente in uso nella nostra scuola. Si tratta di un libro collettivo scritto dai ragazzi della scuola di Barbiana, una scuola popolare allestita da Don Milani nell’intento di fornire l’istruzione obbligatoria ai bambini ed ai ragazzi di un isolato villaggio di montagna, all’epoca tagliato fuori da altre possibilità educative. Traspare la convinzione che i poveri siano vittime di un deficit linguistico che li priva della possibilità di partecipare in modo attivo e costruttivo alla vita sociale e politica della comunità.

La principale accusa che Don Milani rivolge alla scuola italiana è la scarsa, anzi nulla, considerazione per la lingua dei poveri e per la loro cultura e di conseguenza si ha l’emarginazione dei figli dei contadini e degli operai, che spesso vengono espulsi dalla scuola. Bisogna dare la lingua ai poveri. Il modello di lingua proposto dalla scuola è non solo diverso e lontanissimo dalle abitudini delle classi povere, ma è anacronistico, ancora troppo condizionato dai modelli letterari superati. La lingua proposta è non solo vecchia, ma ipocrita e ambigua, incapace, per un malinteso perbenismo, di chiamare le cose con il loro nome. I richiami culturali proposti dalla scuola sono esclusivi, patrimonio della borghesia di cui i poveri sono esclusi. Si accusa la scuola di non insegnare a scrivere: raccogliere le idee (inventio) e una scansione e successione dei contenuti (dispositio) preferendo una sintassi breve e asciutta, lessico comune, aggettivazione essenziale, chiarezza e comprensibilità come obiettivi irrinunciabili.

Bruno Ciari è figura significativa di maestro e organizzatore culturale, interprete del pensiero educativo di Célestin Freinet: atmosfera di classe serena e rilassata, liberazione del pensiero infantile e dialogo continuo tra il bambino e il suo ambiente. La pedagogia cooperativa di Freinet ebbe largo seguito in Europa, e già nel 1951 si era costituita in Italia la Cooperativa della Tipografia a Scuola, o CTS, un’associazione molto attiva di insegnanti che tenne a Rimini il primo congresso (1952) con la partecipazione dello stesso Freinet. Il nome si trasformò poi in Movimento di Cooperazione Educativa (MCE).

In primis c’è la riconosciuta supremazia del linguaggio parlato sullo scritto. Ciari rifiuta l’idea di una scrittura scolastica artificiosa, esclusivamente finalizzata alla valutazione ma pensa alla scrittura come esercizio di trasposizione del pensiero in forme testuali definite e soprattutto motivanti per gli allievi. Dobbiamo a Ciari e ai seguaci di Freinet la nascita dei giornalini scolastici i quali contribuirono alla sperimentazione di nuovi modi di scrittura e allo scambio di esperienze e di informazioni. Un esempio è Ragazzi allegri, di cui fu promotore il maestro Francesco Valentino della scuola elementare Giovanni Pascoli di Marcianise. Ritroviamo qui la tecnica del “testo libero orale” introdotto da Ciari, vale a dire pagine di discussione tra i bambini sui temi via via introdotti in classe. Di questa tecnica fu maestro Mario Lodi.

L’idea che l’educazione linguistica sia fatta anche di educazione al parlare e all’ascoltare coincide con l’idea che la costruzione delle conoscenze possa essere un percorso collettivo fatto di scoperte successive.

I ragazzi di Maria Maltoni, che operò nel paesino di San Gersolè, vicino Firenze, scrivono dei diari: I quaderni di San Gersolè, in cui scrivono di sé e la natura che li circonda usando un italiano semplice e scarno. La scrittura è sempre funzionale al contenuto, diventa mezzo potente di osservazione e di rappresentazione del mondo.

Don Roberto Sardelli svolse la sua opera educativa nelle borgate romane, tra i ragazzi del sottoproletariato urbano. Loro vivono una realtà linguistica e culturale dissociata. Non sono più dialettofoni e non sono ancora e forse non saranno mai italofoni. Dunque don Sardelli come don Milani, denuncia la strategia del silenzio cui sono costretti i ragazzi rimasti privi di lingua.

I linguisti

Il mondo della linguistica italiana era in fermento. Uno dei primi atti pubblici di questa nuova linguistica italiana fu la costituzione della Società di Linguistica Italiana (SLI), il cui anno di nascita (1967) coincide con l’anno di pubblicazione di Lettera a una professoressa. L’interesse della SLI per l’educazione linguistica si rivelò subito molto forte. Dalla SLI, nacque per filiazione diretta una nuova associazione, il GISCEL (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica).

La storia linguistica dell’Italia unita

Grazie alla storia si imposero all’attenzione dei linguisti temi come l’analfabetismo, i risvolti linguistici delle grandiose trasformazioni sociali che hanno interessato l’Italia dell’800 in poi, il plurilinguismo diffuso nella società italiana, le responsabilità della scuola nell’adozione di modelli linguistici superati.

Suggestioni esterne: il dibattito sulla deprivazione verbale

Alcuni linguisti e sociologi dell’educazione di area anglosassone influirono non poco sul dibattito interno come Basil Bernstein e William Labov. Il nome di Basil Bernstein è legato alla teoria della cosiddetta “deprivazione verbale” elaborata e resa nota in Italia nel periodo tra fine anni '60 e inizio anni '70. Secondo questa teoria le differenze socioeconomiche influiscono in modo determinante sul linguaggio e quindi sul rendimento scolastico. La famiglia di classe media è una famiglia orientata sulla persona, che tende cioè a sviluppare la personalità di ogni suo membro e i rapporti interpersonali sono mediati continuamente attraverso il linguaggio. Questo tipo di linguaggio viene definito “linguaggio formale” e, successivamente “codice elaborato”. La lingua delle classi basse, al contrario, risulta poco adatta alla scuola. Questa lingua viene definita prima “linguaggio pubblico” e poi “codice ristretto”. Gli interlocutori hanno già un modo di essere, pensare ed agire.

Si deve al linguista americano William Labov la critica più serrata alla teoria della deprivazione verbale. Studiando il cosiddetto “non standard English”, vale a dire quella particolarità di inglese parlata dalla comunità nera del ghetto di New York, Labov dimostrò che con una diversa impostazione della tecnica di intervista anche i bambini dei ghetti, superata l’atmosfera di diffidenza e di imbarazzo, mostravano una verbalizzazione ricca e varia, con la quale erano perfettamente in grado di esprimere i loro sentimenti e le loro opinioni. Dunque, i bambini delle classi inferiori non sono privi di lingua piuttosto essi posseggono una lingua diversa. Tra le due varietà non ci sono differenze logiche o semantiche ma piuttosto differenti selezioni formali da un comune repertorio di forme e spesso le differenze sono il frutto di un mutamento ed evoluzione della lingua. Labov poi riprende la distinzione bernsteiniana tra codice ristretto e codice elaborato. Si tratta di varietà stilistiche legate non tanto alla classe sociale quanto alle diverse situazioni in cui avviene la comunicazione.

Il dibattito interno: il GISCEL e le 10 tesi per l'educazione linguistica democratica

In Italia si muoveva l’editoria scolastica. Tullio De Mauro pubblica nel 1972 Parlare italiano, un’antologia per i bienni: ampia e varia scelta di testi per documentare la varietà in cui si è scritto e parlato in italiano. Nel 1973 usciva il Libro d’italiano di Raffaele Simone: una grammatica totalmente rinnovata nei contenuti e nello stile. Poi nasce il GISCEL, filiazione diretta della SLI. Il gruppo elabora un documento, manifesto programmatico del Giscel: Le 10 tesi per l’educazione linguistica democratica. Pubblicato per la prima volta nel 1975, è stato poi riprodotto in varie sedi.

Nella prima tesi si ricorda la centralità del linguaggio verbale nella vita di ogni essere umano. Chi sia privato di tale padronanza avrà difficoltà a sviluppare alcune delle tipiche prerogative umane: comunicare con gli altri, capire e controllare l’esperienza. Nello stesso tempo si ricorda come il linguaggio verbale sia profondamente radicato nella vita biologica, emozionale, intellettuale, sociale di ogni individuo. Nella terza tesi si ricorda che il linguaggio verbale è costituito da molteplici capacità di cui alcune sono più visibili (quella di produrre parole e frasi appropriate oralmente o per iscritto) e altre meno visibili (quella di dare un senso alle parole e alle frasi udite e lette).

La quarta tesi è fra tutte la più politica. La pedagogia linguistica efficace è democratica se accoglie e realizza i principi linguistici ad esempio l’articolo 3 della Costituzione che riconosce l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni di lingua. Seguono le tesi dedicate all’analisi critica della pedagogia linguistica tradizionale (5-7), cui segue la proposta di una nuova pedagogia linguistica, ritenuta in grado di ovviare alle incongruenze e ai fallimenti del passato (tesi 8). Chiudono infine il documento due tesi più politiche incentrate sulla formazione degli insegnanti (9) e sulla responsabilità della classe politica nel gestire l’opera di rinnovamento della scuola (tesi 10).

Dopo le dieci tesi

Uno degli effetti immediati della lettura delle 10 tesi fu il diffondersi di un senso di sfiducia nei confronti delle pratiche didattiche tradizionali, riconosciute oramai inadeguate a rispondere ai variegati bisogni linguistici di una scuola di massa. Lorenzo Renzi, ad esempio, preparò per il gruppo GISCEL veneto un piccolo programma molto nutrito di autoaggiornamento linguistico. Fu questa la prima volta in cui molti insegnanti si trovarono tra le mani il corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure o Le strutture della sintassi di Noam Chomsky, opera uscita negli Stati Uniti nel 1957 e tradotta in italiano nel 1970.

Negli stessi anni vedeva la luce Linguistica ed educazione linguistica (Berretta, 1977), opera che appare oggi un classico dell’educazione linguistica, tutta tesa ad esplorare i rapporti tra la riflessione teorica sulla/e lingua/e e l’insegnamento.

Capitolo 2: La variabilità linguistica

La “scoperta” del plurilinguismo

Uno dei temi ricorrenti della nuova educazione linguistica fu la scoperta del plurilinguismo. Con plurilinguismo intendiamo la compresenza sia di linguaggi di tipo diverso (verbale, gestuale, iconico, ecc.), cioè di diversi tipi di semiosi, sia di idiomi diversi, sia di diverse norme di realizzazione d’un medesimo idioma. Nella definizione si fa quindi riferimento a:

  • Diversi tipi di linguaggio di cui la specie umana dispone;
  • Alle diverse lingue di cui ogni comunità umana può disporre;
  • Alle diverse forme di realizzazione o varietà che una lingua può presentare nella medesima comunità.

Dunque, bisogna educare i giovani al rispetto delle varietà linguistiche e all’uso di ogni sorta di creatività linguistica.

Il “repertorio degli italiani”: lingua unitaria e dialetto/dialetti

Il repertorio linguistico degli italiani designa l’insieme delle varietà di lingua a disposizione della comunità parlante italofona. Non esiste un unico repertorio linguistico che sia valido per tutti gli italiani: tale repertorio varia da regione a regione, anche se tutti hanno in comune la presenza dell’italiano e delle sue varietà che fa da tratto unificatore nella molteplicità dei repertori. Ci si riferisce ad una sorta di entità ipotetica, un repertorio medio in cui trovano posto le diverse varietà le quali possono essere variazioni di una stessa lingua (italiano) e lingue diverse (dialetti, parlare alloglotte). La lingua nazionale da una parte e il dialetto, anzi i dialetti dall’altra.

Corrado Grassi spiega che dal punto di vista delle strutture, anche il dialetto possiede, come qualsiasi lingua, un proprio sistema fonetico/fonematico, regole morfologiche e sintattiche ben precise, un vocabolario esclusivo. La differenza tra i due sistemi è di ordine funzionale, ed ha origine nelle vicende storiche di una comunità. Si può parlare di diglossia che comporta la compresenza, nella stessa comunità, di una varietà linguistica alta per gli usi scritti e formali e una varietà linguistica bassa per gli usi parlati informali. Ma lingua nazionale e dialetto non sono due varietà, rispettivamente alta e bassa, di una stessa lingua.

Dunque, più che di diglossia in senso stretto sarebbe forse il caso di parlare di bilinguismo, anche se i due sistemi (italiano e dialetto) presentano tra loro una distanza strutturale inferiore rispetto ai repertori bilingui classici. Berruto propone di definire il repertorio linguistico degli italiani come una forma di bilinguismo a bassa distanza strutturale, in cui il rapporto tra varietà alta (italiano) e varietà bassa (dialetto) è meglio definito dal termine “dilalia”, che presuppone entrambe le varietà impiegate/impiegabili nella conversazione quotidiana e con uno spazio relativamente ampio di sovrapposizione.

Anche il dialetto, come ogni sistema linguistico, va considerato come un insieme di varietà; si usa per tanto distinguere tra varietà di dialetto più basse (dialetti locali) e varietà più alte, tra cui vanno posti i dialetti urbani e le cosiddette loine dialettali, o dialetti veicolari.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AngelViolante di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi della Basilicata o del prof D'Anzi Maria Rosaria.
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