Estratto del documento

Presentazione

Due sono i campi disciplinari coinvolti: lo studio della lingua italiana e la riflessione sul suo insegnamento (l'educazione linguistica - definito settore di ricerca - deve molto alle scienze del linguaggio). L'educazione linguistica si è posta il problema dell'insegnamento della lingua italiana intesa come lingua materna (l'italiano come L2 entra nei suoi interessi solo ad un certo punto della sua storia); diversamente la glottodidattica si occupa più in generale dell'insegnamento delle lingue, soprattutto seconde (studia gli aspetti più comunicativi delle lingue, che sono comuni a tutte; ne è derivata talvolta minore attenzione per le strutture, le particolarità, le idiosincrasie delle diverse lingue).

Insegnare l'italiano comportava anzitutto il conoscere l'oggetto dell'insegnamento. Ma viceversa, quanto deve l'italianistica moderna all'educazione linguistica? È stato anche il bisogno d'insegnamento della lingua italiana uno dei motori che ha impresso un'accelerazione alla ricerca sull'italiano.

Questo saggio vuole approfondire solo alcune, poche, questioni centrali per l'insegnante di italiano. La materia si presenta squilibrata a favore delle tematiche più linguistico-grammaticali, e a scapito degli apporti più metodologico-didattici; non è per sottovalutazione, ma perché si vuole almeno alcune delle cose che sappiamo in più sulla lingua italiana.

Nascita di una disciplina

Introduzione

L'espressione ha assunto un significato peculiare dagli anni '70, allorché si configurò un complesso di ipotesi educazione linguistica teoriche, posizioni politiche e proposte didattiche. Padre scientifico fu Tullio De Mauro.

Inquadramento storico

Fin dalla nascita del volgare (dei volgari), le popolazioni italiane hanno usato una pluralità di idiomi che oggi chiamiamo dialetti. All'inizio dovevano essere tutte sullo stesso livello: «vi è stata una fase iniziale in cui le varie lingue locali hanno potuto aspirare alla promozione ad un alto livello di cultura, e anche all'egemonia sovraregionale. La prima scuola poetica italiana è nata in Sicilia. Si noti che fino al '400 non ha ancora senso parlare di dialetti, perché non si è ancora affermata la lingua».

Il dialetto fiorentino ha poi avuto una fortuna maggiore. I dialetti non sono però idiomi inferiori rispetto alla lingua nazionale: non v’è alcuna caratteristica interna (fonologica, grammaticale, di sintassi e sistema lessicale) che voti una parlata ad essere o no lingua di cultura; è l'uso sociale protratto per secoli, è la vicenda storica che fa di un idioma una lingua di cultura nazionale.

Quanto all'italiano, Tullio De Mauro sintetizza le sue vicende: «il primo dato storico e sociologico è che l’idioma chiamato, a partire dal '500, (formatosi attraverso la stilizzazione del dialetto fiorentino trecentesco, arricchito di latinismi e depurato di tratti locali), è rimasto per secoli appannaggio nemmeno delle classi dirigenti, ma (fuori di Firenze, delle maggiori città toscane e di Roma) della gente di lettere. A metà '800, da Torino a Napoli, da Milano a Venezia, la grande borghesia urbana e le residue aristocrazie conoscevano, come lingua di cultura, meglio il francese che non l’italiano; fuori della Toscana e di Roma, l’italiano era una lingua puramente libresca, nota solo a una minoranza esigua della popolazione».

Dopo l'unificazione politica le cose cominciarono a cambiare: la centralizzazione amministrativa e la leva fecero sentire il disagio di una pluralità linguistica. Oltre che programma di governo, l'unificazione linguistica fu soprattutto un’esigenza (dettata dalla migrazione interna, dalla diffusione della scolarità e dei mezzi di comunicazione di massa).

I maestri

Su questa scuola si abbatté nel 1967 la denuncia di don Lorenzo Milani, ispiratore di Lettera a una professoressa, libro scritto dagli scolari della scuola popolare di Barbiana, nella quale molti vedono l’atto di nascita della critica alle modalità dell’insegnamento linguistico. Quella che emerge è la centralità dello strumento linguistico nella formazione dell’uomo e del cittadino: «la soglia fra il dentro e il fuori è la Parola. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata; chiamo uomo chi è padrone della sua lingua».

La nulla considerazione per la lingua dei poveri (dialetto) e per la loro cultura ha come conseguenza l’emarginazione dei figli dei contadini e degli operai. La soluzione non è però l’assunzione della lingua dei poveri come strumento di comunicazione scolastica: gli strumenti linguistici delle classi subalterne sono infatti poveri, funzionali ad un’esistenza tutta dominata dai bisogni contingenti della sopravvivenza. Dunque non è abbassando il tiro che si fanno gli interessi dei poveri: della cultura borghese l’unica cosa da salvare è la lingua nei suoi aspetti tecnici.

Le cause del fallimento della scuola sono:

  • La lingua proposta, oltre che lontano dalle abitudini dei poveri, è anacronistica, condizionata da modelli letterari superati.
  • Non solo è vecchia, ma ipocrita e ambigua, incapace, per perbenismo, di chiamare le cose col loro nome (es. il culo).
  • I richiami culturali sono esclusivi, patrimonio della borghesia da cui i poveri sono esclusi; viceversa nessuna attenzione si presta alla cultura del popolo.

I linguisti

Mentre si compivano queste esperienze educative, il mondo della linguistica italiana era in fermento; uno dei primi atti pubblici fu la costituzione della Società di Linguistica Italiana (SLI), 1967. L’interesse della SLI per l’educazione linguistica si rivelò subito forte. Da essa nacque subito una nuova associazione, il GISCEL (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica) che si concentrerà sul rinnovamento della pedagogia linguistica tradizionale.

Storia linguistica dell'Italia unita

Tullio De Mauro, 1963. De Mauro ricorda come la storia linguistica di un paese sia intimamente connessa con le sue vicende economiche, sociali, politiche, culturali. Fu grazie alla Storia che si imposero all’attenzione dei linguisti temi come l’analfabetismo, i risvolti linguistici delle grandi trasformazioni sociali. Le responsabilità della scuola nell’adozione di modelli linguistici superati, e quindi la denuncia di una aulicità spropositata e della assoluta negligenza delle reali condizioni linguistiche dei discenti.

De Mauro sottolinea che mancavano, nel 1970, alcuni supporti scientifici ritenuti indispensabili ad un reale rinnovamento dell’insegnamento linguistico: «oggi è grave la mancanza di una descrizione analitica del sistema grammaticale e sintattico italiano».

Abbiamo ottime descrizioni dell’italiano; ripercorreremo la storia di queste scoperte.

Suggestioni esterne: il dibattito sulla deprivazione verbale

Prima dobbiamo presentare la posizione di alcuni linguisti e sociologi dell’educazione di area anglosassone.

Basil Bernstein è legato alla teoria della deprivazione verbale, secondo cui le differenze socioeconomiche influiscono in modo determinante sul linguaggio e quindi sul rendimento scolastico.

Si deve al linguista americano William Labov la critica più serrata alla teoria della deprivazione verbale. Studiando il non standard English, quella particolare varietà di inglese parlato dalla comunità negra del ghetto di NY, individuò le differenze tra codice ristretto e codice elaborato. Anzitutto mostrò come, con una diversa impostazione dell’intervista (es. con intervistatori negri), anche i bambini dei ghetti mostravano una verbalizzazione ricca e varia, con la quale erano perfettamente in grado di esprimersi; dunque non sono privi di lingua, ma posseggono una lingua diversa.

Il dibattito interno: il GISCEL e le 10 tesi per l'educazione linguistica democratica

Le idee di Bernstein e Labov non potevano passare inosservate. Anche perché il terreno era stato preparato dalle denunce dei maestri e dalla Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro.

I primi anni '70 sono caratterizzati dal dibattito su temi quali i fattori sociali dello svantaggio linguistico; il modello di lingua generalmente adottato dalla scuola; il rapporto che si instaura in classe tra lingua italiana e dialetto; il concetto di norma e di errore collegati al problema dell’insegnamento di un modello (ma quale?).

Contemporaneamente si muoveva anche l'editoria scolastica.

In questo quadro di grande fermento s’iscrive l’episodio più importante della nuova educazione linguistica: la nascita del GISCEL. Fu una filiazione diretta della SLI (De Mauro fu uno dei promotori). Dopo due anni il gruppo elaborò un documento destinato a diventare il manifesto di un nuovo modo d’intendere l’insegnamento della lingua madre, le Dieci Tesi per l’educazione linguistica democratica (1975). Si può dire che non v’è idea nuova nel campo dell’educazione linguistica che non affondi le sue radici nelle Dieci Tesi.

  • Centralità del linguaggio verbale nella vita di ogni essere umano perché grazie alla padronanza sia ricettiva (capacità di capire) sia produttiva di parola e fraseggio, possiamo intendere gli altri e farci intendere (usi comunicativi); ordinare e sottoporre ad analisi l’esperienza (usi euristici e cognitivi); intervenire a trasformare l’esperienza stessa (usi emotivi, argomentativi).
  • Il linguaggio verbale è profondamente radicato nella vita biologica, emozionale, intellettuale, sociale di ogni individuo: solo uno sviluppo equilibrato e sereno del corpo, dei rapporti affettivi e sociali, degli interessi intellettuali può garantire uno sviluppo adeguato delle capacità linguistiche. Un bambino sradicato dall’ambiente nativo, che veda poco o niente i genitori e fratelli maggiori, che sia proiettato in un atteggiamento ostile verso i compagni e la società, che sia poco e male nutrito, inevitabilmente parla, legge, scrive male.
  • Il linguaggio verbale è fatto di molteplici capacità, di cui alcune più visibili (capacità di produrre parole e frasi appropriate oralmente o per iscritto; di conversare, interrogare e rispondere esplicitamente) e altre meno (capacità di dare un senso alle parole e alle frasi udite e lette; di verbalizzare e analizzare interiormente in parole le varie situazioni).
  • La più politica, dato che instaura una connessione tra l’insegnamento linguistico e l’attuazione di principi costituzionali: «la pedagogia linguistica efficace è democratica se e solo se accoglie e realizza i principi linguistici esposti in testi come l’art. 3 della Costituzione, che riconosce l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzioni di lingua e propone tale uguaglianza rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongono».

Se volessimo indicare in estrema sintesi il fine ultimo che le Dieci Tesi indicano agli insegnanti di italiano, esso è l’insegnamento a tutti dell’italiano comune, indispensabile per consentire a tutti i cittadini una vita sociale e personale degna e piena. Tale fine va perseguito attraverso un percorso nuovo, che il documento in parte descrive e che dovrà essere assolutamente rispettoso del patrimonio linguistico e culturale di partenza degli allievi. Tuttavia non dicono come concretamente sia possibile fare ciò.

Dopo le dieci tesi

Dopo la pubblicazione del documento fiorirono iniziative di aggiornamento degli insegnanti e gruppi di studio, in un movimento che coinvolse le università come le scuole di campagna. E tuttavia tutto questo fermento ha riguardato solo una parte - minore - della scuola italiana. Anche perché le Dieci Tesi erano tanto esigenti da apparire irrealizzabili.

La variabilità linguistica

La "scoperta" del plurilinguismo

Uno dei temi ricorrenti della nuova educazione linguistica fu la scoperta del plurilinguismo, tema che De Mauro aveva già introdotto nella sua Storia linguistica dell’Italia unita, e che sviluppò in numerosi interventi. «Con plurilinguismo intendiamo qui la compresenza a) sia di linguaggi di tipo diverso (verbale, gestuale, iconico, ecc), cioè di diversi tipi di semiosi, b) sia di idiomi diversi, c) sia di diverse norme di realizzazione d’un medesimo idioma. È una condizione permanente della specie umana».

A fronte del plurilinguismo italiano, nella scuola dominava una tenace vocazione al monolinguismo. Secondo le Dieci Tesi, la scuola dovrebbe, per «sollecitare le capacità linguistiche», partire dall’individuazione del retroterra linguistico-culturale personale, familiare, ambientale dell’allievo, non per fissarlo e inchiodarlo, ma per arricchire il patrimonio linguistico»; bisogna educare i giovani al rispetto della varietà linguistica e all’uso d’ogni sorta di creatività linguistica: non solo i dialetti e le varietà regionali, ma anche i registri.

Il "repertorio linguistico degli italiani": lingua unitaria e dialetto/dialetti

La sociolinguistica italiana ha proceduto a un’accurata descrizione del plurilinguismo della società italiana. Il nostro resoconto sarà fatto non con l’occhio neutro e imparziale del sociolinguista, ma con l’occhio parziale dell’insegnante di italiano. Il fine sarà individuare quale norma prendere a base dell’insegnamento e che cosa sia la lingua comune da far apprendere.

L’espressione repertorio linguistico degli italiani designa l’insieme di varietà di lingua a disposizione della comunità italofona. Tuttavia non esiste un unico repertorio linguistico che sia valido per tutti gli italiani, ma questo varia da regione a regione. Dunque parlando di “repertorio linguistico italiano” ci si riferisce ad una sorta di entità ipotetica, un repertorio “medio”.

La differenza tra lingua e dialetto non ha ragioni linguistiche: il dialetto possiede, come qualsiasi lingua, un proprio sistema fonetico, regole morfologiche e sintattiche, un vocabolario esclusivo. La differenza è di ordine funzionale e ha origine nelle vicende storiche di una comunità: una lingua gode di uno statuto socio-culturale e politico garantito da un ordinamento statale, possiede una codificazione riconosciuta e accettata all’interno e fuori dello Stato nazionale, conta su una tradizione letteraria storicamente consolidata e viene adottata come mezzo normale di comunicazione interregionale e in ogni settore di attività; i dialetti invece sono impiegati in aree geograficamente circoscritte, in ambiti limitati e prevalentemente nella varietà orale.

Questo chiarimento dovrebbe sgombrare il campo da forme distorte di rifiuto (del tipo: il dialetto è una lingua inferiore) o di esaltazione (del tipo: il dialetto è una lingua più espressiva). La contemporanea presenza sul territorio nazionale della lingua nazionale e dei dialetti prefigura una situazione di diglossia, cioè la compresenza, nella stessa comunità, di una varietà linguistica che...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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