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Lingua italiana ed educazione linguistica

Nascita di una disciplina

Quando si fa riferimento all'educazione linguistica, si parla di un complesso di ipotesi teoriche, di posizioni politiche e di proposte didattiche incentrate sul tema comune dell'insegnamento della lingua madre. L'italiano è stato (ed è) particolarmente influenzato dalla presenza dei dialetti, ovvero una pluralità di idiomi che fungono da vincolo linguistico all'interno di comunità ristrette. L'unificazione linguistica fu un'esigenza nata da: l'unificazione politica, l'industrializzazione, la mobilità e l'urbanizzazione, la diffusione della scolarità elementare e post-elementare, la diffusione dei mass media. La scuola ha avuto un ruolo fondamentale in questo senso.

Come spiega De Mauro, subito dopo l'unità, e per tutto il secondo '800, si scontrarono due posizioni inconciliabili: l'opposizione tra manzoniani e altri linguisti. I manzoniani vedono i dialetti come qualcosa che va eliminato mentre i linguisti li considerano portatori di cultura, depositari di un ethos locale da non disperdere. Tra le due linee di pensiero ha più successo quella dei manzoniani. Le leggi per la scolarizzazione fanno ben poco (legge Casati). I maestri parlano un misto dialetto che confonde i bambini e che rappresenta una delle cause del fallimento scolastico iniziale.

  • Corradini riconosce due cause del fallimento scolastico relativo alla diffusione della lingua italiana: la dialettofonia diffusa e l'imposizione di un modello letterario di italiano.

Nel primo dopoguerra il processo di unificazione linguistica risente dell'influsso del fascismo, che persegue un ideale di antidialettalismo e lotta contro le minoranze e forestierismi. Nel secondo dopoguerra aumenta l'incidenza della scuola, favorito dalla necessità crescente di una lingua che risulti più idonea alla circolazione di idee tra gente di provenienze differenti. Sul versante linguistico l'innalzamento della scuola ha effetti immediati, ma si tratta di un italiano arcaico e complicato, di uso non comune.

  • Nel 1967 spicca una denuncia da parte del maestro don Lorenzo Milani, ispiratore e coautore di un libretto dal titolo Lettera a una professoressa. Quest'opera rappresenta una critica radicale alle scelte contenutistiche e alle modalità di insegnamento linguistico tradizionalmente in uso nella scuola. Le maggiori accuse mosse nella lettera da uno studente generico della scuola di Barbiana sono: la scarsa considerazione per la "lingua dei poveri" (dialetto) che ha come conseguenza l'emarginazione degli alunni (la soluzione non è però l'assunzione della lingua dei poveri come strumento di comunicazione scolastica e modello linguistico); il modello di lingua proposto a scuola è troppo condizionato da modelli letterari superati; la lingua proposta è vecchia, ambigua; i richiami culturali proposti non sono alla portata di tutti. Inoltre, si accusa la scuola di non insegnare a scrivere. La Lettera rappresenta un punto di partenza da cui partono ricercatori e insegnanti verso nuove tecniche didattiche della scrittura.

Don Milani non è tuttavia l'unico a mettere in questione l'esperienza educativa. Viene ricordato anche Bruno Ciari, il quale rifiuta l'idea di scrittura scolastica artificiosa e finalizzata esclusivamente alla valutazione, in favore della scrittura come esercizio di trasposizione del pensiero in forme testuali definite e stimolanti. Egli insiste inoltre sulla valenza educativa della corrispondenza interscolastica, che promuove la curiosità, lo spirito d'iniziativa e la partecipazione attiva degli allievi. A lui si deve anche la nascita dei giornalini scolastici, che contribuiscono alla sperimentazione di nuovi modi di scrittura e allo scambio di esperienze e informazioni.

Altra figura di rilievo è Roberto Sardelli, che svolge la sua opera nelle borgate romane, tra i ragazzi del sottoproletariato urbano, di cui coglie lo sradicamento culturale e linguistico.

  • Mentre queste esperienze prendono forma, anche la sfera della linguistica italiana è in fermento: si forma una nuova generazione di studiosi del linguaggio, attenti sia alle suggestioni estere sia alle peculiarità linguistiche italiane. Nasce così la Società di Linguistica Italiana (SLI). Tullio De Mauro scrive un resoconto del clima che porta alla nascita della SLI, nel quale egli individua sia un interesse teorico che applicativo. È dalla SLI che nasce per affiliazione diretta una nuova associazione, il GISCEL (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell'Educazione Linguistica), che si basa sul rinnovamento della pedagogia linguistica tradizionale.
  • Tullio De Mauro, nell'opera Storia linguistica dell'Italia unita, illustra la situazione linguistica italiana a partire dall'unificazione politica e fino agli anni del secondo dopoguerra, con numerosi sconfinamenti nel tempo e nello spazio, attraverso spiegazioni, dati e numeri. Grazie a quest'opera si impongono all'attenzione dei linguisti i temi dell'analfabetismo, i risvolti linguistici delle trasformazioni sociali dall'800 in poi e la diffusione del plurilinguismo. L'opera riesce perciò a individuare i campi in cui la scuola avrebbe bisogno di maggior informazione.
  • Dall'estero giungono le posizioni di sociologi e linguisti che influenzano significativamente il dibattito interno. I principali sono Basil Barnstein e William Labov. Basil Barnstein è conosciuto per la sua teoria della "deprivazione verbale" (giunta in Italia tra gli ultimi anni '60 e inizio '70), secondo cui le differenze socioeconomiche influiscono in modo determinante sul linguaggio e sul rendimento scolastico. Una famiglia di classe media è basata sulla persona: i rapporti interpersonali sono mediati continuamente attraverso il linguaggio. La famiglia operaia e contadina è basata invece sulle "parti" (ruoli): la comunicazione è molto scarsa, per cui la lingua risulta elementare. Questa lingua è definita da Barnstein "linguaggio pubblico", poi "codice ristretto" (linguaggio di un gruppo, povero o privo di elementi creativi individuali). Tale teoria viene molto criticata e rivista dallo stesso autore, il quale introduce un ulteriore criterio di differenziazione tra i due codici, basato sul grado di dipendenza del contesto comunicativo: il codice ristretto fa ampio riferimento al contesto in cui avviene lo scambio, quindi può essere più rapido e meno esplicito, mentre il codice elaborato comporta la massima autonomia dei messaggi nel contesto di comunicazione.

Per quanto riguarda William Labov, fu proprio lui a portare la critica più aspra alla teoria della deprivazione verbale, considerando invece i codici bernsteiniani come varietà linguistiche, legate non tanto alla classe sociale quanto alle diverse situazioni comunicative. Egli ritiene giusto che si insegni, nelle scuole, il codice elaborato, ma non è detto che la complessità sintattica e la varietà lessicale si traducano sempre in un linguaggio più chiaro ed efficiente. La sua analisi rappresenta un forte richiamo per coloro che si occupano di educazione, perché vedano nella lingua e cultura delle classi inferiori non una deprivazione bensì una diversità.

  • Le idee di B. e L. non passano inosservate in Italia, soprattutto a seguito delle denunce dei maestri e dei dati provenienti dalla Storia linguistica dell'Italia unita. I primi anni '70 sono caratterizzati da un ricco dibattito interno su: i fattori sociali dello svantaggio linguistico; il modello di lingua adottato a scuola; il rapporto in classe tra italiano e dialetto; il concetto di norma e di errore.

L'episodio più importante in questo quadro è la nascita del GISCEL, che fin dalla sua creazione (1973) ha due propositi: da una parte seguire l'evoluzione della teoria linguistica e le nuove proposte descrittive dell'italiano, dall'altra mettere in atto iniziative di ricerca e di sperimentazione nel campo dell'educazione linguistica. È proprio per questi che nel 1975 viene pubblicato un documento che sarebbe diventato il manifesto del GISCEL: le Dieci Tesi per l'educazione linguistica democratica.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/02 Didattica delle lingue moderne

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara A. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica delle lingue moderne e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Piemontese Maria Emanuela.
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