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Dopo guerra italiano

Il movimento dei fasci italiani di combattimento venne costituito a Milano, in piazza San Sepolcro, il 23 marzo del 1919. Qui, circa 200 persone, convennero da tutta Italia in risposta all'appello del "Popolo d'Italia", il quotidiano fondato nel 1914 da Benito Mussolini e da lui diretto. Il termine "fascio" era stato utilizzato dalla democrazia radicale e socialista per simboleggiare l'unione e la solidarietà. Nel corso della guerra, lo stesso termine era stato utilizzato per indicare alleanze politiche trasversali.

Mussolini era stato il leader della corrente estremista del partito socialista sino al 1914, quando ne era uscito per sostenere l'intervento in guerra. Con il passare del tempo si era spostato sempre più verso posizioni nazionaliste di sostegno indiscusso alla patria. Finita la guerra, sulle colonne del "Popolo d'Italia" cominciò a inneggiare ad una nuova Italia, che avrebbe dovuto fondarsi su due protagonisti: da un lato i combattenti e dall'altro i produttori. La parola d'ordine era "corporativismo", termine che aveva trovato spazio in area cattolica e che indicava collaborazione tra le classi, in contrapposizione all'idea marxista, che voleva la lotta di classe.

La situazione politica nel dopoguerra

Nel dopoguerra italiano, la nuova organizzazione, che possiamo chiamare nazional fascista (ANI), invitò i sindacati degli imprenditori e dei lavoratori ad un accordo corporativo. In realtà, in quel momento, suonavano forti nelle piazze gli slogan inneggianti alla rivoluzione russa e alla lotta di classe, che erano la negazione del corporativismo.

Forme di mobilitazione collettiva

  • Le agitazioni contro l'aumento del prezzo dei generi di prima necessità
  • Gli scioperi operai
  • Gli scioperi dei lavoratori della terra
  • Le occupazioni collettive delle terre del latifondo

Tra il 1919 e il 1920, furono gli scioperi agrari a dare maggiormente l'impressione che il paese fosse destinato a precipitare in una rivoluzione stile bolscevico. In Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e anche in Puglia, il PSI riscosse grandi vittorie nelle elezioni amministrative dell’ottobre del 1920. Sotto la guida dei socialisti, i lavoratori delle terre costrinsero proprietari e imprenditori agrari a concedere grandi miglioramenti salariali e contrattuali.

Il biennio rosso

La definizione "biennio rosso" riassume il modo in cui nel dopoguerra, i Rossi vedevano quel periodo; da una parte, erano esasperati dagli enormi sacrifici fatti dal paese negli anni della guerra, dall'altra galvanizzati dall'esempio del bolscevismo russo. Gli imprenditori, i proprietari terrieri e i nazional fascisti vedevano la patria in pericolo, per i successi dei partiti che loro definivano anti nazionali. Naturalmente, in questa situazione così tesa, non c'era grande spazio per accordi corporativi.

Tra socialisti, le diverse correnti si paralizzavano tra loro e gli elementi disposti a fare come in Russia erano una minoranza. I riformisti, tra i quali il leader più autorevole era sempre Turati, speravano che la febbre delle masse si placasse, in modo da poter riguadagnare libertà di manovra per attuare soluzioni riformatrici.

Il partito socialista e il partito popolare

Il partito socialista era forte solo in alcune regioni centro settentrionali e molto debole nelle regioni del Sud, dove a guidare le lotte popolari contro il latifondo era più che altro il movimento degli ex combattenti. Una grande novità fu la comparsa del partito popolare italiano (PPI), un partito che riuniva una gran parte delle tante anime del movimento cattolico. Questa nascita era stata resa possibile dall’abolizione, nel 1919, del "non expedit" (disposizione della Santa Sede con cui si dichiarava inaccettabile che i cattolici partecipassero a elezioni politiche del Regno d’Italia) da parte del Papa Benedetto XV e all’impegno convinto di Luigi Sturzo, un sacerdote siciliano, che mirava a favorire l'apertura della chiesa al mondo moderno.

Le elezioni del 1919

Il PPI si presentava come una forza politica laica, che chiedeva la difesa dell'integrità della famiglia e la tutela della moralità pubblica, ma poneva altre grandi questioni, ad esempio il voto esteso alle donne. Con il partito popolare comparve, per la prima volta nella storia nazionale, una forza politica di massa con un programma del tutto interno ai valori liberaldemocratici.

Nel 1919, alla guida del governo c'era Francesco Saverio Nitti, esponente del centro sinistra liberale. Il suo timore era che, il liberalismo del dopoguerra, restando diviso in piccoli gruppi personali dal debole profilo ideologico e programmatico, si rivelasse obsoleto e debole rispetto a concorrenti radicati nella nuova era della politica e delle passioni di massa. In vista delle elezioni politiche fissate per il novembre 1919, Nitti adottò una legge che riformò il sistema elettorale rendendolo proporzionale.

Una vittoria mutilata

La convinzione che alla fine della guerra l'Italia fosse stata condannata dagli alleati a una vittoria mutilata alimentò frustrazioni, rabbia e reazioni estreme nel nazional-fascismo. L'Intesa aveva promesso all'Italia, in cambio del suo ingresso in guerra contro l'Austria Ungheria, il possesso del Trentino e dell'Alto Adige, di Trieste e della Venezia Giulia, dell'Istria e di una parte della Dalmazia, il controllo sull’Albania e una partecipazione alla prevista partizione postbellica dell'Anatolia. Tali rivendicazioni andavano oltre quelle irredentiste, che miravano solo alla riunificazione con la madrepatria delle popolazioni di lingua italiana, rimaste al di là del confine orientale dal 1866.

Una volta scomparso l'impero austroungarico, si era creato un nuovo contenzioso tra irredentismo italiano ed irredentismo slavo, che implicava tensioni tra Italia e Jugoslavia. La delegazione italiana ottenne Trieste e tutta l'Istria, ma rivendicò anche la sovranità su Fiume, città situata al confine tra Istria e Dalmazia, che però non era stata assegnata dal patto di Londra. Veniva richiesto, da una parte, il rispetto integrale dei patti con l'intesa del 1915 e, dall'altra, una loro revisione in base al principio di nazionalità. Nel 1919 l'Italia aveva una forza militare in quella zona, ma il suo intervento avrebbe portato ad una eventuale rottura con le potenze vincitrici.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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