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Riassunto esame Linguistica storica, prof. Luraghi, libro consigliato Introduzione alla linguistica storica Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Linguistica storica della facoltà di Lettere e filosofia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Introduzione alla linguistica storica di Silvia Luraghi. Vengono affrontati i problemi connessi con il mutamento linguistico su diversi livelli (fonologico, morfologico e sintattico) e descrive alcuni specifici mutamenti avvalendosi... Vedi di più

Esame di Linguistica storica docente Prof. S. Luraghi

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ESTRATTO DOCUMENTO

>luvio cuneiforme

>palaico

Del I millennio abbiamo:

in grafia alfabetica

>licio

>miliaco

>lidio

In geroglifico

>luvio geroglifico

1.6 Albanese

Parlato in Albania. Diviso in due aree dialettali:

>tosco (Albania meridionale), lingua della Repubblica Albanese

>ghego (Albania settentrionale).

1.7 Tocario

Di recente scoperta. Testi rinvenuti nel Turkestan cinese che contengono traduzioni di testi buddhisti in due varietà:

>tocario A

>tocario B

È la lingua indoeuropea più orientale che ci è nota.

1.8 Indoiranico ǝ

Lingua indoeuropea del gruppo sat m.

Possiamo dividere le lingue indoiraniche in due gruppi:

- lingue iraniche:

antiche

>avestico

>persiano antico

Moderne

>persiano moderno o farsi (Repubblica Iraniana)

>curdo

>pashtun (Afghanistan)

- lingue indoarie:

>sanscrito (varietà antica detta vedico)

Lingue arie moderne:

>hindi (India)

>marathi (India)

>gujarati (India)

>urdu (Pakistan)

1.9 Lingue slave

Già anticamente divise in 3 gruppi:

-slavo meridionale (Attestazioni più antiche, traduzione Bibbia dei monaci bizantini Costantino e Metodio). Per la

traduzione crearono un alfabeto speciale detto glagolitico. Più tardi venne in uso un alfabeto derivato da quello greco,

dai cui deriva il moderno alfabeto cirillico. Dopo lo scisma d’Oriente nell’XI secolo, l’alfabeto cirillico rimase legato

alle popolazioni di fede ortodossa, mentre quelle cattoliche adottarono l’alfabeto latino.

Costantino e Metodio usavano lo slavo ecclesiastico o paleoslavo, lingua slava meridionale a cui appartengono le

moderne:

>sloveno

>serbo-croato

>bulgaro

>macedone

-slavo orientale:

>russo (X secolo d.C.)

>bielorusso

>ucraino

-slavo occidentale:

>ceco

>slovacco

>polacco

1.10 Lingue Baltiche ǝ

Sono simili alle lingue slave. Pur essendo ritenute lingue sat m, conservano in parte caratteristiche delle lingue kentum.

Le prime fonti letterarie datano il XVI secolo d.C. e sono traduzioni di testi biblici in lituano antico e in prussiano

antico.

Oggi:

>lituano (Lituania)

>lettone (Lettonia)

Estone (non indoeuropeo).

1.11 Armeno

La tradizione letteraria armena inizia nel V secolo d.C. con la traduzione della Bibbia in grabar o armeno classico.

C’è una chiara differenziazione dialettale fra due aree principali:

anatolica o occidentale

caucasica o orientale

Una varietà armena orientale è oggi la lingua ufficiale della Repubblica Armena.

A differenza della maggior parte delle altre lingue indoeuropee l’armeno è a tutti gli effetti una lingua agglutinante.

LE LINGUE AFROASIATICHE

La famiglia afroasiatica si divide in 7 gruppi:

-lingue semitiche:

>arabo

Le lingue semitiche e l’egiziano sono tra le prime lingue documentate al mondo.

-gruppo semitico orientale:

>accadico (assirobabilonesi) lingua semitica di più antica attestazione. Paleoaccadico, attestato dal III millennio, più

tardi diviso in due varietà: >babilonese, >assiro.

La varietà letteraria più importante: paleobabilonese.

-gruppo semitico occidentale:

Documentate dal XIV secolo a.C.

-sottogruppo centrale:

>eblaita, (lingua di Ebla, più antica attestazione di semitico occidentale)

>ugaritico

>arabo, (Attestato dal VII secolo d.C. con il Corano. Anche detta arabo classico o arabo coranico.) Sede originaria è

la parte settentrionale della penisola arabica. Le varietà parlate sono diverse tra loro ma l’unica scritta è basato

sull’arabo classico.

Dialetto dell’arabo era anche il maltese, lingua ufficiale di Malta.

>fenicio, veicolo della scrittura nel Mediterraneo del I millennio a.C. I greci adattarono l’alfabeto fenicio alla propria

lingua. Dall’alfabeto greco, si passò a quello romano attraverso gli etruschi, coloni fenici che si spostarono verso

l’odierna Tunisia fondandovi Cartagine, distrutta poi dai romani.

>ebraico, (I millennio a.C.), lingua Antico Testamento. Ebraico biblico, scompare da uso parlato molto presto, e

soppiantato da aramaico e per alcuni secoli dall’ebraico mishnaico.

L’ebraico si può dividere in 2 varietà diatopiche:

>sefardita (comunità ebraiche di occidente)

>askenazita (ebrei della Germania e Europa Orientale).

Dal XIX secolo si volle restaurare la lingua originaria degli ebrei di tutti i paesi, nascendo così l’ebraico moderno

(lingua ufficiale Stato di Israele)

>aramaico (I millennio a.C.), lingua Antico Testamento.

>sumerico, lingua isolata, esercitò forte influenza sugli assirobabilonesi.

-sottogruppo orientale:

>etiopico, (attestato dal IV secolo d.C., con varietà ge’ez, oggi estinta)

Etiopiche moderne:

>amarico

>tigré

>sudarabico, tra cui lingue delle iscrizioni sudarabiche e varietà sudarabiche moderne.

-egiziano (oggi estinto) Attestato nella valle del Nilo fine IV millennio a.C.

L’antico egizio era scritto con un sistema grafico chiamato geroglifico.

-lingue cuscitiche:

>somalo

>oromo (Etiopia, Somalia, parte del Kenya)

-lingue omotiche

-lingue ciadiche:

>hausa (Niger, Nigeria)

-varietà berbere, (come i tuareg in Marocco).

LE LINGUE UROALTAICHE

-lingue uraliche: (dal Baltico agli Urali)

2 sottogruppi:

-lingue ugrofinniche, parlate attualmente nell’Europa settentrionale e orientale:

>finlandese

>estone

>lappone

>ungherese

Conosciute solo dal XIII secolo d.C. e non indoeuropee.

-lingue samoiede: di attestazione recente.

>sirieno, lingua parlata nel mar Glaciale Artico nel XIV secolo d.C.

-lingue altaiche: (prime attestazioni III secolo d.C. quando Unni in contatto con Impero romano)

3 sottogruppi:

-turco: quello moderno risale all’impero ottomano dal XIV secolo d.C., detta turco osmanli.

-mongolo: (Mongolia e parte della Cina settentrionale)

-tunguso-manciuro: (Siberia e Cina nordorientale, penisola della Manciuria).

LE LINGUE CAUCASICHE

Sono le lingue parlate nelle montagne del Caucaso.

Si dividono in 3 gruppi:

-caucasico nordoccidentale

-caucasico nordorientale

-cartvelico:

>georgiano, lingua caucasica meglio documentata. (V secolo d.C.)

LE LINGUE NIGERCONGOLESI E ALTRE FAMIGLIE DI LINGUE AFRICANE

Lingue nigercongolesi: Sono la maggior parte delle lingue parlate nell’Africa sub sahariana:

-lingue bantu (principale famiglia di lingue africane, Africa centro-orientale):

>swahili (Niger e Tanzania).

>kwa

>yoruba

>mande

-lingue nilotiche o nilo-sahariane: (corso del Nilo)

-lingue khoisan: (Africa sud-occidentale).

Coesistenza di lingue indigene e lingue coloniali (francese e inglese). Diffuse alcune lingue creole fra cui il WAPE

(West African Pidgin English).

LE LINGUE SINOTIBETANE

2 sottogruppi:

-cinese: la lingua più parlata al mondo con 1 miliardo di parlanti.

Le varietà cinesi presentano differenze tali da non essere mutuamente intelligibili, ma una volta scritte appaiono

identiche.

5 aree dialettali: Ɂ

>mandarino, o p tōnghuà, che comprende il dialetto di Pechino.

>wú, che comprende l’area di Shangai

>min, parlato a Taiwan,

>yuè, che comprende cantonese e la varietà di Hong Kong

>hakka, varietà area sud-orientale.

3 periodi storici:

-cinese antico (IV secolo d.C.), opere di Confucio.

-cinese medio (dal V al XIII sec d.C.)

-cinese moderno

-tibeto-birmano:

>tibetano, lingua di attestazione più antica.

COREANO E GIAPPONESE

Sono simili dal punto di vista tipologico.

>giapponese, attestato dall’VIII secolo d.C.

Gli ideogrammi cinesi vennero adattati a una lettura fonetica, inventando un sistema sillabico da cui discendono i

moderni kana.

>coreano, noto dal XV secolo d.C. quando venne inventata la scrittura alfabetica.

>ryūkyūano, lingua imparentata col giapponese, parlata a Okinawa, isola situata a sud verso Taiwan.

>le lingue ainu, parlate al nord, gruppo isolato.

LINGUE AUSTRALIANE E DELL’AREA PACIFICA

Nessuna di queste lingue ha una tradizione scritta. Molte hanno un sistema ergativo.

-lingue pamanyugan.

All’inizio dell’invasione inglese in Australia (fine XVIII secolo) si parlavano circa 200 lingue, di cui una 50ina ora

estinte e molte altre in pericolo di estinzione.

-famiglia austronesiana:

2 sottogruppi:

-melanesiano: (Madagascar)

-polinesiano o malaypolinesiano:

>maori

>hawaiano

>tahitiano

>samoano

>tongano

Queste lingue sono imparentate con le lingue malay del Sud-Est asiatico:

>malese

>indonesiano.

LINGUE AMERINDIANE

Le principali famiglie linguistiche dell’American Latina sono:

>utoazteco, che comprende il nahuatl, lingua degli aztechi (Messico)

>maya, con varietà: >yucalteco, >quiché, (Messico e America centrale)

>quechua, (Perù).

Gli europei che dal XVII secolo colonizzarono gli attuali Stati Uniti e Canada si trovarono davanti a comunità indigene

spesso dotate di strutture sociali complesse e ben organizzate, ma non tanto come quelle dell’America Latina.

Attualmente le comunità che vivono nelle riserve conservano le loro lingue in maniera precaria.

Le principali famiglie linguistiche del Nord America sono:

>eschimo-aleutino (Alaska, Stretto di Bering)

>na-déné (e alcune lingue del Canada)

>atapasco, che comprende: >apache, >navajo, >sioux, che a sua volta comprende: >lakota,

il gruppo >cherokee-irochese

il gruppo >algonchino.

ALTRE FAMIGLIE LINGUISTICHE E LINGUE ISOLATE

Gruppo dravidico: comprende lingue parlate nella parte meridionale del subcontinente indiano:

>tamil

Gruppo thai, in Asia, che comprende il >thailandese

>Basco: unica lingua in Europa che non appartiene a nessuna delle grandi famiglie esaminate.

Ergativa e caratterizzata da morfologia agglutinante.

PIDGINS E CREOLI

Quando gli europei colonizzarono le Americhe iniziarono a rapire molte persone dalle coste occidentali dell’Africa,

vendendole poi come schiavi nelle Antille e nell’America Centrale. Le persone che venivano portate a lavorare nelle

piantagioni provenivano da comunità diverse. Queste persone venivano inoltre in contatto con le lingue coloniali

(spagnolo, francese, inglese, olandese, tedesco, portoghese). Dalla necessità di comunicazione si svilupparono lingue

nuove:

-lingue creole, caratterizzate da lessico della lingua coloniale e strutture semplificate.

-pidgins, o lingue di contatto, sono le lingue che si sviluppano dal contatto fra comunità di lingue diverse che hanno

fra di loro soprattutto scambi economici, esempio:

>russenorsk, parlato dai marinai e commercianti norvegesi e russi sulle sponde del Baltico.

2. LA RICOSTRUZIONE DEL SISTEMA FONOLOGICO INDOEUROPEO E IL MUTAMENTO

FONOLOGICO.

Mutamento fonologico: cambiamento nel sistema fonologico di una lingua. Es: in italiano, la consonante nasale

davanti a ostruente ne assume il punto di articolazione: banca sarà [‘baŋka], con una nasale velare.

MODIFICAZIONI DI FONI

Assimilazione e dissimilazione

Ogni segmento sonoro, o fono, articolato dall’apparato fonatorio umano appare in un contesto che ne condiziona la

realizzazione. Ciò avviene per un fenomeno detto coarticolazione.

Coarticolazione: fenomeno per cui articolando un suono, il nostro apparato fonatorio si prepara ad articolare il suono

successivo.

Assimilazione: principale conseguenza della coarticolazione. Comporta che un segmento assuma una delle

caratteristiche o tratti articolatori di un altro.

Il modo di articolazione resta diverso mentre il luogo di articolazione diventa lo stesso.

L’assimilazione fra segmenti può essere totale.

Assimilazione regressiva: va all’indietro, interessando il segmento che precede quello che ne è la causa. In banca il

segmento interessato dall’assimilazione è /n/, mentre il segmento che causa l’assimilazione è /k/. L’assimilazione è

regressiva perché /n/ precede /k/.

Assimilazione progressiva: agisce in senso inverso. L’italiano ha soprattutto assimilazione regressiva ma alcuni dialetti

centro-meridionali hanno quella progressiva, Es: quanno per quando.

Nasalizzazione: in forme come banca, anche la vocale della prima sillaba subisce gli effetti della coarticolazione.

Leggera nasalizzazione nella parte finale.

Sonorizzazione: in italiano, gli allofoni del fonema /s/ davanti a consonante sono 2: quello sordo [s] compare davanti a

ː

ostruente sorda, come in strada [‘stra da], mentre quello sonoro compare davanti a ostruenti sonore, nasali, laterali e

ʃ ː

vibranti, come in sdolcinato [zdolt i’na to].

Desonorizzazione: avviene quando un segmento sonoro perde la sonorità.

Spirantizzazione: mutamento che possono subire le occlusive in posizione intervocalica. Nel toscano le occlusive sorde

intervocaliche diventano fricative: [la hasa] per la casa.

Le vocali condizionano generalmente il punto di articolazione delle consonanti che le precedono.

Palatalizzazione: avanzamento del punto di articolazione verso il palato duro.

Metafonesi/Metafonia: tipo di assimilazione a distanza. Presente in vari dialetti italiani e nota anche dalle lingue

germaniche antiche, un tipo di mutamento che colpisce il timbro delle vocali.

In inglese sono rimasti plurali caratterizzati dalla metafonia, ma questo fenomeno non è più distinguibile dall’apofonia,

es: foot – feet; tooth – teeth.

Dissimilazione: fenomeno inverso all’assimilazione. Es: esiti della parola latina arbor ‘albero’: ita: albero; sp: arbol,

franc: arbre. (in ita alle due vibranti corrispondo una laterale e una vibrante; lo stesso in spagnolo ma in ordine inverso,

solo il francese mantiene le due vibranti).

Monottongazione: avvicinamento progressivo delle due vocali che compongono un dittongo, fino a fondersi in un

unico timbro. Es: [ai] latino arcaico, era già diventato [ae], e si è monottongato in [e].

Dittongazione: creazione di due segmenti a partire da uno iniziale. È un tipo di dissimilazione, più correttamente detto

differenziazione. Es: lat. Decem > ita. Dieci.

Struttura sillabica e accento

Altre modificazioni di foni possono essere causate dalla struttura sillabica.

In italiano la sillaba accentata è lunga, a meno che non sia la sillaba finale assoluta di parola: pallone o certo, ma non

quelle di così o perché.

Allungamento di compenso: quando l’allungamento vocalico può essere dovuto all’esigenza di mantenere la

lunghezza della sillaba in presenza di una semplificazione o scomparsa della coda consonantica.

In varie lingue come tedesco e russo, le occlusive finali di parola possono essere solo sorde. In tedesco abbiamo per es:

ː

Rad ‘ruota’ [ra t]; la sonorità ricompare qualora il segmento venga a trovarsi in interno di parola: Rades ‘ruota’:GEN

ː ə

[ra d s]. Questo fenomeno è legato alla posizione: in molte lingue esistono restrizioni sulla struttura della sillaba finale

di parola che riguardano la possibile presenza di code consonantiche.

In italiano la sillaba finale di parola deve essere aperta, non ammette quindi la presenza di code consonantiche. Le

uniche parole italiane che terminano in consonante sono proclitici, come la negazione non o l’articolo il: parole che non

portano accento proprio e prendono l’accento della parola che le segue. Non sono parole fonologiche e sono sempre

seguite da un’altra parola.

L’accento può avere un ruolo rilevante nella modificazione dei foni. In molte lingue le vocali delle sillabe atone sono

ə

ridotte nella pronuncia, cioè sono articolate come [ ], [a], [i], tendenza che può portare alla scomparsa di intere sillabe.

TIPI DI MUTAMENTI FONOLOGICI

Fonologizzazione : avviene quando due allofoni, che come tali si trovano in distribuzione complementare, vengono a

trovarsi, almeno in un contesto, nella stessa distribuzione.

In inglese, la scomparsa dell’occlusiva finale in questo caso ha avuto la conseguenza di lasciare senza contesto il fono

[ŋ], che ha quindi assunto funzione distintiva, in coppie come /son/ figlio - /soŋ/ canzone.

Defonologizzazione: consiste nella perdita di un'opposizione fonologica. Un esempio è la scomparsa dell'opposizione

/s/ - /z/ in molte varietà italiane. Nell'italiano standard e in buona parte del toscano tale opposizione esiste solo in

ɛ ɛ

posizione intervocalica, in poche coppie come /'kj se / - /'kj ze /.

Altro esempio è la scomparsa dell'opposizione fonologica tra vocali brevi e vocali lunghe nel latino volgare. In latino

esistono coppie minime distinte dalla quantità della vocale, come /rosa/ 'rosa:NOM' - /rosaː/ 'rosa:ABL'.

Rifonologizzazione: non agisce sul numero delle opposizioni fonologiche. Consiste nella sostituzione completa

dell'allofono principale di un fonema con un altro allofono.

Un caso è la prima rotazione del germanico o legge di Grimm, per la quale il sistema delle ostruenti, che per

l'indoeuropeo si ricostruisce come formato da occlusiva sorda, occlusiva sonora e occlusiva sonora aspirata, si modifica

in occlusiva sorda, occlusiva sonora e fricativa sorda.

Ostruenti indoeuropeo ricostruito

Sorda Sonora Sonora aspirata

Occlusive velari k g gh

Occlusive labiovelari kw gw gwh

Occlusive palatali k ĝ ĝh

Occlusive dentali t d dh

Occlusive bilabiali p b bh

Fricativa dentale s

Liquide e nasali indoeuropeo ricostruito Non sillabiche Sillabiche

Nasali Dentale n ṃ

Bilabiale m ḷ

Liquide Laterale l ṛ

Vibrante r

Semivocali indoeuropeo ricostruito j

Palatale

Velare w

Vocali indoeuropeo ricostruito

i iː u uː alte

e eː o oː medie

Ø basse

ə

a aː

ə ə

La vocale / /, detta š wa dal nome della stessa vocale nelle lingue semitiche, si ricostruisce in base a esempi in cui tutte

le lingue indoeuropee presentano un timbro [a], mentre l'indoiranico presenta un timbro [i]. Ricostruzione su cui non

tutti concordano.

Accento

le lingue indoeuropee presentano sistemi accentuali di vario genere. Possiamo ricostruire per l'indoeuropeo un accento

con sede libera (cioè poteva cadere su qualunque sillaba). Si trattava di un accento non di tipo intensivo, come in

italiano e la maggior parte delle lingue europee moderne, ma di un accento musicale o di altezza (ingl. Pitch accent): la

sillaba tonica non si distingueva per l'intensità con la quale era articolata la vocale, ma per la sua altezza.

Ricostruzione

Come ricostruiamo i fonemi rappresentati sopra?

Il caso più semplice è quello in cui tutte le lingue indoeuropee presentino nella stessa parola lo stesso fonema. Un

esempio è la parola per nove, che presenta una nasale dentale in posizione iniziale in tutte le lingue indoeuropee in cui è

attestata: lat. Novem; ita. Nove, ingl. Nine; ted. Neun; sanscrito náva, greco ennéa.

Un caso più problematico si pone quando una lingua discorda dalle altre.

Il procedimento principale usato per la ricostruzione è il metodo comparativo, che consiste nel confrontare fra loro tutti

i dati disponibili, individuando le regolarità e in base a esse ricostruire una forma che spieghi attraverso mutamenti

regolari tutti gli esiti attestati.

Leggi fonetiche

Verso la fine del XIX secolo, un gruppo di studiosi tedeschi, detti neogrammatici, giunse a individuò le caratteristiche di

regolarità del mutamento fonologico. Fu elaborato l'importante concetto di legge fonetica, con il quale ci si riferisce al

mutamento fonologico.

Legge di Grimm

All'inizio del XIX secolo il tedesco Jacob Grimm e il danese Rask osservarono corrispondenze, cioè scoprirono che a

una fricativa del germanico corrispondeva un'occlusiva nelle altre lingue indoeuropee. Si notò che il germanico

presentava una discrepanza rispetto alle altre lingue indoeuropee nel caso di tutte le occlusive.

Le consonanti occlusive ricostruite per l'indoeuropeo si sono 'spostate' in germanico: si è avuta una rotazione, per cui:

occlusiva sorda > fricativa sorda (spirantizzazione)

occlusiva sonora > occlusiva sorda (desonorizzazione)

occlusiva sonora aspirata > occlusiva sonora (ha perduto l'aspirazione)

Per questo motivo il mutamento è detto Rotazione consonantica.

*/p, t, k, kw/ > */f, θ,h hw/

*/b, d, g, gw/ > */p, t, k, kw/

*/bh, dh, gh, ghw/ > */b, d, g, gw/

Osserviamo che questo mutamento ci prospetta sempre lo stesso numero di ostruenti, si modificano solamente le

caratteristiche di sonorità e aspirazione, quindi si tratta di rifonologizzazione.

Legge di Verner

I primi comparatisti riscontrarono negli esiti delle occlusive indoeuropee in germanico anche numero irregolarità.

Constatando la presenza di irregolarità, Grimm scriveva che il passaggio da /t/ a /θ/ avveniva in germanico nella

maggioranza dei casi: ma quale fosse la ragione per la quale a volte questo passaggio non era avvenuto gli sfuggiva.

Negli anni 70 del XIX secolo, Karl Verner, riuscì a trovare una spiegazione per quelle che sembravano irregolarità.

Legge: in posizione interna di parola, fra elementi sonori, se non preceduta immediatamente dalla sillaba tonica, una

occlusiva sorda diventa una fricativa sonora.

Esempi:

ie. */p/ > germ. */β/ → *septm 'sette' ingl. Seven ted. Sieben

ie. */t/ > germ. */ð/ → *al-tós 'allevato' ingl. old

ɣ

ie. */k/; /k/ > germ./( )/ → * deuk- radice del verbo 'condurre' ted. Ge-zogen.

Legge di Grassmann

Si spiega attraverso un fenomeno di dissimilazione: in greco e sanscrito due aspirate in due sillabe successive si

dissimilano e generalmente la prima perde l'aspirazione, mantenendola solo quando la seconda aspirata perde a sua

volta l'aspirazione per qualche motivo specifico.

Questa legge spiega dati presenti in altre lingue, che lasciano in effetti ricostruire parole con due aspirate in due sillabe

successive.

«Due occlusive aspirate appartenenti a sillabe diverse di una stessa parola non possono coesistere, e la prima si muta

nella occlusiva non aspirata della stessa serie.»

«Quando in una parola due aspirate (vocale e/o consonante) si trovano in sillabe contigue, la prima perde l'aspirazione e

diventa sorda se consonante, o muta lo spirito aspro in dolce se vocale».

ǝ

L'isoglossa kentum/sat m e l'albero genealogico delle lingue indoeuropee.

ǝ

Le lingue indoeuropee sono divise in due gruppi, kentum/sat m , dalla parola per cento rispettivamente in latino e

avestico. I due gruppi si differenziano in base al trattamento delle velari indoeuropee.

Nelle lingue kentum velari pure e palatalizzate si uniscono in un'unica serie di velari; le labiovelari o sono conservate o

diventano occlusive di vario genere.

ǝ

Nelle lingue sat m invece le velari palatalizzate si palatalizzano ulteriormente; la loro articolazione subisce un processo

di avanzamento, che le porta a essere articolate come affricate o fricative palatali o dentali. Le velari pure si fondono in

un'unica serie con le labiovelari e hanno due esiti: davanti a vocali anteriori subiscono anch'esse una palatalizzazione,

mentre davanti a vocali posteriori diventano velari.

Fra le lingue indoeuropee note nel XIX secolo:

kentum → lingue celtiche, germaniche, italiche compreso il latino, e il greco

ǝ

sat m → albanese, armeno, indoiranico, slavo, baltico.

Sembrava che il trattamento delle velari tracciasse un netta distinzione fra lingue occidentali e orientali. Sembrava che

si potesse tracciare un'isoglossa.

Nel XX secolo, la scoperta dell'anatolico e del tocario, lingue orientali che conservano caratteristiche kentum, ha messo

in crisi questo modo di vedere.

Albero genealogico vero il 1870 indoeuropeo ǝ

lingue kentum lingue sat m

L'anatolico ha messo in crisi la ricostruzione tradizionale dell'indoeuropeo.

Alcuni studiosi hanno supposto che questa famiglia linguistica si sia separata prima delle altre, arrivando a sostenere

l'ipotesi dell'indoittita.

Albero genealogico secondo Sturtevant

indoittita

*indoeuropeo anatolico

La diffusione del mutamento

Isoglossa: termine coniato per indicare una linea che su un'area geografica delimita la comparsa di un certo fenomeno

fonologico.

Capire quale possa essere la cronologia esatta del distacco reciproco fra le lingue celtiche, latino e lingue italiche è

molto difficile.

Il modello dell'albero genealogico era stato introdotto in linguistica da Schleicher, studioso vissuto intorno alla metà

dell'Ottocento.

L'albero genealogico presuppone che le varietà si separino in origine e i mutamenti interessino in maniera globale un

intero ramo. (ma non è ovviamente così).

Verso la metà del XIX secolo fu proposto un modello alternativo all'albero genealogico, chiamato teoria delle onde di

Schmidt: i mutamenti linguistici sono fenomeni che partendo da un centro di irradiazione si diffondono a cerchi

concentrici, indebolendosi man mano che si allontanano dal centro.

Con questo modello si inizia a tener conto degli effetti della variazione diatopica su quella diacronica.

Il vocalismo indoeuropeo I: l'Apofonia.

Fra il XVIII e il XIX secolo, sorse in Occidente un grande interesse per le culture dell'Estremo Oriente. Dato l'alto

prestigio di cui godeva la cultura dell'antica India, i primi studiosi che scoprirono la somiglianza del sanscrito con le

lingue europee antiche pensarono che il sanscrito non fosse solo una lingua indoeuropea al pari delle altre, ma che fosse

la lingua capostipite, da cui latino, greco, germanico e le altre lingue indoeuropee derivavano. Per loro non era

necessario ricostruire l'indoeuropeo, dato che tutte le lingue indoeuropee sarebbero derivate dal sanscrito.

Grande difficoltà per considerare il sanscrito capostipite delle altre lingue risiede nel vocalismo. In sanscrito le tre

vocali indoeuropee */o/, */e/, */a/ sia lunghe che brevi si sono fuse in un'unica vocale /a/, lunga o breve.

Apofonia: alternanza vocalica o gradazione

Apofonia qualitativa: lingue indoeuropee antiche tra cui greco e alcune germaniche presentano l'alternanza e/o/Ø della

vocale radicale di verbi e nomi in forme diverse. Fenomeno ancora presente in inglese moderno: sing/sang/sung, dove la

vocale radicale indica diversi tempi verbali.

Apofonia quantitativa: comporta l'alternanza di una vocale lunga con una breve, che generalmente corrisponde a */ǝ/

indoeuropea, cioè si presenta come /a/ oppure, in indoiranico, come /i/, con qualche eccezione.

Velari, labiovelari e palatali.

Si ricostruiscono per l'indoeuropeo 3 serie di velari:

-velari vere e proprie

-velari palatalizzate

-labiovelari

In realtà questa ricostruzione non è accettata da tutti.

Le labiovelari sono fra i fenomeni dell'indoeuropeo ricostruito quelli che presentano la maggiore varietà di esiti. Latino,

germanico e anatolico sono tra le lingue che conservano le labiovelari come tali.

Legge delle palatali: le labiovelari in sanscrito presentano esiti diversi a seconda della vocale che precedevano

nell'indoeuropeo ricostruito, ma la condizione che ha determinato la differenza è scomparsa.

ṃ ṇ

L'esito di */ / e */ / (nasali sonanti)

Altro problema risolto a metà Ottocento riguarda gli esiti greci e indoiranici delle nasali sonanti.

In greco e sanscrito si erano osservate alcune /a/ brevi che non avevano corrispondenza nelle altre lingue.

Ferdinand de Saussure comprese che questa alternanza nascondeva un fonema indoeuropeo che greco e sanscrito non

continuavano, cioè la nasale sillabica, o sonante.

Osservando greco e latino:

gr. híppon, lat. Equum 'cavallo:ACC'

gr. odónta, lat. Dentem 'dente:ACC'

Nel primo caso abbiamo a che fare con sostantivi che presentano una vocale tematica -o- prima della desinenza. Nel

secondo caso la desinenza si aggiunge direttamente alla radice che finisce con il gruppo\\ consonantico -nt-. Pertanto la

nasale che viene a trovarsi dopo un gruppo consonantico diventa centro di sillaba. In latino, la nasale sillabica sviluppa

davanti a se una vocale alta e diventa una consonante, mentre in greco si trasforma in /a/.

Il vocalismo indoeuropeo II: Laringali

Nel 1878 F. De Saussure pubblicò la sua tesi di dottorato: osservando la dinamica dell'apofonia indoeuropea e alcune

dissimmetrie negli esiti delle vocali brevi, elaborò un'ipotesi secondo la quale partendo da una vocale di base /e/ gli altri

timbri vocalici sarebbero derivati per l'aggiunta di altri fonemi, che chiamò 'coefficienti sonantici', in alternanze simili a

quelle costituite dai dittonghi /ei/ e /eu/. Questi fonemi sarebbero poi scomparsi in tutte le lingue storiche lasciando

come traccia il timbro della vocale e la sua quantità.

Saussure ricostruiva due coefficienti sonantici.

Più tardi Møller ricostruisce tre fonemi, detti laringali, attualmente trascritti come */h / */h / */h /.

1 2 3

In base a questa teoria si possono ricostruire gli esiti dati qui di seguito:

*/h e/ > */e/

1

*/h e/ > */a/

2

*/h e/ > */o/

3 ː

*/eh / > */e /

1 ː

*/eh / > */a /

2 ː

*/eh / > */o /

3

La ricostruzione di un fonema */ǝ/ appare non necessaria se si segue la teoria delle laringali.

La teoria di Saussure si basava solo su considerazioni relative alla coerenza del sistema vocalico indoeuropeo, e non

era supportata da dati diretti. Quando dal 1916 fu decifrato l'ittita la teoria delle laringali fu confermata: in ittita infatti (e

nelle altre lingue anatoliche) esistono due fonemi, graficamente resi con <h> e <hh>, in posizioni corrispondenti alle

laringali ricostruite da Saussure.

Dinamiche e cause del mutamento fonologico

Gli studiosi hanno cercato motivazioni di vario genere per il mutamento fonologico.

Dividiamo le spiegazioni in due gruppi:

a) spiegazioni sostanzialiste, date dai neogrammatici

b) spiegazioni formali, date da strutturalisti e generativisti.

Nell'800 i neogrammatici riconoscevano come causa del mutamento fonologico l'inerzia dell'apparato fonatorio, cioè

la tendenza a diminuire lo sforzo nell'articolazione dei foni.

Caratteristica principale del mutamento fonologico secondo i neogrammatici è la regolarità. Le eccezioni a una legge

fonetica possono essere spiegate solo attraverso l'azione di un'altra legge fonetica, altrimenti le parole che contengono

eccezioni devono essere prestiti o possono aver subito mutamenti analogici.

Osservando:

muoio suono

muori suoni

muore suona

moriamo suoniamo

morite suonate

muoiono suonano

La dittongazione ha interessato nelle lingue romanze le vocali brevi latine /e/ e /o/ in sillaba tonica. In sillaba atona non

si dovrebbe avere dittongazione. Dei due paradigmi, morire presenta gli esiti prevedibili. Suonare invece presenta la

dittongazione in tutte le sue forme, eppure le condizioni sono identiche e non conosciamo nessuna legge fonetica che ci

spieghi questa irregolarità. Se però consideriamo le forme inserite nel contesto del paradigma, vediamo che l'estensione

del dittongo alle forme suoniamo e suonate ha il vantaggio di eliminare l'allomorfia radicale. Nella sua conoscenza del

paradigma di morire un parlante deve includere l'informazione che questo verbo ha due allomorfi della radice, mentre

per suonare questa informazione aggiuntiva non è necessaria.

Secondo gli strutturalisti il motivo per cui dalla creazione di allofonia si passa al mutamento vero e proprio è da

vedersi nella tendenza del sistema fonologico di ciascuna lingua a mantenersi in equilibrio.

Introducono i concetti di: casella vuota, catena di propulsione e catena di trazione, per spiegare la cause del

mutamento.

Esempio: se tutti i timbri vocalici presentano un'opposizione di quantità, il fatto che un solo timbro non la presenti

creerà un'asimmetria nel sistema, che tenderà quindi a ristrutturarsi.

Un mutamento interno può creare uno squilibrio e condurre con sé altri mutamenti: catena di trazione.

Al contrario, un mutamento può avere come esito un fonema che va a riempire la casella già riempita da un altro: per

mantenere le necessarie opposizioni, questo fonema viene spinto via dalla sua posizione originaria e inizio un nuovo

mutamento: catena di propulsione.

Il primo importante lavoro generativista sul mutamento fonologico è di King. Nel suo quadro teorica il concetto

basilare è quello di regola. Il mutamento fonologico è spiegato come dovuto ad aggiunta, eliminazione o riordino di

regole. Quando un tratto allofonico viene reinterpretato come distintivo? Secondo i generativisti ciò avviene nello

scambio generazionale: il bambino è responsabile del fatto che, in contesti identici, ciò che viene interpretato come

distintivo non sia più ciò che l'emittente adulto interpreta come tale.

3. IL MUTAMENTO MORFOLOGICO

E' spiegabile solo in connessione con il mutamento fonologico e quello sintattico. Lo studio del mutamento morfologico

dovrebbe riguardare i seguenti problemi:

− il mutamento all'interno delle classi flessive

− il mutamento sistematico di tecnica morfologica

− la creazione o il rinnovamento delle categorie flessive o di tipi morfologici derivazionali.

Nel 800 molti studiosi ritenevano che il mutamento morfologico fosse una conseguenza di quello fonologico. Per

esempio la scomparsa dei casi nel passaggio dal latino all'italiano si sarebbe spiegata come conseguenza della caduta

delle consonanti in sillaba finale.

La scomparsa dell'opposizione fra vocali lunghe e vocali brevi e la caduta delle consonanti finali di parola fece si che le

distinzioni fra nominativo, dativo, accusativo e ablativo fossero annullate. La scomparsa di /m/ finale avvenne nel latino

volgare, la scomparsa di /s/ è avvenuta dopo la separazione delle varietà romanze. Quindi, la fissazione dell'ordine dei

costituenti SVO in frase transitiva e le posizioni sarebbero strategie introdotte per disambiguare le funzioni dei sintagmi

nominali, che non venivano più espresse dai casi.

La scomparsa della flessione non può essere dovuta solo a cause fonologiche, ma piuttosto se il mutamento fonologico

porta con se la scomparsa della flessione questo può avvenire solo perché la flessione stava già scomparendo, per altri

motivi che devono essere ricercati nel mutamento sintattico.

E' vero che il mutamento fonologico ha ripercussioni sulla morfologia: ad esempio tende a creare allomorfia.

L'allomorfia non è una condizione ottimale per una lingua: le lingue attestano numerosi casi di mutamento analogico,

tipo di mutamento che ha come effetto quello di diminuire il numero di allomorfi di uno stesso morfema.

Verso la fine del XVIII secolo si pensava che l'indoeuropeo ricostruito potesse portare a una fase vicina all'origine del

linguaggio. Sappiamo oggi che non è cosi.

Gli studiosi che per primi si dedicarono all'indoeuropeo cercarono di individuare l'origine delle forme flessive, seconda

la teoria dell'agglutinazione, che fu poi non considerata dai neogrammatici, ma che possiamo oggi rivalutare alla luce

degli studi del 900 sul fenomeno detto grammaticalizzazione: che studia il rinnovamento delle categorie flessive in

base alla constatazione che gli affissi flessivi derivano da parole un tempo indipendenti, che si sono desemanticizzate e

hanno perso la loro autonomia fonologica.

3.2 Nozioni preliminari

Parola: è l'unità dell'analisi morfologica, con importanti caratteristiche fonologiche. In italiano per esempio ciascuna

parola è identificata dall'accento.

Clitici: Elementi che possiamo definire parole da un punto di vista morfologico, ma che non sono tali dal punto di vista

fonologico, perché non portano accento.

In espressioni come lo guardo e guardalo, compare il pronome lo, parola dal punto di vista morfologico, infatti ha il

comportamento flessivo proprio dei pronomi personali, distinguendo varie forme in base al caso (lo vs gli), al numero

(lo vs li) e al genere (lo vs la). Questa parola però non porta accento proprio.

I pronomi: mi, ti, lo, gli, la, le, ci, vi, ne, rispetto alle corrispondenti forme accentate devono ricorrere in posizioni fisse,

non possono costituire una frase da soli per la mancanza d'accento, e non possono essere usati all'interno di sintagmi

preposizionali. I clitici dell'italiano e delle altre lingue romanze hanno posizioni fisse rispetto al verbo, dal quale non

possono essere separati se non da altri clitici.

Enclitici: clitici che seguono la parola da cui prendono l'accento.

Proclitici: clitici che precedono.

I pronomi clitici italiani e delle altre lingue romanze possono essere sia enclitici che proclitici, a seconda della forma

verbale con cui si accompagnano.

I clitici sono unità linguistiche non prototipiche, che condividono proprietà delle parole e degli affissi.

Altre parole italiane che non portano accento, e che non sono quindi parole fonologiche ma solo morfologiche, sono gli

articoli, che si appoggiano al sintagma nominale che determinano, la negazione non e le preposizioni.

Morfemi, allomorfi, classi flessive.

Allomorfi: di un dato morfema sono le sue possibili realizzazioni.

Paradigma flessivo: è un insieme di forme dello stesso lessema che esprimono le categorie flessive proprie del lessema

stesso. Es: in italiano il paradigma del verbo amare contiene tutte le forme di questo verbo usate per esprimere tempo,

modo e aspetto, in tre persone e due numeri.

Produttività morfologica: una classe flessiva può essere più produttiva delle altre. Si misura in base a varie

caratteristiche dei lessemi che ne fanno parte. Indicatori migliori di una data classe flessiva sono il fatto che essa

accolga neologismi, che i membri delle altre classi flessive tendono a passare in quella produttiva e che risulti più facile

nell'apprendimento.

I verbi italiani rientrano in 3 classi flessive, -a- (amare), -e- (leggere) e -i- (sentire). Tutte e 3 le classi hanno numerosi

membri ma solo la prima è produttiva. Se immaginiamo di creare un nuovo verbo, questo apparterrà alla classe in -are

piuttosto che alle altre. Anche un singolo morfema può essere produttivo.

Tipologia morfologica

3.3

-Lingue analitiche

-Lingue sintetiche: → lingue fusive

→ lingue agglutinanti

Spesso una lingua ha allo stesso tempo forme analitiche e forme sintetiche.

Se consideriamo le forme italiane amaste e avete amato, la prima forma unisce in sé significato lessicale e significato

grammaticale, ed è detta quindi sintetica. Nella seconda forma troviamo invece due parole che si dividono i compiti:

l'ausiliare avete esprime i significati grammaticali e la seconda, il participio amato esprime il significato lessicale,

quindi è una forma analitica.

Consideriamo scrissi e scriveva. Entrambe sintetiche, ma scrissi è un allomorfo particolare della radice, diverso dalla

forma scriv- che si trova nella maggior parte delle forme del verbo scrivere, e che costituisce l'allomorfo principale

della radice. Il morfema flessivo (desinenza) -i cumula in sé tutti i significati grammaticali della forma.

Nella forma scriveva abbiamo l'allomorfo principale della radice scriv- che veicola il significato lessicale, e poi 3

morfemi grammaticali -e-, -v-, -a-. Il primo è anche detto vocale tematica e indica la classe flessiva di appartenenza del

verbo. Il secondo indica tempo e modo verbale, cioè imperfetto indicativo e il terzo indica la persona e il numero.

Le lingue analitiche o isolanti sono lingue che hanno poca o nessuna morfologia flessiva. L'esempio più tipico è il

cinese, in cui le parole sono invariabili e i significati grammaticali vengono espressi da parole che non hanno significato

lessicale.

Le lingue agglutinanti sono lingue in cui a ciascun significato grammaticale corrisponde un morfema specifico. Ottimo

esempio è il turco.

Le lingue agglutinanti generalmente non hanno classi flessive, cioè verbi e nomi non sono organizzati in declinazioni e

coniugazioni diverse. Poiché a ogni proprietà morfologica è associato un morfema, le parole delle lingue agglutinanti

possono essere molto lunghe.

Le lingue fusive spesso hanno classi flessive. Esistono lingue agglutinanti con classi flessive e lingue fusive che fanno

uso limitatamente di tecniche agglutinanti. È quindi più corretto parlare di indice di agglutinazione e di indice di

fusione.

Fra le lingue fusive si distingue normalmente un sottogruppo detto introflessivo ed esemplificato dalle lingue

semitiche. In queste lingue il significato lessicale è espresso dalle consonanti della radice, mentre le vocali variano a

seconda dei diversi significati grammaticali. Esempio di lingua introflessiva è l'ebraico.

Le lingue polisintetiche o incorporanti: esempio dall'italiano:

Incatenalo!

Metti le catene a lui!

Nella prima abbiamo incorporato nel verbo due costituenti che nella seconda compaiono come oggetto diretto e oggetto

indiretto in costituenti separati dal verbo stesso. L'incorporazione è una tecnica limitata nell'italiano, e usata solo in un

rapporto di contenimento come in imbottigliare, incorniciare, impacchettare.

Tipicamente il costituente incorporato nel verbo è l'oggetto diretto.

Il tiwa meridionale è incorporante, parlato da popolazioni indigene degli Stati Uniti.

La classificazione tipologica fu fondata da Wilhelm von Humboldt. Secondo lui i 3 tipi linguistici, isolante, agglutinante

e fusivo, rappresenterebbero diversi stadi nello sviluppo dello spirito umano: a livello più alto si situerebbero le lingue

indoeuropee, grazie al loro elevato grado di sintesi e fusione.

Sembra più conveniente nella maggior parte dei casi parlare di indice di sintesi, indice di fusione e indice di

agglutinazione.

Spesso le lingue mutano tipo linguistico. In latino infatti i sostantivi potevano essere declinati per caso, esprimendo cosi

in maniera sintetica la loro relazione col il verbo o con gli altri costituenti della della frase. Il verbo romanzo, benché

ancora dotato di un alto grado di sintesi, usa tecniche più analitiche del verbo latino.

Il tipo morfologico dell'indoeuropeo ricostruito.

Nelle lingue indoeuropee antiche, le classi lessicali maggiori, in primo luogo nome e verbo, presentano un carattere

altamente flessivo.

Il tipo morfologico dell'indoeuropeo è fusivo.

I morfemi grammaticali presentano il fenomeno detto esponenza cumulativa: ciascun morfema grammaticale segnala

più di un significato grammaticale; es: in italiano sente, il morfema flessivo -e cumula i significati grammaticali di

tempo, modo, persona e numero. Nella forma sente abbiamo comunque la possibilità di segmentare la base lessicale dal

morfema grammaticale, ma in altre forme al segmentazione è impossibile, come per esempio in è, dove una forma unica

amalgama non solo i vari significati grammaticali, ma anche quello lessicale.

Le classi flessive in una certa lingua si possono generalmente raggruppare in macroclassi: secondo Dessler le 3

coniugazioni del verbo italiano si possono riunire in due sole macroclassi, di cui la prima corrisponde alla prima

coniugazione e la seconda alla seconda e alla terza.

Nelle lingue indoeuropee antiche nome e verbo presentano numerosi paradigmi flessivi, che si possono far risalire a due

macroclassi dell'indoeuropeo ricostruito, cioè la flessione tematica e la flessione atematica.

In alcune lingue fusive si osserva l'esponenza estesa: fenomeno contrario all'esponenza cumulativa: un certo significato

grammaticale è segnalato da più di un esponente.

3.4 Il piano morfologico

In latino non esistevano alcuni fonemi dell'italiano, come le affricate palatali e dentali, la fricativa palatale, la nasale

palatale e la liquida palatale. Tutti questi fenomeni sono nati quando allofoni di altri fonemi nella posizione davanti a

vocale anteriore si sono fonologizzati.

In Lat. Amicus 'amico:NOM.SG' – amici 'amico:NOM.PL', ma queste due forme non comportavano allomorfi della

ː ʃ

base diversi: fonologicamente erano /amiːkus/ - /amiːki/. Non sappiamo quando la pronuncia sia diventata [a'mi t i

]. Nel

momento in cui [tʃ] non è più stato obbligatorio davanti a /i/, esso ha assunto lo statuto di fonema. A questo punto il

sostantivo amico ha acquisito due allomorfi della base la cui distribuzione non era più condizionata da fattori

fonologici, ma da fattori morfologici, dal fatto cioè di comparire uno nel singolare e uno nel plurale. Pertanto,

ʃ

l'alternanza fra l'allomorfo /a'mik/ e l'allomorfo /a'mit / ha valore morfofonologico: è un'alternanza fonologica

determinata dal contesto morfologico.

Omofonia all'interno dei paradigmi e frequenza

A volte il mutamento fonologico cancella dei morfemi. Se un'opposizione morfologica viene cancellata dal mutamento

fonologico in maniera da non essere recuperabile dal contesto e non viene in qualche modo restaurata, significa che alla

base c'è mutamento nelle categorie grammaticali o nel lessico della lingua.

Il modo in cui l'opposizione viene mantenuta o restaurata può essere diverso. All'interno dei paradigmi flessivi può

esistere un grado di omofonia delle forme.

In italiano nel presente del verbo essere troviamo: sono 1 sg, e sono 3 pl che sono omofone.

Como è possibile che l'omofonia in questi casi non generi ambiguità? È intuitivo che la distribuzione della prima

singolare di un verbo non è quella della terza plurale. In caso di contesti poco chiari, si può esplicitare il soggetto e

l'ambiguità di elimina.

Sincretismo: L'omofonia all'interno dei paradigmi è un fenomeno frequente soprattutto nelle lingue fusive.

Due esempi in cui il mutamento fonologico ha aumentato il livello di omofonia all'interno dei paradigmi verbali italiani:

1-l'opposizione morfologica è stata restaurata estendendo un morfema da un altro paradigma:

L'imperfetto indicativo latino nelle prime 3 persone aveva le forme amabam, amabas, amabat. La scomparsa delle

consonanti finali di parola in italiano ha creato una situazione in cui almeno due delle tre forme erano uguali, amava per

la prima e terza persona.

La forma amavo per la prima persona si è standardizzata all'inizio del secolo scorso.

2-l'omofonia permane e viene parzialmente disambiguata con mezzi sintattici:

Nel congiuntivo presente il grado di omofonia raggiunto è ancora più alto: amem, ames, amet, hanno avuto tutte e tre

come risultato l'italiano ami.

Uso e distribuzione diatopica dei due tempi verbali sono radicalmente diversi. Da un lato un certo grado di omofonia

viene tollerato; da un altro per la seconda persona singolare è diventato obbligatorio l'uso del soggetto pronominale.

All'interno dei paradigmi delle categorie più frequenti il grado di differenziazione è più elevato di quanto non sia

all'interno dei paradigmi di categorie meno frequenti. Le categorie più frequenti presentano all'interno dei loro

paradigmi minore omofonia rispetto alle categorie meno frequenti.

Frequenza relativa di alcune categorie

Numero Singolare > plurale > duale

Caso Nominativo > accusativo > dativo

Persona 3 > 1,2

Grado dell'aggettivo Positivo > comparativo > superlativo

diatesi Attivo > passivo

modo Indicativo > congiuntivo

polarità Affermativo > negativo

tempo Presente > futuro

Il mutamento fonologico può anche avere come effetto la scomparsa di classi flessive.

Le classi flessive più frequenti e produttive di norma subiscono il livellamento analogico e hanno un minor grado di

allomorfia.

3.5 Il mutamento analogico

Il mutamento fonologico può creare allomorfia, cioè uno stesso morfema che prima del mutamento aveva magari un

solo allomorfo viene poi ad averne un numero maggiore. Nell'ambito dei paradigmi flessivi, l'allomorfia può riguardare

la base o i morfemi grammaticali. Il mutamento analogico che riduce il numero degli allomorfi radicali risulta in un

livellamento del paradigma, mentre il mutamento che riduce il numero degli allomorfi desinenziali risulta di norma

nell'estensione di un allomorfo ai contesti in cui dovrebbe comparirne un altro. Si può assistere all'espansione

dell'allomorfia in maniera tale da riprodurre la stessa struttura anche nei paradigmi in cui essa non è risultato del

mutamento fonologico.

Livellamento di Paradigmi

Il livellamento opera nell'ambito dei singoli paradigmi, non attraverso gruppi di paradigmi simili. Le forme del passato

del verbo essere in inglese, was e were, comportano due temi diversi, in cui la distribuzione di /s/ e /r/ è legata all'effetto

della legge di Verner. Altro esempio è il paradigma della parola per 'dente' in alcune lingue indoeuropee.

Nell'indoeuropeo abbiamo ricostruito la radice di questa parola come *h dónt-/*h d t -: il grado /o/ compare dove la

1 1

radice è accentata e il grado ridotto compare altrove.

Estensione di morfemi flessivi


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Linguistica storica della facoltà di Lettere e filosofia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Introduzione alla linguistica storica di Silvia Luraghi. Vengono affrontati i problemi connessi con il mutamento linguistico su diversi livelli (fonologico, morfologico e sintattico) e descrive alcuni specifici mutamenti avvalendosi di un buon numero di esempi basati sull'italiano, passando poi ad altri argomenti tradizionalmente trattati nei corsi di glottologia, come la ricostruzione dell'indoeuropeo e la differenziazione delle famiglie di lingue indoeuropee. Le lingue sono descritte come caratterizzate dalla variazione non solo nella dimensione temporale, ma anche in quella spaziale e sociale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in linguistica teorica, applicata alle lingue moderne
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessia.lento di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica storica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Luraghi Silvia.

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