Modulo B – capitolo 1: Le coordinate storiche del processo di formazione del quadro linguistico europeo
1.1 Lo spazio euro-asiatico e la definizione dei confini dell'Europa
I confini dell'Europa (che si trova nello spazio occidentale del continente Eurasia) sono abbastanza chiari:
- A Sud confina con il Mar Mediterraneo
- A Nord con le regioni artiche
- A Ovest con l'Oceano Atlantico
L'unico problema è rappresentato dal confine orientale, che rimane discusso e del tutto opinabile. Il territorio euro-asiatico, infatti, non presenta ostacoli significativi che permettano di tracciare dei confini interni ad esso. Di conseguenza, per segnalare il confine orientale dobbiamo aiutarci con delle considerazioni più socio-politiche e socio-culturali piuttosto che geografiche.
In questo senso, quindi, consideriamo Europa tutto quel territorio che si estende fra l'Atlantico e gli Urali, ovvero un'area geografica più ampia di quella dell'Unione Europea del Trattato di Maastricht e comunque più piccola di quella delineata da altri linguisti, secondo i quali l'Europa si estenderebbe oltre il limite del Caucaso, comprendendo anche Georgia e Armenia (in forza del loro comune passato cristiano e per l'Armenia anche per la tradizione indoeuropea), le zone turcofone e iranofone, in pratica comprendevano tutta la zona ex-sovietica.
Emergono due immagini dell'Europa e tali immagini oscillano a seconda del valore che si vuole dare all'ex Unione Sovietica (in forma tradizionale e attuale). L'ex Unione Sovietica e la sua erede, la Russia, rappresentano "insiemi euro-asiatici" da non considerarsi completamente parti dell'Europa ma come "periferie" dell'Europa. Lo stesso discorso vale per la Turchia che non solo sta a cavallo dei due continenti, ma ne è anche ai margini (anche a livello culturale).
Secondo Braudel, l'idea di Europa deve ulteriormente ridursi a quelle zone che hanno risentito dell'influenza del Cristianesimo occidentale, alla luce del fatto che lo scisma fra Impero romano d'occidente e Impero romano d'oriente del 476 costituì il più profondo trauma mai verificatosi all'interno dell'Impero romano. Questo trauma ancora oggi non è sanato e noi ne ereditiamo le conseguenze: ad esempio i conflitti balcanici e le ricomposizioni politico-territoriali tutt'altro che pacifiche, conseguenti alla dissoluzione dell'Unione Sovietica.
La frattura fra Occidente e Oriente riflette esattamente l'antica linea di separazione tra mondo greco-bizantino e mondo latino e romano-germanico: tale diatribe (che sfociarono nel grande scisma del 1054) appare più evidente nella distribuzione sul territorio dell'Europa delle due forme di scrittura egemoni adottate entro i suoi confini: una basata sull'alfabeto latino (propria dell'Occidente europeo), l'altra basata sull'alfabeto greco (propria dell'Oriente europeo), fonte delle diverse forme in cui si differenziano gli alfabeti cirillici.
Ma il flusso dei rapporti fra Occidente o Oriente europei giustifica una visione più ampia del nostro continente. L'opposizione Occidente/Oriente risulta necessaria così come è necessaria l'opposizione centro/periferia. Tale divisione corrisponde alla vera opposizione storica, in uno spazio ereditato dalla divisione dell'Impero romano, tra due insiemi politici e in seguito religiosi: lo spazio imperiale occidentale e quello orientale (dove si deve includere anche la Russia europea, erede dell'idea imperiale romana di erigere Mosca come "Terza Roma", dopo Roma e Costantinopoli).
L'Impero Romano di Occidente, lacerato dalle invasioni barbariche, politicamente rinacque prima intorno al Sacro Romano Impero Germanico, poi nella dialettica tra sistemi politici retti da grande potenze rivali; spiritualmente, si ricostituì intorno al potere del Papato romano. Lo spazio orientale, dominato dal modello greco-bizantino sia spiritualmente che politicamente, fu per l'Alto Medioevo più vivace della parte occidentale latino-romano e romano-germanico. Ma questo modello fu dapprima minato dalle tensioni interne e poi attaccato all'esterno dai turchi e dagli interessi mercantili occidentali ed entrò quindi in una fase di declino dal XII secolo all'anno della sua caduta, nel 1453.
La presa di Costantinopoli nel 1453 coincide con l'avvio nell'Europa Occidentale della formazione dei futuri stati nazionali e del processo di diffusione delle lingue nazionali.
Dall'analisi della carta geolinguistica dell'Europa ricaviamo tre dati:
- La notevole frammentazione linguistica del continente. Infatti l'Europa vanta più di 60 lingue "statutarie" (ovvero riconosciute dalle Costituzioni degli stati nazionali); ad esse vanno aggiunte le lingue non statutarie, di dubbio numero, poiché il calcolo è influenzato da visioni politico-culturali (ad esempio, i dialetti italiani) o da visioni religiose (ad esempio il bosniaco, filiazione del serbo, ma filiazione in senso turco-islamico)
- L'omogeneità del quadro europeo. Nella maggior parte dei casi le lingue dell'Europa appartengono alla famiglia linguistica Indoeuropea. Quelle che non fanno parte di questa famiglie sono delle "isole linguistiche" non europee:
- Il basco (molto antico)
- Lingue uraliche (o ugrofinniche): ungherese, estone, finnico, lappone
- Maltese (la sola lingua semitica in Europa), varietà di arabo maghrebino introdotto dal secolo VII, poi influenzata da elementi siciliani, italiani e inglesi.
- Turco: lingua altaica, diffusa anche oltre i confini della Repubblica Turca e della Repubblica turco-cipriota, come ad esempio in Germania, dove è la seconda lingua più parlata dopo il tedesco.
- Minoranze paleosiberiane
- Calmucco (lingua mongola)
- Il quadro linguistico europeo risulta ben definito per ciò che attiene alla distribuzione geografica dei suoi singoli gruppi linguistici, già alla fine del I millennio della nostra era, dopo che, cioè, si erano già concluse le grandi ondate dei movimenti migratori (da nord-ovest verso sud-ovest) di genti germaniche, slave e ugro-altaiche (l'unico movimento da sud verso nord era della componente araba → maltese).
1.2 Il processo di indoeuropeizzazione dell'Europa
La famiglia indoeuropea è articolata in un sistema di gruppi linguistici che si estende su una vastissima area geografica (dall'Islanda e dai confini dell'Atlantico attraverso l'Europa e attraverso parte dell'area medio-orientale, e giunge fino alla fascia centrale del subcontinente indiano).
L'atto di nascita della linguistica comparata europea può essere considerato la pubblicazione nel 1816 di un saggio di Franz Bopp, dedicato al confronto dei sistemi morfologici del sanscrito, del greco, del latino, del persiano, delle lingue germaniche.
Nel secolo XIX e XX ci sono stati moltissimi lavori scientifici di vario genere che hanno cercato di far luce sui rapporti intercorrenti tra i diversi gruppi linguistici formanti le famiglie indoeuropee e sulle relazioni di questi gruppi e un ipoteticamente unitario ambiente linguistico-culturale indoeuropeo originario.
Si sono così individuate tre principali teorie illustranti il processo di formazione del quadro linguistico indoeuropeo:
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Teoria tradizionale: colloca il primo processo di indoeuropeizzazione dell'area europea nel V-IV millennio a.C., quando popolazioni di guerrieri-pastori provenienti dalle steppe centro-asiatiche sarebbero migrate dall'Asia Centrale verso Occidente e si sarebbero stanziate nelle sedi dove sono attualmente presenti genti parlanti lingue indoeuropee.
La versione più recente di questa teoria prende spunto dall'"ipotesi dei kurgan" (termine russo che indica un tumulo funerario diffuso in Ucraina e caratteristico della cultura dei guerrieri-pastori). Elaborata da Gimbutas, tale teoria sostiene che dall'area delle steppe ucraine genti proto-indoeuropee (provenienti dall'Asia Centrale) avrebbero invaso, nel III millennio a.C., i territori dell'Europa sud-orientale e, mediante conquiste successive, avrebbero poi conquistato buona parte dei territori europei, diffondendo così la loro cultura e parlata.
Questo modello prevede tre fasi:
- Prima Fase (4500-4000 a.C.): espansione delle genti proto-indoeuropee dalle regioni del Volga fino al bacino del Danubio e fino all'area balcanica;
- Seconda Fase (3500-3000 a.C.): movimenti di popolazioni proto-indoeuropee che, partendo dal Caucaso settentrionale ed all'Ucraina, si sono dirette verso l'Europa settentrionale nonché verso la penisola italica → formazione di gruppi linguistici celtico, germanico, italico, baltico e slavo;
- Terza Fase (intorno al 3000 a.C.): diffusione a partire dall'Europa sud-orientale, di nuovi flussi migratori proto-indoeuropei verso l'Europa centro-settentrionale e centro-orientale e verso l'area scandinava.
Secondo questa teoria quindi, in Italia nel IV millennio a.C. dovevano già essere presenti gruppi proto-indoeuropei, costituenti il nucleo delle genti proto-italiche. Inoltre, l'età del Bronzo (II e I millennio a.C.) sarebbe stata quindi il periodo di formazione della maggior parte del quadro linguistico indoeuropeo d'Europa.
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Teorie della dispersione neolitica indoeuropea: mette in discussione l'ipotesi dei kurgan. Il problema è accettare che durante l'età del rame e quella del bronzo l'Europa sia stata invasa dai popoli centro-asiatici. La nuova teoria tende a mostrare la continuità degli stanziamenti umani in Europa durante l'età del rame e l'età del bronzo di conseguenza le culture dei kurgan e dei popoli delle asce da guerra sarebbero solo episodi intrusivi inseritisi in un contesto su cui già erano stanziate genti proto-indoeuropee; Graeme sottolinea come nella penisola italiana nel III millennio a.C non siano documentate nuove presenze etniche.
Renfrew ha formulato la teoria della dispersione neolitica indoeuropea: tale teoria si basa sull'assunto che l'unico momento della preistoria europea in cui si sia verificato un mutamento delle condizioni preesistenti paragonabile a quello del processo di indoeuropeizzazione è collocabile all'altezza del VII millennio a.C. e coincide con la diffusione delle tecniche agricole in Europa.
I punti di irradiazione del processo di indoeuropeizzazione furono la penisola anatolica, la penisola balcanica e alcune aree del Mediterraneo centro-occidentale, quindi, successivamente nel V millennio a.C., alcune aree della Germania e dell'Europa orientale.
Contemporaneamente alla diffusione delle tecniche agricole nella penisola balcanica, pare ipotizzabile anche la loro diffusione nella regione delle steppe: tale diffusione sarebbe all'origine delle correnti migratorie indoeuropee che raggiunsero l'area centro-asiatica e l'area a cavallo fra il Medio-oriente e il subcontinente indiano; da tali correnti migratorie si sarebbero individuate le popolazioni di lingua tocaria e quelle di lingue indo-iraniche.
I proto-indoeuropei non sarebbero stati, quindi, guerrieri-invasori centro-asiatici che avrebbero conquistato l'Europa con la forza militare, ma piuttosto, gruppi di genti medio-orientali detentrici delle tecniche agricole, che, proprio in forza della loro superiorità culturale, hanno finito per affermarsi sul continente europeo.
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Teoria della continuità uralica: essa si fonda sulla convinzione che le genti uraliche e samoiede avrebbero occupato nel paleolitico l'Europa medio-orientale e si sarebbero quindi spostate, durante il mesolitico, verso le loro attuali sedi storiche: le genti uraliche sarebbero quindi stanziate in Europa fin dalla più remota antichità.
Se è possibile supporre questi stanziamenti a partire dal paleolitico, allora è ragionevole supporre questo anche a proposito degli stanziamenti di genti indoeuropee in Europa: ciò è d'accordo, peraltro, con le ricerche genetiche, dalle quali emerge che l'80% del patrimonio genetico delle attuali popolazioni stanziate in Europa risalga al paleolitico e solo il 20% al neolitico.
1.3 Distribuzione di gruppi linguistici indoeuropei in Europa
L'Europa linguistica è essenzialmente composta da gruppi di lingue appartenenti alla famiglia delle lingue indoeuropee, escludendo:
- Basco (lingua isolata, discendente da un antico sostrato pre-indoeuropeo)
- Maltese (lingua semitica)
- Turco della Turchia (lingue turche)
- Ungherese (lingue uralica)
- Finnico (lingue uralica)
- Lappone (lingue uralica)
- Estone (lingue uralica)
- Calmucco (lingua mongola)
Bisogna quindi fare riferimento al quadro geolinguistico e a quello temporale, soprattutto perché è molto importante lo studio delle lingue ormai estinte, dato il loro potere di modellizzazione, come il greco, il latino, il paleoslavo e il gotico.
Lo spazio linguistico indoeuropeo, inteso nella sua dimensione geolinguistica e diacronica, viene diviso in otto gruppi, alcuni dei quali sono oggi estinti. Ogni gruppo risulta composto da due o più lingue strettamente imparentate fra loro:
- Lingue anatoliche (estinte)
- Lingue baltiche
- Lingue celtiche
- Lingue germaniche
- Lingue indo-iraniche
- Lingue italiche
- Lingue slave
- Lingue tocarie (estinte)
A questi, vanno aggiunte tre lingue isolate, così chiamate perché la loro lingue madri (greco ellenistico-romanico, illirico e armeno classico) danno origine solo a queste lingue.
- Neogreco (evoluzione del greco della koiné ellenistico-romana)
- Albanese (evoluzione dell'illirico e delle sue dinamiche con lingue di adstrato come il latino, il greco, le lingue slave e il turco)
- Armeno (evoluzione dell'armeno classico)
I gruppi linguistici estinti
Le lingue anatoliche
Erano diffuse nell'attuale territorio della Turchia asiatica (Anatolia). La più importante di tali lingue, l'ittito, ci è giunta grazie a testimonianze epigrafiche risalenti, le più antiche, al XV secolo a.C. Altre lingue da ricordare sono: lidio, licio, luvio. L'ambiente linguistico anatolico fu progressivamente sopraffatto, dal V secolo a.C, dalla cultura e dalla lingua greca.
Le lingue tocarie
Sono distinte in due varietà diatopiche: il tocario A e il tocario B, ed erano proprie di una popolazione indoeuropea che aveva sede nello Xinjiang (Turkestan cinese). Esse ci sono giunte testimoniate da documenti basso-medievali del secolo VII d.C, prevalentemente connessi al processo di diffusione della cultura Buddhista dall'India verso l'Asia centrale e sud-orientale: si tratta di testi e poemi religiosi, ma anche di trattati di medicina. Tramite le lingue tocarie, sono entrati in cinese numerosi prestiti dalle lingue indoeuropee. Queste lingue furono sopraffatte dalle lingue turco-uiguriche e dal cinese.
I gruppi linguistici vitali
Le lingue celtiche
Derivate da un "celtico comune", nel I millennio a.C le lingue celtiche erano estremamente diffuse: prima delle invasioni slave da est e dell'espansione dell'Impero romano da sud, erano parlate nei territori di:
- Francia
- Germania meridionale
- Austria
- Bacino del Danubio
- Isole britanniche
- Italia settentrionale
- Spagna
Nell'ambiente linguistico celtico riconosciamo due rami:
- Il celtico continentale (gallico, celtiberico, lepontico, galatico), così detto in quanto diffuso sul continente europeo e nell'asiatico occidentale, dalla penisola iberica all'Anatolia centrale, tra il VI-V secolo a.C.
- Il celtico insulare, così detto in quanto parlato e diffuso nelle lingue britanniche. Vi appartiene anche il bretone, che però è parlato in Francia, in Bretagna, in quanto esso deriva da una forma di celtico insulare portato sul continente fra il V-VII secolo d.C da popolazioni celtiche del Galles che stavano fuggendo le invasioni degli Anglosassoni.
- Gruppo gaelico (irlandese, scozzese, mannese)
- Gruppo britannico (gaelico, bretone, cornico)
Dal punto di vista storico-linguistico, le vicende delle lingue celtiche vanno divise in tre periodi:
- 1000 → 1547. Caratterizzato da un periodo di notevole fioritura intellettuale. Il 1547 segna la fine del regno di Enrico VIII Tudor che, pur appartenendo a una famiglia di origini celtiche (gallese), emanò delle leggi a sfavore delle lingue celtiche e a favore dell'inglese, accelerando così il processo di disgregazione dell'ambiente celtico.
- 1547 → 1707. Periodo caratterizzato dalla forte riduzione del numero di parlanti delle lingue celtiche.
- 1707 → ?. Il 1707 è la data in cui il gallese Lhuyd pubblicò Archaeologia Britannica, una summa di tutte le tradizioni celtiche, che segnò una ripresa di interesse nei confronti della cultura e della lingua celtica. Quindi la terza fase, sebbene segnata da eventi negativi come l'unione del Parlamento inglese con quello scozzese (1707) e l'estinzione del cornico (1777), è segnata da una netta ripresa delle tradizioni celtiche.
Attualmente, delle quattro lingue celtiche ancora in uso, solo l'irlandese gode di dignità di lingua nazionale accanto all'inglese, mentre le altre ricoprono un ruolo marginale. Il ramo gaelico, in particolare, vive la situazione più grave: l'irlandese è fortemente eroso dall'inglese; lo scozzese è parlato solo dall'1,5% della popolazione, il mannese si è estinto all'inizio del XX secolo.
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