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Capitolo primo. La linguistica come scienza

La linguistica generale è lo studio scientifico del linguaggio, della lingua e delle lingue:

  • Scientifico: formalmente rigoroso, di carattere interdisciplinare e trasversale
  • Linguaggio: termine che si riferisce a correlazioni biologiche, psicofisiche, culturali e storiche
  • Lingua: costrutto teorico astratto
  • Lingue: necessità di una comparazione estesa

La linguistica è generale perché comparativa e costruita su principi universali. Dall’inizio dell’800 il termine linguistica si preferisce a grammatica; ci sono direttrici comuni con la linguistica antica:

  • Speculazione sull’origine del linguaggio
  • Interesse per la scrittura
  • Dibattito su naturalità e/o convenzionalità del segno linguistico
  • Postulato di una grammatica universale
  • Sviluppo del bi/plurilinguismo
  • Interesse per diacronia e mutamenti linguistici

Si parla di scuole di linguistica per comodità (di Copenhagen, Praga, Ginevra, Sorbona, Londra, mentalistica, generativa), gli orientamenti sono diversificati e creano controversie sull’identificazione e interpretazione delle dicotomie (forma-sostanza, natura-cultura, comunicazione-significazione). La linguistica opera fra formulazione astratta e analisi empirica e la sua aspirazione a diventare scienza è legata alle sue capacità di teorizzazione; utilizza l’astrazione (non negativa come l’astrattezza) per costruire modelli di analisi tramite una teoria che sia deduttiva (aprioristica) e empirica (concreta): l’adeguatezza di una tale teoria risiede nel suo carattere esplicativo (forte) e meno in quello descrittivo (debole). Tutta la conoscenza scientifica è, come la linguistica, ipotetica e congetturale, legata a un principio teorico, deduttivo, astrattivo, generalizzante e virtuale.

Principio empirico

Una teoria linguistica riunisce i tre requisiti di questo principio: coerenza, esaustività, semplicità. L’analisi deve tener conto del minor numero possibile di elementi considerando i fattori comuni e tralasciando quante più differenze possibili. La semplicità si fonda su economia (l’analisi deve essere semplice e fermarsi solo quando non è più semplificabile), riduzione (l’analisi si arresta nella possibile di unità), generalizzazione (se fra due oggetti uno ammette registrazione del minor numero soluzione univoca e l’altro la stessa ma equivoca, la soluzione viene generalizzata come valida per l’oggetto equivoco). Visti questi principi, la linguistica opera con gli strumenti della scienza, comporta interdisciplinarietà: autonomia e interdisciplinarietà della linguistica sono in stretto rapporto.

Teoria della Gestalt e linguistica strutturale

La formalizzazione è il denominatore comune dell’universo scientifico anche se nessuna teoria è perfettamente formalizzata; in linguistica la prospettiva è una trasposizione metodologica della teoria psicologica della Gestalt (inizio anni 20 del 900): secondo Jakobson una gestalt (forma, modello) è il risultato di totalità, elementi pertinenti e relazioni. L’influsso di ciò si è avvertito soprattutto nella linguistica strutturale che enfatizza sulle relazioni astratte (funzioni) preposte alla definizione dei dati in sé e per sé (relata o funtivi): un’affermazione scientifica deve essere basata sulle relazioni senza presupporre la conoscenza o la descrizione dei relata; la lingua è un’algebra che riconosce solo termini complessi e in essa tutto è opposizione. La linguistica strutturale è un modello per gli aspetti pertinenti del discorso. Hjelmslev ritiene legittimo descrivere il linguaggio in astratto che coglie quanto entità autonoma di dipendenze interne, una struttura: linguistica mentalista e comportamentista pongono l’attenzione sugli attori della comunicazione, mentre la glossematica (studio dei glossemi, le forme minimali e invarianti irriducibili di espressione e contenuto) di Hjelmslev si concentra sulla struttura. Una struttura non rientra nei fatti constatabili perché è l’osservazione scientifica che determina i propri oggetti e non il contrario.

Già Saussure studia la lingua come forma e dopo di lui ci saranno le scuole strutturaliste; nei Memoire Saussure ricostruisce il coefficiente sonantico indoeuropeo come un principio generatore algebrico (entità astratta che permette di interpretare in modo molto regolare e sistematico la natura delle radici indeuropee); il concetto di lingua come struttura (o sistema) appare in Saussure nella definizione di algebra del linguaggio e in Hjelmslev in quella di lingua come sistema, schema, forma pura; la distinzione saussuriana fra langue (prodotto sociale della facoltà del linguaggio) e parole (esecuzione individuale della langue) è portata agli estremi sviluppi da Hjelmslev e la sua distinzione fra schema (forma) e uso (sostanza). Queste due concezioni divergono perché la glossematica si propone come studio della forma pura (soprattutto il concetto di schema indica il carattere astratto del concetto di lingua), mentre la lingua-specie è il vero oggetto della linguistica strutturale: in questo modo la glossematica si allontana dall’essere semplice linguistica e diventa anche un po’ semiotica, creando un importante collegamento con le altre discipline.

Dall’allargamento dei confini dalla linguistica alla semiotica si supera la distinzione di Saussure fra linguistica interna (autonoma) e linguistica esterna (interdisciplinare), ma malgrado la sfiducia nel metodo strutturalista non si sono impediti dialoghi con ambiti di analisi più estesi e una prospettiva anche la poststrutturalista non può che esserne il miglioramento; con l’allargarsi dei confini di analisi sfuma la distinzione tra forma e sostanza (già Aristotele aveva indicato che ogni forma a un livello di analisi diventa sostanza per una forma successiva); la forma interna è precedente a quella esterna con la quale va messa in rapporto e ogni analisi è nel tempo vincolata a confini mobili (vicarianti). Nessuna formalizzazione può essere totale e definitiva (sulla vicariabilità dei confini di formalizzazione c’è ovunque vasto accordo). È pregnante il passaggio da strutture semiformali (cattive o più povere) a formali (buone o più ricche): contenuti in via di formalizzazione tendono ad assumere la miglior forma possibile (una devianza rispetto alla norma d’uso è semiformalizzabile come un sistema attraverso il riconoscimento di regolari – anche se diverse – condizioni di variabilità).

Linguistica e scienze naturali

La ricerca di convergenze tra i due ambiti sfuma in una prospettiva antropologica: la linguistica è branca dell’antropologia perché il linguaggio è un comportamento umano ed è parte di un linguaggio della vita in senso più generale. Anche le leggi della vita sono caratterizzate da un parallelismo nel tempo e nello spazio simile a quello che ispira la variazione nella linguistica diacronica (mutamenti) e in quella antropologica (varietà). Quando si parla si evidenziano le transizioni fra natura (nature) e cultura (nurture) in rapporto stretto fra modificazioni climatiche e somatiche (spesso è difficile distinguere un’espressione innata o riflessa da una acquisita e socializzata); se l’istinto è costante ed ereditario, l’innatismo si compie nel corso della vita: la parte dell’imitazione è evidente nelle variazioni fra diverse società e culture, mentre un’espressione riflessa primitiva può essere avvalorata filogeneticamente da rassomiglianze con altre specie animali. Fra natura e cultura c’è un’interazione di geni ereditari e aspetti contingenti legati all’ambiente: il linguaggio è visto tra una dotazione innata e un’esposizione ambientale, ma anche in assenza di deterministici condizionamenti è stabilito in natura, così come altri codici naturali, il linguaggio è una complessa miscela di natura e cultura.

La lingua è un principio semiotico generale che trascende le distinzioni tra specifiche strumentalità e canali (come uditivo-vocale e visivo-manuale); se si distinguono il linguaggio orale da quello gestuale, nessuno dei due è unico nel percorso evolutivo della nostra specie. I prerequisiti biosemiotici necessari per lo sviluppo di un linguaggio sono molto diffusi negli animali, ma il linguaggio umano è una struttura specie-specifica, unica: il campo uditivo è diverso nella specie umana e in altre specie. Il discrimine tra le ipotesi dell’unicità o meno del linguaggio è legato nel mondo scientifico a una definizione di linguaggio: attitudine alla creazione e all’uso di simboli di qualsiasi strumentalità, verbale e non. È vaga anche la qualifica di orale perché il termine indica sia l’oralità sia la scrittura, senza che si possa definire l’una come vero linguaggio e l’altra come invenzione secondaria. Si può ipotizzare l’esistenza da sempre di un’organizzazione centrale che controlli la comunicazione, un sistema gesto-parola (anche se occorre distinguere tra una gestualità coverbale e la lingua dei segni); la comunicazione umana indica la possibilità della presenza accanto alla comunicazione verbale di altre comunicazioni che coinvolgano interamente tutti gli organi di senso.

L’evoluzione culturale potrebbe essere il risultato, più che dell’azione consapevole della ragione, di un processo di selezione guidato dal successo: essenzialismo ed evoluzionismo non si escludono neppure in linguistica. L’evoluzione è un processo che continua nel presente e segue un percorso di lettura dall’alto al basso (lo studio dell’organizzazione biologica procede dal sistema alle parti componenti) e la sua teoria ha creato la coscienza di un’eredità animale dell’uomo, della sua incompletezza. Anche la biosfera è vista come un vasto sistema ambientale che racchiude la vita, la sostiene e ne subisce l’influenza e questo termine si prolunga in quello di semisfera che definisce l’insieme generale di una cultura come un insieme di sottoinsiemi culturali ecologicamente interagenti l’uno con l’altro in una varietà di legami possibili e in una stretta connessione.

L’ambizione a riconoscere sistemi di relazioni astratte è comune alla linguistica e alle scienze biologiche; riflessioni sulla biologia hanno portato a ipotizzare una unificazione delle scienze attraverso l’elaborazione di sistemi linguistici unitari alla ricerca di una scienza omnicomprensiva della totalità dell’essere. Ritorna attuale il dibattito sul concetto di struttura in linguistica (scaglionamento per gradi gerarchici più o meno formali o astratti) con qualche analogia con le disquisizioni sul codice genetico e sulla struttura delle proteine che portano a distinguere vari livelli strutturali. I concetti di struttura e funzione sono centrali nella considerazione del linguaggio, del cervello e del sistema nervoso.

Si è indicato un periodo critico fra i 2 e i 12 anni oltre i quali è osservabile un declino costante delle capacità di acquisizione e apprendimento del linguaggio; il codice genetico è indicato come esemplare di un linguaggi della vita. La linguistica ha mostrato negli anni un ruolo trainante, di trasversalità, dialogo e chiarificazione tra scienze esatte e scienze umane. La neuropsicosemiotica è un modello di analisi strutturale con implicazioni funzionali a largo raggio, dove l’ipotesi strutturale allarga i confini del campo d’indagine e la base funzionale d’interpretazione di tutti i comportamenti e delle loro alterazioni rende possibile una collaborazione fra linguisti, psicologi e neurofisiopatologi nello studio di funzioni verbali e non; la linguistica contribuisce alla diagnosi differenziale, in parte alla terapia per i disturbi del linguaggio e la stessa patologia del linguaggio è un banco di prova per l’adeguatezza delle teorie linguistiche.

Capitolo secondo. Linguistica diacronica e antropologica

Accanto a langue/parole un importante dualismo metodologico è quello tra sincronia (studio dei rapporti che collegano termini coesistenti e formanti sistemi) e diacronia (studio dei rapporti che collegano termini che appartengono a stadi successivi e che non formano sistemi); inizialmente si pensava a un prevalere della sincronia, ma da Saussure e dalla linguistica a lui successiva si propende per una loro integrazione (lo dimostra la linguistica strutturale diacronica che evidenzia i rapporti tra sistema e mutamento linguistico).

Sincronia

Può fare riferimento a:

  • Idiosincronia: stadio linguistico definito
  • Pan sincronia: richiama alcune poche leggi fisiche e naturali comuni a stadi linguistici anche diversi

Diacronia

Può essere:

  • Prospettica: da uno stadio a un altro successivo
  • Retrospettiva: da uno stadio a un altro antecedente

Coinvolge:

  • Una temporalità esterna o estrinseca: la Storia
  • Una temporalità interna o intrinseca: dinamica

Occorre perciò distinguere tra flussioni e trasformazioni, tra un’interazione con il sistema sociale e una pressione interna: strutturalismo e generativismo hanno contribuito a privilegiare i fattori interni come cause dei mutamenti linguistici.

Mutamenti linguistici

Ci si è interrogati sulla loro continuità o discontinuità, sulla loro gradualità-impercettibilità o meno, sulla legittimità di una loro previsione, sulla loro irreversibilità o pendolarità, sulle loro basi naturali ed evolutive in quanto deterioramento o progresso, sulle loro caratteristiche di complicazione. La linguistica diacronica ha messo in risalto una loro dinamica interna: la semplificazione o legge di Rask-Grimm sulle rotazioni consonantiche del germanico, il great vowel shift sullo spostamento-innalzamento delle vocali lunghe nell’inglese.

L’antiatomismo di Saussure evidenzia come i mutamenti linguistici, interessando interi stadi di una lingua, alterano l’organizzazione sistematica della lingua, ma ne favoriscono anche la riorganizzazione: la relazione sistematica tra due forme antagoniste (honos e honor) è il primo passo (paraplasmo) verso il mutamento sostitutivo (metaplasmo) honos è sostituito da honor secondo la proporzione oratorem : orator = honorem : x. Per la teoria profilattica o terapeutica di Praghesi esiste un teleologismo dei mutamenti linguistici, per effetto del quale essi avverrebbero con ragione per ottimizzare e riorganizzare funzionalmente il sistema. Il richiamo al sistema è alla base della metacronia di Hjelmslev per cui la direzione del mutamento sarebbe determinata dalla struttura stessa del sistema.

La deriva (drift) di Sapir, caposcuola del mentalismo, li considera dovuti a una selezione inconscia, oscura e lenta delle variazioni che si concentrano in una specifica direzione o inclinazione: convergono in questa teoria una versione mistica e una realistica, fattori psichici e storici (nelle lingue indoeuropee avvalorano questa teoria l’impiego obbligatorio di pronomi soggetti, di articoli e preposizioni, lo sviluppo di forme verbali perifrastiche, ausiliari, avverbi e comparativi).

La teoria dei mutamenti linguistici di Weinreich, Labov e Herzog evidenzia non solo le condizioni linguistiche, ma anche extralinguistiche di variabilità; il primitivo nucleo della teoria è del 1966, rielaborato dopo la morte di Weinreich nel 67 (sua è l’introduzione e la disamina storica su Paul e Saussure in cui sottolinea il meccanismo sociale della comunicazione e sviluppa il concetto di lingua come fatto sincronico e diacronico, oggetto dotato di eterogeneità sistematica). La teoria di Labov e Herzog mostra come sistematicità e variabilità non si escludano: un mutamento è un fatto diacronico che inizia come variazione sincronica e implica varietà ed eterogeneità; le discontinuità linguistiche riflettono quelle della società e alla fine il mutamento appare non come deriva casuale, ma come una differenziazione ordinata e sistematica, prodotto di una generalizzazione e covariazione di mutamenti affini in lunghi periodi di tempo. In particolare Labov sviluppa l’indagine sulla presenza di condizioni sociali di variabilità, mirando a spiegare le variabili linguistiche mettendole in relazione con variabili extralinguistiche: la pronuncia della r come variabile di prestigio, con una frequenza che è in funzione della classe (medio-alta), dello stile (formale e letterario) e dell’età (sotto i 40).

Diacronia e sincronia si intrecciano tanto da assottigliare la distinzione fra mutamento e varietà; il mutamento è una variazione diacronica mentre le tante varietà della lingua sono variazioni sincroniche; ci sono varietà intralinguistiche (diatopiche-areali, diastatiche-socioculturali, diafasiche-stilistiche individuali libere e non solo letterarie) e interlinguistiche (legate a bilinguismo e diglossia - la lingua A è utilizzata solo in ambito formale e la lingua B solo in ambito informale). Tra le varietà si dà molto interesse alle differenze grammaticali, lessicali, prosodiche che indicano la provenienze sociale, regionale e specialmente agli indicatori di classe o di status sociale, di relazioni di ruolo, domini (religione), reti (gruppi razziali, età, sesso, professione). Ci sono anche linguaggi specialistici o settoriali, gerghi: nessuna comunità linguistica si limita ad un solo modo di parlare; si osserva una generale standardizzazione della lingua scritta e letteraria.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gerson Maceri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Rapallo Umberto.
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