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Capitolo 1: definire l’odio

la comparsa dell’hate speech

hate speech : linguaggio, discorso d’odio : locuzione che -col significato di “discorso che incita all’odio o

all'intolleranza, in particolare nei confronti di un determinato gruppo sociale sulla base dell’etnia, delle

credenze religiose, della sessualità. Ha origine nell’inglese-americano dei primi anni ’80 e si afferma in Italia

nei primi anni 2000. Dicembre 2009 primo riferimento al fenomeno dell’hate speech online

dato che è difficile dare una vera definizione di hate speech, Alice Marwick e Ross Miller stabiliscono le tre

variabili delle definizioni:

 contenuto enunciativo : content-based element (chiara intenzionalità del mittente di diffondere

l’odio)

 intenzionalità del mittente nel fomentare odio : intent-based element (violenza e risentimento contro

un gruppo marginale o un suo membro)

 percezione soggettiva del destinatario : harm-based element (percezione soggettiva del destinatario)

definizione di partenza

Raccomandazione del Comitato dei ministri n.20 del 1997 del Consiglio d’Europa, la prima volta in cui la

locuzione hate speech assume un significato esplicito: “insieme di tutte le forme di espressione che si

diffondono, incitano, sviluppano o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo e altre forme di

odio basate sull’intolleranza e che comprendono l’intolleranza espressa attraverso un aggressivo

nazionalismo ed etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità contro le minoranze, i migranti e i popoli che

traggono origine dai flussi migratori”

Raccomandazione di politica generale n.15 della Commissione contro il razzismo e intolleranza del

Consiglio d’Europa del 2016, una nuova definizione di hate speech: “l’istigazione, la promozione o

l’incitamento alla denigrazione all’odio o alla diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo di

persone, o il fatto di sottoporre a soprusi, molestie, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce

tale persona o gruppo, e comprende la giustificazione di queste varie forme di espressione, fondata su una

serie di motivi, quali la “razza”, il colore, la lingua, la religione o le convinzioni, la nazionalità o l’origine

nazionale o etnica, nonché l’ascendenza, l’età, la disabilità, il sesso, l’identità di genere, l’orientamento

sessuale e ogni altra caratteristica o situazione personale”

La differenza tra queste due definizioni è che pongono la loro attenzione su diverse modalità o varie forme di

espressione

La “forma dell’odio”

PYRAMID OF HATRED proposta da Anti-Defamation League e dallo Shoah Foundation Institute

base/primo livello : STEREOTIPI : credenze condivise, date per ovvie in un determinato ambiente culturale,

che si esprimono in convinzioni sempre generalizzanti, sempre semplificanti e spesso erronee, e insidiose

false rappresentazioni. Per ora sono solo idee (linguaggio discriminante+micro-aggressioni+commenti

offensivi)

secondo livello : DISCRIMINAZIONE ATTIVA : si inizia a legittimizzare la verbalizzazione dell’odio, il

quale anticiperebbe o creerebbe le condizioni per crimini d’odio. Sono dei veri atteggiamenti

terzo livello : LINGUAGGIO D’ODIO. La discriminazione in sé.

quarto livello : CRIMINI D’ODIO : hate crimes, ogni crimine previsto dal Codice penale motivato da

pregiudizio, come “la minaccia, il danno alla proprietà, l’aggressione, l’omicidio”. Si trasforma sempre in

aggressione verbale e fisica

apice : volontà o tentativi di volere sterminare “deliberatamente e sistematicamente”

capitolo due: genealogie

lo stereotipo : un discorso (d’odio) che viene da lontano

La piramide dell’odio evidenzia il ruolo degli stereotipi e dei pregiudizi nella costruzione del discorso

d’odio. Lo stereotipo rispecchia una valutazione che spesso si rivela schematica o scorretta. Attraverso esso

si tende ad attribuire in maniera indistinta certe caratteristiche a un’intera categoria di persone, trascurando

tutte le possibili differenze che potrebbero esserci tra i componenti di una categoria. Non tutte le

generalizzazioni sono stereotipi : si può generalizzare in modo probabilistico, con ipotesi che ammettono

possibili disconferme. Non tutti gli stereotipi sono negativi o del tutto inutili : possono rappresentare una

strategia cognitiva utile per la sopravvivenza.

Secondo Giovanni Jervis, il pregiudizio è un giudizio anticipato rispetto alla valutazione dei fatti le cui

dinamiche sarebbero parte integrante delle sistematizzazioni spontanee del reale e della costruzione di

solidarietà all’interno del gruppo di appartenenza (in-group).

Lo stereotipo è un prius cognitivo verso un gruppo, mentre il pregiudizio è un prius cognitivo verso un

individuo. Entrambi sono filtri di cui l’evoluzione ci ha dotati per sopravvivere, gestire situazioni imminenti,

allertare i nostri sensi prima di avere una conoscenza precisa dei fenomeni con cui ci misuriamo, orientarci

immediatamente. I temi comuni degli stereotipi/pregiudizi sono:

 non umanità : gli altri non sono umani quanto noi

 contagio : l’altro è un corpo estraneo infetto e contagioso e quindi pericoloso per la società che lo

ospita

prima dell’hate speech

 prima metà ‘800 : linguaggio stereotipato durante il colonialismo, razzismo scientifico

 seconda metà ‘800 : soprannomi etnici e locali, soprannomi collettivi riguardanti mestieri e classi

sociali passati poi nel tempo a indicare qualità fisiche o morali

In un esperimento condotto su studenti universitari bianchi : essi manifestavano percezioni peggiori non

tanto quando erano a contatto con gli stranieri ma più che altro dopo essere stati sottoposti all’assorbimento

passivo di stereotipi che li riguardavano.

Sull’importanza delle etichette verbali nella formazione e nel fissaggio dei pregiudizi si è soffermato Allport.

Secondo lui la maggioranza delle persone non era a conoscenza del fatto che ogni etichetta applicata a

qualche individuo si riferisce solo ad un determinato aspetto della sua natura, e non alla totalità di essa.

Esiste quindi una “categoria primaria” che è in grado di mettere in ombra tutte le altre. (es. uomo maschio di

origine cinese di mezza età → “un cinese”). Secondo Allport si arriva quindi ad un pregiudizio etnico,

ovvero, categorie/etichette includenti attributi non essenziali, capaci di condurre al disprezzo di un gruppo di

persone assimilabili secondo quell’ attributo. Si arriva quindi al finger-pointing words (parole che puntano il

dito), le parole usate non per nominare ma per isolare e insultare secondo un meccanismo simile a quello

della piramide dell’odio. (es. uomo maschio di origine cinese di mezza età → “un cinese” → “mangia-

spaghetti” “un giallo”)

controllare il linguaggio

Nel “politicamente corretto” le questioni linguistiche e istanze sociali risultano strettamente connesse tra loro

a causa della natura performativa stessa del linguaggio: tutti gli atti linguistici sono potenzialmente in grado

di incidere sulla realtà e quindi i comportamenti verbali discriminatori devono essere contrastati e sanzionati.

Negli anni ’40, si diffondono le fighting words, cioè le parole con chiare connotazione spregiative per motivi

di razza, etnia, religione, sesso e orientamenti sessuali, disabilità, e rappresentavano una forma di molestia

quando le circostanti del loro uso creavano “un ambiente ostile e intimidatorio” che non permetteva al

destinatario di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita sociale. Per contrastare l’utilizzo delle

fighting words si iniziò a pubblicare manuali, dizionari e in genere codici verbali (speech codes) per mettere

in guardia i parlanti da abitudini linguistiche ritenute offensive e discriminanti.

Il “politicamente corretto” assunse una connotazione spregiativa e cominciò ad essere utilizzato in ambienti

conservatori per screditare i discorsi legati al multiculturalismo, perché per alcuni la sua neutralità semantica

limitava la loro libertà d’espressione. In ogni caso, il “politicamente corretto” ispirò una costruttiva

sensibilità lessicale e culturale, incoraggiando i parlanti a fronteggiare criticamente le conseguenze delle loro

scelte linguistiche.

Capitolo 3: la lenta costruzione di una normativa

un’invenzione delle dittature?

In risposta alle atrocità commesse in nome di razza e razzismo, le democrazie occidentali del secondo

dopoguerra si sono dotate di strumenti giuridici per tutelare i loro cittadini “senza distinzioni di sesso, razza,

lingua, religione, opinioni” garantendone allo stesso tempo la libertà di espressione, all’interno di un quadro

complesso, ma imprescindibile per l’esercizio della democrazia, tra garanzie e diritti, tra intervento e

interferenza.

 Germania (1959) : punisce la produzione e la diffusione di opere che incitano all’odio contro parti

della popolazione o contro un gruppo nazionale, razziale, religioso, etnico, a p

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher crala di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Baldo Gianluca.
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