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Verbo;

o Articolo---> reintrodotto e già presente nello schema del greco;

o Pronome.

o

Vengono così individuate nella grammatica italiana 9 parti del discorso: nome, articolo,

aggettivo, pronome, verbo, avverbio, preposizione, congiunzione, interiezione. Vengono

adottati differenti criteri per distinguere le varie parti:

Criterio logico-contenutistico o semantico-nozionale---> si basa sul

a.

contenuto di ciò che le categorie indicano [nome: persone, animali, cose];

Si possono distinguere---> ♣ parole piene: hanno contenuto semantico

significativo [casa]; ♣ parole vuote o grammaticali: debole contenuto

semantico e piuttosto un ruolo grammaticale

di complemento, collegamento, supporto alle parole

piene [e, con, la];

Criterio funzionale----> funzione esercitata dalla parola [collegare

b.

elementi];

Criterio distribuzionale---> si basa sulla posizione della parola occupa

c.

rispetto ad altre parole nella frase.

Esiste poi un ulteriore criterio puramente formale per distinguere:

Parole variabili---> verbi, nomi, aggettivi, pronomi;

• Parole invariabili---> avverbio, preposizione, congiunzione, interiezione.

Articolo

L'articolo può essere:

Determinativo---> il, lo/l', la/l', i, gli, le. Serve per designare una classe, categoria o

per indicare qualcosa di noto. Deriva dall'aggettivo dimostrativo

latino ille, illa, illae, illi, con aferesi, cioè caduta della sillaba iniziale;

Indeterminativo---> comprende le forme, solo singolari un, uno, una. Serve per

designare il membro di una classe, un oggetto, una persona generica o non ancora

precisato. Al plurale con stessa funzione si usano alcuni/alcune o dei/della. Deriva dal

latino unus, una.

Oscillazioni nell'uso si hanno ad esempio nel Settentrione dove si mette l'articolo

davanti a un nome [la Carla]. I nomi geografici (no art. + città, piccola isola; art+

continente, regione, nazione, grande isola, monti, fiumi, laghi).

Tipico dell'italiano neo-standard è l'uso dell'articolo partitivo al plurale dopo

preposizioni [vado con degli amici].

Nome

Il nome varia nel genere e nel numero e la distinzione è affidata all'articolo e

alle preposizioni articolate. La classificazione dei nomi in base al loro

significato prevede la distinzione tra:

Nomi propri----> designano un particolare individuo;

10. Nomi comuni---> designano ogni possibile individuo di una specie o categoria;

11. Nomi collettivi---> designano un gruppo di individui;

12. Nomi concreti--> designano oggetti percepibili dai sensi direttamente;

13. Nomi astratti--> designano concetti.

14.

Ulteriore classificazione distingue:

Nomi numerabili---> indicano oggetti o entità limitabili;

• Nomi non numerabili o nomi di massa---> indicano sostanze amorfe [acqua] o

materiali considerati genericamente [legno, ferro].

Dal punto di vista morfologico si notano due irregolarità:

I nomi maschili terminanti in –co e –go possono avere il plurale in -chi/-ghi, -ci/-gi.

15.

Le ragioni di questa irregolarità sono:

Evoluzione fonetica secondo la quale davanti alla vocale i l'occlusiva velare

o

latina si sarebbe dovuta modificare in affricata palatale;

Tendenza della lingua a mantenere al plurale lo stesso tema del

o

singolare.

2. i nomi femminili al singolare in –cia o –gia nel plurale mantengono la i se la

consonante palatale è preceduta da una vocale [valigia, valigie] ma con un margine di

irregolarità.

Aggettivo

Aggettivo: parte del discorso variabile nel genere e nel numero che serve a modificare il

nome a cui si riferisce dal punto di vista della qualità (aggettivo qualificativo) o

della determinazione (aggettivo determinativo).

AGGETTIVO QUALIFICATIVO

L'aggettivo qualificativo può avere tre funzioni:

Funzione attributiva---> si collega direttamente ad un nome [un ragazzo

o

allegro];

Funzione predicativa---> si collega a un verbo [quel ragazzo è allegro];

o Funzione avverbiale---> usato al posto di un avverbio [gli piace guidare

o

veloce].

Può esprimere il grado in cui la qualità è posseduta e può essere:

Positivo;

• Comparativo [uguaglianza "è grande come te", maggioranza "è più grande di te",

minoranza "è meno grande di te"];

Superlativo [relativo "Marco è il più simpatico dei suoi fratelli", superlativo assoluto

"Marco è simpaticissimo"].

Aggettivo relazionale: sottocategoria dell'aggettivo qualificativo. È derivato da un nome

ed esprime una relazione stabile con il nome da cui derivano [mensile].

Posizione: è spesso collocato dopo il nome. Si può mettere l'aggettivo anche davanti al

nome, in casi in cui l'aggettivo abbia un valore più di ornamento [pallida luna] dove

l'aggettivo esprime un qualità estrinseca all'oggetto.

Aggettivi determinativi

Negli aggettivi determinativi rientrano:

Possessivi [il mio cane];

• Dimostrativi [questo cane];

Aggettivi dimostrativi: determinano un oggetto o una persona in relazione allo spazio, al

tempo o al discorso. La funzione è quella di mostrare che viene chiamata deittica.

[questo, codesto, quello]

Indefiniti [alcuni cani];

• Interrogativi [quel cane?];

• Esclamativi [che cane!];

• Numerali ordinali [due cani].

Pronome

Pronome---> indica una parola che sta al posto del nome. Le sue funzioni sono:

Sostituire un nome, una parola diversa dal nome, una frase;

• Funzione di indicare qualcosa o deittica [dammi questo];

• Congiungere due proposizioni [la casa che ho comprato è molto grande].

Si distinguono diversi tipi di pronome:

Personale [loro sono parenti];

16.

Prima e seconda persona singolare----> "io" e "tu" forme del soggetto; "me" e "te"

forme per il complemento oggetto [lo sai anche te]. Situazioni in cui al posto di "io" e "tu"

bisogna usare "me" e "te":

♣ dopo come e quanto [sono stanca come te] [è contento quanto me];

♣ esclamazioni [povera me!];

♣ dopo la congiunzione "e" [io e te andiamo d'accordo].

Seconda persona singolare---> insieme alla prima ha funzione deittica.

Terza persona singolare---> può avere funzione deittica quando indica una persona

presente nella situazione comunicativa, ma anche funzione anaforica, quando riprende

un soggetto precedentemente espresso [il ministro è andato in Cina...Egli risolverà la

situazione...].

Differenza nell'uso per il registro: Lui, lei, loro, sono più tipiche del parlato e

dell'espressione, anche scritta informale, mentre nei testi formali prevalgono le forme più

tradizionali, egli, essa, essi, esse.

Differenze nell'uso per la grammatica: lui, lei, loro per indicare una persona presente

nella situazione reale.

Si usano sempre:

♣ dopo come e quanto;

♣ nelle esclamazioni;

♣ per mettere in rilievo il soggetto ed è posto dopo il verbo [l'ha detto lui];

♣ contrapposizioni [lui ama il cinema, lei la musica];

♣ pronome da solo nelle risposte [chi ha suonato? Lui];

♣ dopo la congiunzione "e" [io e lui non ci conosciamo];

♣ dopo anche, neanche, nemmeno, pure, neppure.

Sé stesso: quando il pronome di terza persona ha valore riflessivo.

Pronomi forti o tonici: con accento fonico proprio. In funzione di complemento

oggetto o di complemento indiretto si usa sempre il pronome tonico, quando lo si

vuole marcare.

Pronomi atoni o clitici: privi di accento proprio. Possono essere:

Proclitici---> appoggiati alla parola che precede [ti parlo];

o Enclitici----> appoggiati alla parola che segue [parlarti].

o

Alcune considerazioni sul pronome atono del complemento di termine per la terza

persona:

♣ Gli----> limitato al maschile singolare, si usa sempre più spesso al plurale;

♣ Loro---> si trova posposto al verbo, ma con possibile anteposizione rispetto a un

participio presente o passato [ho loro detto che saresti venuto];

♣ Gli---> anche al femminile [ho incontrato Maria e gli ho detto di venire].

Nella lingua scritta e nel parlato formale è bene usare "gli" solo per il maschile

singolare, mentre nel parlato informale si tollera "gli" al posto di "loro".

Allocutivi---> tipo particolare di pronome personale. Sono i pronomi usati nel rivolgersi a

qualcuno. Si distinguono così le forme:

Tu---> forma confidenziale;

 Lei---> forma di cortesia;

 Voi---> utilizzato al posto del più formale e sostenuto loro;

2. Dimostrativo [quello non va bene] :

Questo/i;

• Quello/i;

• Ciò---> poco usato nella lingua parlata, e anche in quella scritta, è sempre più

facilmente sostituito da "Questo" e "Quello" [ciò/ questo è vero].

3. Interrogativo [chi è arrivato?] si distinguono sull'asse diatopico:

Che cosa ---> al Nord preferiscono "cosa" a discapito del "che cosa". Al Sud si

preferisce il "che".

Cosa ;

• Che .

4. Relativi [la casa che ho comprato è piccola]---> consentono di collegare 2

proposizioni tra loro:

Che----> può avere funzioni di soggetto [la donna che cucina è bella] e quella

di complemento [il cane che ho trovato è spaventato];

Il/la quale/i---> quando è ambiguo per indicare soggetto e complemento indiretto;

• Cui---> con o senza preposizioni (complemento di specificazione collocato

tra articolo e sostantivo).

Che indeclinato---> per indicare impropriamente i complimenti indiretti. Rientra nella più

ampia fenomenologia del che polivalente, che comprende usi di "che" estesi rispetto alle

sue funzioni canoniche:

Funzione di congiunzione o connettivo [causale: copriti che fa

freddo; consecutivo: corri che riesci a prendere il treno];

Collegamento tra due segmenti di frasi scissa [è con lei che sono

andata al cinema];

"Che" esclamativo pleonastico o reduplicato [chissà che crisi che

verrà];

Uso pleonastico del "che" quando accompagna un'altra congiunzione

di per sé sufficiente e autonoma.

Che, pronome relativo, oltre che come soggetto e complemento oggetto, si può usare

al posto di "in cui" o "nel quale" con funzione temporale, non delle forme "a cui" "di cui" o

"del quale".

Verbo

Le funzioni del verbo sono:

Indicare un'azione svolta dal soggetto;

• Indicare uno stato del soggetto;

• Indicare una relazione tra il soggetto e il nome del predicato.

Le forme del verbo sono determinate dalle categorie del:

Modo--> indica l'atteggiamento del parlante verso la propria comunicazione

a.

e il tipo di comunicazione che egli instaura con il suo interlocutore [certezza,

dubbio, comando]. È condizionato dalla struttura sintattica della frase, che a

seconda delle congiunzioni e dei verbi che lo introducono, richiedono l'indicativo

o il congiuntivo.

♣MODI FINITI---> la persona determina la flessione della forma e

sono: Indicativo;

• Congiuntivo;

• Condizionale;

• Imperativo.

♣MODI INDEFINITI---> sono:

Infinito;

• Participio;

• Gerundio.

2. Tempo--> indica il rapporto cronologico tra l'azione espressa dal verbo e il

momento in cui viene proferito l'enunciato o tra un'azione e l'altra con rapporto di

relatività tra due azioni. Alcuni tempi, come il trapassato prossimo o il futuro anteriore,

sono per definizione relativi.

Tempo relativo: usato in relazione a un'azione collocata in un

momento diverso.

È opportuno distinguere il tempo fisico e il tempo linguistico.

Tempo fisico: è il tempo reale in cui accade l'azione;

• Tempo linguistico: è il tempo espresso grammaticalmente e molto spesso non

coincide con il tempo fisico (o reale). È espresso anche dagli avverbi e dagli altri

indicatori temporali, che si associano al verbo.

L'indicativo possiede 8 tempi ( presente, passato prossimo o perfetto composto,

imperfetto, trapassato prossimo, passato remoto o perfetto semplice, trapassato

remoto, futuro semplice, futuro anteriore).

Il congiuntivo possiede 4 tempi (presente, imperfetto, passato prossimo, trapassato o

piuccheperfetto).

Il condizionale possiede 2 tempi (presente o semplice, passato o composto).

L'imperativo possiede 2 tempi (presente e futuro).

3. Persona---> determina la flessione morfematica delle forme verbali.

4. Diàtesi (attiva, passiva)---> detta anche voce, esprime il rapporto logico del

verbo con il soggetto e con l'oggetto.

Attiva--> il soggetto grammaticale coincide con l'agente dell'azione;

o Passiva--> il soggetto grammaticale subisce l'azione;

o Riflessiva--> il soggetto e l'oggetto coincidono.

o

5. Aspetto--> categoria del verbo che esprime i diversi modi di osservare la

dimensione temporale interna alla situazione descritta dal verbo stesso.

Aspetto perfettivo---> si descrivono eventi conclusi (passato prossimo, passato

remoto);

♣perfetto aoristico---> l'azione non ha riflessi sul presente [passato remoto];

♣ perfetto compiuto---> gli effetti dell'azione perdurano nel presente [passato

prossimo];

Aspetto imperfettivo--> eventi visti nel loro svolgersi (imperfetto).

• ♣ aspetto progressivo [mentre mangiavo, ha telefonato]. Tipico della

perifrasi stare+ gerundio [stavo dormendo, quando è rientrato];

♣ aspetto continuo [da giovane, andavo al cinema].

PUNTO DI VISTA SINTATTICO

Classificazione dei verbi in base alla funzione, quindi sotto un profilo sintattico:

Predicativi---> la funzione predicativa è propria delle forme finite del verbo, cioè

17.

quelle che presentano le desinenze personali. Indicano un'azione svolta dal soggetto o

uno stato di esso [Paolo esiste; la verità esiste]. Usati anche con soggetto sottinteso

[mangio] o in forma impersonale [piove].

Copulativi ---> collegano il soggetto con un aggettivo o un nome, con funzione

18.

simile a quella della copula [essere, sembrare, apparire, diventare].

Le forme non finite (infinito, participio, gerundio) possono avere 3 funzioni:

Attributiva---> analogamente all'aggettivo [le case abbandonate fanno

I. tristezza];

Avverbiale---> modificando un verbo o una frase [vive sognando];

II. Referenziale---> come un nome [dormire è necessario].

III.

Transitivi---> hanno il complemento oggetto [Lucia mangia la mela].

19. Intransitivi---> non hanno un complemento oggetto [dormiamo poco].

20. Ausiliari---> si uniscono ad latri verbi per dar vita alle forme composte [avere,

21.

essere].

Verbi modali o servili: potere, volere, dovere. Si usano con l'infinito senza

preposizione [posso uscire].

Verbi fraseologici: si costruiscono con l'infinito preceduto da preposizione, oppure

con un gerundio.

Perifrasi verbali: formate con i verbi fraseologici, hanno la funzione di indicare un

particolare modo di essere dell'azione di un verbo.

PUNTO DI VISTA MORFOLOGICO

Verbi regolari--> la flessione segue la regolarità delle forme per le tre

22.

coniugazioni

Verbi irregolari--> presentano irregolarità di flessione;

23. Verbi difettivi--> hanno solo alcune forme [ostare: osta, ostava, osterebbe,

24.

ostante] oppure che mancano di passato remoto e del participio [competere che non

forma i tempi composti];

Verbi sovrabbondanti--> appartengono a due coniugazioni;

25. Verbi impersonali--> non hanno un soggetto determinato e si usano nella forma

26.

della terza persona singolare dei modi finiti oppure nei modi indefiniti [piove];

Verbi riflessivi---> soggetto e oggetto coincidono e ci sono:

27. Riflessivi reciproci--> esprimono un rapporto scambievole.

o

7. Verbi intransitivi pronominali--> verbi intransitivi (non riflessivi) preceduti dai

pronomi atoni mi, ti, ci, si, vi [mi vergogno].

L'uso dei tempi:

Presente--> azione contemporanea al momento dell'enunciazione, usato anche

come presente storico. Tipico del parlato, il presente al posto del futuro per azioni

collocate in un futuro non lontano;

Passato prossimo o perfetto composto--> tende a diffondersi a spese del

passato remoto o prefetto semplice;

Imperfetto--> ha molti usi:

• Imperfetto ipotetico--> al posto del condizionale [facevi meglio a stare

o

zitto];

Imperfetto irreale--> tipico dei sogni e delle situazioni immaginarie;

o Imperfetto ludico---> usato dai bambini nei loro giochi [tu eri il lupo e io

o

cappuccetto rosso];

Imperfetto attenuativo o di cortesia--> al posto del condizionale o del

o

perentorio indicativo semplice [cosa desidera? Volevo un etto di prosciutto];

Imperfetto di pianificazione--> riferita ad un'azione non ancora verificatasi

o

ma precedentemente programmata [cosa fai domani? Domani andavo in

biblioteca].

I modi

Modi finiti:

Indicativo--> esprime realtà, certezza;

• Congiuntivo--> esprime incertezza, dubbio, speranza, timore;

• Condizionale--> esprime azioni caratterizzate dall'eventualità subordinata ad una

condizione;

Imperativo--> esprime comandi.

Modi indefiniti:

Infinito--> può avere valore verbale, come nelle preposizione infinitive o nominale

come infinito sostantivato;

Participio passato e presente--> può avere funzione di verbo [andato a casa, si

riposò] o funzione di nome o aggettivo [l'amante, la porta chiusa];

Gerundio--> può assumere diversi valori logici (temporale, causale, modale).

Parti invariabili

Congiunzioni--> congiungono tra loro elementi della frase o proposizioni all'interno

28.

di un periodo [ho comprato il pane e il latte]. Possono essere:

Coordinative--> e, ma usate anche come congiunzioni testuali, collegano

o

parti di testo;

Subordinative--> che introduce proposizioni oggettive e soggettive,

o

ma anche funzioni causali [copriti che fa freddo] e consecutiva [vieni presto che

vedi svegli i bambini].

2. Preposizioni--> preposte ai nomi di cui determinano la funzione, ma possono introdurre

anche proposizioni costruite con l'infinito [mi preparo per uscire].

Preposizioni articolate--> si scrivono unite se formate con in, su, a, da, di

o

[sull'albero];

Preposizioni articolate--> si scrivono separate se formate con per, con, tra,

o

fra.

3. Avverbio--> può aggiungere significato o modificare il verbo, l'aggettivo o anche la

frase intera, ha forme molto diverse:

Alcuni possono avere la funzione sia di avverbio che di congiunzione [allora

avverbio: "le donne allora non lavorano"; congiunzione: "allora, vuoi venire o no?"];

Alcuni possono avere la funzione sia di avverbio sia quella di preposizione [dopo

avverbio: "vengo dopo"; preposizione "vengo dopo di te"].

4. Interiezione--> funzione espressiva ed è caratteristica della lingua parlata [ah, eh, oh].

5. Segnali discorsivi--> elementi che svuotandosi in parte della loro funzione originaria,

assumono valori aggiuntivi e hanno certe funzioni all'interno del testo:

Connettivi--> segnano collegamenti e rapporti logici [e, ma, perché,

o

dunque].

Demarcativi--> marcano l'apertura [c'era una volta] o la chiusura del testo [in

o

conclusione] o in posizione mediana [insomma, in sostanza].

Sintassi della frase e del periodo - Concetti base e terminologia

Frase: unità di massima estensione della grammatica, prima del testo, composta di unità

inferiori (parole e sintagmi) dotata di senso compiuto e costruita secondo regole

sintattiche.

Frase semplice: costituita da una singola proposizione indipendente.

Frase complessa o periodo: costituita da più proposizioni.

Proposizione: unità di base della sintassi, all'interno di un periodo.

Enunciato: unità di testo distinto dal resto del testo da pause-silenzio e da segni di

interpunzione forte nello scritto.

La frase semplice: struttura e composizione

Frase semplice--> costituita da soggetto+ predicato+ complementi.

Soggetto--> primo elemento che completa il significato del verbo e concorda con

29.

esso dal punto di vista grammaticale. Può essere espresso o sottintesi.

Soggetto grammaticale--> indica chi compie l'azione e concorda con il

o

verbo;

Soggetto logico--> indica chi compie l'azione, ma può non coincidere con il

o

soggetto grammaticale [la pietra è stata scagliata da Giovanni].

2. Predicato--> ciò che si dice del soggetto. Può essere:

Predicato verbale--> costituito dai verbi predicativi con significato compiuto

[Claudia suona il piano];

Predicato nominale--> costituito dai verbi essere, sembrare, parere e simili seguiti

da un nome o da un aggettivo in funzione predicativa. Questi verbi sono

detti copulativi perché legano il soggetto ad un nome o ad un aggettivo.

3. Complemento oggetto o complemento indiretto--> ciò su cui ricade l'azione

compiuta dal soggetto espressa dal predicato, ed è a questo legato senza preposizione

[Giovanna canta una canzone].

4. Complemento indiretto--> sono introdotti dalle preposizioni:

♣ complemento di specificazione [la casa di Marta];

♣ complemento di luogo [abito a Milano];

♣ complemento di termine [ho dato il libro a Luca];

♣ complemento di tempo [verrò tra tre giorni];

♣ complemento di causa [mi sono ammalato per il freddo];

♣ complemento di fine o scopo [li incontriamo per una gita];

♣ complemento di modo [guida con calma];

♣ complemento di compagnia [vai con lui];

♣ complemento d'agente [è stato offeso da Marco];

♣ complemento di causa efficiente [allagato dalla piena del fiume];

♣ complemento partitivo [il migliore tra tutti].

5. Attributo--> aggettivo che qualifica o determina un sostantivo con cui concorda dal

punto di vista morfologico in genere e numero.

6. Apposizione--> sostantivo che si aggiunge a un altro con la funzione di caratterizzarlo

o specificarlo meglio [la mia vicina, una pediatra giovane e simpatica, è molto gentile].

Linguistica strutturalista

Secondo una prospettiva elaborata dalla linguistica strutturalista, si classificano gli

elementi della frase in relazione al:

Nucleo--> costituito dal verbo e dagli elementi necessari al completamento della

30.

frase stessa (argomenti), con i quali il verbo stesso combina secondo il principio della

valenza: Verbi avalenti (o zerovalenti---> nessun argomento)--> sono

o

verbi impersonali che formano senza soggetto e senza nessun argomento

(verbi meteorologi);

Verbi monovalenti ( 1 argomento)--> si combinano con il soggetto e sono

o

verbi intransitivi [Luca esce];

Verbi bivalenti (due argomenti)--> si combinano sia con il soggetto che con

o

l'oggetto e sono verbi transitivi. Con alcuni di questi verbi il secondo argomento

può essere una frase dipendente [Luca mangia mela];

Verbi trivalenti (tre argomenti)--> sono i verbi di dire e di dare [Gianni ha

o

dato un libro a Maria].

2. Circostanti del nucleo--> elementi aggiuntivi che specificano uno o più costituenti

del nucleo [la collana di Maria si è rotta].

3. Espansioni: elementi aggiuntivi che si riferiscono all'intera frase [vado a casa di

corsa].

Linguistica pragmatica e linguistica testuale

Da questa prospettiva si individuano nella frase elementi sul piano informativo (la novità),

rispondenti alle specifiche finalità comunicative di quell'atto linguistico.

Nuovo o rema o comment--> costituito da elementi che rappresentano la novità

ed è funzionalmente correlato al tema;

Dato o tema o topic--> ciò a cui si riferisce il rema.

Sintagma--> gruppo di parole che costituiscono una novità nella frase. In un sintagma si

distingue la parola principale (testa) dalla qual il sintagma prende il nome:

Sintagma nominale [la tua casa è bella];

o Sintagma verbale [sono arrivati in tempo];

o Sintagma preposizionale [il cappotto per l'inverno];

o Sintagma aggettivale [è molto intelligente].

o

La frase semplice: tipologia

A seconda del criterio di analisi si distinguono diversi tipi di frase:

Frase verbale--> contiene un verbo in funzione di predicato [mio padre lavora

all'estero];

Frase nominale--> priva di verbo in funzione di predicato [la folla ieri al mercato];

• Frase ellittica--> verbo sottinteso perché presente in una frase precedente [Luca

preferisce i fichi, Maria l'uva].

Dal punto di vista contenutistico e logico si distinguono:

Frasi enunciative o dichiarative--> contengono un'enunciazione che può essere

31.

affermativa o negativa;

Dichiarativa negativa totale [quel ragazzo non studia];

o Dichiarativa negativa parziale [non tutti i ragazzi studiano] negata solo una

o

parte della frase.

2. Frasi volitive--> esprimono comando, esortazione, desiderio, concessione [vai a casa!;

possiate aver fortuna].

3. Frasi interrogative--> caratterizzata nel parlato dall'intonazione e nello scritto dal punto

interrogativo (?):

Interrogative totali--> risposta si o no. Riguarda l'intera frase [hai finito il

o

libro?];

Interrogative parziali--> la domanda riguarda uno degli elementi che

o

compongono la frase e la risposta sarà costituita dall'elemento di cui ci si

aspetta la precisazione [chi è arrivato stamattina?];

Interrogative disgiuntive--> se la domanda prevede l'alternativa tra due

o

elementi [ hai letto un romanzo o un saggio?];

Interrogative retoriche--> è una domanda fittizia, di cui si conosce già la

o

risposta [potrei forse crederti?].

4. Frasi esclamative--> caratterizzate nel parlato dall'intonazione e nello scritto dal punto

esclamativo (!):

Esclamativa verbale--> [come sei cambiata];

• Esclamativa nominale--> [che caldo!].

La frase complessa

Periodo, o frase complessa o frase multipla--> composto di frasi legate tra loro

secondo differenti modalità. Relativamente al numero di proposizioni che lo compongono

può essere: Monoproposizionale--> composto da una proposizione (coincide con la

o

frase semplice);

Biproposizionale--> [la guardò e le parlò];

o Triproposizionale--> se composto da più di tre proposizioni si

o

definisce pluriproposizionale.

Nella frase complessa le proposizioni si possono legare secondo due modalità alla

principale:

Coordinazione o paratassi--> due o più proposizioni si susseguono sullo stesso

1.

piano, senza stabilire dipendenza, può essere:

♣ coordinazione sindetica--> con congiunzione:

Coordinazione copulativa--> affiancamento con "e"

o

"né";

Coordinazione avversativa--> contrapposizione

o

parziale tra due azioni [Sue è giovane ma esperta];

Coordinazione sostitutiva--> contrapposizione totale

o

[Sue non è giovane, ma anziana];

Coordinazione disgiuntiva--> alternativa tra due azioni

o

con "o" "oppure";

Coordinazione conclusiva--> introdotta da "quindi",

o

"dunque", "perciò", "pertanto", aggiunge una proposizione

che completa e conclude la precedente;

Coordinazione correlativa--> avvicinamento di sue

o

proposizioni mediante congiunzioni o locuzioni congiuntive

correlate, cioè ripetute.

♣ coordinazione asindetica--> senza congiunzione, ma con segni di interpunzione.

♣ coordinazione polisindetica--> con congiunzioni a separare diverse proposizioni.

Coordinata testuale o falsa coordinazione: separazione con il punto fermo della

coordinata rispetto la principale (soprattutto con "e" e "ma" che diventano congiunzioni

testuali).

2. Subordinazione o ipotassi: il periodo ipotattico o subordinativo si compone di un

insieme più o meno complesso di proposizioni principali e subordinate, a partire da un

minimo di una principale+ una subordinata, fino a un massimo di più principali coordinate

tra loro e numerose subordinate.

Possono esserci subordinate senza principale:

♣ Nelle risposte a domande [perché non vieni? Perché non posso];

♣ Nelle proposizioni dipendenti da sintagmi ellittici del verbo essere [menomale che

hai capito].

Le subordinate possono essere:

Esplicite--> predicato verbale di modo finito;

• Implicite--> predicato verbale di modo indefinito.

Le subordinate possono essere classificate secondo diversi criteri:

3. Criterio sulla funzione logica della proposizione---> riproduce nella frase

complessa i costituenti della frase semplice (soggetto, complemento oggetto, attributi,

complementi indiretti). Si distinguono:

Proposizioni soggettive--> svolgono la funzione di soggetto della

o

proposizione reggente. Possono dipendere da verbi impersonali, da sintagmi

composti dal verbo essere alla terza persona singolare unita ad un aggettivo o

ad un sostantivo.

Proposizioni oggettive--> svolgono la funzione di complemento oggetto.

o

Distinte in: ♣ dirette--> corrispondono ad un complemento oggetto;

♣ oblique--> corrispondono ad un complemento

preposizionale;

♣ esplicita--> introdotta dalla congiunzione "che", talvolta

omessa [penso sia vero] o da "come" [sappiamo come siamo

contrari a questa ipotesi]. Il modo può essere l'indicativo, il

congiuntivo, il condizionale, in relazione al significato del verbo

reggente.

♣ implicita--> generalmente con lo stesso soggetto della

reggente è all'infinito preceduto o meno dalla preposizione

"di".

Interrogative indirette--> esprimono una domanda o un dubbio. Il modo è

o

congiuntivo o indicativo e si distinguono in:

♣ totali--> la richiesta riguarda l'insieme della frase e la risposta sarà

"si" o "no";

♣ parziali--> la richiesta riguarda un elemento della frase [ti chiedo se

preferisci andare o restare].

Relative--> avvicinate all'attributo e all'apposizione. Sono introdotte da un

o

pronome relativo o da un avverbio relativo che richiama un elemento della

reggente (antecedente o testa) [hai un amico che è un tesoro].

♣ determinative o restrittive o limitative--> determinanti per

il significato della frase reggente, incompleto senza di esse. Non può

essere separata dall'antecedente dalla virgola.

♣ appositive o esplicative--> costituiscono un'aggiunta di cui la frase

reggente potrebbe fare a meno senza perdere il nucleo del suo

significato. Può essere preceduta da una pausa.

♣ doppie--> introdotte da pronomi doppi "chiunque" e sono prive di

antecedente.

♣ implicite--> verbo all'infinito e introdotte dalla preposizione "a" o dai

pronomi relativi in funzione di complemento indiretto [voglio una

persona di cui fidarmi].

Avverbiali o frasi complemento--> riconducibili ai complementi indiretti. In

o

base al loro contenuto semantico possono essere distinte in gruppi:

♣ rapporto logico di causa/effetto--> causali, finali, consecutive,

concessive, ipotetiche.

♦ proposizioni causali --> esprimono la causa di cui la pri

ncipale è l'effetto. Viene usato l'indicativo mentre il

modo congiuntivo per le cause irreali.

♦ proposizioni finali--> obiettivo verso il quale tende

l'azione espressa nella reggente.

♦ proposizioni consecutive--> esprimono una

conseguenza rispetto al contenuto della principale, la quale

presenta quindi la premessa, la causa dell'azione

espressa dalla dipendente. Indicativo e congiuntivo se

la conseguenza è ipotetica o condizionale per

esprimere un augurio o desiderio.

♦ proposizioni concessive--> condizione la cui

conseguenza naturale sarebbe normalmente in contrasto con il

contenuto espresso nella principale.

♦ proposizioni ipotetiche o condizionali-->esprimono

una condizione necessaria per l'avverarsi del contenuto della

principale, insieme alla quale costituiscono il periodo ipotetico.

Tale periodo ipotetico è costituito da:

Protasi--> subordinata condizionale;

a. Apodosi--> principale.

b.

Il periodo ipotetico introdotto da se può essere distinto in:

1° tipo o della realtà--> fatti certi, indicativo+ indicativo;

o 2° tipo o della possibilità--> fatti possibili, congiuntivo+ condizionale;

o 3° tipo o dell'impossibilità--> fatti impossibili, congiuntivo+ condizionale.

o

Proposizioni comparative: stabiliscono una comparazione con la principale, con la quale

sono in correlazione (maggioranza, uguaglianza, minoranza).

Modalità delle circostanze materiali nelle quali avviene l'azione: temporali, modali.

Proposizione temporale: indicano un evento che è in rapporto cronologico con quello

della reggente (contemporaneità, posteriorità, anteriorità).

Proposizioni incidentali o parentetiche o incisi: non rientrano

realmente nelle subordinate, perché non dipendono dalla principale, ma sono da essa

separate, nel parlato da intonazione, nello scritto da segni "-" "()".

Subordinate frante o spezzate: uso di separare la dipendente con il punto fermo rispetto

alla reggente.

Criterio sulla corrispondenza proposizioni-parti del discorso distinguendo 4 gruppi:

Completive;

• Interrogative indirette--> proposizioni contenenti un enunciato con significato di

sostantivo;

Relative--> avvicinabili all'aggettivo;

• Avverbiali--> rappresentano diversi tipi di avverbio.

Criterio sulla valenza del verbo che classifica le proposizioni in base al loro rapporto

col verbo:

Argomentali--> espansione di uno degli argomenti del verbo della frase principale

o

e comprendono le soggettive, le oggettive e le interrogative-indirette.

Avverbiali--> completano quanto espresso nella principale con determinazioni di

o

causa, fine e comprendono anche le relative.

Criterio che si basa sull'elemento introduttore della proposizione subordinata o la

forma del suo predicato verbale:

Congiuntive--> introdotte da una congiunzione subordinante [che, perché...];

• Interrogative--> introdotte da pronomi e congiunzioni interrogative [chi, quale, se,

quando ecc...]

Relative--> introdotte da pronomi relativi.

In relazione al modo del verbo:

Principali;

a. Gerundive;

b. Infinitive.

c.

Punteggiatura

L'interpunzione è posta più vicino alla sintassi del periodo che non alla fonologia.

Le funzioni della punteggiatura

Due fattori preliminari di carattere funzionale:

Connessione e separazione del discorso;

A. Legata al parlato in quanto riflesso dell'intonazione.

B.

Le funzioni sono:

Funzione segmentatrice-sintattica che consiste nel segmentare un testo

1.

distanziando i diversi componenti di esso e nel segnalare le divisioni e i rapporti

sintattici all'interno della frase complessa, cooperando in modo significativo al

chiarimento del suo significato.

"." separa periodi;

o ";" "," lega singole proposizioni e gruppi di proposizioni;

o "," precisa il significato di una frase;

o ":" separa segmenti del periodo.

o

2. Funzione enunciativa--> legata a valori espressivi come riflesso del parlato e a fattori

pragmatico-testuali, informativi. Si separa il tema di una frase rispetto al rema. Lo stacco

mediante la virgola del soggetto dal predicato dal resto della frase, ne accentua

l'evidenziazione e pone l'attenzione sul protagonista.

3. Funzione emotivo-intonativa--> alcuni segni di interpunzione danno alla frase una

particolare linea intonativa "!" "?" "…".

4. Funzione metalinguistica--> uso di determinati segni interpuntori per inserire elementi

di spiegazione relativi a parti dell'enunciato "()" "-" ",".

La punteggiatura in diversi tipi di testi

Testi argomentativi--> punteggiatura risponde alla funzione segmentatrice sintattica

e metalinguistica e non a quella enunciativa.

Testi letterari--> punteggiatura svolge tutte le funzioni.

Scrittura giornalistica--> presenti le finalità denotative, comunicative, connotative,

espressive.

Uso e abuso dei principali segni di interpunzione

La virgola

La virgola trova impiego obbligatorio e facoltativo nei seguenti casi:

All'interno di una proposizione--->

• ♦ obbligatoria: separare gli elementi di una lista;

♦ facoltativa: separare altri elementi da un

complemento esteso.

• All'interno di un periodo--> ♦ obbligatoria: tra due o più proposizioni coordinate per

asindeto; ♦ opportuna: tra una subordinata che precede una

principale e la principale stessa;

♦ obbligatoria: separare una subordinata posposta che

abbia forte autonomia rispetto alla principale;

♦ opportuna: con incisi;

♦ opportuna: tra due proposizioni coordinate introdotte da

congiunzioni come "ma".

La virgola non deve mai essere messa:

Tra soggetto e predicato;

1. Tra predicato e complemento oggetto;

2. Prima di proposizioni oggettive;

3. Subito dopo il "che" introduttore di proposizioni.

4.

Punto e virgola si usa prevalentemente per:

Per separare termini di un elenco se lunghi o complessi o se contengono al

loro interno altra punteggiatura.

Per separare proposizioni.

Due punti--> le funzioni primarie sono:

Introdurre il discorso diretto;

• Introdurre elementi informativi ed esplicativi in aggiunta o precisazione a quanto

detto nella parte precedente della proposizione o del periodo. [Ho comprato alcune

cose per cena: verdura, latte, birra].

Punto fermo--> è l'interruzione massima all'interno del periodo.

Punto esclamativo e punto interrogativo--> considerati "marche dell'intonazione".

Puntini di sospensione--> devono sempre essere tre e indicano:

una sospensione nel discorso;

• Cambio di progettazione del discorso;

• Omissione di una parte del testo che si cita.

Ordine delle parole (o topologia) e sintassi marcata- Generalità sull'ordine delle

parole in italiano

L'ordine basico delle parole è:

♦ SVO (soggetto+ verbo+ oggetto diretto);

♦ SVOOI ( soggetto+ verbo+ oggetto diretto+ oggetto indiretto).

L'ordine marcato: quando per ragioni di espressività si modifica l'ordine normale,

enfatizzando un costituente.

Costruzioni dell'ordine marcato, sintassi marcata

Soggetto posposto--> al verbo in determinate situazioni:

per espressività, marcatezza, enfatizzazione, contrasto;

• Frasi interrogative, esclamative, esortative;

• Con determinati verbi di accadimento.

La posposizione del soggetto aumenta nel caso di un soggetto "pensante" cioè

corredato di aggiunte per esempio la proposizione relativa.

Dislocazione a sinistra--> un elemento diverso dal soggetto assume la funzione di

tema/dato ed è collocato a sinistra, seguito dal predicato-rema-nuovo a destra, con una

connessione sintattica, mediante una ripresa pronominale anaforica, tra l'elemento

anteposto e il resto della frase.

La ripresa con il pronome atono per il complemento oggetto è quasi d'obbligo e ancora di

più con il partitivo. Nel caso di complementi indiretti che possono essere anticipati senza

ripresa, questa determina una ridondanza pronominale.

Un'alternativa di carattere colto alla dislocazione dell'oggetto è la trasformazione in frase

passiva.

Tema libero o sospeso--> è formato da un costituente, con apparente funzione di

soggetto, collocato a inizio frase, seguito da una costruzione non congruente e senza

collegamento pronominale.

Rientra nella categoria di anacoluto, delle costruzioni che presentano un'interruzione, un

salto dal punto di vista della concordanza sintattica.

Dislocazione a destra--> collocazione di un costituente in posizione finale, a destra, e

nella sua anticipazione con un pronome cataforico.

Dal punto di vista formale la differenza rispetto alla costruzione normale è la presenza

del pronome. L'elemento già noto, il tema, viene ripetuto in una specie di aggiunta alla

frase, che sarebbe già completa.

Il costrutto presuppone una condivisione di conoscenze con l'interlocutore e ha più

spesso un tono colloquiale.

Frase scissa e pseudoscissa costituita da:

Prima unità frasale contenente il verbo essere e l'elemento focalizzato (rema);

• Seconda unità frasale--> si richiama un'informazione in parte presupposta (tema).

[è Giovanni che mi ha detto di te]

Ha la funzione di far identificare più facilmente l'elemento nuovo e di enfatizzarlo, ma

anche di spezzare il contenuto e di mantenere la continuità referenziale con il discorso

precedente.

Nelle frasi pseudoscisse viene collocato prima il tema, successivamente il rema.

Un particolare tipo di frase scissa c'è una struttura con il c'è presentativo (c'è+ che) [C'è

Giovanni che è arrivato].

Lessico- Termini base, generalità

Lessico--> insieme di parole di una lingua.

Vocabolario--> insieme di parole di una lingua o parte di esso o opera che raccoglie il

lessico.

Dizionario--> opera che raccoglie il lessico.

Lessicologia--> disciplina che studia il lessico.

Lessicografia--> tecnica di composizione dei dizionari.

Semantica--> settore del lessico relativo al significato e ai suoi meccanismi.

Parola--> vocabolo, voce in senso generale.

Termine--> parola appartenente ad un linguaggio settoriale, avente un significato

preciso.

Lessema--> unità di base del lessico.

Lemma--> unità lessicale registrata nel dizionario.

Lemmario--> insieme dei lemmi di un dizionario.

Il lessico è considerato un sistema aperto pronto ad accogliere sempre nuovi elementi. Le

relazioni tra lessico e grammatica possono essere valutate su diversi piani:

Piano sincronico--> ♦ il lessico è organizzato in classi di parole secondo la

grammatica; ♦ il lessico non può essere studiato indipendentemente

dalla sua struttura grammaticale;

♦ stretto legame tra lessico e grammatica nella

formazione di parole; ♦ molte parole sono usate come elementi grammaticali.

Piano diacronico--> variazione di rapporto nel tempo:

• ♦ grammaticalizzazione

---> passaggio di elementi lessicali al sistema grammaticale;

♦ lessicalizzazione--> passaggio di un elemento grammaticale a

un elemento lessicale.

Composizione del lessico italiano

Il lessico italiano è composto fondamentalmente da voci provenienti dal latino, da

neoformazioni (neologismi formate da parole già esistenti italiane) e prestiti (parole

prevenienti da parole straniere).

Bagaglio latino--> composto da un numero molto alto di parole che provengono dal

latino volgare o parlato attraverso:

Via diretta--> passando sulla bocca dei parlanti da generazione in generazione;

• Via dotta--> attinte dal lessico latino in momenti diversi della

storia linguistica dell'italiano e non hanno subito le modificazioni fono-morfologiche che

hanno investito le voci popolari.

Grammatica storica dell'italiano: settore della linguistica che si occupa di studiare e

descrivere l'evoluzione delle parole dal latino all'italiano.

Neologismi e neoformazioni: parole nuove. Esistono diversi tipi:

Neologismi combinatori formati per---> -DERIVAZIONE--> derivate da parole pre-

1.

esistenti create con l'aggiunta di:

Prefissi--> non comporta cambiamento di categoria nella parola [anti-, iper-,

o

de-];

Suffissi--> si distinguono, relativamente alla parola base da cui derivano, in

o

suffissi denominali, deaggettivali, deverbali.

Prefissoidi e suffissoidi: prefissi e suffissi che entrano nella formazione di termini

tecnico-scientifici, con un valore semantico più denso dei normali suffissi e spesso con più

di un significato.

Parasintetici: intervengono contemporaneamente due suffissi.

Alterati: derivati con particolari suffissi che aggiungono al significato di base modificazioni

relative alla quantità, qualità, giudizio del parlante [diminutivi, accrescitivi, peggiorativi,

ecc..].

Composizione: unione di una o più parole per formarne una nuova. La lingua italiana

preferisce la successione secondo cui l'elemento da determinare precede quello che

determina (determinato+ determinante).

2. Neologismi semantici: voci preesistenti che possono acquistare un nuovo

significato.

3. Unità lessicali superiori o unità polirematiche: accostante di una o più parole a

formare un'unità semantica. L'unione di parole di questo tipo è caratterizzata da rigidità

e compattezza, infatti non può inserire un elemento al suo interno [ferro da stiro].

Arcaismi--> voci entrate nell'uso dell'italiano secoli fa e oggi invecchiate. Gli arcaismi che

nella maggior parte dei casi sono forme e voci vicine all'origine latina si possono

distinguere in:

Arcaismi grafici [Gennajo];

• Arcaismi fonetici [dimanda];

• Arcaismi morfologici [io aveva];

• Arcaismi sintattici [vedevala];

• Arcaismi lessicali--> di cui un particolare tipo è dato dall'arcaismo semantico,

cioè le voci che vengono usate in accezioni diverse da quelle che possiedono

nella lingua comune [lumi-occhi].

Prestiti o imprestiti--> voci proveniente da una lingua straniera che si distinguono in:

Prestiti di necessità--> importate insieme ad oggetti o usi di un popolo straniero

prima sconosciuti [caffè; computer]

Prestiti di lusso--> voci superflue, motivate dal prestigio del modello straniero.

• Prestiti integrati--> adatti al sistema fonomorfologico della lingua che acquisisce la

voce [bistecca; beefsteak].

Prestiti non integrati--> si può avere adattamento grafico [champagne o

sciampagna] o fonetico [camiòn; camion].

Calco--> tipo particolare di prestito:

• ♦ calco semantico--> una parola della lingua accogliente acquisisce il

significato di una parola straniera [realizzare= rendersi conto, dall'inglese

"to realize"].

♦ calco traduzione o sintattico o strutturale--> si forma

con elementi indigeni una parola composta o un'unità polirematica, copiando

una parola straniera [luna di miele "honey moon"].

Osservando il prestito in prospettiva storica si osserva che la lingua italiana ha assunto

nei primi secoli della sua storia molte voci dal provenzale e dal francese, dette gallicismi,

dal tedesco, germanismi, arabismi, ispanismi.

In epoca moderna, molto forte è stata la presenza dell'influsso francese nel 700 nell'800

nella moda, arredamento, cucina, vita sociale e politica. L'influsso inglese nel 700 e 800

era circoscritto agli ambiti della: politica, sport, trasporti.

Falso anglicismo: tipico dell'ambito commerciale e pubblicitario, costituito dalle voci o

locuzioni coniate con elementi non appartenenti all'inglese, ma che imitano.

[occhial house]

Tra i prestiti delle lingue classiche abbiamo: latinismi e grecismi. Si definiscono anglo-

latinismi e franco-latinismi le voci latine entrate nell'italiano attraverso la lingua inglese e

francese.

Dialettismi o regionalismi: tipo particolare di prestito. Nell'800 vi è stata una grande

affluenza di voci dal dialetto per coprire i settori carenti.

Geosinonimi: voci con lo stesso significato e con significati diversi a seconda delle zone.

Onomatopea: meccanismo di formazione di parole nuove attraverso l'imitazione di suoni

o rumori.

Formazione da un nome comune a un nome proprio: avviene nelle antonomasia, nei

nomi di formaggi e vini, dal nome dell'inventore [biro].

Sigle [FAO]

Vocabolario o lessico fondamentale

Vocabolario o lessico fondamentale: costituito dalle voci più frequenti la

cui comprensione e il cui impiego garantiscono la comunicazione primaria all'interno della

società dotata di quel codice linguistico negli usi parlati e negli usi scritti non specialistici e

non letterari.

Il vocabolario di Tullio De Mauro si aggira attorno a 7000 parole, ma

si distinguono all'interno:

un nucleo di base (2000 vocaboli);

• Un livello intermedio (3000 vocaboli);

• Un livello superiore (2300 vocaboli).

La semantica o studio del significato

Semantica--> scienza linguistica che studia il rapporto tra le parole in relazione al

significato.

Sinonimia: rapporto che lega due parole con significante diverso e significato

1.

uguale. La sinonimia assoluta è molto rara. Va considerata la sinonimia in relazione al

testo. È fondamentalmente estranea al lessico tecnico-scientifico.

Polisemia--> consiste nella pluralità di significati per un singolo significante. Si

2.

parla di polisemia sincronica per una parola con un'unica etimologia e più di un

significato.

Omonimia--> stessa parola ma con due timologie diverse. Distinti in:

a. Omografi--> scritte uguali ma con una pronuncia diversa [pésca;

o

pèsca];

Omofoni--> hanno identica pronuncia [lama].

o

La polisemia in senso diacronico concerne i meccanismi che portano al

mutamento di significato:

Estensione [canna];

• Traslato;

• Metafora;

• Metonimia [bere un bicchiere].

3. Antonimia: rapporto di opposizione tra significati [grande/piccolo]. Può essere di tipo

bipolare [maschio/femmina] o graduale [caldo/freddo].

4. Iperonimia: rapporto tra termine di significato più ampio rispetto a uno con

significato più ristretto.

5. iponimia: rapporto tra un termine più ristretto e uno più ampio [abete-albero].

6. Antonomasia: uso al posto di un nome proprio un epiteto o una perifrasi

che esprimono un qualità caratterizzante del designato [l'avvocato] ma anche un

nome proprio al posto di un nome comune [un Otello].

7. Eufemismo: uso di un significante che non denomini direttamente il significato.

Elementi di testualità

Testo e tipologie testuali- Che cos'è un testo

1.

Nel momento in cui la lingua diventa veicolo di comunicazione diviene un testo.

Testo: unità fondamentale dell'attività linguistica, dotata dei caratteri di unità e

completezza per rispondere a una precisa volontà comunicativa. È il frutto di un

progetto con precisi obiettivi, è un messaggio che assume un senso solo se collocato

in una situazione comunicativa.

La tipologia tradizionale

E. Werlich distingue 5 tipi fondamentali di testo:

Testo narrativo--> registra un'azione o, nel caso di un soggetto inanimato, un

1.

processo nello svolgersi del tempo; è legato alla matrice cognitiva che presiede le

percezioni temporali. Gli eventi raccontati sono disposti in una sequenza che può

coincidere con il progressivo svolgersi nel tempo; in questo caso si avrà coincidenza

tra la fabula, cioè l'ordine naturale degli eventi nella loro successione causale e

temporale, e l'intreccio cioè la reale disposizione degli eventi nel racconto.

Gli ambiti del narrativo sono:

Letteratura (romanzi, racconti, fiabe, novelle);

• Testi pragmatici (articoli di giornale, biografie, resoconti di viaggi).

Il narratore può interrompere la successione lineare degli eventi attraverso:

Analessi o flashback--> l'ordine lineare è interrotto per raccontare avvenimenti

o

accaduti in precedenza;

Prolessi o flashforward--> procedimento di anticipazione.

o

2. Testo descrittivo--> rappresenta persone, oggetti, ambienti in

una dimensione spaziale ed è correlato alla matrice cognitiva che consente di cogliere

le percezioni relative allo spazio. Descrizione che può essere condotta secondo criterio

spaziale o criterio logico (dal particolare al generale e viceversa).

La descrizione letteraria ricerca il coinvolgimento emotivo, anche con

l'esplicitazione della soggettività dell'autore mentre le descrizioni nei testi

pragmatici sono più neutre e oggettive.

Le caratteristiche sono:

Uso del presente atemporale--> per esprimere uno stato di cose permanente;

• Sintassi nominale;

• Presenza di precise indicazioni spaziali.

A seconda del rapporto che il testo descrittivo instaura con il proprio referente è possibile

distinguere due tipi di descrizione: reale o fittiva.

L'oggetto può essere:

Reale particolare--> considerato nella sua concretezza e individualità;

• Reale generico--> considerato nelle sue caratteristiche proprie di ogni concretezza

dell'oggetto;

Fittivo particolare--> [Shrek];

• Fittivo generico--> [l'orco].

3. Testo espositivo--> finalizzato all'organizzazione e alla trasmissione di concetti e

conoscenze attraverso procedimenti di analisi e di sintesi. Esempi: lezioni, manuali, saggi

di divulgazione, voci enciclopediche.

4. Testo regolativo--> scopo di indicare le regole, dare istruzioni, in modo tale da

indirizzare il comportamento del destinatario. È correlato alla matrice cognitiva che

pianifica il comportamento futuro. Esempi: regole dei giochi, leggi, regolamenti, ricette di

cucina.

5. Testo argomentativo--> scopo di persuadere di qualcosa il destinatario; deve indurre

quest'ultimo ad accettare o a valutare positivamente o negativamente determinate idee

e convinzioni.

Elementi del testo:

Tema;

• Tesi;

• Argomento;

• Antitesi;

• Argomenti a favore della tesi;

• Argomenti a sfavore dell'antitesi;

• Conclusione.

Esempi: saggi scientifici, recensioni critiche, discorsi politici, interventi a un dibattito,

arringhe degli avvocati.

Il vincolo interpretativo come parametro tipologico

Francesco Sabatini propone un modello che si fonda sul principio di elasticità/rigidità

del vincolo interpretativo posto da chi produce il testo al destinatario. Il produttore di un

testo, nel rivolgersi ad un destinatario, è guidato da un parametro fondamentale costituito

dalla volontà di regolarne in modo più o meno rigido l'attività interpretativa.

Si distinguono in tre classi:

Testi molto vincolanti--> massimo vincolo interpretativo posto dall'emittente e si

1.

dividono in: Testi scientifici--> funzione puramente cognitiva, basata su

asserzioni sottoposte esclusivamente al criterio di vero/falso;

Testi normativi--> funzione prescrittiva, basata su una

manifestazione di volontà coercitiva, regolata da un intero sistema di

principi enunciati espressamente;

Testi tecnico-operativi --> funzione strumentale-regolativa, basata

sull'adesione spontanea del destinatario alle istruzioni fornite

dall'emittente.

2. Testi mediamente vincolanti--> l'emittente necessita un'interpretazione aderente

alla propria e si dividono in:

Testi espositivi--> funzione esplicativa- argomentativa, basata

o

sull'intenzione di "spiegare a chi non sa" o di stabilire trattative su questioni

concrete o di proporre e dibattere tesi;

Testi informativi--> funzione informativa, basata sull'intenzione di mettere

o

genericamente a disposizione informazioni, perlopiù sommarie e

approssimative.

3. Testi poco vincolanti--> l'emittente non necessita una rigida volontà interpretativa e

sono i: Testi d'arte--> funzione espressiva, basata sull'intenzione dell'emittente

di esprimere, specie su temi esistenziali, un proprio "modo di sentire" e di metterlo a

confronto, potenzialmente, con quello di ogni altro essere umano.

I requisiti del testo- I principi costitutivi di un testo

Vi sono sette principi costitutivi di un testo che si distinguono in:

Principi linguistici--> 1. COESIONE--> consiste in un collegamento grammaticale

di tutte le parti e di un ordine corretto degli elementi.

-Elementi coesivi--> esistono degli elementi che contribuiscono a legare tra

loro le parti di un testo distinti in:

Forme sostituenti--> rimandano a espressioni linguistiche precedenti

o

(anafora) o seguenti (catafora). Sono elementi che possono prendere il posto di

altri.

Segnali discorsivi--> elementi che appartengono a varie categorie

o

grammaticali e che perdono parzialmente il loro significato originario. Le loro

funzioni sono di:

-indicare l'articolazione del testo;

-rapporti tra le parti del testo (connettivi testuali);

-collocare il testo in una dimensione interpersonale nel caso del

parlato.

2. COERENZA--> consiste nel collegamento logico di tutti i suoi contenuti e

nella sua continuità semantica. La coesione riguarda l'unità di superficie del

testo, mentre la COERENZA riguarda l'unità concettuale. Essa opera a

diversi livelli:

Coerenza tematica;

o Coerenza logica;

o Coerenza semantica--> riguarda la compatibilità tra i significati delle parole,

o

dei sintagmi o delle proposizioni.

Se si considera un enunciato nella prospettiva dell'informazione si possono notare due

parti: tema (argomento di cui si sta parlando) e un rema (qualcosa che si dice attorno ad

esso). A seconda di come in un testo si alternano tema e rema possiamo distinguere 5 tipi

di progressione tematica:

Progressione lineare--> il rema di un enunciato diventa il tema dell'enunciato

a.

seguente;

Progressione a tema costante--> in una sequenza di enunciati, il tema del primo

b.

rimane invariato nei successivi;

Progressioni a temi derivati da un ipertema o da un iperrrema--> (da un tema o

c.

rema più ampi);

Progressione con sviluppo di un tema o di un rema dissociato--> il rema del

d.

primo enunciato viene scomposto nei due elementi che lo costituiscono, i quali, a loro

volta, divengono singolarmente temi degli enunciati seguenti;

Progressione tematica a salti--> ogni enunciato presenta temi diversi.

e.

Principi pragmatici:

Intenzionalità--> riguarda l'atteggiamento del parlante o dello scrivente, il quale,

1.

nel produrre un testo, vuole che questo risulti tanto coeso e coerente quanto è

necessario perché sia adeguato alle propie intenzioni comunicative;

Accettabilità--> la volontà del destinatario di riconoscere l'atto linguistico del

2.

mittente come testo tanto coeso e coerente quanto è necessario per interderne il

contenuto comunicativo;

Informatività--> il grado di informazione veicolata dal testo;

3. Situazionalità--> la dipendenza del testo dalla situazione in cui è prodotto:

4.

mutando situazione un testo può aumentare o perdere rilievo;

Intertestualità--> rapporto tra un testo con uno o più testi già conosciuti in

5.

precedenza.

I principi regolativi

I principi regolativi esprimono il controllo circa l'uso dei testi. I requisiti sono:

Efficienza--> grado di impegno che un testo richiede nell'essere prodotto e

correttamente inteso;

Efficacia (o effettività)--> capacità di un testo di fissarsi nella memoria del

destinatario e di creare le condizioni favorevoli al raggiungimento del fine per cui è

stato prodotto;

Appropriatezza--> accordo tra i contenuti e l'impostazione testuale. Ha un ruolo di

mediazione tra efficacia ed efficienza.

La lingua e il contesto extralinguistico

L'oggetto delle linguistica pragmatica è l'uso del linguaggio all'interno di una data

situazione comunicativa. Centrale in essa è la concezione che parlare sia agire e che

quindi ciascuno di noi nel suo commercio linguistico con gli altri compia degli atti

linguistici.

Il punto di partenza della teoria degli atti linguistici va indicato nella speculazione del

filosofo inglese John Austin che parte dalla considerazione dell'esistenza di due tipi di

enunciati:

Enunciati constativi--> descrivono un atto e sono sottoponibili ad una valutazione

di verità o falsità;

Enunciati performativi--> il verbo è alla prima persona dell'indicativo

presente attivo per mezzo dei quali si compie un'azione.

Ciò ha portato alla compresenza in ogni singolo atto linguistico di tre diversi tipi di

atto: Atto locutorio--> atto del dire qualcosa. Ogni atto linguistico è un atto locutorio (o

1.

locuzione) [produzione di fonemi];

Atto illocutorio--> l'azione compiuta nel dire qualcosa (un consiglio ad esempio);

2. Atto perlocutorio--> l'azione compiuta col dire qualcosa; l'atto perlocutorio è

3.

l'effetto che si produce per mezzo dell'atto linguistico.

Forza illocutoria: la tensione che chi parla assegna all'enunciato, che si manifesta per

mezzo di vari tipi di indicatori, tra i quali l'intonazione o la scelta dei modi verbali.

Le implicature conversazionali

Non sempre tutto è detto esplicitamente.

H. Paul Grice sviluppa una teoria nella quale si tenta di offrire una spiegazione dei casi in

cui tra lettera di un enunciato e suo reale significato non vi sia rispondenza. Afferma che la

nostra conversazione si svolge secondo un principio di cooperazione: ogni interlocutore

nello scambio linguistico, dà un contributo adeguato al momento, allo scopo e

all'orientamento del discorso. Affinché i risultati siano conformi al principio di cooperazione

bisogna rispettare 4 massime:

Di quantità--> riguarda la quantità della relazione da fornire che risponde a quanto

1.

è richiesto;

Di qualità--> richiede che il contributo dato sia vero;

2. Di relazione--> richiedi di essere pertinenti;

3. Di modo--> richiede di evitare l'ambiguità, di essere breve e ordinato

4.

nell'esposizione.

Quando non vengono rispettate queste massime si attua

un'implicatura conversazionale che porta il destinatario a comprendere l'implicito

dell'enunciato.

La deissi

Deissi--> fenomeno per il quale gli elementi linguistici (elementi deittici: la loro corretta

interpretazione dipende dalla conoscenza dei partecipanti all'atto comunicativo e della loro

collocazione spazio-temporale) hanno la proprietà di mettere in relazione l'enunciato con

la situazione in cui questo è prodotto.

Esistono 3 tipi di deissi:

Deissi personale--> ci si riferisce a coloro che partecipano alla comunicazione.

1.

Può essere espressa in assenza di pronomi con la flessione verbale (pronomi

personali, di prima e seconda persona singolare e plurale, aggettivi e pronomi

possessivi di prima e seconda persona singolare e plurale). Il pronome di

terza persona singolare spesso può essere invece compreso dal contesto.

Deissi sociale--> si realizza per mezzo dei pronomi allocutivi, usati per rivolgere

2.

la parola a qualcuno. Quando ci rivolgiamo a qualcuno dandogli del "tu" o del "lei"

copiamo una valutazione sociale del nostro interlocutore. Esistono gli allocutivi:

Naturali o confidenziali [tu singolare, voi plurale];

o Reverenziali o di cortesia [lei, voi, ella singolare; voi e loro plurale].

o

3. Deissi spaziale--> si indica la collocazione nello spazio di chi partecipa

all'interazione comunicativa [qui, qua, lì, là].

4. Deissi temporale--> si indica la collocazione nella dimensione del tempo dei

partecipanti all'atto comunicativo [adesso, ora, allora].

I costrutti marcati

In italiano l'ordine basico dei costituenti di una frase è dato dalla sequenza SVO. A volte

l'ordine non viene rispettato per esigenze comunicative e si preferisce quindi un ordine

marcato dei costituenti. Una frase può essere considerata marcata sotto 3 aspetti:

Sotto il profilo fonologico--> presenta dei picchi intonativi;

1. Sotto il profilo sintattico--> l'ordine basico dei costituenti non è rispettato;

2. Sotto il profilo pragmatico--> alcuni elementi vengono messi in rilievo per

3.

determinati fini.

L'ordine delle parole all'interno di un enunciato può essere considerato anche dal punto di

vista della sua struttura informativa, secondo cioè l'articolazione tema-rema. (tema: ciò di

cui si sta parlando; rem: ciò che si dice attorno al tema). Vi sono diversi costrutti quali:

La dislocazione a sinistra--> un elemento diverso dal soggetto viene spostato a

sinistra dell'enunciato;

Tema sospeso--> analoga alla dislocazione a sinistra;

• La dislocazione a destra--> una costruzione che consiste nell'isolare

a destra dell'enunciato un costituente, che viene anticipato da u pronome clitico. Tra

gli elementi dislocabili vi sono:

Complemento oggetto;

o Complemento indiretto;

o Intera proposizione.

o

Topicalizzazione contrastiva--> un costituente con valore di "nuovo" viene

collocato all'inizio della frase ed è pronunciato con enfasi. Serve a mettere in evidenza

un elemento nuovo.

Usi pragmatici del verbo

Alcuni modi verbali, in particolare, il congiuntivo e il condizionale, vedono parzialmente

ridursi i loro ambiti d'uso, specialmente nel parlato. La concorrenza avviene con i tempi

dell'indicativo, i quali vengono usati per segnalare l'atteggiamento del parlante nei

confronti della propria comunicazione:

Futuro epistemico--> il parlante esprime una deduzione soggettiva, un'ipotesi

1.

personale, sulla situazione presenta;

Imperfetto epistemico--> segnala una supposizione, non realizzata o che non

2.

può più realizzarsi, da parte del parlante;

Imperfetto irreale--> indica la separazione dal mondo reale con la creazione di un

3.

universo immaginario;

Imperfetto fantastico--> uso nelle narrazioni dei sogni, di trame di film o

o

opere letterarie;

Imperfetto ludico--> usato dai bambini nei giochi, nella preparazione dei

o

ruoli.

4. Imperfetto attenuativo o di cortesia--> con cui si cerca di attenuare la

perentorietà di una richiesta.

Profilo di storia linguistica italiana

Premessa

Lo studio della variazione diacronica è l'oggetto della storia della lingua italiana,

disciplina che studia l'evoluzione delle forme linguistiche attraverso i secoli

(storia interna) congiuntamente alle vicende storico-culturali che ne hanno determinato lo

svolgimento (storia esterna).

Si adottò una periodizzazione in 3 fasi:

Dalla frammentazione linguistica medievale al primato del fiorentino

1.

letterario;

Unificazione, norma ed espansione dell'italiano;

2. Da lingua italiana a lingua d'uso nazionale.

3.

L'italiano si è formato sulla base di un volgare locale, il fiorentino, che ha acquisito un

grande prestigio letterario grazie all'opera di alcuni scrittori. È stato codificato

grammaticalmente nel 500 anche se si era imposto già dal 300. Circostanze storiche e

posizione geografica mediana hanno portato al primato il fiorentino sugli altri volgari:

Circostanze esterne--> supremazia di Firenze sulle altre città della Toscana e la

sua fortuna politica ed economica negli ultimi anni del 200,

che determina una possibilità superiore di diffusione dei prodotti culturali.

Circostanze interne--> maggior vicinanza del tipo linguistico fiorentino al latino

rispetto alla altre parlate.

L'italiano si fonda sostanzialmente sul fiorentino letterario del 300. Gli elementi che

confermano la concordanza dell'italiano col fiorentino letterario del 300 sono:

Presenza dell'anafonesi [famiglia, spugna mentre altrove si ha fameglia, spogna];

o Dittongazione di è ò toniche aperte seguita da una sola consonante (sillaba libera)

o

[buono a bòno];

Passaggio di "e" protonica a "i" [signore invece di segnore];

o Passaggio di "ar" protonico a "er" [margherita, cantarò> canterò];

o Passaggio di "rj" intervocalico a "j" [gennaio invece di gennaro];

o Estensione a tutte le coniugazioni del morfema –iamo per la 1^persona plurale

o

del presente indicativo [noi cantiamo invece di noi cantamo];

Condizionale in –ei, formato con il perfetto del verbo avere [canterei invece

o

di cantarìa];

L'italiano non presenta i tratti più recenti del fiorentino perché basato su quello antico e

scritto: Mancanze della riduzione a "ò" del dittongo "uo".

• Gorgia--> fenomeno di spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche.

La lingua poetica appare già unificata alla fine del 300, sulla base del modello

petrarchesco e si mantiene inalterato fino all'800. La lingua della prosa si sviluppa

lentamente.

L'italiano si è codificato nel corso del 500 sulla base di modelli letterari esemplari

(Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa). La nostra lingua si è

adattata faticosamente agli impieghi pratici, scientifici, civili e nasce nel 700 la richiesta di

un rinnovamento. La persistenza di geosinonimi è conseguenza della nostra storia

linguistica.

Fino all'unificazione politica l'italiano è stata una lingua prevalentemente

scritta mentre la comunicazione parlata avveniva in dialetto. Dovevano essere

impiegate forme ibride, mescolanze di dialetto italianizzato e italiano. Dopo l'unificazione

politica si è avviato il processo che ha portato l'italiano a divenire lingua anche parlata

dalla quasi totalità della nazione.

Conseguenze di questa storia: la lingua italiana si è mantenuta nel tempo relativamente

stabile, ma allo stesso tempo l'italiano di oggi si presenta come una lingua frammentaria

caratterizzata regionalmente.

Dalla frammentazione linguistica medievale al primato del fiorentino letterario

La frammentazione linguistica medievale e i primi documenti volgari

Prime attestazioni scritte volgari

Tra il IX e il X secolo appaiono le prime attestazione scritte dei volgari parlati nel

territorio italiano, ma l'impiego del volgare anche per gli usi scritti non è altro che l'ultimo

atto di un processo di formazione durante il quale non si aveva ancora la consapevolezza

di un sistema autonomo rispetto al latino.

Mutamenti nel latino

In età imperiale si affermano nel latino parlato mutamenti importanti:

Cadono le consonanti finali [amat> ama];

• Si indebolisce il sistema flessivo fondato sui casi e i costrutti con

preposizione sostituiscono le forme declinate [vini> de vino > "del vino"];

Dimostrativo "ille" in funzione anaforica assume funzione di articolo;

• Si introducono forme perifrastiche con valore di futuro e condizionale;

• Ordine delle parole, con la perdita dei casi segue il modello SVO.

Tra il IV e il V secolo: accento quantitativo [vocali lunghe- brevi] viene sostituito da quello

intensivo [vocali aperte-chiuse] si passa dal sistema vocalico latino a quello "italico" a

sette vocali toniche [i, é, è, a, ò, o, u].

Varietà di latino

Esistevano molte varietà di latino parlato, diversificate:

A livello diatopico;

• A livello diafasico;

• A livello diastratico;

• Altri fattori (sostrato, superstrato e circolazione delle innovazioni).

Queste varietà sono il presupposto della formazione dei volgari locali con caratteri

diversi e specifici. Contribuirono a questo anche le invasioni straniere, in particolare

dei Longobardi che divisero la penisola politicamente e geograficamente.

Distacco latino e volgare

Il vero e proprio distacco tra la lingua scritta della cultura e i volgari avviene dal VII-VIII

secolo e presuppone una situazione di diglossia latino-volgare, in cui il volgare è la

lingua bassa e il latino quella alta.

Si trovano scritture, specie notarili, in latino "rustico", venato di volgarismi

fonomorfologici, sintattici e lessicali. L'avvio di scriptae volgari, sollecitato e favorito

dalla riforma carolingia del latino, è legato ad ambienti alfabetizzati e a figure importanti

di "mediatori linguistici e culturali".

Notai--> traducevano da una lingua all'altra;

• Mercanti--> di solito non conoscevano il latino e dovevano usare il volgare per

esigenze pratiche;

Religiosi--> dovevano farsi comprendere anche dagli illetterati.

Le scriptae volgari sono espressione di tradizioni culturali locali differenti, ma

presentano tendenze comuni:

Ibridismo linguistico--> dovuto alla mescolanza di tratti locali con elementi latini o

o

con forme di origine francese o provenzale.

Variabilità e instabilità--> dovute ai problemi della resa grafica di suoni volgari con

o

l'alfabeto latino.

Specificità dell'elemento locale--> rende molto diverse tra loro le scriptae anche

o

se provengono da zone contigue geograficamente. Si parla relativamente

alle scriptae medievali, di plurilinguismo e policentrismo.

Nell'area mediana, in cui agì la cultura monastica benedettina, appaiono documenti in

volgare nel IX-X secolo. In Toscana, dove si sviluppa un ceto borghese mercantile, il

primo documento è un elenco di spese navali ("carta pisana") risalente al XII sec. Il più

antico testo volgare è la Iscrizione della Catacomba di Comodilla a Roma (prima metà

del IX sec.).

Il volgare nei testi pratici e nei testi letterari in prosa

Il volgare negli scritti

L'affermazione del volgare negli usi scritti avviene in tempi e modi diversi. Si verifica più

precocemente in Toscana da cui è pervenuta una ricca documentazione già 200esca e

a Venezia dove è presente un veneziano coloniale "de la da mar".

In Lombardia solo Mantova ha testi pratici tardo 200eschi, mentre a Milano documenti

anteriori ai 300eschi "statuti delle strade e delle acque".

Fattori che stimolano l'uso del volgare

L'esistenza dei ceti medi alfabetizzati, di una borghesia comunale e mercantile,

di confraternite religiose di laici, è un fattore importante che sollecita l'impiego

del volgare per usi notarili, amministrativi, epistolari, memorialistici, tecnici ecc.

Anche se il latino continua ad essere la lingua più usata, si avviano tradizioni di scritture

partiche già caratterizzate dal punto di vista linguistico-testuale e lessicale.

Ci sono differenze a seconda dei generi, degli scriventi e della destinazione dei testi. È

significativo anche lo spazio che acquista il volgare nell'ambito della scuola e

dell'università, tradizionalmente legate al latino, ma sensibili alle nuove

esigenze della vita civile e politica.

La prosa volgare

Esperienze italiane di prosa volgari si avviano in ritardo, dato che fu a lungo schiacciata

dal prestigio del latino e del francese. Nella seconda metà del 200, Guittone

D'Arezzo sperimenta con le sue lettere morali e religiose, una prosa complessa. Una

tradizione di prosa narrativa media sul modello degli "exempla" latini, inizia in Toscana

a fine 200, con raccolte di brevi novelle. Le traduzioni di romanzi arturiani rispondono ai

gusti di un pubblico sia aristocratico, sia borghese, frequenti soprattutto in area Veneta e

Toscana.

La formazione della lingua poetica

Nel 200 si avvia una tradizione di lingua poetica i volgare. La scuola siciliana sperimenta

l'impiego letterario del volgare sulle orme della prestigiosa poesia provenzale e appare

determinante per la lirica successiva:

Geograficamente--> si irradia dal meridione al centro-nord Italia avendo come polo

soprattutto la Toscana;

Cronologicamente--> copre il periodo dal XIII sec. Passando attraverso il modello

di Petrarca e arrivando fino alla metà dell'800. Petrarca selezionerà e codificherà un

repertorio di forme e a fissare una grammatica della poesia destinata ad avere una

durata secolare.

Primi documenti poetici

Tra il XII e XIII sec si collocano i primi documenti poetici in volgare con qualche intento

letterario. Si tratta di Ritmi anonimi ricollegabili alla letteratura giullaresca,

componimenti metricamente irregolari come:

Il ritmo laurenziano (toscano);

• Il ritmo marchigiano (di S. Alessio);

• Il ritmo cassinese (Montecassiniano).

Questi testi non riescono a costituirsi in una tradizione volgare autonoma di prestigio.

Filoni della linea maestra della poesia italiana

Attorno al 1220 si situano gli inizi della poesia religiosa col "cantico di Frate Sole" scritto

in volgare umbro. Già nel corso del 300 le laudi diventano un tramite notevole di

fenomeni linguistici mediani in regioni anche periferiche [Friuli].

Nel corso del 200 si sviluppa nell'Italia settentrionale un filone di poesia con finalità

didattiche e moraleggianti. Sono scritte in volgari illustri, nobilitati attraverso il latino e

l'apporto di gallicismi, ma per la forte specificità si situa su un ramo laterale rispetto alla

tradizione lirica.

Tradizione unitaria di lingua poetica

Una tradizione unitaria di lingua poetica andò a formarsi già nel corso del XIII secolo. La

più antica lirica in volgare è una canzone d'amore databile tra il 1180 e il 1220 anche se

iniziata almeno un decennio prima. L'azione di un copista giustifica la mescolanza

linguistica di elementi mediani e settentrionali.

La scuola siciliana

La scuola siciliana impiega consapevolmente, a fini artistici, il volgare depurato dai tratti

linguistici locali più vistosi, e nobilitato attraverso il latino e il provenzale. Temi, immagini e

repertorio stilistico ed espressivo vengono derivati dall'esperienza poetica trobadorica,

già diffusa e imitata in lingua provenzale.

Caratteristiche della lirica siciliana sono:

Provenzalismi [miratore per specchio];

• Impiego di allotropi [piacere, piacenza, piacimento];

• Ricorso a dittologie sinonimiche [crudele e spietata].

L'alto livello della produzione di poeti come Giacomo da Lentini fu copiata e imitata

in Toscana soprattutto. I copisti toscani, trascrivendo i testi siciliani, li adattarono al loro

sistema linguistico, divergente dal siciliano specie nel vocalismo (toscano aveva 7

vocali toniche e 5 atone; siciliano 5 toniche e 3 atone). Si mantiene però:

Il vocalismo del dittongo au [laudo];

• L'uso di forme verbali come [aggio/aio per ho];

• Condizionali in –ia [ameria].

Ne risulta una lingua composita con un'evidente coloritura toscaneggiante in cui

l'assunzione di tipici sicilianismi ha un intento nobilitante rispetto al toscano.

Per riconoscere il processo di travestimento messo in opera dai copisti e per ricostruire

la veste linguistica della lirica siciliana:

Analisi della rima--> mentre per i siciliani, sec<ondo il modello provenzale, la rima

o

doveva essere perfetta, troviamo nei canzonieri rime imperfette che tornano però

perfette se si restituisce il vocalismo siciliano;

Dalle carte del filologo Giovanni Maria Barbieri che trascrisse alcuni

o

componimenti da "un libro siciliano", non pervenuto fino a noi. Si hanno di un testo la

versione toscana e quella siciliana che possono essere studiate a confronto.

Stilnovo

I poeti dello Stilnovo [Cino da Pistoia, Cavalcanti, Guinizzelli, Dante] innovano le

tematiche amorose, immettendovi venature intellettuali e psicologiche. Assimilano e

trasfigurano le forme linguistiche della lirica siculo-toscana, elaborando una lingua

raffinata. Dal punto di vista strettamente linguistico si rivela:

Permanere di elementi ormai istituzionali della lirica [core];

• Nobilitazione si esprime in una riduzione dei tratti locali di tutto ciò è

particolaristico e nelle parti in prosa, Dante assume, più

frequentemente, elementi fiorentini [cuore, muovere...].

Si tende ad una forma di sublimazione letteraria del tosco fiorentino,

che favorisce la penetrazione dei modelli toscani in altre regioni, soprattutto nel

settentrione e nel Veneto.

Dante e la riflessione sul volgare

È di Dante la prima riflessione teorica e storica sul volgare e sulla tradizione di

poesia volgare dai Siciliani ai siculo-toscani allo Stilnovo.

"De Vulgari Eloquentia"--> composto nel 1303-1304 è un trattato in latino rimasto

interrotto e pressoché sconosciuto fino al 500. A quell'epoca fu fatto conoscere

e pubblicato in traduzione italiana dal letterato vicentino Gian Giorgio Trissino, a

supporto della teoria anti-fiorentina e italianista.

L'oggetto principale del trattato è una ricerca di stile poetico, cioè del volgare come

elaborazione artistica e come strumento di comunicazione letteraria di alto livello. Questo

tema viene affrontato dopo un ampio excursus sull'origine del linguaggio e delle lingue, e

un esame della frammentazione geografica e linguistica d'Europa, fino ad arrivare all'area

italiana e alla trattazione dl volgare italiano. Dante individua 14 varietà principali

di volgari parlati nella penisola, nessuno dei quali è identificato nel volgare illustre.

Dal capitolo XI del I libro la trattazione dantesca si volge più alla ricerca e

alla definizione di una lingua altamente letteraria: condannati duramente

i volgari giudicati peggiori [milanese] mentre positivamente

[siciliano elaborato artisticamente dai poeti federiciani]. Scartati i volgari toscani e lo stesso

fiorentino.

Il volgare illustre (raffinato letterariamente), cardinale (perché attorno ai suoi cardini si

muovono le varietà volgari), aulico ( perché degno dell'aula, cioè della

reggia), curiale (perché degno della curia, il tribunale supremo) non si identifica con quello

di nessuna città italiana, ma i realtà appartiene a tutta l'Italia. A questo volgare Dante

dedica 14 capitoli del II libro, in cui parla del volgare che si addice alla poesia e alla

canzone.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue culture e letterature straniere
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francescacaropreso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Dell'Anna Maria Vittoria.

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