Riassunto sul prontuario di punteggiatura.
Argomenti che vi sono contenuti:
- Interpunzioni comuni, segni paragrafematici, marche di intonazione
- Gli usi della virgola
- Marche dell’enunciazione: virgolette citazionali, puntini di sospensione o reticenza
- Gli usi del trattino
- Le parentesi
- Barre e asterischi
- Punti nelle abbreviazioni
- Punteggiatura nel proprio testo e in testi altrui
- Pause e demarcazioni: il punto, il punto e virgola, la virgola, i due punti (nello specifico)
- Gli atti linguistici: principi di Austin e Searle
- Gli spazi bianchi nei capoversi e nei paragrafi
- La storia della punteggiatura, il suo evolversi dall’antichità e usi interpuntivi del Novecento.
Una punteggiatura logica ha criteri logico-sintattici che caratterizzano strutture frasali normalizzate con
un’organizzazione chiara per qualunque sia il loro grado di complessità.
La punteggiatura deve rispondere a criteri rigorosi, in accordo con l’esigenza di segnalare snodi del
ragionamento, divisioni e relazioni. I segni di interpunzione mantengono le convenzioni accettate dall’epoca
e dalla società in cui si vive, formali hanno neutralità emotiva (qui, i punti esclamativi ed interrogativi e i punti
di sospensione ne sono esclusi). I prodotti letterari come messaggi provvisori scritti in fretta, abbozzi, lettere,
rispondono a stili negligenti.
Si dicono delle ‘interpunzioni comuni’ il punto, la virgola, i due punti, il punto e virgola, il punto esclamativo
ed interrogativo, i punti di sospensione o reticenza, le parentesi e le lineette.
Mentre, si parla di ‘segni paragrafematici’ per indicare altri segni non alfabetici come le virgolette, i trattini
impiegati come indicatori grafici nel discorso diretto e nel dialogo, le barre oblique che segnano opposizione,
il trattino d’unione, l’asterisco che rimanda a nuove spiegazioni, gli accorgimenti grafici come il corsivo usato
spesso nel giornalismo per citare parole o frasi, quello dei titoli e delle menzioni, l’apostrofo e varie forme di
accento.
Sul punto e virgola e il punto fermo, le domande più comuni vertono sulla durata e la graduazione delle
pause e sulla legittimità del procedimento. Si vedano le interpunzioni come segnali della scansione del
discorso, su pause e demarcazioni, su giunzioni e snodi testuali. Possono ad esempio avere ‘marche di
intonazione’ i punti esclamativi ed interrogativi, i due punti con ruoli squisitamente testuali e retorici, le
parentesi, le virgolette come avvisi di distanziamento, i punti di sospensione.
Nonostante tutte le regole e le convenzioni, il fattore più importante è l’esigenza i tutelare il senso e la
comprensibilità degli enunciati. E’ in base a questo che si decide se una virgola o un’altra interpunzione è
indispensabile o è di troppo.
Chiarimenti sugli usi della virgola.
Ci sono casi in cui una virgola non può essere messa e in altri casi in cui deve necessariamente prima della
congiunzione E: la E non è preceduta dalla virgola se in un elenco collega un oggetto ai precedenti senza
creare discontinuità (es. Paolo, Carlo e Giovanni) oppure negli effetti di senso anche se di significato
opposto (es. le parole rare e quelle n disuso).
La virgola compare davanti alla E quando serve come strumento di separazione per sciogliere ambiguità di
senso, come può capitare nel discorso giuridico e scientifico e con la validità della consequentia (es. per
questo…, e in questo caso, allora…).
Come comportarsi con MA, NE’, SIA, O:
MA usato come congiunzione avversativa, per coordinare due frasi, è preceduto dalla virgola. Se ne può fare
a meno quando ad essere coordinati sono due sintagmi (es. poveri ma belli) o frasi brevi (es. guarda ma non
vede) e anche quando la frase introdotta da MA è parte integrante della condizionale introdotta da SE (es. si
è detto di A:x, se… ma…). Per essere enfatizzato l’elemento che precede il MA, in ‘guarda ma non vede’,
può essere messa una virgola, poiché se non è così ‘guarda, ma non vede’, viene automaticamente
focalizzata la parte finale.
Il trattamento che si riserva a SIA e NE’ e alla disgiunzione O, risente del grado di integrazione tra gli
elementi introdotti. Se in una struttura sintattica si collega un complemento direttamente al costituente di
frase, non c’è posto per la virgola (es. si è deciso che A… sia per questo sia per quello,). La virgola potrebbe
esserci se tra il complemento e l’espressione cui è collegato è inserita una sequenza di parole (es. nel caso
che A…, benché senza ragioni, né da x né da y).
La disgiunzione O che risente anche lei del grado di integrazioni tra gli elementi, è analoga. C’è una
disgiuntiva inclusiva vel (questa o quella per me va bene) e disgiuntiva esclusiva aut (o fai così o non se ne
fa nulla). Si tende ad evitare la virgola quando O ha significato esplicativo equivalente ad ossia-cioè. E
metterla invece quando è in unione a MEGLIO, perché acquista valore correttivo (es. è tempo che A…, o
meglio, di…) oppure portando a distinguere tra alternative, dove il confine tracciato dalla virgola isola le
prime due dalla terza (es. di dice A o B, o ancora C?).
Per regolare l’uso della virgola in presenza di determinazioni di tempo, luogo, etc. si tiene conto di diverse
variabili. Ad es. la posizione che queste hanno nelle frasi semplici costruite solo da sintagmi e nelle frasi
complesse con una delle costituenti come frase, la lunghezza delle espressioni, la forma, le variazioni di
significato con QUANDO e MENTRE e l’incidenza del focus dell’informazione (es. sarò contenta, quando
avrò finito il lavoro).
Non si può separare con una virgola il verbo dai suoi argomenti a meno che non si frapponga un qualche
segmento di lunghezza variabile racchiuso tra due virgole, almeno una in apertura e una in chiusura.
L’intento di manifestare le gerarchie di componenti sintattici e l’opportunità di marcare cambiamenti di
soggetto o tema negli enunciati, induce a preferire un punto e virgola alla sola virgola.
Virgolette citazionali.
Per quanto concerne la forma grafica, le virgolette che servono generalmente nel discorso diretto per
racchiudere le citazioni, sono: le francesi doppie e basse <<…>>, le inglesi doppie e alte “…”, le tedesche
semplici e alte ‘…’, le semplici e basse <…> o rovesciate.
Per esplicitare il significato di una parola o segnalarla come un’accezione particolare, si possono usare le
virgolette doppie, basse e alte. Per indicare che si fa una menzione, ossia che si fa riferimento alla forma
della parola e non al significato, si ricorre al corsivo o ci si serve delle virgolette doppie per il significato. Le
virgolette alte doppie segnalano citazioni all’interno di altre chiuse nelle francesi. Possono essere impiegate
sia per citare sia per segnalare che si prendono le distanze da ciò che si comunica (a tal proposito, nel
discorso diretto nel dialogo troviamo anche le lineette). A meno che le battute siano seguite dall’enunciato
che cita, verranno omesse in chiusura. Per i turni di parola basta il punto fermo, ma per le virgolette bisogna
osservare che in ogni caso chi apre chiuda.
La punteggiatura degli indicatori grafici nel discorso diretto si impiega nei due punti, quando l’enunciato
introduttore precede il discorso e la maiuscola per la prima lettera della parola citata (es. A chiede a B: <<B è
vero che…?>> e B risponde: <<…>>). Una prassi che può subire variazioni, nei due punti e nella maiuscola,
nel discorso a se stessi ad es. è possibile che A si domandi: <<…?>>, e <<…?>>. Sono parole supposte che
non si danno come realmente pronunciate, una convenzione che si osserva per i discorsi pensati o per
quelle ctazioni di pensieri in orme di discorso diretto (es. A voleva dire: <<…>>, o anche: <<…>>).
Usi del trattino.
Un trattino breve unisce le parole fra cui si trova, mentre una lineett
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