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Il parlar figurato, manualetto di figure retoriche

Le figure del discorso

Classificazioni tradizionali

Le figure del discorso sono schemi con cui si può modellare l’espressione del pensiero. Le figure del discorso sono paragonabili alle figure geometriche, sono forme astratte, esemplari, a cui possiamo ricondurre i lineamenti e le raffigurazioni degli oggetti più disparati. Il parlare figurato è l’atto di dare forma linguistica alle idee. La “deviazione” dall’espressione normale per accrescere eleganza ed efficacia si chiama “licenza” (per gli antichi la licentia aveva il potere di trasformare un vizio in una virtù). L’ornatus (l’ornamento) è ciò che dà sapore, splendore e leggiadria all’espressione. Cicerone parlava delle figure come di “lumi”, ornamenti, con cui l’esposizione acquista eleganza e forza, capaci di convincere l’ascoltatore. Sono comunque qualcosa al di fuori del pensiero e del contenuto (contenuto e forma sono separati).

I tropi

Tropo significa “svolta”. Il tropo si ha quando un’espressione viene trasferita dal contenuto che le si riconosce come “proprio” a un altro, e si applica per estensione ad altri oggetti, operazioni, modi di essere. Tropo e traslato sono nomi diversi per lo stesso fatto retorico: deviazione e trasposizione di significato. È un tropo (iperbole) la parola “mare” quando significa “una grande quantità”, come in “un mare di guai”, o la parola “stella” quando significa “persona famosa”. Un tropo è “una irregolarità di contenuto messa in rilievo”. Il tropo coincide con una rottura delle attese alle quali il contesto ci indirizza. Non c’è accordo sulla modalità di distinguere i topi dalle figure, ma si può dire che il tropo consiste in una sola parola, cioè il cambiamento di significato riguarda un solo elemento di una espressione.

Come creare significati complessi

Quando un senso figurato diventa il senso “proprio”: la catacresi

Le bottiglie non sono animali, eppure hanno il “collo”; neanche i tavoli sono animali, eppure hanno le “gambe”. I fiumi hanno un letto, le montagne formano catene. Catacresi (“abuso”) significa che un senso figurato è diventato abituale, e quindi “proprio” di una determinata parola o locuzione. Una catacresi è un tropo diventato abituale. Di solito, le catacresi si formano per necessità di designare qualcosa, e quindi quando il lessico di una lingua è carente. Inizialmente vi è il tropo, una estensione di significato, e poi (quando l’estensione si normalizza) il tropo diventa catacresi. La catacresi ha quindi un ruolo fondamentale nella formazione del lessico di una lingua, in quanto fattore di polisemia (cioè di pluralità di significati per una stessa parola). La catacresi riempie un vuoto nel lessico (invece di creare neologismi). La catacresi, se eccessivamente normalizzata, si spegne (come “arrivare”, avvicinarsi a riva). Una catacresi o un tropo spento possono essere rivitalizzati, per esempio in poesia, ma anche nei giochi di parole.

La metafora

È la più facile da riconoscere e la più difficile da definire. È un “meccanismo” presente in ogni lingua, a disposizione di ognuno. Non è però semplice l’azione dei dispositivi mentali che permettono di produrla e di interpretarla. Le tradizionali definizioni (insoddisfacenti) di metafora dicono che questa è la sostituzione di una parola con un’altra il cui senso letterale ha una qualche somiglianza con il senso letterale della parola sostituita. La metafora sarebbe quindi una “similitudine abbreviata”: “Quell’uomo è una volpe” = “Quell’uomo è furbo come una volpe”. Ma “Quella ragazza è alta come sua madre” non può equivalere a “Quella ragazza è sua madre”. Questo perché non tutte le metafore sono metafore-similitudini. Bisogna allora distinguere le metafore d’uso (anche dette metafore di denominazione, che un tempo erano metafore di invenzione, poi diventate catacresi-metafore: “l’occhio del ciclone”) e quelle di invenzione (inventate ex novo). Le metafore verbali sostituiscono un’azione, mentre le metafore nominali cambiano il significato dei nomi connessi al verbo. Alcune volte la metafora non attesta delle somiglianze, ma le crea (in punto di morte, “Il cuore faceva la trottola”). È chiaro che queste metafore “innovative” e “creatrici” sono metafore di invenzione. Certe metafore ci fanno vedere aspetti della realtà che queste hanno aiutato a costruire: sono le metafore della scienza, come “onde sonore”, “catena del DNA”, “buchi neri”. La metafora non è quindi un semplice ornamento del discorso, ma esprime un modo di vedere la realtà.

Colori come rumori, suoni come immagini, odori come sapori e via scambiando: le sinestesie

Un colore si vede, eppure possiamo dire che è “chiassoso” o “caldo” o “freddo”. Diciamo anche che il silenzio è “freddo”, parliamo del suono come se lo toccassimo, lo gustassimo o lo vedessimo (“morbido”, “aspro”, “chiaro”). “Dolce” può estendersi a tutte le facoltà di percezione, non solo alle sensazioni che riguardano il gusto. L’aggettivo “dolce” è quindi un campione insuperato di sinestesia. La sinestesia è quindi quel tipo di metafora che consiste nel trasferimento di un significato dall’uno all’altro dominio percettivo. Esistono catacresi-sinestesie: “È andato tutto liscio”; “Ho una paura nera”. Sinestesia dal greco significa “percezione simultanea”, “comprendo insieme”.

“Suonare Mozart in San Pietro”: le metonimie

Con “suonare Mozart” intendo “suonare la sua musica” e con “San Pietro” non intendo Pietro il santo, ma la cattedrale a lui intitolata. Se dico “bevo un altro bicchiere”, mi riferisco al suo contenuto. Comunque, vi è disaccordo sulla differenza tra metonimia e sineddoche. Per definizione, si ha una metonimia quando si indica “una entità qualsiasi con il nome di un’altra entità che sta alla prima come la causa sta all’effetto e viceversa, oppure che le corrisponde per legami di reciproca dipendenza”. Ci si serve quindi della causa per indicare l’effetto (l’autore per l’opera: “Leggere Leopardi”; il proprietario per la cosa posseduta: “Al prossimo incrocio c’è Roberta [la casa di Roberta]”). Ci si serve invece dell’effetto per indicare la causa quando ci si riferisce a una persona/cosa che ci dà gioia chiamandola semplicemente “gioia”, quando ci si riferisce a un evento fortunato/sfortunato semplicemente con “fortuna!” o “sfortuna!”. Altri rapporti sono di interdipendenza (contenente per il contenuto: ne ha bevuto un’intera bottiglia; del fisico per il morale: “cervello” invece di “intelligenza”, “senno”; dell’astratto per il concreto: “La gioventù” per “i giovani”; del luogo per gli abitanti: “l’Italia” per “gli italiani”; dalla marca per il prodotto: “una Fiat” per “un’auto Fiat”). Le metonimie del simbolo per la cosa simboleggiata sono usate moltissimo (“armi” per “guerra”). Esistono ovviamente anche catacresi-metonimie (come “biro”). I procedimenti metonimia compaiono spesso in enunciati metaforici.

Il più per il meno e il meno per il più: la sineddoche

La sineddoche esprime una nozione con una parola che di per sé indica un’altra nozione, e quest’altra nozione ha con la prima un rapporto quantitativo: quando si nomina la parte per il tutto o il tutto per la parte, il singolare per il plurale o viceversa, la specie per il genere e viceversa, la materia di un oggetto per indicare l’oggetto stesso. La sineddoche è anche chiamata “metonimia di relazione quantitativa”: dal più al meno è sineddoche di spazio maggiore (sineddoche generalizzante: “sto leggendo Pasolini” per dire “sto leggendo ‘Ragazzi di vita’”), mentre dal meno al più è sineddoche di spazio minore (sineddoche particolarizzante: “Quante visi che ci sono!” per dire “Quante persone che ci sono!”).

Metonimia e sineddoche come focalizzazioni di componenti del significato (tratti semantici)

Non c’è distinzione netta tra metonimia e sineddoche. Entrambe sono “figure di contiguità”, in quanto si manifestano in “scambi” di figure (si nomina la causa per l’effetto, la parte per il tutto). Si dice “tetto” per dire “casa” perché avere un tetto è una delle proprietà dell’oggetto “casa” (ovvero è uno dei tratti semantici del termine “casa”).

Più traslati in uno: la metalessi

Indica l’accumularsi o il fondersi di più figure in una (in “post aliquot aristas”, ovvero in “dopo alcuni anni”, “aristas”, che è “grano”, passa da grano a raccolto, da raccolto a estate, da estate ad anno, in una serie di relazioni sineddochiche. Dunque, la metalessi è la sostituzione di un termine con un traslato che è prodotto da passaggi (impliciti) attraverso più nozioni che rimangono sottintese e che sono l’una rispetto all’altra sineddochi, metonimie, metafore, alternative o coesistenti. La metalessi quindi non è una figura, ma una combinazione di figure.

Qualcuno o qualcosa “per eccellenza”: l’antonomasia

L’antonomasia è la sostituzione di un nome con una parola o una frase che esprimono una caratteristica considerata distintiva dell’individuo, oggetto, fatto eccetera, di cui si è sostituito il nome (l’onnipotente per indicare Dio, il lieto evento per indicare la nascita eccetera). L’antonomasia è una perifrasi ed è anche una variante della sineddoche (“questo problema è un rebus”: facciamo diventare un tipo di gioco enigmistico l’enigma per eccellenza, servendoci appunto di una sineddoche - la specie per il genere). L’antonomasia può essere: (1) un nome comune sta per un nome proprio (il Filosofo indica per esempio Socrate; una “Caporetto” indica la sconfitta per definizione); (2) un nome proprio sta per un nome comune (un Adone per dire “un giovane bellissimo”); (3) un nome proprio sta per un altro nome proprio (per esempio nel caso di uno pseudonimo (“Collodi” è pseudonimo di Carlo Lorenzetti, ma sono entrambi nomi propri); (4) nome come usato per il nome comune della categoria a cui un individuo si può ascrivere per i suoi attributi (“lui è stoico”, per dire che sopporta le avversità senza scomporsi).

I giri di parole: le perifrasi o circonlocuzioni

La perifrasi è un “giro di parole” che sostituisce un unico termine con una definizione (“l’amor che move il sole e l’altre stelle” per dire “Dio”). La perifrasi è un “sinonimo a più termini”. Non è una definizione in quanto viene usata al posto di un’espressione già nota, mentre una definizione viene data in presenza del termine da definire. “Non udenti” e “non vedenti” sono perifrasi eufemistiche. Le perifrasi composte da più parole sono dette lessicalizzate, come locuzioni fisse, avverbiali, preposizionali, verbali, nominali (di buon grado, al di là di, operatore ecologico). Una perifrasi è tanto più riuscita quanto più serve a mettere in luce le cose che contano in un dato contesto.

L’esagerazione: le iperboli

Iperbole è andare oltre il vero, è l’esagerazione nell’amplificare o nel ridurre la rappresentazione dei connotati di ciò che si comunica, mantenendo comunque una qualche somiglianza con il vero (“le ho scritto giusto due parole di risposta”). L’iperbole pura ha a che fare con le categorie dello spazio e del tempo (“le grida salivano alle stelle”, “è un secolo che non lo vedo”). L’iperbole può anche combinarsi con altri tropi. Esistono anche iperboli a forma di paradosso (adynaton: “non mi muovo di qui neanche morto”).

Dare a intendere (accentuando o nascondendo significati): enfasi, allusione, enigma

L’enfasi è il rilievo innaturale di toni e coloriture discorsive. L’enfasi su una parola invita l’ascoltatore ad “andare oltre” il senso proprio della parola pronunciata enfaticamente, per scegliere solo alcuni dei tratti che ne definiscono il significato. Enfasi e allusione hanno la stessa radice latina (significatio). L’allusione è un velato accenno a colui o a ciò che non

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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