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Cap. 1 - Fonologia e grafematica

Il linguaggio umano si basa essenzialmente sulla produzione di suoni articolati (foni), individuati e studiati dalla fonetica. Distinguiamo una fonetica descrittiva (studia uno stadio dello sviluppo delle lingue vive), una fonetica storica (studia le trasformazioni dei foni nel corso del tempo), una fonetica sperimentale (classifica i foni attraverso strumenti più o meno elaborati, per lo più artificiali) e una fonetica medica (volta alla terapia dei difetti di articolazione).

Altre forme di comunicazione sono i linguaggi non verbali, quali ad esempio i tratti mimici (oltre a parlare, assumiamo certe espressioni) e tratti cinesici (quando parliamo, gesticoliamo).

Fonematica e fonologia

Dalla fonetica si distingue, poi, la fonematica (fonologia), che studia i fonemi, ovvero quei tratti distintivi che, oltre a rappresentare un suono in senso astratto, alternandosi liberamente in un contesto fonico, generano diversi significati. Convenzionalmente, le trascrizioni fonematiche sono poste entro barre oblique, mentre quelle fonetiche entro parentesi quadre (es. tengo lo troveremo così: /'tèngo/ (fonematica) e ['tèngo] (fonetica)).

Un esempio concreto ci aiuterà a capire la fonematica. Prendiamo la parola pino e sostituiamo il fonema /p/ con altri fonemi in modo tale da ottenere significati distinti: così avremmo vino, Gino, tino, Lino, lino, Rino ecc.

Coppie minime e subminime

Quando i membri di una coppia di parole si distinguono per la presenza di un solo fonema, si ha una coppia minima (unidivergente; ad esempio pino-vino; cara-cava ecc.). Si badi bene che si ha una coppia minima anche quando a cambiare è solo la pronuncia, quindi pur non avendo differenze segnalate a livello grafico. Il caso ad esempio di razza /'rattsa/ "complesso di individui" e razza /'raddza/ "pesce"; oppure esse /esse/ "6° persona femminile" e esse /èsse/ "lettera dell'alfabeto".

Quando invece i tratti oppositivi sono due si ha una coppia subminima (semiminima o bidivergente come velo /'velo/ e zelo /'dzèlo/ dove a cambiare sono sia la consonante iniziale e sia la vocale tonica, [e] e [è]).

È utile distinguere fra coppie ad alto o a basso rendimento, a seconda della quantità di parole ottenibili. Ad esempio il rendimento dell'opposizione /ts/ e /dz/ è molto basso in quanto le parole che si distinguono con questo tratto sono molto poche. Non si può dire lo stesso invece per /t/ e /d/, oppure /k/ e /g/ in cui si possono rintracciare molte coppie oppositive (tonto-tondo, cala-gala, manco-mango, turare-durare ecc.).

Pronuncia e varianti

Non tutti pronunciamo le stesse parole allo stesso modo e ciò in dipendenza di differenti caratteristiche fisiche: stato dei denti, forma del palato ecc.; ma anche in dipendenza delle proprie condizioni psicofisiche: emozionato, irritato, depresso, eccitato ecc. Eppure riusciamo sempre o quasi sempre a riconoscere un fonema in cui si articola la catena parlata: ciò perché il fonema rappresenta una sorta di realizzazione "media", astratta, rispetto alla varietà infinita dei suoni reali.

Naturalmente, i margini di oscillazione entro cui mantenersi per realizzare un fonema sono modesti. Esistono molte [a]: ma in qualunque modo si pronunci questa vocale, risulterà difficile comprenderla come [ò] o come [è].

Accanto a queste varianti accidentali, esistono, poi, le varianti libere, cioè tendenzialmente stabili, proprie dei singoli parlanti (o gruppi regionali) che tuttavia, dato che non introducono nuovi fonemi nell'inventario di una determinata lingua, non realizzano nuovi significati. Una tipica variante libera è la r ruvulare (o alla francese; simbolo fonetico [R]) oppure la s palatale preconsonantica che si avvicina in occasionali pronunce enfatiche (es. stupido pronunciato /shtupido/ invece del normale /stupido/). Quest'ultima tra l'altro è tipica dell'italiano regionale campano. Infine, è ovvio, che pur prive di funzione distintiva, queste varianti libere possono avere una certa connotazione (identificano un parlante, un ceto sociale, un gruppo regionale ecc.).

Abbiamo infine le varianti combinatorie, ovvero quelle condizionate dal contesto fonetico e per cui si sottraggono dalla scelta del parlante. La coppia minima tengo e tendo ad esempio, si distingue sì per la presenza del fonema /g/ e /d/, ma dal punto di vista strettamente fonetico, anche la pronuncia di /n/ è diversa, a seconda che segua una consonante velare o dentale.

Tuttavia, quest'ultimo aspetto non è in grado di contraddistinguere due significati diversi, quindi si dice che non si tratta di un fonema, bensì di un allofono (variante di realizzazione di un fonema determinata dalla natura dei fonemi antecedenti e seguenti).

Cultura scritta e alfabeto

La cultura scritta occidentale è basata su scritture alfabetiche: i Greci adattarono e trasformarono l'originaria scrittura a base consonantica dei fenici, e dai greci, grazie alla mediazione etrusca, deriva l'alfabeto latino, attualmente il più diffuso nel mondo.

È opportuno dire che le scritture alfabetiche naturali non presentano mai fedelmente i fonemi della lingua corrispondente; e questa sfasatura è accentuata dall'evoluzione della lingua parlata, in genere molto più veloce del corrispettivo adeguamento della scrittura. Tuttavia, molte lingue, tra cui il nostro italiano, presentano una soddisfacente corrispondenza fra la grafia e la pronuncia (al contrario l'inglese e il francese).

Quel che importa è distinguere sempre tra suoni e lettere (grafemi). La grafematica classifica, infatti, i grafemi di una lingua studiandone le funzioni in relazione ai suoni rappresentati.

Entriamo così nel settore dell' ortografia, ovvero l'insieme delle regole che vigono, in una data epoca e in una data lingua, per l'uso corretto dei grafemi e dei "segni paragrafematici" (punteggiatura, accenti, apostrofi, uso della maiuscola, divisione delle parole ecc.), ovvero quegli elementi che trovano espressione scritta, ma senza rappresentare un fono, pur potendo avere (come nel caso della punteggiatura) un corrispettivo nel sistema di pause e nell'intonazione propri della catena parlata.

Foni e fonemi

Come nella maggior parte delle lingue, anche in italiano foni e fonemi si realizzano utilizzando l'aria di provenienza polmonare nella fase espiratoria. Tuttavia esistono anche suoni ottenuti mediante l'inspirazione di aria esterna (suoni avulsivi), che in certe lingue africane hanno statuto fonetico, che nell'italiano assumono un ruolo fonosimbolico (es. il bacio scoccato in aria [detto click bilabiale sordo]), o i versi che esprimono disappunto, disapprovazione ecc.

Produzione dei suoni

Immessa dai polmoni nel canale espiratorio, l'aria incontra a livello della laringe le corde vocali, due pliche muscolari dai margini liberi che delimitano uno spazio detto glottide in grado di assumere tre posizioni fondamentali:

  • Posizione espiratoria o neutra: posizione richiesta per le articolazioni sorde;
  • Posizione chiusa: le corde vocali sono accollate e impediscono la fuoriuscita di aria (è propria anche di particolari condizioni fisiologiche, come prima di un colpo di tosse);
  • Posizione di sonorità: quando le corde vocali vibrano permettendo le articolazioni sonore (in italiano tutte le vocali e le consonati sono dette appunto sonore).

L'ampiezza delle oscillazioni è percepita soggettivamente come intensità (distinguiamo così suoni forti o deboli); la frequenza, come altezza o tono (da cui dipendono suoni bassi o acuti).

Dalla laringe, poi, l'aria passa nella faringe; di qui può uscire simultaneamente dalle fosse nasali e dalla bocca, oppure solo dalla bocca o solo dal naso. Il movimento del palato distingue due gruppi di foni: orali (velo palatino [palato molle] sollevato) e nasali (velo palatino abbassato).

In italiano i fonemi nasali sono tre: /n/, /m/, /n/ (quest'ultima di durata più lunga). Sordità o sonorità, nasalità o oralità possono costituire i tratti distintivi di un fonema, indispensabili per individuarlo rispetto a fonemi simili dal punto di vista articolatorio. Ad esempio, fra /b/ ed /m/, o tra /d/ e /n/ l'unico elemento distintivo è il tratto di nasalità. Col "naso chiuso" non è più possibile articolare foni nasali: mamma e nonna diventeranno così ['babba] e ['dòdda].

Vocali e consonanti

Diversamente dalla produzione di una consonante, la vocale si realizza quando l'aria percorre il canale espiratorio senza incontrare ostacoli. La distinzione tradizionale fra vocale e consonante sta nel fatto che la prima costituirebbe un suono per sé, mentre la seconda da sola non suonerebbe: ha bisogno di una vocale, quindi "con-suona".

Le vocali vengono articolate nella cavità orale grazie ai movimenti della lingua, l'organo fonematico per eccellenza. Quando la lingua si appiattisce sul pavimento della bocca, si genera la /a/; quando si solleva e si sposta in avanti, in corrispondenza del palato duro, si realizzano le vocali palatali o anteriori /è/, /e/, /i/; quando si solleva e arretra in corrispondenza del palato molle, si generano le vocali velari o posteriori /ò/, /o/, /u/. A queste ultime è possibile aggiungere una terza denominazione, labiali o labiovelari, dal momento che esse richiedono anche la protrusione delle labbra.

Per rappresentare visivamente le vocali, rispettando grosso modo la collocazione della lingua durante la pronuncia, è d'uso utilizzare il cosiddetto "triangolo vocalico". Ovviamente, esso si basa sulla pronuncia standard (di base toscana) non considerando le molteplici varietà regionali (es la u francese e lombarda che si pronuncia [iu]). Infine, sono proprio queste sette vocali (3 aperte e 4 chiuse) che costituiscono il vocalismo tonico italiano. Fuori d'accento, le vocali si riducono a cinque, perché viene meno l'opposizione /è/ /e/ e /ò/ /o/. Questo costituisce il vocalismo atono italiano.

Tuttavia, la mancata indicazione grafica di /è/ /e/, /ò/ /o/ ha ostacolato notevolmente la pronuncia corretta fiorentina nel resto dell'Italia (esistono infatti notevoli varianti regionali). Il sistema vocalico italiano, così come quello di altre lingue romanze, discende da quello latino: quest'ultimo, però, subì numerosi cambiamenti, il più importante fu il passaggio dalla base quantitativa (ovvero basato sulla durata della loro articolazione [si distinguevano vocali brevi e lunghe]) a quello qualitativo (basato sulla qualità o timbro delle vocali [si distinguevano vocali aperte e chiuse]).

Tuttavia è possibile rintracciare anche nell'italiano una diversa quantità nella pronuncia delle vocali. Sono brevi le vocali atone e toniche in sillaba implicata (terminante per consonante) o in fine di parola. Tuttavia, tale distinzione non ha rilevanza dal punto di vista fonematico. Come detto più volte, la lingua italiana deriva dal toscano, anche se la pronuncia "modello" non sempre è rispettata: infatti molto diffuse sono le varietà regionali.

Consonanti

Vista la parte riguardante le vocali, occupiamoci adesso delle consonanti che, in base all'ostacolo che trovano a un certo livello del canale espiratorio, si distinguono in occlusive (dette anche momentanee o esplosive e sono date dalla completa chiusura del canale espiratorio) e costrittive (dette anche fricative o continue e sono date dal semplice restringimento del canale). A metà fra queste due classi troviamo poi le affricate, risultanti dalla fusione di una occlusiva e di una costrittiva.

Oltre al modo di articolazione, a definire una consonante ci pensano anche il luogo di articolazione (diaframma ecc.) e i tratti distintivi (sordo, sonoro; orale, nasale).

/l/ ed /r/, poi vengono definite, sin dai tempi che furono, liquide e, individualmente, e con riferimento al meccanismo articolatorio con cui si realizzano, si chiamano /l/ laterale e /r/ vibrante (nel caso di /l/, la lingua resta qualche istante immobile e l'aria esce dai lati, mentre per la /r/ la lingua vibra un certo numero di volte: per quanto riguarda la variante libera [R] uvulare, si realizza una vibrazione al livello dell'ugola).

La denominazione delle consonanti, quindi, dipende dalle varie componenti che la definiscono (modo e luogo di articolazione, tratti distintivi). Quindi, alla luce di quanto detto, /p/ è una "occlusiva bilabiale sorda orale", così come /v/ è una "costrittiva labiodentale sonora orale". Tuttavia, si preferiscono delle semplificazioni: /p/ è più comunemente definita come "bilabiale sorda" (in italiano infatti tutte le bilabiali sono occlusive; quanto al tratto oralità/nasalità, basterà precisare che /m/ è l'unica bilabiale nasale, considerando implicito il carattere orale proprio della stragrande maggioranza dei foni italiani). Allo stesso modo, /v/ è una "labiodentale sonora" ecc.

In alcuni casi, esistono altre denominazioni ancora più abbreviate: /s/ e /z/ sibilante sorda e sonora; /sh/ sibilante palatale; /gn/ e /gl/, poiché derivanti da /n/ e /l/, nasale palatale e laterale palatale ecc.

Articolazione delle consonanti

Le bilabiali si articolano mediante la chiusura delle labbra; se si produce solo una costrizione, e l'aria passa attraverso la fessura che risulta dall'accostamento dei denti superiori e del labbro inferiore, si hanno le labiodentali. Nelle dentali, la punta della lingua si appoggia sugli incisivi superiori, otturandone gli interstizi. Nelle velari (dette anche gutturali), il dorso della lingua si solleva contro il velo palatino. Infine, le affricate: fusione fra una occlusiva e una costrittiva (/ts/ /dz/; /tsc/ /dg/).

In posizione intervocalica, inoltre, possiamo distinguere fra consonanti tenui e intense. Le prime graficamente sono indicate da una sola consonante (es. fato), le seconde da due consonanti (es. fatto). Nel sistema consonantico italiano, è possibile affermare che 15 consonanti (8 occlusive: p, b, m, t, d, n, k, g; 5 costrittive: f, v, s, r, l; 2 affricate: tsc, dg) possono essere sia tenui che intense; mentre per le palatali e le affricate alveolari, (5 in tutto), la pronuncia è solo intensa (figlio, bagno, lascia, pezza ecc.). Si noti che queste cinque consonanti si pronunciano intense anche all'interno di frase, quando siano iniziali di parola preceduta da un'altra terminante per vocale: lo sciame, lo gnomo ecc. In particolare, le affricate alveolari sono sempre intense, anche se la grafia presenta una sola z (es. nazione [nat'tsjone]; azoto [ad'dzòto] ecc).

Infine una sola consonante può essere tenue: la sibilante sonora di rosa, esile ecc. Accanto poi alle consonanti e alle vocali vere e proprie abbiamo quelle che possiamo definire semiconsonanti e le semivocali.

Le due semiconsonanti italiane (palatale /j/ e velare /w/), sono foni che si impostano rispettivamente come le vocali /i/ ed /u/, ma presentano una durata molto più breve, giacché l'articolazione passa quasi immediatamente alla vocale seguente; questo giustifica l'impressione di un suono intermedio fra la vocale e la consonante. Tuttavia a differenza delle due vocali rispettive, le semiconsonanti non si articolano mai da sole (presuppongono una vocale tonica o atona seguente).

Detto ciò, avremo quindi dittonghi formati con /j/ (ia, ie [iè, ié], io[ iò, io] iu) e dittonghi formati con /w/ (ua, ue [uè, ué], ui, uo [uò, uo]).

Dittonghi e iati

Alcune precisazioni: a volte la pronuncia /i/ e /j/ può oscillare (pronuncia più breve o più lunga); quando i dittonghi con /w/ sono preceduti da un'occlusiva velare sorda o sonora (/k/ o /g/), costituiscono un nesso chiamato labiovelare. Con il termine semivocale, invece, ci si riferisce a /i/ ed /u/ quando seguono un elemento vocalico tonico o atono. Si tratta di semplici varianti di posizione delle due vocali, da cui si distinguono per una durata più breve.

Anche qui, abbiamo dittonghi formati con la semivocale /i/ (ai, ei [èi, éi], oi [òi, oi], ui); e dittonghi formati con la semivocale /u/ (au, eu [èu, eu]). In estrema sintesi: la semiconsonante precede una vocale; la semivocale segue un'altra vocale; di regola hanno una durata inferiore alla vocale vera e propria; non si articolano mai da sole dando vita a dittonghi. Andiamo adesso ad analizzare i dittonghi e gli iati.

Il dittongo, come già analizzato, corrisponde ad una vocale preceduta da una semiconsonante, oppure seguita da una semivocale. Distinguiamo i dittonghi ascendenti (semiconsonante + vocale; la sonorità aumenta passando dal primo al secondo elemento [es. piede, fuori ecc.]) e quelli discendenti (vocale + semivocale; l'intensità del suono diminuisce [es. andrei, noi, voi ecc]).

Capita a volte di avere l'incontro di una semiconsonante + vocale + semivocale (in genere la /i/), oppure di due semiconsonanti e di una vocale: si parla allora di trittonghi in cui si distinguono:

  • /j/ + vocale + semivocale: miei, trebbiai ecc.;
  • /w/ + vocale + semivocale: suoi, guai;
  • /j/ + /w/ + vocale (/o/): aiuola, fumaiuolo (alcuni casi letterari come spagnuolo, figliuolo sono stati eliminati);
  • /w/ + /j/ + vocale: quieto, seguiamo ecc.

NB. Altre combinazioni come /j/ + vocale + vocale (onomatopee tipo miao), oppure /w/ + vocale + vocale (es la sigla UEO Unione dell'Europa Occidentale) NON SONO TRITTONGHI! Si tratta infatti di normali dittonghi in cui, come vedremo fra poco, l'elemento vocalico è in iato con la vocale seguente.

Ultimo appunto. I dittonghi /wò/ e /jè/ si dicono dittonghi mobili perché fuori accento tendono a ridursi alla semplice vocale /o/ ed /e/. Questa riduzione riguarda: Le voci di un paradigma verbale: alle forme rizotoniche dittongate (pa...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aleri90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Marroni Sergio.
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