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M . S , ,

ANUALE DI LINGUISTICA ITALIANA TORIA ATTUALITÀ GRAMMATICA

Capitolo1: Alle radici dell’italiano

L’italiano è una lingua di origine indoeuropea. L’indoeuropeo è una lingua virtuale, ricostruita dagli

studiosi moderni in base alla comparazione tra più lingue note, vive o morte.Tra il IV e il III

millennio, diverse tribù, che si erano stanziate tra l’Europa e l’Asia, parlavano un insieme di dialetti

affini. Con le successive migrazioni, queste tribù si diffusero largamente. Oggi parla una lingua

indoeuropea quasi la metà dell’intera popolazione della terra. Verso la fine del II millennio, le

popolazioni che parlavano quel dialetto indoeuropeo, che poi sarebbe diventato il latino, si

stanziarono in Italia. Nei primi secoli del I millennio, il latino era parlato solo a Roma. Prima

dell’avvento del latino, veniva parlato l’osco-umbro, cioè un insieme di lingue e dialetti indoeuropei.

Dopo la sconfitta delle popolazioni italiche, l’osco e l’umbro non furono più adoperate come lingue

ufficiali. L’etrusco e l’osco-umbro ebbero una grande influenza sul latino, soprattutto in ambito

lessicale. Sono di origine etrusca le parole come populus, catena e taverna e sono di origine osco-

umbra molti nomi di animali, come lupus, scrofa e bufalus. Il greco ha fornito al latino le parole e

soprattutto l’impalcatura concettuale di molto lessico astratto. Ciò è accaduto attraverso:

- l’assegnazione di nuovi significati a parole già esistenti, come ratio che assume la nuova

accezione di ragione;

- nuove formazioni, come qualitas e medietas.

Il greco è andato ad inserirsi anche nel vocabolario religioso, domando parole necessarie:

- per esprimere nozioni estranee alla cultura pagana, come angelus e baptesimus;

- per sostituire termini latini troppo compromessi col paganesimo, come ecclesia e basilica in

luogo di templum.

L’italiano deriva dal latino ed appartiene alla famiglia delle lingue romanze o, anche dette,

neolatine. L’area in cui si parlano ancora le lingue neolatine si estende dal mar Nero all’oceano

Atlantico e i linguisti la chiamano Romània. La maggior parte del vocabolario latino è arrivato fino a

noi per via scritta e quindi non presenta le trasformazioni di suono e di significato: questi sono

latinismi o culturismi. Il latino era una realtà complessa e varia e il latino classico era quel latino

che era usato nella letteratura dell’età di Cesare e di Augusto. Nel lessico e nella pronuncia, chi

parlava latino lo parlava in modo diverso dal latino classico: il latino volgare variava notevolmente

a seconda dei luoghi ed è all’origine delle lingue romanze o neolatine. All’epoca del latino volgare

esisteva già una differenziazione all’interno dei vari tipi di latino parlato nell’Impero romano, poi

irrigiditasi nel passaggio alle lingue romanze. Se il latino volgare coincide con la lingua parlata, la

sua ricostruzione può essere solo parziale e indiretta. Le fonti di cui possiamo disporre sono:

- le iscrizioni di carattere privato;

- le testimonianze di grammatici e maestri di scuola che, nel condannare un certo abuso

linguistico, ne attestano la vitalità, come nell’Appendix Probi;

- gli scritti di semianalfabeti o di persone con una limitata competenza della norma grammaticale

insegnata a quel tempo nelle scuole;

- le opere di autori letterari che tendano alla riproduzione dell’uso popolare, come per le

commedie di Plauto e per il Satyricon di Petronio;

- il confronto tra le varie lingue romanze, che consente di ricostruire il latino parlato.

Una lingua non è un organismo immobile e definibile una volta per tutte, poiché la variazione

linguistica si ha in rapporto a diversi fattori, come il trascorrere del tempo, lo spazio geografico, il

livello socioculturale di chi la parla o di chi la scrive, la situazione comunicativa, il mezzo di

comunicazione che veicola il messaggio. Le lingue vengono studiate in base:

- diacronia, cioè in base ai mutamenti che nel corso del tempo hanno interessato quella lingua;

- diatopia, cioè in base allo spazio geografico dove si parla quella lingua;

- diasatria, cioè in base alla competenza linguistica dei parlanti;

- diafasia, cioè in base alla situazione comunicativa;

- diamesia, cioè in base al canale di comunicazione he viene usato per trasmettere il messaggio.

La classificazione dei suoni della lingua italiana viene fatta in base alla distinzione tra vocali e

consonanti. A vocali e consonanti si aggiungono due semiconsonanti: lo iod, palatale (cioè il suono

della i di ieri e notaio), e il wau, velare (la u di uomo e buono), che si impostano come le vocali

corrispondenti ma hanno una durata più breve, perché l’articolazione passa subito alla vocale

seguente. 1

In latino esistevano 10 vocali: ognuna delle 5 vocali distinte dall’alfabeto (A, E, I, O, U) poteva

essere breve o lunga. Nel latino tardo, questo sistema entrò in crisi e divenne determinante non

più la quantità delle vocali (brevi o lunghe), ma la qualità o timbro (chiuse o aperte). Si sviluppò un

sistema di 7 unità per le vocali toniche: i, é, é, a, ò, ó, u. Un fenomeno schiettamente toscano è

quello dell’anafonesi che consiste nella chiusura delle vocali toniche é e ó rispettivamente in i e u.

Tra le vocali atone, cioè non accentate, poste prima o dopo della sillaba accentata, le 10 del latino

classico si riducono a 5, venendo meno la è e la ò. Nel passaggio dal latino all’italiano, si assiste

talvolta all’epentesi, cioè allo sviluppo di una vocale o di una consonante all’interno della parola; la

prostesi indica l’incremento all’inizio di una parola e l’epitesi indica l’incremento alla fine di una

parola. E’ molto più frequente la sincope, cioè la caduta di una vocale all’interno di una parola,

che interessa soprattutto le vocali interfoniche, cioè poste tra l’accento secondario e quello tonico e

in misura minore quelle postoniche.

Nel consonantismo, è notevole la tendenza delle consonanti sorde poste tra due vocali o tra vocale

e r del latino, a diventare in italiano sonore. Il fenomeno interessa le 3 occlusive p, t, k, che si

trasformano in b, d e g, e la sibilante s.

Per quanto riguarda i nessi consonantici, invece:

- l’assimilazione regressiva si ha quando, i alcune sequenze di 2 consonanti,la seconda ha reso

simile a sé la prima. Il fenomeno inverso è la dissimilazione, che si verifica quando in una

sequenza fonica si avverte l’esigenza di evitare la ripetizione di uno stesso suono.

- i nessi di consonante + L evolvono in nessi di consonante + “iod” e la consonante raddoppia

se si trovano tra due vocali, come nebula-nebbia.

- i nessi intervocalici di consonante + “iod” offrono più esiti:

- le consonanti diverse da R e S si raddoppiano;

- se la consonante è un’affricata palatale sorda o sonora, lo “iod” viene assorbito;

- una laterale e una nasale dentale, dopo essersi raddoppiate, evolvono in suoni palatali;

- le dentali, sorda e sonora, passano ad affricate alveolari.

- in S + “iod”, si hanno la sibilante palatale sorda e sonora;

- in R + “iod”, la consonante cade.

Gli allòtropi si hanno quando, dalla stessa base latina, si ricavano due o più parole italiane,

spesso una per via popolare (che sviluppa un significato concreto, quotidiano), una per via dotta

(che tende a mantenere il significato originario del latino classico).

Le trasformazioni morfologiche, cioè relative alle forme grammaticali, compiutesi nel latino volgare

hanno mutato la tipologia linguistica del latino. Le trasformazioni si possono riassumere in 3 punti:

1. la perdita delle declinazioni e del sistema dei casi. Delle 5 declinazioni del latino classico, le 2

più deboli (la quarta e la quinta) scompaiono quasi completamente. La prima e la seconda

declinazione sono le uniche rimaste produttive in italiano. In italiano viene meno il sistema delle

desinenze con importanti conseguenze sull’ordine delle parole. In latino, grazie alle desinenze,

era sempre possibile capire se un nome fosse soggetto o oggetto: l’ordine delle parole nella

frase era sostanzialmente libero. In italiano e nelle altre lingue romanze, invece, la perdita dei

casi ha bloccato l’ordine delle parole, che è diventato rigido. L’accusativo si impone sugli altri

casi;

2. la perdita del neutro. Scomparso il neutro, i generi si riducono a due: maschile e femminile.

L’italiano mantiene una traccia dell’antico plurale neutro in una serie di plurali femminili in -a

come le ossa o le braccia;

3. la ristrutturazione del sistema verbale. Delle 4 coniugazioni del latino classico, restano

produttive la I e in parte la IV. Poi molte forme verbali sintetiche scompaiono senza lasciare

traccia, sostituite da forme analitiche. Infine nasce il condizionale formato dalla combinazione

dell’infinito con una forma ridotta del perfetto latino volgare di habeo.

La produttività linguistica è la capacità di una classe morfologica di generare nuove parole. In

italiano sono produttive le classi nominali dei maschili in -o (il lupo) e dei femminili in -a (la rosa) e ,

quanto alle coniugazioni, l’unica stabilmente produttiva è la 1ª (amare).

Gran parte del vocabolario latino si ritrova in italiano e nelle altre lingue romanze. Diverse parole

scompaiono però senza lasciar traccia. Per il resto, l’innovazione delle parole segue 3 direttrici:

1. si preferiscono parole espressive, più trasparenti e immediate e anche morfologicamente più

regolari; 2

2. escono d’uso le parole di scarso corpo fonico e senza la consonante finale, ad esempio res,

cioè cosa, diventa causa;

3. per effetto di queste due tendenze, molte parole semplici sono sostituite dai rispettivi

diminuitivi, più carichi di affettività. Ai verbi semplici vengono preferiti i verbi frequentativi, che in

origine indicavano un’azione ripetuta.

Sono molto comuni i cambiamenti di significato a causa:

- dell’influsso della semantica cristiana, come orare da chiedere diventa pregare;

- della collisione omofonica, cioè il fenomeno per il quale due parole in origine diverse diventano

foneticamente uguali;

- delle metafore espressive, come papilio da farfalla diventa padiglione, perché le tende colorate

degli accampamenti evocano le ali spiegate di una farfalla;

- delle metonimie di varia motivazione, come mittere da mandare diventa mettere.

La metàfora consiste nella sostituzione di una parola con un’altra che condivida con la prima

almeno un tratto semantico. Ad esempio, essere un coniglio ha il tratto semantico della paura.

La metonìmia consiste nel designare un concetto ricorrendo ad una concetto diverso, legato al

primo da una certa correlazione. Ad esempio, leggere Dante o vestire Armani.

Nel medioevo, la lingua abituale nella quale i letterati scrivevano le proprie opere era il latino.

Anche i grandi scrittori del Trecento, i fondatori della letteratura italiana, come Dante e Boccaccio,

hanno scritto in latino una parte consistente delle loro opere o addirittura, come Petrarca, la quasi

totalità. Solo col XVI secolo si fa strada, in particolare in Toscana, una corrente avversa al latino e

favorevole al volgare. Uno dei massimi esponenti di quest’orientamento è il fiorentino Leonardo

Salviati, che studiò la lingua di Boccaccio. Il volgare e poi l’italiano conservarono però a lungo

l’impronta latineggiante nella sintassi e nel lessico. Oltre ai latinismi filosofici e scientifici del suo

trattato in volgare intitolato il Convivio, Dante ricorre ampiamente al latino nel Paradiso. Due secoli

dopo, Tasso, nella Gerusalemme liberata, accoglie diversi latinismi. Per Alessandro Manzoni, il

latino è una fonte di nobilitazione. Oltre il volgare e il latino, tra il XV e il XVI secolo, si facevano

strada due diverse sperimentazioni linguistiche letterarie: il macaronico e il polifilesco. La

caratteristica principale del macaronico è la fusione tra italiano e latino per parlare di argomenti

bassi. Il polifilesco rientra nel sistema volgare, ma il tasso di latinismi è elevato.

Il placito campano del 960 è un testo giuridico e il più antico documento ufficiale scritto in volgare

italiano. Anche se con questa eccezione, per molti secoli la lingua dei testi normativi è stata il

latino. Strettamente connessa col linguaggio giuridico è la lingua degli uffici e

dell’amministrazione, che dall’età napoleonica, con la riforma degli apparati statali, accoglie molti

latinismi di diffusione Ottocentesca. Nel 1993, per semplificare e rendere più comprensibile ai

cittadini la lingua della burocrazia, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha emanato un codice di

stile teso a favorire frasi brevi e sintatticamente lineari e, nel lessico, a eliminare parole auliche e

straniere o forme poco usate al di fuori del linguaggio burocratico. Inoltre i latinismi rari sono stati

sostituiti con parole più comuni.

La lingua scientifica si è espressa in latino fino all’età moderna. Fino alle soglie dell’età moderna

sono rari i trattati scientifici scritti originariamente in volgare. Un deciso impulso all’uso del volgare

nella fisica deriva da Galileo Galilei. Questa scelta è dovuta dalla volontà di Galilei di prendere le

distanze dagli aristotelici che sostenevano il metodo deduttivo e geocentrico e che usavano il

latino. Per secoli, il latino è stato la base dell’insegnamento. Fino al pieno Novecento, la scuola

ha trascurato l’insegnamento della grammatica italiana in favore di quella latina. Nelle lezioni

universitarie, l’italiano fa la sua comparsa solo nel 1754, all’Università di Napoli, con Antonio

Genovesi.

Nella Chiesa, il latino cristiano appare influenzato dal volgare. L’adozione di una lingua

popolareggiante rispondeva all’esigenza di farsi comprendere facilmente dai fedeli e sembrava

particolarmente appropriata per esprimere i contenuti di una religione umile. Il colloquio tra

sacerdote e fedele sarà sempre avvenuto nella lingua locale. La predicazione si svolgeva

originariamente in latino, ma si era invitati anche ad usare i vari volgari. Tra Quattrocento e

Cinquecento, latino e volgare convivono nelle prediche, in cui il predicatore passa dal latino ad un

volgare fortemente dialettizzato. Con la Riforma luterana, il cristianesimo si divide anche

linguisticamente: nei paesi riformati o protestanti, i testi sacri sono tradotti e vengono letti anche

dal singolo fedele, mentre nei paesi cattolici, la liturgia mantiene il latino. Anche la Chiesa cattolica,

tuttavia, contribuì alla diffusione dell’italiano: dopo il Concilio di Trento si diffonde la pratica del 3

catechismo, che si fonda su brevi sintesi delle verità di fede e di morale scritti. Oggi la Chiesa

cattolica assegna di fatto una posizione di prestigio al latino e all’italiano.

Capitolo2: Formazione e diffusione dell’italiano

La linguistica interna studia l’evoluzione di una lingua dal punto di vista delle sue strutture, senza

tener conto delle circostanze storiche e culturali che hanno condizionato il suo sviluppo. La

linguistica esterna, invece, si occupa dei fattori “esterni” che agiscono sulla lingua

condizionandone lo sviluppo. I fattori esterni possono essere distinti in 3 tipologie fondamentali:

1. i fattori extraculturali, come la configurazione geografica e le trasformazioni del territorio,

influiscono in misura limitata sull’evoluzione linguistica;

2. i fattori culturali in senso lato, come i fenomeni economici o demografici o gli eventi storico-

politici e militari, influiscono sulla lingua in maniera più evidente;

3. i fattori culturali in senso stretto, come l’alfabetismo, la scolarizzazione, l’invenzione della

stampa, la grammatica e la letteratura, sono quelli che incidono più direttamente e più in

profondità sulla lingua.

Nel Medioevo, l’evoluzione del latino non ha prodotto una sola lingua parlata ovunque allo stesso

modo, bensì una straordinaria varietà di lingue che presentano alcuni tratti comuni e alcuni tratti

discontinui. La lenta riunificazione di questo plurilinguismo in un’unica lingua è il frutto di un lungo

processo culturale: il prestigio delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio ha portato a riconoscere

nel toscano trecentesco il modello linguistico da imitare nella scrittura. Eppure, il primo volgare

parlato in Italia che era riuscito a raggiungere un grande prestigio letterario era stato il siciliano

illustre adottato dalla scuola poetica siciliana. In realtà, la scuola siciliana comprendeva rimatori

provenienti da varie regioni d’Italia, che non scesero come modello espressivo il provenzale, cioè

la lingua dei loro modelli, ma appunto il siciliano illustre. Quel siciliano è stato poi tramandato in

una veste fonetica fortemente toscanizzata, ma la lingua della scuola poetica siciliana ha lasciato

molte tracce nell’italiano letterario. La nascita di movimenti religiosi e di confraternite laicali diede

grande impulso alla produzione di una letteratura religiosa composta in un volgare mediano, cioè

dell’Italia centrale, per molti aspetti diverso dal toscano.

Nel corso del Medioevo comincia ad affermarsi la classe sociale dei mercanti che, per esigenze

professionali, scriveva in volgare. Se nella scuole di tipo pratico la lingua d’insegnamento era il

volgare, nelle altre scuole era il latino. I registri e le lettere dei mercanti costituiscono una preziosa

testimonianza delle loro abilità linguistiche e scrittorie. Dato che i mercanti e i banchieri più potenti

e intraprendenti erano all’epoca quelli toscani, le loro lettere costituiscono anche la prima

occasione di contatto con la lingua toscana e fiorentina. La specificità dei diversi volgari usati dai

mercanti emerge con chiarezza, invece, nei libri di famiglia, cioè degli scritti non professionali in cui

i capofamiglia annotavano i loro ricordi. Nelle cancellerie nasce il primo vero esperimento di lingua

sovraregionale. Nel Trecento, con il passaggio dai comuni alle signorie, ogni stato regionale si dota

di una cancelleria che gestisce la corrispondenza, scrive atti pubblici, leggi, statuti e patti di varia

natura. I cancellieri si servirono del latino e del toscano, che va affermandosi progressivamente

come lingua di prestigio. Nel corso del Quattrocento, in Italia, le corti sono anche centri di

promozione culturale ed artistica in cui viene incoraggiata la produzione letteraria in volgare. Ma

alle soglie del Cinquecento comincia ad affermarsi un rigido canone letterario, quello delle Tre

Corone (Dante, Petrarca e Boccaccio), che consacra il toscano come modello linguistico vincente.

Per la prima volta fu Dante, nel De vulgari eloquentia, a discutere l’esistenza di una lingua

comune. Il De vulgari eloquentia, rimasto incompiuto a metà del II libro, è la prima trattazione

organica riguardante il volgare, ma è scritto in latino perché si rivolge alla comunità dei letterati. Il

problema principale che Dante si pone in questo trattato è quello dell’esistenza di un volgare

letterario comune che chiama “illustre”. Dopo aver analizzato 14 varietà idiomatiche italiane, Dante

arriva alla conclusione che il volgare illustre non coincide con nessuno dei volgari italiani, ma va

rintracciato nella lingua della tradizione poetica dai poeti siciliani agli stilnovisti. Dante seppe

cogliere le potenzialità del volgare e di averlo plasmato fino a farne uno strumento linguistico

versatile, adatto alla trattazione degli argomenti più disparati. Dante ricorre spesso anche a forme

e parole estranee all’uso di Firenze nella Commedia, che è saldamente fiorentina, arrivando a

usare il provenzale, i latinismi e forme della poetica siciliana. Particolarmente importanti sono le

trascrizioni di versi danteschi contenute nei Memoriali bolognesi, cioè dei documenti ufficiali in cui i

notai, per evitare aggiunte e falsificazioni, riempivano gli spazi bianchi scrivendo poesie o proverbi.

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La diffusione del poema dantesco in Italia è così capillare che le parole e le espressioni contenute

nella Commedia cominciano a formare il tessuto di una lingua che si avvia a diventare comune.

Alla ricchezza di stili (pluristilismo) e alla varietà di soluzioni linguistiche (plurilinguismo) di Dante,

si contrappone il monolinguismo di Petrarca. Nel Canzoniere, infatti, Petrarca si serve di una lingua

selezionatissima, elegante e rarefatta e si mantiene quasi costantemente su un unico registro

stilistico. Il lessico si compone di poche parole-chiave simboliche ed evocative, mentre vengono

evitati vocaboli concerti o legati all’uso quotidiano. Petrarca filtra il linguaggio poetico precedente,

riducendo i tratti non toscani e limitando fortemente forme francesi e provenzali. Il Canzoniere

diventa subito il modello linguistico di riferimento per i poeti non toscani e innesca in Italia ed in

Europa un vasto processo d’imitazione: i versi di Petrarca diventano la prima grammatica dei poeti

italiani che vogliono allontanarsi dal proprio volgare. Diversamente da Dante e Petrarca, che

possono rapportarsi ad un linguaggio poetico in buona parte già formato, Boccaccio non ha alle

spalle una significativa tradizione di prosa narrativa in volgare. Per il Decameron, Boccaccio usa il

fiorentino parlato dalle persone colte. Questo parlato letterario in volgare si presta a rappresentare

la borghesia mercantile, ceto dal quale proviene Boccaccio. Ma nel Decameron, oltre al gusto

toscano per il dialogo vivace, esistono parti più elaborate e classiche, come il Proemio e

l’Introduzione alle singole giornate.

Il Cinquecento viene ricordato come il secolo della questione della lingua. L’Italia si presentava

politicamente e linguisticamente frammentata, ma possedeva una tradizione letteraria condivisa.

Esplode quindi il dibattito su quale debba essere la lingua letteraria comune in Italia. La questione

vede fronteggiarsi diverse teorie.

- La tesi dell’uso del latino come unica lingua letteraria si avvia verso un lento declino.

- La teoria che vede nella lingua cortigiana lo strumento più adatto a superare la frammentazione

linguistica dell’Italia vede, da una parte, Equicola che rivolge la sua attenzione alla lingua scritta

latina e, dall’altra, Castiglione che propone come lingua italiana e comune quella dei

gentiluomini delle corti italiane, basata sull’antico toscano ma anche aperta a nuove forme e

parole.

- La posizione di Trissino che sostiene che Dante e Petrarca avevano scritto non in fiorentino o in

toscano, ma in italiano.

- La risposta dei fiorentinisti, come Machiavelli, che sostengono la superiorità del fiorentino vivo,

l’unico adatto a diventare lingua letteraria dell’intera penisola.

- La tesi di Bembo che trasferisce dal latino al volgare il principio di autorità: come per il latino

Cicerone era il modello della prosa e Virgilio della poesia, così per il volgare bisognava imitare

Petrarca (e non Dante) in poesia e Boccaccio in prosa.

Le edizioni aldine sono libri pubblicati dalla stamperia veneziana di Aldo Manuzio. L’importanza

delle edizioni aldine è legata al formato piccolo e maneggevole, al carattere corsivo,

all’introduzione di molti segni interpuntivi e l’abolizione nelle opere volgari delle grafie latineggianti.

Per Bembo, Petrarca viene quindi preferito a Dante, troppo incline all’uso di un registro umile e di

un lessico concreto. Quanto a Boccaccio, l’attenzione di Bembo ricade sulla prosa complessa e

latineggiante della “cornice”, cioè il Proemio e l’Introduzione alle giornate, e non sulle novelle che

spesso simulano il parlato e quindi il basso. Varchi e Salviati introdussero poi alcuni correttivi alle

idee di Bembo, rivalutando il fiorentino parlato dalle persone colte, grazie a Varchi, ed estendendo

il canone degli autori da imitare a tutti i testi fiorentini del Trecento, grazie a Salivati. L’idea del

Trecento come “secolo d’oro” della lingua è promossa da Salviati e trova applicazione nel

Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612, prima edizione). Pur suscitando molte

polemiche, il Vocabolario si impose come lo strumento linguistico indispensabile per i letterati non

toscani e contribuì ad accrescere il divario tra lingua scritta (il toscano trecentesco appreso per via

libresca) e parlata (i volgari delle varie regioni d’Italia). Ariosto sottopose l’Orlando furioso ad

un’accurata revisione che portò alla pubblicazione dell’opera in 3 edizioni sempre più aderenti alle

norme linguistiche di Bembo contenute in Prose della volgar lingua.

Tra il Cinquecento e l’Ottocento, i fattori che contribuirono alla formazione di un modello comune

per l’italiano parlato furono la predicazione religiosa, la stampa, la diffusione di una letteratura

pensata per un pubblico popolare, cioè il romanzo, ed il teatro, in particolare il melodramma. Al

momento della proclamazione del Regno d’Italia (1861), la maggior parte della popolazione

italiana è analfabeta e parla unicamente in dialetto. Se viene raggiunta l’unificazione politica, 5

invece l’unificazione linguistica è ancora lontana. I fattori principali che nel tempo hanno contribuito

all’unificazione linguistica sono stati:

- la creazione di un apparato amministrativo e burocratico unitario;

- l’istituzione della leva obbligatoria nazionale;

- l’urbanizzazione, ovvero il flusso delle persone che si trasferiscono dalla campagna alla città;

- l’industrializzazione, cioè la creazione di nuove fabbriche che sfruttano la forza lavoro degli

operai;

- l’azione della scuola, che riduce l’analfabetismo e diffonde un modello linguistico diverso dal

dialetto;

- l’emigrazione interna, cioè dal Sud al Nord Italia e dalle campagne alle città, e l’emigrazione

esterna, principalmente verso gli Stati Uniti;

- la nascita di nuovi mezzi di comunicazione capaci di raggiungere un pubblico molto vasto, come

la radio, il cinema sonoro e la televisione.

Nell’Italia unita, l’apparato statale unitario usava una lingua comune, cioè il linguaggio burocratico.

Con l’istituzione della leva obbligatoria, le giovani reclute, abituate a parlare sempre e solo il

proprio dialetto, prestano il loro servizio militare lontano dai luoghi di residenza e per comunicare

dovevano necessariamente attenuare le forme dialettali più marcate. L’urbanizzazione porta poi a

far convivere persone abituate a parlare dialetti diversi in centri urbani in cui si concentrano uffici

pubblici e scuole che indeboliscono le parlate dialettali.

Con l’Unità d’Italia il problema dell’adozione e della diffusione di una lingua nazionale diventa per

la prima volta una questione politica. Manzoni, che nel dibattito linguistico ottocentesco sostiene la

necessità di guardare al fiorentino parlato dalle persone colte come un modello per la lingua

unitaria, affida alla scuola il ruolo centrale in cui i maestri avrebbero dovuto essere di preferenza

toscani o di formazione toscana. Solo dopo la legge Casati e Coppino inizia a formarsi il sistema

scolastico nazionale e viene introdotto il principio dell’obbligatorietà dell’istruzione elementare. Da

allora in poi si riduce progressivamente l’analfabetismo. La scolarizzazione è più rapida al Nord, al

Centro e nelle grandi città, mentre è più lenta al Sud e nelle zone rurali. I Promessi sposi di

Manzoni diventano un punto di riferimento nella formazione della coscienza nazionale, anche di

quella linguistica.

Con la nascita della società industriale ed urbanizzata, migliorano notevolmente in Italia le

condizioni di vita: aumentano i redditi individuali e la disponibilità di tempo libero e cresce il livello

di alfabetizzazione. Nascono poi i mass media: la stampa periodica e quotidiana, la radio, il

cinema e la televisione. Il giornalismo diventa un fenomeno di massa solo dopo l’unità d’Italia.

Nascono i grandi quotidiani come La Stampa e il Corriere della Sera, diffusi a livello nazionale. La

radio (impatto linguistico medio), il cinema (impatto linguistico basso) e la televisione (impatto

linguistico alto) agiscono sulla diffusione dell’italiano molto più dei giornali perché sono in grado di

raggiungere anche la popolazione analfabeta. Infine va menzionato il fenomeno novecentesco

della musica leggera diffuse dalla radio e dalla televisione e anche grazie all’istituzione del Festival

di Sanremo.

Capitolo3: Italiano e dialetti

Fin dall’antichità, la discontinuità geografica della penisola ha favorito una frammentazione

linguistica dell’Italia. Il colonialismo degli antichi Romani non si preoccupava di latinizzare i

popoli sottomessi, ma si limitava ad imporre il dominio giuridico ed amministrativo. In alcuni casi, la

profonda differenza tra lingue locali e latino fece sì che il latino potesse evolversi in quelle aree

senza interferenze. In altri casi, i popoli sottomessi impressero alla lingua dei dominatori alcune

caratteristiche della propria e si parla quindi di sostrato, cioè la situazione linguistica di

interferenza in cui si trova una popolazione alla quale viene imposta una nuova lingua. La

decadenza dell’impero rese più difficili le comunicazioni ed accentuò i particolarismi.

L’insediamento dei Longobardi produsse la frattura della penisola in 4 settori (2 longobardi e 2

bizantini) ed accentuò anche l’originaria frammentazione linguistica, tanto che ancora oggi gli

studiosi individuano in Italia 3 principali aree dialettali: l’area settentrionale, l’area toscana e

mediana e l’area meridionale.

La distinzione tra dialetto e lingua è del tutto convenzionale. Anche il dialetto è una lingua, infatti

alla base dell’italiano c’è il dialetto fiorentino che è stato poi elevato a lingua nazionale. La

differenza consiste soltanto nel atto che il dialetto è meno diffuso ed ha una minore importanza 6

politica rispetto alla lingua. Nel Medioevo, la nozione dialetto non era distinguibile da quella di

volgare. La mappa dei volgari abbozzata da Dante nel De vulgari eloquentia rappresenta il

contrasto tra la molteplicità delle parlate italiane, neutrali e prive di regole, e la fissità del latino, che

prevedeva rigide regole grammaticali. Nel De vulgari eloquentia il latino è descritto come una

lingua di secondo grado rispetto alla quale il volgare sono lingue di primo grado, apprese

naturalmente.

Le aree isolate sono aree geograficamente e storicamente appartate che impedivano

comunicazioni frequenti. L’isolamento di alcune aree ha garantito la conservazione di fenomeni

linguistici arcaici di cui sennò non avremmo avuto testimonianza.

La proposta di Bembo del 1525 di fondare la lingua scritta sul fiorentino letterario del Trecento e su

quello usato da Petrarca e Boccaccio segnò una svolta nella storia della nostra lingua. Bembo non

propose come modello il fiorentino a lui contemporaneo, ma una lingua antiquata, artefatta,

libresca, che potesse, un po’ come il latino, offrire regole sicure. Se l’italiano oggi ha mantenuto

un’inconfondibile impronta fiorentina, ciò si deve ai letterati del Cinquecento. Il fiorentino

argenteo è quel fiorentino successivo all’età di Dante, Petrarca e Boccaccio e gli argenteismi sono

le forme del fiorentino quattrocentesco e cinquecentesco accolte in italiano.

L’uso riflesso del dialetto è l’uso non spontaneo del dialetto. Il dialetto, infatti, non è riprodotto

scientificamente, ma viene forzato o deformato solo per ragioni stilistiche. Le opere scritte

consapevolmente in dialetto compaiono già nei primi secoli della nostra letteratura. I più antichi

esempi che possono essere ricondotti ad un uso riflesso del dialetto sono i “testi in improperium”,

che sono caratterizzati dalla parodia della parlata altrui. In seguito prenderà campo un intento più

polemico da parte del mondo contadino emarginato nei confronti della città. Nel cinema, l’uso del

dialetto viene introdotto prima sotto l’influsso delle sceneggiature napoletane, poi con il

neorealismo. Dagli anni 60, il dialetto viene usata soprattutto in funzione comica dalla cosiddetta

“commedia all’italiana” e il più usato è il romanesco.

La competenza linguistica è il grado di padronanza che un parlante possiede di una lingua. Si

distinguono una competenza attiva, cioè la capacità del parlante di produrre atti linguistici

appropriati in una data lingua, ed una competenza passiva, cioè la capacità del parlante di

comprendere gli atti linguistici prodotti da un interlocutore in una data lingua.

Al momento dell’unità d’Italia, la gran parte della popolazione parlava e capiva soltanto dialetto. Le

cose non migliorarono in modo decisivo dopo l’unificazione. Alla base della scarsa diffusione

dell’italiano c’era l’analfabetismo e la scuola, che doveva sconfiggerlo, funzionava male. Il tasso di

scolarità elementare rimase a lungo molto basso anche perché i ragazzi erano spesso impegnati in

attività lavorative. Dalla metà del Novecento la situazione è cambiata rapidamente, anche grazie

all’avvento della televisione che, insieme alla radio, ha svolto un ruolo fondamentale nel diffondere

un modello comune di italiano parlato. Oggi sono pochissimi gli italiani esclusivamente dialettologi,

cioè che usano solo o prevalentemente il dialetto anche parlando con gli estranei.

Il bilinguismo (come lingua nazionale-dialetto oppure 2 lingue nazionali) è la compresenza, nel

repertorio di un parlante o di una comunità, di due codici linguistici diversi ma di pari dignità. La

diglossia (la più tipica è quella dialetto-italiano), invece, assegna ai due codici ruoli e ambiti d’uso

differenziati a seconda delle situazioni comunicative.

La competenza dialettale è oggi largamente diffusa in Italia seppure in alcune regioni più che in

altre. Anche la lingua della narrativa si concede aperture sempre maggiori al dialetto, sia pure con

diverse funzioni:

- dialetto per dispetto: il dialetto è usato come trasgressione nei confronti della norma scolastica;

- dialetto per difetto: il dialetto è usato per segnalare una condizione di inferiorità o di

inadeguatezza;

- dialetto per idioletto: il dialetto è ricreato come lingua d’autore ed è quindi in grado di raccontare

un mondo a parte;

- dialetto per diletto: il dialetto è usato in modo ludico e comico.

Diversa è, invece, la funzione che il dialetto assume nella poesia. Nel Novecento, la poesia

“neodialettale” trovava nel dialetto una lingua incontaminata e capace di produrre un distacco alla

quotidianità.

Per delimitare un’area linguistica, gli studiosi si servono dell’isoglossa, cioè l’insieme dei punti di

un’area che presentano lo stesso fenomeno linguistico. Ogni linea di demarcazione fra due aree

linguistiche è sempre e comunque un’astrazione e le linee non corrono dritte da una città all’altra, 7

ma si accavallano ininterrottamente. I dialetti settentrionali, ad eccezione di quelli veneti,

appartengono all’area gallo-italica e hanno subito l’influsso del sostrato celtico, presentando

caratteri di fondo comuni.

La metafonesi è il mutamento del timbro della vocale tonica di una parola per influsso della vocale

della sillaba finale. Il fenomeno è largamente diffuso nei dialetti italiani, ma è estraneo al toscano.

Esistono vari tipi di metafonesi:

- la metafonesi settentrionale consiste nella chiusura di é e ó rispettivamente in i e u per influsso

di -i nella finale e nel dittongamento di è in jè e di ò in wò per influsso di -i nella finale;

- la metafonesi sabina consiste nella chiusura di è e ò in é e ó;

- la metafonesi napoletana consiste nel dittongamento di è in ié e in wó o wè.

I dialetti dell’area mediana, ad eccezione di quelli toscani e il romanesco, sono caratterizzati

soprattutto da 3 fenomeni rilevanti:

1. la metafonesi e in parte la metafonesi sabina;

2. la conservazione della distinzione latina tra -O e -U finali;

3. il neoneutro in -o.

I dialetti toscani sono distribuiti su 4 aree: l’area fiorentina, l’area toscano-occidentale, l’area

senese e l’area aretino-chianaiola. La gorgia toscana è un fenomeno tipico che consiste

nell’alterazione delle occlusive sorde intervocaliche che può portare alla spirantizzazione,

all’aspirazione o alla scomparsa. Alcuni studiosi ritengono che in questo fenomeno schiettamente

toscano vada riconosciuto l’influsso del sostrato etrusco, ma siccome non i hanno prove sicure, la

maggior parte degli studiosi preferisce considerare la gorgia toscana come un indebolimento delle

consonanti sorde intervocaliche.

I dialetti meridionali si dividono in alto-meridionali e meridionali estremi. I fenomeni che

caratterizzano i dialetti alto-meridionali sono:

- la metafonesi e il dittongamento metafonetico;

- l’indebolimento delle vocali finali che possono confluire in un’unica vocale oppure cadere del

tutto;

- la spirantizzazione di B.

I fenomeni che caratterizzano i dialetti meridionali estremi sono:

- il sistema vocalico di tipo siciliano;

- la conservazione delle vocali finali.

Tra italiano e dialetto non ci sono confini netti, ma un condizionamento reciproco rappresentato da

4 gradini in cui dal basso verso l’alto troviamo: il dialetto locale, il dialetto regionale, l’italiano

regionale e l’italiano comune. Le principali verità di italiano regionale sono:

- l’italiano settentrionale (distinto nelle sottovarietà galloitalica, veneta e friulana);

- l’italiano centrale (distinto nelle sottovarietà toscana e romana);

- l’italiano meridionale (distinto nelle sottovarietà campana e pugliese) e meridionale estremo

(distinto nelle sottovarietà siciliana e calabrese);

- l’italiano di Sardegna.

Spesso l’italiano regionale è il punto di arrivo di un processo attraverso il quale una parlata locale

si è avvicinata all’italiano, perdendo i contrassegni più particolari.

L’ipercorrettismo è una correzione a sproposito spontaneamente messa in atto da parlanti con

un’insufficiente competenza linguistica. Alla base dell’ipercorrettismo c’è una censura linguistica

nei riguardi di un costrutto o di una forma grammaticale considerati squalificanti o provinciali.

Il metaplasmo è il passaggio di una parola ad una classe morfologica diversa da quella originaria.

Un fenomeno piuttosto frequente anche nel passaggio dal latino all’italiano.

Il patrimonio lessicale dell’italiano, come quello di qualsiasi lingua naturale, è in continua

espansione. La gran parte dei nuovi vocaboli nasce attraverso meccanismi di formazione delle

parole. Negli ultimi decenni sono molte le parole importate dalle lingue straniere. Anche i dialetti

hanno contribuito ad ampliare il vocabolario della tradizione lessicale e ad ottenere una più colorita

espressività.

Capitolo4: Scritto e parlato

Scritto e parlato obbediscono a leggi, esigenze e modalità espressive diverse. Nello scritto,

esposto più o meno durevolmente all’analisi e al giudizio di chi legge, il destinatario può essere

anche molto lontano nel tempo e nello spazio e di solito conosce soltanto la redazione finale: il 8

processo di composizione rimane di norma invisibile al lettore. Lo scritto è consultabile partendo da

qualunque punto di testo. Il parlato invece è strettamente legato al qui e ora della situazione

comunicativa. Elaborato e recepito in tempo reale, si sviluppa nell’interazione con gli altri e ciò

rende possibile il feedback: l’emittente comprende la ricezione e la comprensione di quanto viene

detto e il destinatario ha la possibilità di manifestare comprensione, accordo o disaccordo nei

confronti di chi sta parlando. Il parlato ha poi uno svolgimento lineare: non è possibile riascoltare

dei brani, tornare indietro o andare oltre come invece può avvenire per il testo scritto. Chi parla

mira soprattutto a far capire le proprie intenzioni comunicative e non è così attento alla

precisazione sintattica e alla “coesione testuale”. In un testo, la coesione è la qualità che fa

riferimento alle sue connessioni sintattiche e morfologiche formali, mentre la coerenza è la qualità

che riguarda i legami logici e semantici sostanziali o contenutistici.

La parola testo è un vocabolo nato in un mondo dominato dallo scritto per designare produzioni

scritte e che non si presta altrettanto bene ad indicare le produzioni linguistiche orali. Per

quest’ultime è preferibile utilizzare il termine discorso, che rende meglio l’importanza

dell’interazione con gli interlocutori.

Esistono diverse tipologie di parlato. C’è differenza tra parlato spontaneo, come quello di una

conversazione tra amici, e parlato non spontaneo, ma programmato in precedenza. C’è differenza

tra parlato-letto e parlato-recitato, tra parlato mongolico e parlato dialogico, tra parlato in presenza

e parlato in assenza degli interlocutori.

Secondo il linguista Roman Jakobson, nella comunicazione intervengono 6 fattori: l’emittente, il

ricevente o destinatario, il messaggio, il canale o mezzo, il codice e il contesto. In correlazione con

questi 6 fattori, Jakobson individuò 6 funzioni della lingua: emotiva, conativa (la lingua si orienta sul

destinatario, come in un discorso politico), poetica (il messaggio è orientato su sé stesso), fàtica (la

lingua si concentra sul canale), metalinguistica (la lingua parla di sé stessa) e referenziale o

rappresentativa o denotativa (la lingua descrive la realtà oggettivamente).

Il testo scritto è abitualmente diviso in capitoli, paragrafi, capoversi e al suo interno i confini tra le

frasi dono ben delimitati dalla punteggiatura, la sintassi è serrata e precisa e il lessico tende a

evitare ripetizioni inutili. Nel parlato troviamo esitazioni, cambiamenti repentini del soggetto della

frase, “false partenze” e ridondanze. Tutti questi elementi sono funzionali alla comunicazione per

offrire, ad esempio, informazioni utili allo stato emotivo dell’interlocutore, il tutto accompagnato

dalla prossima, cioè lo spazio fisico tra gli interlocutori, e dalla gestualità, cioè l’insieme dei gesti

del corpo. Nel discorso si devono anche considerare le pause che possono essere vuote, cioè i

silenzi, o piene, cioè riempite da espressioni come mhm, ehm, e che comunicano una serie di stati

emotivi da prendere in considerazione. Sono poi importanti i tratti prasegmentali, ovvero le

caratteristiche prosodiche del parlato che sono l’intensità, il ritmo e l’intonazione. Tipica del parlato

è la deitticità, ovvero il legame di ogni enunciato (“Prendi!”) con il contesto extralinguistico (il libro).

I deittici sono tutti gli elementi che permettono di realizzare questo legame. Una parte importante

ha nel dialogo anche la presupposizione, con cui si allude a conoscenze date per condivise. Chi

parla dà poi massimo rilievo alle informazioni che ritiene più importanti.

Il contenuto informativo di una frase è strutturato in tema, ciò di cui si parla, e rema, ciò che si dice

riguardo al tema (per esempio, Alfredo [tema] è andato a scuola [rema]). Queste due nozioni

vanno tenute distinte da quelle di dato, cioè l’informazione nota da chi parla, e nuovo, cioè

l’informazione presentata come nuova (per esempio, Mario [tema/nuovo] l’ha presa [rema/dato]).

Ogni enunciato costituisce anche un atto linguistico. Affinché la comunicazione abbia luogo,

l’interlocutore deve possedere una competenza pragmatica, cioè la capacità di comprendere

l’effetto degli enunciati linguistici sul contesto comunicativo.

Nell’atto linguistico si distinguono 3 livelli: l’atto locutivo (l’atto del dire qualcosa), l’atto illocutivo

(l’azione che si compie nel dire qualcosa) e l’atto perlocutivo (l’effetto ottenuto col dire qualcosa).

La conversazione rappresenta la situazione più tipica di parlato: due o più interlocutori che si

alternano liberamente nel discorso. Le massime conversazionali sono di qualità (fornire un

contributo vero), di quantità (fornire un giusto numero di informazioni), di relazione (essere

pertinenti all’argomento della conversazione) e di modo (evitare oscurità e ambiguità). Nel parlato

di tutti i giorni, queste massime conversazionali vengono frequentemente violate e così viene

introdotta l’implicatura conversazionale: se le massime vengono violate, ipotizziamo che

l’interlocutore continui la conversazione in maniera deliberata, per comunicarci in quel modo

qualcosa. Le massime possono essere anche violate, ma rimangono immanenti alla 9


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

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