Il repertorio linguistico italiano
Che cos'è un repertorio linguistico?
È l'insieme delle risorse linguistiche (insieme delle lingue) a disposizione della comunità o di un singolo parlante. Ci sono 2 tipologie di repertorio linguistico:
Repertorio linguistico comunitario
Consiste nelle lingue che sono a disposizione della comunità. È molto raro che sia monolinguistico, generalmente ci sono almeno 2 lingue (italiano e dialetto locale). Sono quelle lingue che una comunità da sempre riconosce come proprie, perché storicamente parlate nel territorio. Questo non vuol dire che tutti conoscono le lingue riconosciute e parlate nella comunità. È la comunità che stabilisce il repertorio linguistico comunitario tramite la consuetudine!
N.B: le lingue straniere NON sono parte del repertorio linguistico comunitario!
Repertorio linguistico individuale
Consiste nelle lingue che sono a disposizione del singolo parlante. ATTENZIONE! Il repertorio linguistico comunitario NON è l'insieme dei repertori linguistici individuali!
Se consideriamo piccole comunità di parlanti, la situazione sarà più complessa.
- La comprensione di una lingua rientra nella competenza passiva. Conoscere una lingua, ma non utilizzarla è anch'essa una competenza passiva o limitatamente attiva.
- La stessa comunità di parlanti assegna dei ruoli alle varie lingue del repertorio comunitario. Esiste, perciò, un rapporto, una struttura gerarchica.
- Ci sono lingue che risultano più autorevoli e hanno funzioni più ufficiali, altre sono riservate a usi specifici, come quelli orali (in Piemonte: italiano e piemontese → italiano quello superiore e più autorevole perché è la lingua ufficiale e utilizzata a livello istituzionale che ricopre tutti i campi della comunicazione ufficiale, mentre il dialetto piemontese non viene utilizzato per scopi istituzionali (con poche eccezioni) ed è subordinata all’italiano.
- È molto improbabile che all’interno di una comunità linguistica due lingue siano poste sullo stesso piano e che si trovino in condizione di parità, perché altrimenti sarebbe anti-economico e inutile. Gli stessi membri della comunità individuano le lingue e assegnano loro le funzioni da svolgere.
Ciascuna lingua dispone di una specializzazione funzionale: ogni lingua all’interno di un repertorio si specializza di una particolarità per svolgere specifiche funzioni. Per esempio: il piemontese ha la funzione prevalentemente colloquiale, informale, è la lingua della quotidianità e affettività. La lingua ufficiale si è specializzata in ambiti di alto livello, istituzionali.
N.B.: non significa che le due lingue svolgano funzioni completamente diverse e siano complementari. Mentre è possibile che l’italiano possa essere utilizzato nella colloquialità/quotidianità, in caso contrario è molto improbabile che il dialetto ricopra le funzioni ufficiali e istituzionali dell’italiano, ma ci può essere una sovrapposizione funzionale.
- La lingua alta si chiama Acroletto (acro = alto (greco) + letto (lingua/dialetto)) → l’italiano è (la lingua di) acroletto. È una lingua standardizzata, sottoposta a un processo normativo, cioè dispone di regole grammaticali da seguire.
- La varietà bassa di una lingua è il Basiletto (basi = base, al punto + basso). Le lingue di sono nel caso italiano rappresentate dai dialetti, è la lingua che una comunità riserva alle aree familiari, colloquiali, e sono le prime lingue che i bambini imparano durante la socializzazione (L).
N.B.: In altre situazioni non c’è una polarizzazione del genere, possono esserci delle lingue intermedie, che possono essere più di due o tre nello stesso territorio.
Variazione dei repertori linguistici
I repertori linguistici, sia quelli comunitari che individuali, possono essere soggetti a variazioni con il passare del tempo, possono aumentare lingue ma possono anche diminuire:
- Nel repertorio individuale: si può avere il fenomeno dell'obsolescenza (invecchiamento) quando una lingua può invecchiare nel tempo e poi scomparire, è il caso per esempio di migrazioni permanenti (parlanti che hanno dimenticato una lingua perché non la usano più).
- Nel repertorio comunitario: nel corso della storia una comunità può decidere di adottare una nuova lingua o abbandonarne una vecchia (pianificazione linguistica) perché non è più appetibile e utile (per es. in Italia si sono abbandonate il latino e le lingue neo-latine).
Tipi di bilinguismo
Definizione generale: il bilinguismo (monolinguismo raro) è la presenza di due lingue presso un repertorio individuale o comunità ed è la condizione più diffusa.
Una comunità di parlanti si può definire bilingue se i componenti di questa comunità usano regolarmente o hanno la possibilità di usare due lingue in un'interazione reciproca (italiano + dialetto), ma ultimamente le cose stanno cambiando, si sta andando verso un monolinguismo. Dal punto di vista semantico ha sviluppato un'accezione ampia (chiunque conosca due lingue) in accezione stretta implica uguale competenze in due lingue che sono state apprese simultaneamente.
- Bilinguismo bilanciato: competenza pari tra due lingue.
- Bilinguismo non bilanciato: competenza non pari tra le due lingue → competenza passiva di una delle due.
- Bilinguismo simultaneo: due lingue vengono imparate allo stesso tempo.
- Bilinguismo successivo: due lingue vengono imparate in momenti diversi.
- Bilinguismo additivo: due lingue sono apprese in due momenti diversi.
- Bilinguismo sottrattivo: tra più lingue può scomparire una (obsolescenza) (mono dove da due a uno).
Diglossia: (glossia = modo di parlare, di = due) è un tipo particolare di bilinguismo che prevede la compresenza di due lingue presso un repertorio con funzioni specifiche, quindi non sullo stesso livello (se è sullo stesso livello non si tratta di diglossia, devono essere gerarchicamente differenziate ed è la situazione più frequente).
Dilalìa (lalia = loquace) a differenza della diglossia, anche se ci sono due lingue, c’è una sovrapposizione funzionale, ovvero entrambe le lingue possono svolgere le stesse funzioni.
Repertorio linguistico italiano
L’Italia non è un paese monolitico, da sempre, in Italia si parlano molte lingue, e non tutti gli italiani parlano (solo) italiano. I dialetti fino agli anni ‘70 sono stati le lingue usate per la comunicazione quotidiana da parte di tutti, solo dopo si è iniziato a usare anche l'italiano. I dialetti non sono semplici varietà di italiano ma sono vere e proprie lingue.
Italiano regionale: una delle lingue che è maggiormente coinvolta nella variazione territoriale e geografica perché ha subito l'influenza dei dialetti. C'è una percentuale di italiani che non parlano italiano: che utilizzano solo ed esclusivamente il dialetto → dialettofoni, conoscono solo il dialetto (meno del 3% della popolazione). Per questo motivo consideriamo parte del comunità italiana chi come lingua primaria, usa per comunicare quotidianamente l'italiano oppure un qualunque dialetto italo-romanzo. Uso una delle lingue del repertorio linguistico italiano. Chi non usa nessuna delle lingue del repertorio → non conoscere l'italiano ma parlare il dialetto che è lingua del repertorio o una delle minoranze linguistiche italiane non può far parte del repertorio linguistico italiano. (Per farne parte bisogna saper parlare o l'italiano, o un dialetto o una minoranza linguistica)
Situazione resa più complessa dalle tantissime varietà dei dialetti italiani. Ogni dialetto ha la sua sfumatura. Ci sono poi territori dove si parlano anche altre lingue che non sono né italiano né dialetti, ma sono comunque lingue accertate storicamente: sono le cosiddette minoranze linguistiche. In Italia ci sono 12 minoranze linguistiche interne nel territorio da sempre: 6 romanze e 6 non romanze.
Repertorio linguistico italiano
Il repertorio linguistico italiano è particolarmente complesso. In Italia la lingua ufficiale è l’italiano ma ci sono molte altre lingue endogene, cioè lingue nate all’interno di uno specifico territorio—presenza di una serie numerosa di altre lingue endogene, non soltanto i dialetti, cioè storicamente interne al territorio attraverso, ad esempio, fenomeni migratori. Per queste ragioni dal punto di vista sociolinguistico viene ritenuto parlante nativo italiano: un qualsiasi individuo che utilizzi o l’italiano o uno dei dialetti del gruppo italo-romanzo come sua prima lingua.
ATTENZIONE! Non dimentichiamo che esiste una minoranza ma non trascurabile ad oggi in Italia che non parla italiano o che ha avuto come lingua materna propria L una lingua diversa dall’italiano (3%). Ne fanno parte i dialettofoni—che non conoscono l’italiano, come gli anziani, gli incolti, o persone e non lo utilizzano perché usano una delle lingue delle minoranze linguistiche che non sono dialetti.
Il repertorio linguistico italiano è formato da:
- Italiano
- Dialetti del gruppo italo-romanzo
- Almeno altre 12 lingue delle minoranze linguistiche
Lingue delle minoranze linguistiche: sono storicamente radicate nel nostro territorio, sono tutelate e riconosciute dalla legge italiana (1999). Sono lingue che vengono parlate in alcuni territori specifici del nostro territorio. Qualcuna ha una vitalità fortemente a rischio. 6 appartengono alla famiglia delle lingue romanze e le altre 6 che non appartengono alle lingue romanze, ma a diversi ceti linguistici.
Come possiamo definire questo repertorio? Se dovessimo valutare un livello medio rappresentativo della realtà italiana potremmo dire che si tratta di un repertorio basato generalmente su due lingue, una alta e una bassa, un acriletto e un basiletto: alta=italiano; bassa=dialetto. Situazione media di bilinguismo, diglossia. Formato da due sistemi fondamentali (diasistemi: cioè due lingue che tra loro condividono tratti comuni): lingua nazionale e dialetto.
Gaetano Berruto: ha definito questo repertorio come un repertorio basato su un sistema diglottico (quindi due lingue una alta e una bassa) oppure una “situazione di bilinguismo endogeno a bassa distanza strutturale”.
- Bilinguismo di tipo endogeno: perché entrambe le lingue sono nate all’interno del territorio e vengono parlate (se fossero di un altro territorio non sarebbe endogeno).
- A bassa distanza strutturale: i due diasistemi che compongono queste due lingue endogene sono simili, condividono delle caratteristiche dunque non sono a poli opposti.
Sappiamo che in Italia esiste complessivamente una maggioranza di individui che dichiara di parlare prevalentemente l’italiano nelle situazioni più informali. È una maggioranza relativa (inferiore al 50%).
Esiste un’ampia minoranza appena un po' più bassa della maggioranza che dichiara di usare il dialetto accanto all’italiano. Ormai da un paio di decenni è in calo costante la percentuale di chi dice di usare prevalentemente il dialetto ma si mantiene stabile e cresce la percentuale di chi dice che usa il dialetto accanto all’italiano.
Esiste una piccola minoranza che non sa o non usa l’italiano. Questa è la situazione generale perché sono molte le eccezioni. Molte sono le comunità linguistiche o repertori linguistici all’interno del territorio italiano che non possono essere descritte da queste definizioni. Ci sono comunità monolingue o al contrario comunità da più di 3 lingue:
Monolinguismo
Le comunità caratterizzate da monolinguismo sono Firenze e in parte a Roma. Possiamo almeno apparentemente riconoscere una condizione di monolinguismo. Una situazione in cui manca una delle due lingue del repertorio: l’italiano no perché è la lingua ufficiale, dialetto? Forse.
Firenze
- L’italiano deriva dal volgare fiorentino. Ciò significa che l’italiano viene stabilito e riconosciuto dalla decisione di alcuni intellettuali sul modello del fiorentino perché in origine tra il fiorentino e l’italiano non c’erano differenze.
- Come parla un fiorentino? In fiorentino. Questo individuo non potrà utilizzare due lingue che sono strutturalmente diverse tra loro, perché l’italiano deriva dal fiorentino, ed è modellato sul fiorentino quindi sono la stessa cosa. Sono due varietà diverse di una stessa lingua: da un lato un fiorentino orale che è evoluto fino ad oggi e dall’altra un particolare fiorentino da cui si è evoluto l’italiano. Sono lo stesso modello linguistico.
Però l’italiano regionale fiorentino: varietà bassa, l’italiano standard: varietà alta → sorta di sistema bilinguistico, di diglossia, ma diglossia interna in quanto si tratta di due varietà di una stessa lingua.
Roma
- A Roma esisteva un dialetto, un antico volgare di Roma e che aveva dei tratti linguistici propri quindi che era al pari degli altri una lingua vera e propria. Lo sappiamo perché abbiamo delle testimonianze soprattutto una cronaca, un testo che ci dà una situazione molto chiara della situazione linguistica a Roma nel XIV secolo.
- Romanesco di prima fase: questo testo ci dice che l’antico volgare romano è molto più simile di quanto lo sia oggi ai volgari meridionali perché coesistevano dei fenomeni linguistici che sono condivisi con l’area meridionale, e in particolare assomiglia di più al volgare napoletano.
- Romanesco di seconda fase: inizia con un grande evento storico → il sacco di Roma (1527), ovvero una devastazione compiuta dai lanzichenecchi: soldati e mercenari tedeschi mandati da Carlo d’Asburgo. I lanzichenecchi devastano Roma con 20.000 morti tra i 50 mila abitanti, 10 mila fuggono e successivamente 30 mila muoiono per la peste che i lanzichenecchi hanno portato → popolazione è più che dimezzata. Il sacco di Roma è un simbolo nella storia italiana, evento drammatico per l’Italia in generale, perché dopo il sacco assistiamo a un declino dell’Italia che sarà da questo momento in poi in balia di altre nazioni o per lo meno di eserciti stranieri. Il sacco di Roma segna la fine del Rinascimento, e sul piano linguistico segna la fine del romanesco di prima fase.
- Dopo sacco di Roma: a partire dal sacco di Roma il volgare parlato a Roma cambia perché è cambiato anche il contesto storico (è importante il rapporto tra lingua e storia locale): dopo la calata dei lanzichenecchi l’imperatore Carlo V e il Papa segnano la pace con la pace di Barcellona (1528). Il papa è Clemente VII, un papa fiorentino che si chiama Giulio de Medici ed è il nipote di Lorenzo de Medici il Magnifico. Dopo la pace di Barcellona a Roma il papa decide di ripopolare la città di Roma con la sua corte. Un insieme di numerose persone arriva da Firenze e favorisce l’immigrazione di una nutrita comunità fiorentina verso la futura capitale. Di conseguenza, dato che buona parte della comunità fiorentina che ripopola Roma parlava il fiorentino, il romanesco subisce una forte impronta fiorentina → fiorentizzazione. Inizio romanesco di seconda fase: assume una fisionomia fiorentinizzante.
Conseguenze:
- Il romanesco diventa una lingua che da questo momento non può più essere riconoscibile come altra alla lingua italiana avendo subito una grande influenza fiorentina. In effetti l’alta società a Roma nell’800 parlava italiano.
- Espressione “romanesco”: suffisso -esco ha una valenza svalutativa. I romani stessi, soprattutto della nobiltà riconoscevano in quel parlato una varietà italiana corrotta. Denominazione romanesco nasce qua, non romano.
- Questo processo di fiorentizzazione del romanesco ha un secondo momento dominante quando Roma diventa capitale. Questa nuova condizione genera un fenomeno migratorio da altre province e regioni verso la capitale. Nella città così si trovano persone che parlano lingue diverse. Questo comporta che chi arriva da fuori deve saper comunicare quindi si ha un processo di italianizzazione — iniziano a parlare in italiano.
- Quindi il romanesco continua il suo processo di italianizzazione al punto che numerosi linguisti che si sono concentrati sull’area romana sostengono che non si possa parlare in senso stretto di dialetto romanesco perché l’impronta fiorentina è tanto forte che rendono impossibile la differenziazione netta tra italiano e romanesco. Avviene dunque una situazione simile a quello di Firenze.
C’è chi chiama il romanesco un dialetto e c’è chi lo chiama romanesco e basta. Forse è impossibile per un romano distinguere il suo romanesco e l’italiano, non c'è un confine.
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