Capitolo 1: Le parole, introduzione al problema
Parole, lessemi, varianti
È discusso in ampi dibattiti dagli studiosi il concetto di parola dal punto di vista linguistico. Ma, in generale, essa è:
- Un'unità minima, isolabile nella frase;
- È composta da una sequenza di fonemi (uno o più suoni che hanno la proprietà di distinguere due parole diverse);
- È dotata di significato autonomo (almeno le parole piene come nomi o aggettivi) oppure di funzione sintattica (per le parole semanticamente vuote).
La parola del parlato è detta parola fonologica, che consiste in una sequenza di suoni le cui regole sono determinate da quelle della struttura delle sillabe; la parola del parlato è detta invece parola grafica, che viene identificata attraverso un insieme di lettere distanti le une dalle altre attraverso spazi.
Il patrimonio delle parole è il lessico, le cui unità formano gli enunciati. Esiste inoltre il concetto di lessema, il quale rappresenta la forma "non flessa" delle parole: un verbo sul dizionario verrà identificato secondo il suo lessema, quindi nella sua forma all'infinito.
Parole e grammatica
Mentre il numero delle parole è sempre in crescita e quindi il lessico è in continuo dinamismo, le regole di grammatica rappresentano un cerchio relativamente stabile, ogni cambiamento di regola grammaticale sconvolge l'intero sistema. Tuttavia lessico e grammatica sono legati dal fatto che le parole vengono adattate secondo un insieme di regole grammaticali. Ci sono alcuni elementi del lessico utilizzati con funzioni grammaticali come locuzioni preposizionali o congiunzioni ("a causa di", "da parte di"): sono elementi grammaticali che si sono lessicalizzati e che quindi hanno subito un processo di lessicalizzazione. Viceversa, alcuni elementi che appartenevano alla sfera grammaticale hanno avuto un processo di grammaticalizzazione: citiamo il caso di "non" che si è univerbato (cioè fuso) con il participio presente "ostante", ottenendo la preposizione "nonostante".
Vocabolario comune e vocabolario di base: la disponibilità all'uso
Ciascuna parola ha una sua frequenza d'uso o disponibilità d'uso, la quale non è quantificabile, ma possiamo essere certi del fatto che una parola si usi più di un'altra solo all'interno di un determinato corpus, quindi all'interno di una serie di testi, orali o scritti, scelti come campione di rilevamento. Anche se per quanto il corpus possa essere vasto e vario potrebbero non figurare affatto parole a tutti note, e viceversa.
Ogni vocabolario è ormai fondato sul principio della frequenza del lessico, che consente di canalizzare il suo apprendimento in maniera razionale, infatti è ormai incontestabile il principio secondo cui partire dalle parole che appaiono più usate è il sistema migliore per l'apprendimento della lingua da parte di un bambino o di uno straniero.
Le parole più frequenti in italiano, sono anche le più antiche. Nel corso del XX secolo assistiamo a una crescita esponenziale delle parole in italiano, dovuta ai grandissimi progressi in ambito tecnico scientifico, ma non tocca al lessico ad alta disponibilità, il quale è cambiato pochissimo nel corso della storia.
Il lessico mentale
Il lessico mentale è l'insieme delle parole memorizzate da un parlante e le relazioni tra esse, le quali possono essere:
- Di tipo formale come le rime o le allitterazioni;
- Di tipo semantico come quelle tra sinonimi e antonimi;
- Di tipo insieme formale e semantico come le relazioni che si stabiliscono all'interno della formazione delle parole (forma/formale/formalizzare).
Rapporti paradigmatici e rapporti sintagmatici
La correlazione delle parole può essere di diversi tipi, distinguiamo innanzitutto i rapporti sintagmatici da quelli paradigmatici:
- I rapporti sintagmatici sono i legami semantici che collegano tra loro i componenti di una frase, come ad esempio: "Aprii il libro e cominciai a leggere", omettendo il termine libro chiunque sarebbe capace di indovinarlo dato il contesto della frase, perché le parole si richiamano tra loro secondo modalità prevedibili. È chiaro che più ampia è l'estensione e meno i contesti sono prevedibili: riusciamo subito ad associare la parola "gatto" al verbo "miagolare", ma di fronte a un generico "fare" non sappiamo pronunciarci, date le innumerevoli alternative che esso propone.
- I rapporti paradigmatici sono i rapporti semantici che legano ciascun componente della frase con i suoi possibili sostituti, come ad esempio: "Qui fa freddo" "No, fa caldo", dove il rapporto paradigmatico è dato dalla sostituzione di "freddo" con il suo contrario.
Capitolo 2: Il significato delle parole
Significante, significato, referente
Il rapporto tra la parola e il suo significato viene studiato dalla semantica, la scienza del significato. Una parola può essere distinta in due parti: il significante (la forma della parola) e il significato (il contenuto). Per esempio nella parola "casa" il significante è dato dai suoni che le singole lettere le conferiscono, le quali arrivano a formare nel destinatario l'idea di una rappresentazione determinata di un oggetto mentale, che può essere anche astratto; differente è invece l'elemento non linguistico, la casa "reale", il quale costituisce il referente.
Convenzionalità, immotivazione, rimotivazione secondaria
La parola che si sceglie per indicare un oggetto mentale, è frutto di una scelta convenzionale; infatti la stessa successione di suoni viene usata in varie lingue per designare parole diverse: per esempio “tear” che in inglese significa “lacrima” è uguale al francese “tir” che vuol dire “tiro”. Quindi non c’è nessun rapporto tra l’oggetto e la parola con cui lo designiamo: la designazione della parola alla cosa ci è stata per così dire imposta negli anni dell’infanzia, al momento di primo impatto con la lingua e contemporaneamente con la vita.
Il rapporto tra lingua e visione del mondo è sorprendentemente reciproco: ogni comunità linguistica accetta e sviluppa, attraverso la sua lingua, una certa visione del mondo, condizionata a sua volta dall’esperienza che i parlanti hanno del loro mondo materiale e spirituale. Per esempio non a caso la protettrice della vista è Santa Lucia, c’è infatti un’evidente connessione tra la parola “luce” e il nome Lucia.
L’etimologia popolare è il risultato della tensione tra l’arbitrarietà del segno e il bisogno latente dei parlanti di attribuirgli una motivazione: sono nate, in seguito a ciò, numerose leggende e persino nuovi ideali di bellezza (come l’ideale degli occhi verdi, che in realtà non esistono e l’idea della loro effettività è data dall’antica parola francese “ieus vairs”: occhi grigio-blu).
Esistono inoltre alcune parole “morte” che i parlanti continuano a utilizzare, pur perdendo la coscienza dell’antico significato che esse avevano (come il caso di “fara”, utilizzato per vari centri di Italia, che ha una derivazione longobarda che designava il raggruppamento familiare su cui si basava la struttura sociale del popolo).
Inoltre alcune parole morte si apprestano facilmente alla rimotivazione secondaria: vengono trasformate in parole vive e simili che presentano motivazioni secondarie (in Calabria l’”Aspromonte” viene comunemente associato al suo essere aspro, impervio. In realtà “aspros” è una parola greca che significa “bianco”).
La polisemia
La maggioranza delle parole è “immotivata”, quindi non trae la propria forma dalla realtà, dunque accade che ogni parola può avere più significati: questo è il fenomeno della polisemia (fenomeno che riguarda quasi tutte le parole). I significati sono ordinati dai vocabolari all’interno di una sola voce.
Per esempio “barriera” significa “ostacolo”, ma anche “cinta daziaria”, e in questi casi per capire il significato, bisogna fondarsi su una visione più larga di quella della singola parola: su quella del contesto. La polisemia viene sfruttata anche nella lingua della pubblicità e della satira per via degli effetti stilistici che può produrre.
L’omonimia
L’omonimia è l’identità tra due forme di origine differente: per esempio, “sale” è una sola con due significati diversi; ma qui non siamo in presenza di un caso di polisemia perché hanno un’etimologia (una storia) del tutto separata e inoltre non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra, infatti sul dizionario sono due voci a sé stanti.
Esiste però un altro caso di omonimia: dal significato primario di una parola possono derivare delle accezioni secondarie così differenti, da costituire infine, nella coscienza dei parlanti, due omonimi (“bolla” come rigonfiamento d’aria o come timbro).
Si hanno quindi rapporti di omonimia tra:
- Una parola di tradizione popolare e una di tradizione dotta;
- Una parola di tradizione dotta e un’altra parola di tradizione colta;
- Tra una parola di tradizione dotta e un prestito da un’altra lingua;
- Tra due prestiti di lingue diverse.
L’interdipendenza tra famiglie di parole
L’omonimia è un caso del fenomeno più ampio dell’interdipendenza tra famiglie di parole: la semplice somiglianza (non identità) delle forme, che può provocare anche squilibri nel sistema. Ad esempio il “lampascione” (una sorta di cipollotto selvatico) viene chiamato “lampone” da molti parlanti che sentono questa parola più vicina alla lingua nazionale. In questo caso funziona una sorta di attrazione semantica involontaria, in cui è presente un errore accolto nella comunità linguistica.
Sinonimia e antonimia
Le parole che hanno lo stesso significato sono chiamate sinonimi, anche se una perfetta identità di significato e di possibilità d’uso non esiste, anche tra parole per cui sembrerebbe possibile la sinonimia assoluta: si parla dunque di sinonimia relativa, preferendo ammettere che le parole, anche quelle più vicine, possono condividere lo stesso fondamentale significato.
I contrari invece vengono detti anche antonimi, diversi a loro volta dai contraddittori. Questi ultimi, infatti, rappresentano una negazione (il contraddittorio di “veloce” è “non veloce”, mentre il suo contrario è “lento”). Inoltre i contrari possono essere graduabili e non graduabili: mentre i primi possono esprimere una comparazione (“tu sei più veloce di me”), i secondi esprimono una scelta netta (“Iolanda è viva”), ma resta il fatto che se i contrari non graduabili sono usati in senso metaforico diventano anch’essi graduabili (“Milano è viva città” implica che è più viva di altre città). Esistono inoltre aggettivi privi di un contrario come “freddoloso”.
Iperonimia e iponimia, estensione e intensione
Un sottotipo di sinonimia è costituita dal rapporto tra iperonimi (parole di significato più esteso e generico con una maggiore estensione: per esempio “mammifero”) ed iponimi (parole di significato più ristretto e specifico con una maggiore intensione: “mucca”).
Realtà e oggetto mentale
La realtà è una verità infinita i cui confini sono inesplicabili, dunque occorre immaginare una zona-limite, un’area di transizione, ovviamente inimmaginabile all’interno dell’idea di realtà extralinguistica, dunque è la lingua a delimitare questa linea continua, e ogni lingua si crea questi limiti e questi tagli per proprio conto nella massa del contenuto, che provvedono a rendere ogni lingua diversa dalle altre. Dunque noi riceviamo l’immagine del mondo con la nostra lingua materna e i concetti che si incontrano in tutte le lingue, vengono “tagliati” differentemente in base al gruppo linguistico a cui appartengono. Infatti quando cerchiamo di applicare i nostri schemi mentali a realtà che non corrispondono esattamente ad essi, si verificano difficoltà: la nostra incertezza viene soprattutto dal fatto che abbiamo un’immagine mentale un po’ troppo precisa di quello che devono essere.
La definizione degli oggetti mentali
Riguardo all’oggetto mentale esistono vari studi per i quali si ricorre all’analisi componenziale, che è la scomposizione di domande complesse in elementi di base, i quali saranno chiamati semi. Pottier fece uno studio sull’oggetto mentale “sedia”, per il quale esistono diversi modelli e vari semi (con schienale, su piedi, per una sola persona, per sedersi); sono nati a riguardo dunque cari dibattiti come il quesito secondo il quale una sedia senza piedi probabilmente non potrebbe più dirsi propriamente “sedia” e vari altri esempi. In ogni caso un’analisi impostata in questo modo è sostanzialmente corretta quando si passa dalla riflessione teorica alla concreta prassi lessicografica, cioè quando si fa un vocabolario e si deve definire un oggetto mentale individuandone le caratteristiche distintive ed essenziali.
Nomi astratti e nomi concreti
La differenza tra nomi concreti e nomi astratti sta nel fatto che nei primi il referente è accessibile ai sensi, mentre per i secondi il referente è immateriale e non è accessibile ad essi. Spesso non sono i nomi ad essere astratti o concreti di per sé, ma è astratto o concreto il senso in cui sono impiegati: per esempio il “colore” si vede ed è concreto, ma nel senso di colore politico è un’astrazione. Anche le malattie propongono queste differenziazioni: alcune sono chiaramente percepibili dai sensi (l’acne), altre sono immateriali di per sé (l’ansia).
Un altro aspetto consiste nella concretizzazione degli astratti, che consiste nella coesistenza all’interno della stessa parola di un senso astratto ed uno concreto, come per esempio il verbo “costruire” che esprime l’astratta azione del costruire, ma anche il concreto oggetto che viene costruito.
La definizione di una parola
L’importanza della definizione del significato è stata riconosciuta come un’operazione propriamente linguistica, quindi scientifica, e come la via di passaggio, di collegamento tra la semantica e la logica. Ogni dizionario ha dovuto inventare le forme e i tipi di ciascuna parola: parte generalmente da unità più generiche per aggiungere semi sempre più specifici: quindi è presente innanzitutto la menzione di una parola più astratta e più generale di quella da definire e subito dopo c’è l’indicazione di una differenza specifica (analisi per iperonimi). Esiste anche l’analisi per negazione costituita dalla definizione attraverso antonimi e contrari (“lasciare”= “non portare con sé”), e il rinvio a un sinonimo o a una serie di sinonimi. In questo caso non c’è analisi.
Capitolo 3: La fraseologia
Caratteri funzionali e strutturali delle locuzioni
I dizionari descrivono le parole isolandole, quindi estraendole dai singoli contesti in cui ricorrono, anche se questi ultimi sono indispensabili per inquadrare la parola considerata, perché non esiste segno linguistico che non sia inquadrato in una combinazione con altri segni nell'ottica di formare un enunciato. Esiste a questo proposito l'idea di globalità del significato, il quale non può essere considerato come la somma dei significati delle singole parole ma deve essere estrapolato da un concetto più ampio.
Modi di dire e sistemi sociali
I modi di dire sono diventati, attraverso l'uso, elementi fissi, cristallizzati nella lingua dato il loro largo uso e l'importanza dal punto di vista storico (quindi antropologico) perché inquadrano esperienze che furono incisive per la comunità. Molti di essi nascono da prassi giudiziarie cadute in disuso da molti secoli: per esempio l'espressione "mettere le corna" è un modo di dire che si usa continuamente nel linguaggio comune, ma che apparentemente non ha nessun legame con il tradimento: esso era una pratica giudiziaria elementare in uso nel Medioevo, quando era abitudine imporre delle corna di scherno ai mariti che tolleravano una condotta immorale della moglie; "finire al verde" deriva dall'abitudine di far portare un berretto verde ai falliti in segno di pubblico scherno.
Un altro campo fertilissimo per i modi di dire è costituito dai riferimenti agli animali: "avere, dare la scimmia" risale ad abitudini giudiziarie del passato, e cioè all'uso di un animale come simbolo di punizione; altro campo è quello dei riferimenti ai vestiti in quanto rappresentanti dello status sociale ("nascere con la camicia"); o anche riferimenti alla religione ("è un bacchettone", che deriva dal fatto che nelle processioni di un tempo c'era un confratello con una bacchetta in mano che badava a che i partecipanti alle funzioni si comportassero in modo adeguato).
Modi di dire e tradizioni regionali
I dialetti settentrionali e soprattutto quelli lombardi, forniscono un carico notevole di modi di dire, molti derivati da antiche pratiche di scherno. Per esempio "per modo di dire" è un'espressione di origine lombarda tramandataci attraverso i "Promessi sposi".
Anche l'apporto romanesco è evidente come ad esempio nell'espressione "scapparci il morto" o "tirare a campare".
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