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Lessicografia & lessicologia italiana

Libro: “Dalle parole ai dizionari” di M. Aprile

Capitolo 1: “Le parole, introduzione al problema”

Parole, lessemi, varianti

Gli studiosi non sono giunti ad un accordo condiviso su cosa sia la parola dal punto di vista linguistico, ma in generale ci sono dei caratteri condivisi, cioè la PAROLA è:

  • Una unità minima isolabile nella frase
  • Composta da una serie di suoni, in particolare “fonemi” che hanno la proprietà di distinguere due parole diverse (per esempio: panerane)
  • Dotata di un significato autonomo fondamentale (cioè le parole semanticamente piene come: aggettivi, nomi, verbi, avverbi) o di una funzione sintattica (cioè le parole semanticamente vuote come: articoli, pronomi, congiunzioni, preposizioni)

Possiamo definire "parola fonologica" quella del parlato, che consiste in una serie di suoni i cui confini sono stabiliti dalle strutture sillabiche o dall’accento e "parola grafica" quella scritta, riconoscibile perché si tratta di lettere separate da spazi. La parola fonologica è facilmente riconoscibile se si ha una certa padronanza in una lingua, altrimenti non ci accorgiamo dove finisce e dove inizia una nuova parola.

Il lessico è il patrimonio delle parole ed è composto da diversi filoni e strati di differente importanza qualitativa e quantitativa. L’unità del lessico non vive da sola ma serve per formare gli enunciati (“frasi”) e per ciò servono sia le parole semanticamente piene che quelle vuote.

I lessemi sono le varie entrate del dizionario e le varie forme ricollegabili allo stesso lessema sono le differenti manifestazioni del lessema.

Parole e grammatica

Mentre il numero delle parole è potenzialmente infinito e arricchibile, il numero delle regole di grammatica è ristretto e stabile. Il cambiamento di una regola produce trasformazioni e riassestamenti nel sistema, come per esempio il passaggio dal sistema delle declinazioni latine all’opposizione singolare/plurale delle lingue romanze, di per sé implica la fine del latino. Il lessico è un insieme aperto e dinamico e ciò implica che è più facile dare giudizi di accettabilità grammaticale che lessicale.

Ci sono alcuni elementi del lessico usati in funzione grammaticale, come le locuzioni preposizionali o congiunzionali, cioè insiemi fissi di parole che costituiscono unità autonome con funzione di preposizione o congiunzione (per esempio: a causa di, da parte di) e, appunto, si tratta di elementi grammaticali che si sono lessicalizzati, quindi hanno subito un processo di lessicalizzazione.

Ci sono anche elementi che un tempo appartenevano alla sfera grammaticale come alcuni participi presenti, per esempio “mediante” che inizialmente era solo il participio presente del verbo “mediare” e con l’uso si è trasformato in una preposizione e significa “per mezzo di”. Anche il participio presente “ostante” che preceduto dalla negazione “non” con cui si è univerbato (fuso) è diventato la preposizione “nonostante” che oggi si scrive unita ma un tempo si scriveva separatamente come nelle opere di Pirandello. In questo caso abbiamo un processo di grammaticalizzazione.

Vocabolario comune e vocabolario di base: la disponibilità all’uso

Ciascuna parola possiede una frequenza d’uso o disponibilità all’uso e calcolarla è un’operazione difficile, ma dal punto di vista pratico possiamo essere certi che una parola si usi più di un’altra solo all’interno di un determinato corpus, cioè una serie di testi (scritti e/o orali) scelti come campione di riferimento. Se cambia il campione, cambia la frequenza! Più il campione è ampio dal punto di vista della varietà dei testi e più possiamo essere sicuri che il risultato sia accettabile, ma mai privo di incertezze.

Il problema della frequenza d’uso diventa di primo piano nell’apprendimento di una lingua e normalmente nei manuali di apprendimento vengono selezionate le parole più frequenti ed esse consentono la comprensione di gran parte degli enunciati e dei testi. Le parole del lessico fondamentale sono in genere le più antiche; se pensiamo all’italiano circa l’87% delle parole era già in uso nel ‘300, un altro 10% venne aggiunto nel XV – XVI sec mentre nel ‘900 si aggiunge solo l’1%. La crescita esponenziale delle parole italiane è un fenomeno in accelerazione che ha portato al raddoppio delle parole nel XX secolo ed è dovuto allo sviluppo della terminologia tecnico-scientifica.

Il lessico mentale

Il lessico mentale è l’insieme delle parole memorizzate dal parlante e la relazione che questo stabilisce con le parole memorizzate. Questa relazione può essere:

  • Di tipo formale, con rime (botto – cotto), assonanze (cuore – amore), allitterazioni (amor ch’a nullo amato amar perdona)
  • Di tipo semantico, con sinonimi (libro – volume), antonimi (alto – basso), iperonimi/iponimi (animale – cane)
  • Di tipo formale e semantico, con relazioni che si sviluppano all’interno della formazione delle parole (libro – libretto)

Rapporti paradigmatici e rapporti sintagmatici

Di primaria importanza sono i legami semantici che collegano tra loro i componenti di una frase, cioè i rapporti sintagmatici. Se consideriamo i rapporti semantici che collegano ciascun componente della frase con i possibili sostituti si hanno i cosiddetti rapporti paradigmatici.

I sintagmi nominali sono formati da articolo + nome + aggettivo (esempio: lo scaffale vuoto) e sono semanticamente accettabili (cioè hanno un significato accettabile) perché il significato associato alle singole parole che costituiscono il sistema linguistico è accettabile, non sarebbe così per esempio “lo scaffale moribondo”, anche se la struttura è la stessa.

Capitolo 2: “Il significato delle parole”

Significante, significato, referente

In una parola possiamo distinguere due parti: un’espressione (il significante) e il contenuto (il significato). Nella parola “tavolo” il significante corrisponde all’immagine acustica, alla serie di suoni: t – a – v – o – l – o. Questi suoni costituiscono una parola se le si associa una rappresentazione determinata di quello che chiamiamo oggetto mentale. Agli elementi di espressione/forma (il significante) e di contenuto (il significato) che insieme formano il segno linguistico, si aggiunge un elemento extra-linguistico, cioè la realtà che è situata fuori dal linguaggio (il referente). Il rapporto tra il significante e il referente è mediato dal significato.

Convenzionalità, immotivazione, rimotivazione secondaria

Se nelle lingue uno stesso oggetto mentale viene designato con immagini acustiche diverse, allora non esiste alcuna relazione di necessità, alcun rapporto diretto tra significante e significato. Non c’è nessuna necessità che l’oggetto a 4 gambe e una superficie si chiami "tavolo", ne abbiamo la prova che in altre lingue lo chiameranno in modi diversi. La parola che i parlanti scelgono per designare un oggetto mentale è frutto di una scelta arbitraria o meglio convenzionale. Fanno eccezione a ciò le onomatopee, cioè le parole che riproducono un suono.

Esistono due settori che per via della loro natura contengono una grande quantità di parole “morte” non motivate: l’antroponomastica (i nomi di persona) e la toponomastica (i nomi di luogo); specialmente nell’ultimo settore prevale una tendenza conservatrice per cui gli stessi nomi vengono usati anche dopo che i parlanti hanno perduto la coscienza di ciò che un tempo significavano. Per esempio i centri che in Italia hanno il nome “Fara” (Fara San Martino) richiamano a una parola longobarda che indica il raggruppamento familiare, la parola si è estinta ma il toponimo è rimasto.

Un gran numero di queste parole morte rappresentate dai toponimi si presta con facilità al fenomeno della rimotivazione del parlante e ad essere modificate attraverso l’interferenza di altre parole vive. Per esempio nel Salento c’è la grotta chiamata “la Poesia” (così chiamata anche sui cartelli stradali), ma il nome originario è “Posìa” e non “poesia”, che vuol dire in greco “acqua potabile” perché nella grotta ci sono fonti di acqua dolce (anche se oggi è parzialmente sommersa dal mare). Forse il nome non era più capibile ed è intervenuta la rimotivazione secondaria attraverso l’incrocio con l’italiano “poesia”, plausibile per la bellezza del panorama. Questo è un caso di etimologia popolare applicato alla toponomastica. Questi meccanismi funzionano in tutte le lingue perché la rimotivazione sembra essere un bisogno universale dei parlanti.

La polisemia

La maggior parte delle parole (tavolo, mano, lavoro …) è immotivata, cioè non trae forma dalla realtà. L’immotivazione produce anche il fatto che ogni parola possa avere più significati, e questo fenomeno prende il nome di polisemia. I diversi significati sono ordinati dai vocabolari sotto una sola voce. Anche se non è immediato da pensare, quasi tutte le parole più diffuse nell’uso quotidiano sono polisemiche, cioè hanno più significati. Se una parola ha più accezioni occorre sapere come trovare il significato esatto e bisogna tener presente che noi non parliamo per parole isolate ma per frasi; quindi per decifrarne il significato bisogna inserire la parola in un contesto.

La polisemia è un meccanismo molto adottato nella lingua della pubblicità e della satira per via degli effetti stilistici che può produrre.

L’omonimia

Quando due parole diverse assumono forma uguale e coincidono foneticamente si ha l’omonimia, che è l’identità di due forme di origine diversa. Per esempio:

  • It. “sale” sale da cucina < lat. “sal”
  • Egli sale (verbo salire) < lat. “salit”

Dal punto di vista diacronico (cioè storico) si tratta di due parole diverse che non hanno niente a che vedere l’una con l’altra e hanno un’etimologia del tutto separata.

Esiste anche un altro tipo di omonimia, dal significato primario di una parola si sviluppano accezioni secondarie, in modo da costituire nella coscienza dei parlanti due omonimi, cioè parole diverse che hanno lo stesso contenuto fonico. Per esempio:

  • It. “bolla” bolle d’acqua < lat. “bulla”
  • Sigillo, documento scritto < lat. “bulla”

L’interdipendenza tra famiglie di parole

L’omonimia è un caso di un fenomeno più ampio, cioè quello dell’interdipendenza formale tra famiglie di parole: nell’omonimia il processo giunge a termine con la completa identità tra due parole di origine diversa. Il caso più diffuso è quello della semplice somiglianza delle forme. Nei dialetti di Puglia e Basilicata una specie di cipolla selvatica commestibile è denominata “lampascione” e molti parlanti di queste zone, essendo sprovvisti di un termine nella lingua nazionale, l’hanno iniziata a chiamare “lamponi” usando una parola italiana sentita vicina formalmente.

Sinonimia e antonimia

Le parole che hanno lo stesso significato sono dette sinonimi, però anche tra parole per cui sembrerebbe possibile la sinonimia assoluta (come “tra” e “fra”) esiste una piccola differenza, che se non emerge nel significato, si ha nell’uso. Si parla di sinonimia relativa, preferendo ammettere che le parole, anche quelle più vicine, possono condividere lo stesso significato fondamentale.

Il contraddittorio si tratta di una negazione. Per esempio: veloce – non veloce; vita – non vita; sereno – non sereno. All’interno dei contrari va stabilita una differenza tra contrari graduabili e contrari non graduabili. Con i contrari graduabili si può esprimere una comparazione. Per esempio: veloce – lento; caldo – freddo. Con i contrari non graduabili si esprime una scelta netta e l’uno è la negazione dell’altro. Per esempio: vivo – morto; maschio – femmina.

Iperonimia, iponimia, estensione e intensione

L’iperonimo è una parola di significato più esteso e generico. Per esempio: felino. L’iponimo è una parola di significato più ristretto e specifico che è compreso anche nell’iperonimo. Per esempio: gatto.

Il rapporto tra una parola e il suo significato può essere visto anche da un altro punto di vista: quello dell’estensione e dell’intensione. Un significato come “mobile” ha più estensione di quello di “armadio” perché ci sono mobili che non sono armadi; al contrario il significato di “armadio” ha più intensione perché è più specifico. Queste qualità sono in rapporto inverso: maggiore è l’estensione, tanto minore è l’intensione.

Realtà e oggetto mentale

La realtà è una varietà infinita e si presenta in primo luogo il problema di come stabilire i confini (mentali e poi linguistici) al suo interno. Ogni lingua impone ai suoi parlanti un modo diverso di vedere le cose e li costringe a esprimersi secondo strutture logiche differenti da lingua a lingua. Il modo in cui vediamo il mondo e rappresentiamo gli oggetti mentali è molto diverso, e il fatto che noi occidentali vediamo la realtà in modo molto simile è dovuto in buona parte al fatto che abbiamo prima di tutto una cultura per molti aspetti comune. Quando cerchiamo di applicare i nostri schemi mentali a realtà che non corrispondono esattamente ad essi, si verificano difficoltà. Il solo linguaggio che si sforza di creare limiti oggettivi è quello della scienza; per il resto il linguaggio stabilisce limiti nell’esperienza umana.

La definizione degli oggetti mentali

Quando si parla di oggetti mentali dobbiamo chiederci quali siano i fattori costitutivi dell’oggetto mentale e quali siano le caratteristiche distintive di un oggetto mentale rispetto ad un altro. Per rispondere a ciò si deve riprendere lo studio di Pottier (1964) sull’oggetto mentale “sedia”. L’analisi componenziale è la scomposizione di domande complesse in elementi di base, i quali sono chiamati sèmi.

Nomi astratti e nomi concreti

Nel caso dei nomi concreti il referente è accessibile ai sensi, mentre nei nomi astratti il referente non è accessibile ai sensi. Spesso dal punto di vista concettuale tra materialità e immaterialità ci sono una serie di gradazioni. Spesso non sono i nomi ad essere astratti o concreti di per sé, ma è astratto o concreto il senso in cui sono impiegati; si dovrà stabilire una gradualità tra nomi più o meno astratti e nomi più o meno concreti. Gli iperonimi sono più astratti degli iponimi, per esempio: “pianta” è più astratto di “albero” che a sua volta è più astratto di “pino”.

Un altro aspetto di questo problema è costituito dal fatto della concretizzazione degli astratti, cioè dalla coesistenza all’interno della stessa parola di un senso concreto e di uno astratto (in questo caso non può che essere un nome deverbale, cioè un nome derivato da un verbo). Per esempio:

  • Costruzione azione del costruire = astratto
  • Ciò che qualcuno costruisce = concreto

Ma non in tutti i casi si verifica ciò, per esempio:

  • Edificazione azione dell’edificare = astratto
  • *Ciò che si edifica = concreto, ma è impossibile perché non si potrà mai dire “*che bell’edificazione d’epoca!”

Così come all’inverso:

  • Edificio *azione dell’edificare = astratto impossibile
  • Ciò che si edifica = concreto

In italiano, come in tutte le lingue, è possibile anche il processo inverso, quello per cui da un significato concreto si passa ad uno astratto. Per esempio:

  • Lingua organo anatomico = Significato concreto
  • Sistema grammaticale attraverso il quale gli appartenenti a una comunità parlano e scrivono tra loro = Significato astratto

La definizione di una parola

La questione su cosa includono i vocabolari riguardo alla definizione di una parola è una questione pratica ma anche della massima importanza teorica: da alcuni decenni l’importanza della definizione del significato è riconosciuta come un’operazione linguistica, quindi scientifica, e come la via di passaggio tra la semantica e la logica. Ogni dizionario per assegnare una definizione a ciascuna parola ha dovuto inventare le forme e i tipi. I sèmi più generali possono essere compresi nella definizione, ma spesso sono inutili e dati per scontato.

Le definizioni dei vocabolari partono normalmente da unità più generiche per poi aggiungere sèmi più specifici. L’analisi consiste nel definire una parola attraverso un iponimo (genere prossimo) e successivamente attraverso le differenze specifiche. Per esempio: Secca = “rilievo del fondo del mare [iponimo – genere prossimo più ampio] che impedisce o rende difficoltosa la navigazione [indicazione della differenza specifica]”.

L’analisi può avvenire per negazione, quindi la definizione è costituita attraverso antonimi (cioè contrari). Per esempio: Lasciare = “cessare di reggere, stringere, trattenere” oppure anche “non prendere, non portare con sé”. Oppure si può avere un rinvio a un sinonimo o a una serie di sinonimi; in questo caso non c’è un completamento del testo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vale_13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lessicografia e lessicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università per stranieri di Siena o del prof Mattarucco Giada.
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