Linguistica italiana: dalle parole ai dizionari
Caratteristiche della parola
Una parola possiede tre caratteristiche: è una sequenza di suoni (parola fonologica) e di lettere (parola grafica), ed è un'unità minima isolabile all'interno di una frase, dotata di un significato proprio, autonomo e fondamentale.
Parola grafica e fonologica
In relazione al mezzo si distingue:
- Parola grafica: È la parola che normalmente troviamo nello scritto, riconoscibile in quanto composta da lettere intervallate da spazi.
- Parola fonologica: È la parola del parlato che consiste in una sequenza di foni, ed è meno riconoscibile per chi non conosce la lingua (quando ascoltiamo persone che parlano in una lingua straniera che non conosciamo ci sembra infatti che il flusso di suoni sia continuo).
Parole semanticamente vuote e piene
Si definiscono parole semanticamente vuote quel gruppo di parole che non ha un significato definito (come gli articoli, le preposizioni, i pronomi, le congiunzioni) utilizzate per realizzare i rapporti grammaticali e quindi rendere possibile la comunicazione, al contrario delle parole che hanno significato che sono semanticamente piene.
Lessico e grammatica
Il lessico è il patrimonio delle parole, è un insieme aperto, dinamico e complesso perché è in continua evoluzione, si può sempre arricchire o diminuire. Le unità del lessico non vivono da sole, ma servono per formare delle frasi.
La grammatica è un insieme chiuso, ristretto e stabile, ovvero le regole sono sempre quelle e definite, possono cambiare ma molto lentamente, e quando cambia anche solo una regola, è un fatto molto rilevante perché può essere anche distruttivo e mettere fine a una lingua in quanto il cambiamento produce a sua volta trasformazioni che modificano il sistema (es. Il latino ha visto la sua fine con il passaggio delle declinazioni all’opposizione tra singolare e plurale).
Lessico e grammatica sono interdipendenti, infatti nel momento in cui si forma una frase, il lessico si adatta a quelle che sono le regole grammaticali.
Lessicalizzazione e grammaticalizzazione
Vi sono infatti elementi grammaticali che si sono lessicalizzati, come elementi che fungono da preposizione o da congiunzione (per esempio, a causa di, in funzione di..) e viceversa, grammaticalizzazione, ovvero elementi grammaticali hanno subito un processo di trasformazione e sono diventati elementi lessicali (es. Mediante, participio presente del verbo mediare, ad oggi funge da preposizione).
Vocabolario comune e di base
Ciascuna parola possiede una frequenza d’uso, o meglio una disponibilità all’uso, anche se si tratta di un dato indicativo anche se utilissimo. Da un certo punto di vista, la frequenza si calcola attraverso una serie di testi, scelti come campioni di rilevamento, più il campione è ampio, più il risultato sarà accettabile.
La frequenza d’uso è il punto di riferimento per l’apprendimento dell’italiano come lingua straniera o in età prescolare perché consente di indirizzare l’apprendimento in modo razionale. Questo processo non è sempre valido, ma ciò che conta è il principio con cui si applica, in quanto per l’apprendimento di una lingua, il modo migliore per impararla è quello di sapere le parole più frequenti (es. Acqua, pane e mare sono più frequenti di antonomasia, ecografia).
C’è da dire però che in questo caso bisogna introdurre l’idea di famiglie lessicali, formate da lessemi che sono accomunati da qualcosa, come ad esempio le quattro stagioni; è stato constatato che il lessema più frequente è ‘estate’, ma per avere un quadro definito bisogna conoscerle tutte e quattro.
Normalmente per condurre una conversazione è necessario selezionare le parole più frequenti per consentire la comprensione di gran parte degli enunciati. Solitamente le prime 2000 parole consentono di capire l’80% degli enunciati. Inoltre, come afferma Lepschy, le parole del lessico fondamentale sono quelle in genere più antiche, infatti basti pensare che le 4000 parole fondamentali dell’italiano costituiscono circa l’87% delle parole che erano già in uso alla fine del 300, mentre il ‘900 aggiunge solo l’1%. Secondo i dati del vocabolario Sabatini-Coletti, la competenza di un adulto si aggira circa intorno alle 10-12.000 parole. Ciò che si è riscontrato tra gli italiani non è tanto il disuso di alcune parole, ma il fatto che queste non essendo effettivamente usate, a volte non si comprendono.
Semantica e il significato delle parole
La scienza che si occupa del significato (lessico e sintassi) è la semantica. Lo studioso svizzero Ferdinando Saussure spiega che oggi parola si compone di due aspetti:
- Significante: l’espressione ovvero la sequenza di lettere o di suoni.
- Significato: quello che vuol dire quella sequenza, ovvero il contenuto.
Queste due parti costituiscono quello che viene chiamato segno linguistico. Ogden e Richard, aggiunsero un terzo aspetto: il referente, l’oggetto mentale a cui faccio riferimento, ovvero l’elemento extralinguistico, la realtà situata fuori dal linguaggio. Il rapporto tra significante (forma della parola) e referente (elemento non linguistico), è mediato dal significato (dal concetto in sé).
Saussure afferma che le parole sono tutte arbitrarie, Ullmann preferisce dire convenzionali, ovvero non vi è alcuna relazione tra significato e significante, infatti non c’è alcuna relazione tra l’oggetto e la parola con cui lo designiamo anche se istintivamente tendiamo a identificare la parola con la cosa, in realtà non vi è motivo per il quale un oggetto si chiama con quel determinato nome, per questo sono diverse da lingua a lingua (es. In Polonia ‘droga’ vuol dire ‘via’). Per cui il contenuto semantico e l’oggetto mentale sono necessari, mentre il nome è generalmente convenzionale. A questo discorso fanno eccezione le onomatopee, che sono invece parole non convenzionali, ovvero hanno una motivazione (es. Brivido, ronzio). Se le onomatopee fossero una ripetizione perfetta dei suoni, non sarebbero diverse in tutte le lingue (es. Gallo che canta).
Fenomeni linguistici
Due settori di parole che contengono parole non motivate sono:
- Antroponomastica: si occupa dei nomi di persona.
- Toponomastica: si occupa di toponimi, ovvero nomi di luogo, questi soprattutto hanno una tendenza conservatrice in quanto questi nomi vengono utilizzati anche se i parlanti hanno perduto la coscienza di ciò che un giorno significavano (es. Sono diffusi in Italia paesi che iniziano con il nome Fara, che stanno a richiamare una parola longobarda che indica l’unità familiare su cui si basava la struttura sociale di un tempo, la parola ‘fara’ ormai si è estinta).
In questi casi si manifesta quella che viene definita rimotivazione del parlante, ovvero il bisogno universale dell’uomo di trasformare parole che sono andate fuori uso con l’interferenza di parole vive, che presentano motivazioni secondarie. Ad esempio, la grotta della poesia, originariamente era della ‘posia’, che in greco significa ‘acqua potabile’, questo perché molto tempo fa vi erano nella grotta delle sorgenti di acqua dolce, tuttora presenti ma non visibili perché sotto il livello del mare, ma con il tempo il nome non era più compreso, per questo è intervenuto la rimotivazione secondaria con la sostituzione di posia con poesia, per via della bellezza del panorama. Così come il nome dell’Aspromonte in Calabria non gli è stato dato per via delle ripide pareti ma perché in greco ‘aspros’ significa ‘bianco’, per cui l’Aspromonte in realtà è il monte bianco (infatti è coperto di neve per 5 mesi l’anno). La rimotivazione è un fenomeno universale, infatti gli svizzero-tedeschi hanno denominato Milano ‘Mai-land’ ovvero terra di maggio, parola del tutto immotivata ma che l’hanno associata con termini a loro conosciuti.
Polisemia e omonimia
Polisemia è la capacità delle parole di avere più di un significato, per cui a un significante corrispondono più significati, ovvero una stessa immagine acustica può essere simbolo di differenti realtà, solitamente quasi tutte le parole più diffuse nell’uso quotidiano sono polisemiche (es. Acqua) tranne le parole scientifiche che sono monosemiche. Per decifrare il significato esatto, è importante il contesto linguistico, in base a questo potremmo quindi decifrare il significato esatto. Questo meccanismo è adottato nella pubblicità e nella satira.
Omonimia, fenomeno per cui due parole diverse assumono la stessa forma e coincidono foneticamente in modo casuale, spesso anche l’etimologia (storia diversa e indipendente) delle due parole è diversa, infatti si trovano sotto voci distinte del vocabolario (es. Sale, è una parola con due significati diversi, inteso come sostantivo o come verbo ‘salire’ alla terza persona dell’indicativo presente, o come la parola ‘parto’ inteso come voce del verbo ‘partire’ e come sostantivo ‘parto’).
Vi sono casi di omonimia in cui si verifica che da un significato primario, nascano con il tempo altri significati, completamente diversi, ma che hanno la stessa origine (es. Bolla intesa come rigonfiamento cutaneo o come sigillo di un documento, risalgono allo stesso termine latino ‘bulla’). Anche questo meccanismo viene adottato per dar vita a giochi di parole.
Interdipendenza tra famiglie di parole
A volte si verificano casi di somiglianza formale involontaria, ovvero è il caso di due parole simili nella forma che possono creare squilibri nel sistema linguistico (es. Nel caso della fitonimia, ovvero la denominazione delle piante, il problema sta nell’assegnare un nome a piante locali che non ne hanno uno nella lingua nazionale, è il caso di lampascione, inteso come cipollotto selvatico commestibile e lampone, che molte persone hanno adottato come termine con cui definirlo in mancanza di un termine nazionale, perché si avvicina alla forma del nome ‘dialettale’). Si tratta di un errore ammesso e accolto dalla comunità induistica, anche se oggi nelle regioni interessate è in regresso, dato che si tende a ripristinare la versione corretta.
Si possono verificare dei casi in cui la somiglianza formale è volontaria, ovvero le deformazioni di un termine sono volute e cercate, ad esempio la parola democrazia, spesso nel linguaggio politico dei suoi avversari è stata accostata al demonio, dando vita al termine ‘demonocrazia’, o è stata associata al termine ‘demente’ dando vita al termine ‘dementocrazia’.
Sinonimi e contrari
Sinonimi sono parole che condividono lo stesso significato. La sinonimia è assoluta, quando tra termini vi è una microscopica differenza irrilevante (es. ‘Tra’ e ‘fra’, utilizzati in contesti diversi solo per motivi di eufonia), questo è un concetto più che altro teorico, perché in realtà non esistono parole che condividono appieno lo stesso significato come affermava Niccolò Tommaso, che nel 1830 compilò un dizionario di sinonimi. Si preferisce parlare di sinonimia relativa, dal momento che tutte le parole in realtà condividono in modo parziale il loro significato (es. Giustizia / equità, sono simili ma non utilizzabili ugualmente in tutti i contesti).
Contrari (o antonimi) presentano due distinzioni:
- Graduabili: quelli che ammettono una comparazione in quanto il concetto è relativo alla situazione (es. Nella coppia di termini Veloce / lento, si può affermare: tu sei più lento di me o tu sei più veloce di me).
- Non graduabili: esprimono una scelta netta perché uno è la negazione dell’altro (es. Vivo / morto, maschio / femmina, questi ovviamente se usati in senso metaforico diventano anch’essi graduabili).
A questi si aggiungono i contraddittori, ovvero la negazione di un concetto (es. Vivo / non vivo, lento / non lento).
Geosinonimi
I geosinonimi sono sinonimi geografici che spesso entrano in conflitto per prevalere, come nel tarantino il mollusco con il nome di cozza è finito per prevalere sul termine ‘muscolo’ in dialetto ligure (es. Anguria si utilizzava a nord / cocomero si utilizza al centro sud, ma entrambi designano lo stesso frutto).
Iperonimi e iponimi
- Iperonimi: parole con significato più ampio, ossia più generico ed esteso, l’iperonimi al loro interno contengono gli iponimi (es. felino è l’iperonimo che contiene gatto, pantera, tigre, giaguaro, leopardo).
- Iponimi: sono invece parole con significato più ristretto e specifico.
Il rapporto tra una parola e il suo significato si può classificare anche per:
- Estensione: (es. mobile).
- Intensione: (es. armadio).
Teoria di Sapir-Whorf
La teoria di Sapir-Whorf afferma che lo sviluppo cognitivo di un essere umano è condizionato dalla lingua che parla, in poche parole il modo di esprimersi determina il modo di pensare. Ecco perché a volte quando cerchiamo di applicare i nostri schemi mentali a realtà diverse dalle nostre, si verificano difficoltà. Il linguaggio quindi non traduce la realtà esterna così com’è ma stabilisce dei limiti all’esperienza umana, in quanto ogni civiltà vede la realtà in modo diverso, il fatto che noi occidentali vediamo il mondo più o meno allo stesso modo è dovuto al fatto che abbiamo una cultura comune per molti aspetti (basti pensare che i dotti parlavano tutti il latino dall’Irlanda a Otranto).
Esempi: I colori e il tempo sono casi in cui la realtà non è oggettiva, non si può definire, perché cambia di tempo in tempo, di civiltà in civiltà. I coreani ad esempio non conoscono il verde, o i latini distinguevano il bianco lucente da quello lattiginoso, non venivano considerati due sfumature dello stesso colore. La distinzione tra giorno e notte è più o meno chiara, ma non lo è ad esempio quando si parla di crepuscolo / tramonto, in quanto non si riesce a definire con esattezza il momento in cui inizia e in cui finisce. Ancora i nostri antenati non erano abituati a suddividere le stagioni come noi oggi facciamo in base alle fasi lunari, ma per loro esistevano due stagioni, una calda e una fredda, ovvero l’estate e l’inverno.
Modi di dire
I modi di dire sono strutture fisse che si sono cristallizzate nel tempo grazie al largo uso da parte di fasce molto ampie di parlanti per via del valore che questi avevano nella comunità, in quanto i modi di dire rappresentano in un certo senso la proiezione dei sistemi sociali. In questi casi la parola va considerata all’interno di una frase, che non può essere considerata come una somma di significati ma va considerata come una sequenza fissa nella globalità del suo significato. (Es. Acqua passata, viene da un modo di dire della civiltà contadina: ‘acqua passata non macina più’, per via dei mulini ad acqua centrosettentrionali, dove l’acqua quando passava non macinava più). Ad oggi i modi di dire vengono utilizzati meccanicamente, senza che ci si renda conto della loro reale motivazione.
Molti modi di dire derivano da prassi giudiziarie del passato, talvolta per noi inconcepibili ma all’epoca normali (es. ‘Essere al verde’, deriva dall’abitudine di far sfilare i falliti con un berretto verde in segno di scherno dinanzi a un pubblico, ‘fare le corna’, era una pratica di giustizia che si utilizzava nel medioevo secondo cui il marito che tollerava un comportamento immorale da parte della moglie, indossava delle corna di scherno durante delle sfilate a dorso di un asino, ‘essere in bolletta’ che nel medioevo rappresentava non una comunicazione dell’ente del gas, ma un documento utilizzato per scopi diversi, ad esempio come manifesto pubblico, dove poteva esserci la lista dei falliti e finirci non era piacevole, da qui nasce il modo di dire).
Molti modi di dire hanno a che fare con riferimenti ad animali (avere / dare la scimmia), o a vestiti, che rappresentano lo stato sociale (es. Nascere con la camicia, è un altro paio di maniche, dare la mancia, essere di manica larga).
Modi di dire religiosi, ‘le gambe fanno Giacomo Giacomo’ che è il santo che si invoca nel momento della morte, sta a rappresentare gli ultimi istanti di vita di una persona che trema e ha convulsioni. Anche il modo di dire ‘il gioco non vale la candela’, deriva dalla tradizione religiosa ‘il santo non vale la candela’, perché si andava ad accendere una candela nel momento in cui si chiedeva una grazia, e non ne valeva la pena sprecare una candela.
Modi di dire e persistenza delle parole
Esistono parole che persistono in italiano perché cristallizzate nei modi di dire, altrimenti si sarebbero estinte come ‘lizza’, che nel 300 era il recinto dove si svolgevano le gare cavalleresche, per cui ha assunto il modo di dire ‘entrare/scendere in lizza’ ha preso il significato ‘di andare in gara’, per cui è rimasto il significato complessivo del modo di dire ma questa parola non esiste più. Così come il modo di dire ‘dare retta’, ovvero letteralmente ‘porgere ascolto, prestare attenzione’, non ha niente a che vedere con la parola ‘retta’ che significa linea infinita. Questa deriva da un’espressione latina che voleva significare ‘orecchio teso, drizzato’. Vale anche per il termine ‘mancia’ che deriva dal termine francese ‘manche=manica’ che si riferiva alle damigelle che porgevano la manica come premio al braccio del vincitore. Il significato ad oggi si è estinto, perché ‘dare la mancia’ si intende un premio ‘in denaro’ per ricompensare un cameriere del suo servizio.
Modi di dire oggi
Nell’800 si creano modi dire legati alla condizione femminile della donna sottoposta alle regole del patriarcato, questi modi di dire sono tutt’oggi usati ma in contesti ironici. Ad esempio ‘il principe azzurro’ locuzione utilizzata per promettere alle ragazze di...
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