Capitolo uno - Il significato della chiesa
Dopo il mondo antico ci furono tre grandi circuiti culturali:
- L’impero bizantino;
- Gli stati arabo-islamici;
- Le formazioni monarchiche franco-cristiane dell’Europa occidentale e centrale.
Questi tre grandi circuiti custodirono l’eredità antica e si espansero. Solitamente noi dividiamo la storia antica in medievale e moderna, considerando i secoli tra il 500 e il 1500 come una oscura età di mezzo tra lo splendore dell’antichità classica e la luce del mondo moderno. Per quanto il mondo occidentale abbia avuto legami con Bisanzio e con l’Islam, non vi fu nel corso del periodo uno sviluppo unitario nei tre circuiti culturali.
In questo testo ci si concentra sulle teorie politiche ossia i testi che volevano cogliere le dimensioni teoriche della vita politica e del loro tempo. Gli autori vengono considerati solo in senso esemplare. Il medioevo non ha conosciuto teorie politiche in quanto tali perché il discorso politico si è reso autonomo con un lento progresso. Prima dell’undicesimo secolo non vi furono teorie politiche distinte dal pensiero politico generale, ma è anche vero che esse non si sono sviluppate dal nulla. Tra la tarda antichità e l’alto medioevo si sono costruiti problemi e filoni di pensiero che non hanno solo formulato le prime risposte, ma hanno inquadrato le domande a cui dovettero rispondere le teorie politiche successive. Le persone che diffusero questi particolari sviluppi furono gli uomini di chiesa. Conosciamo solo chierici e monaci che hanno preso parte a questo movimento, i laici rimangono nell’ombra. Questo perché la chiesa gestiva da sola la cultura scritta ed era l’unica ad avere accesso alle tradizioni culturali dell’antichità: la chiesa fu il più efficace se non l’unico custode dell’eredità del mondo antico, giunta attraverso le tradizioni e gli scritti dei padri della chiesa. La chiesa non poteva agire in modo neutrale, ma ha compiuto questo servizio inseguendo la propria missione e guardando alle proprie necessità. Applicando i principi derivati dal mondo antico a nuove circostanze emersero diverse strutture che dovevano adattarsi e mutare almeno in parte il loro aspetto.
La chiesa e lo stato di quell’epoca non vanno concepiti come un’istituzione ben definita: la chiesa era consapevole di essere distinta dall’ordinamento politico, ma si sentiva parte insieme allo stato di un complesso più ampio. Non erano contrapposti ma costituivano due istanze. La celebre lettera di papa Gelasio I recita: “Due sono le istanze che reggono il mondo, da una parte c’era l’autorità sacra dei vescovi e dall’altra il potere del re: tra queste il peso dei sacerdoti è maggiore dal momento che dovranno rendere conto anche per i re degli uomini davanti al tribunale di Dio”. Il papa assegnava ai sacerdoti il peso maggiore, ma non osava revocare il potere dell’impero. Il medioevo si appoggiò a lungo su questa formula. Le formulazioni di questa lettera non spingevano gli ecclesiastici ad opporsi alle autorità politiche, cosa che del resto la chiesa di quell’epoca non sarebbe stata in grado di fare. Il testo invita entrambe le parti alla cooperazione, raffigurava i sacerdoti come partner affidabili e capaci di collaborare, che si presentavano davanti all’ordinamento politico come una forza autonoma.
Per il futuro fu importante che l’ordine politico non venisse identificato completamente con l’imperatore. In questo modo si poteva giustificare la pretesa da parte dei sacerdoti di condividere la responsabilità del potere politico e l’autorità di ogni vescovo avrebbe potuto porsi a fianco (e al di sopra) di ogni potere temporale che per il momento non veniva messo in discussione. La sfera ecclesiastica e il potere politico non erano presentati come organizzazioni già formate e contrapposte, ma come persone detentori di diverse cariche. Il vescovo e il re si concepivano come portatori di diverse funzioni entro il popolo cristiano di Dio. I detentori delle cariche ecclesiastiche non potevano facilmente esentarsi dalla gestione delle funzioni politiche.
In un mondo in cui i punti fermi istituzionali erano fragili, ogni forma istituzionale per garantire la propria posizione doveva assicurare la forza dei propri legami con nuove opportunità e di conseguenza rafforzare il proprio potere. Nel rapporto tra stato e chiesa era in gioco la questione di quando, da parte di chi e in che forma queste possibilità avrebbero avuto esito. Il fattore potenza era divenuto per i governanti molto importante. La corte fu il luogo dove si verificarono i primi tentativi di elaborare una teoria politica, come esaltazione del ruolo del monarca, come incitamento al monarca perché svolgesse giustamente i suoi compiti, infine, come tentativo di determinare i contenuti della condotta politica concreta.
Capitolo due – Specchi del principe carolingio
Papa Zaccaria nell’ottavo secolo appoggiò la presa di potere da parte del maggiordomo di palazzo franco Pipino che consolidò un potere politico indipendente nel regno dei Franchi. In una lettera il papa diceva che è meglio che sia re l’uomo che detiene davvero il potere piuttosto che colui che è privo di ogni potere regale: che Pipino sia re. Con questa sentenza il vescovo di Roma contribuì alla restaurazione dell’ordine, ma non bastava: i vescovi franchi nel 751 consacrarono re il carolingio Pipino e tre anni più tardi un altro papa, Stefano II, ripeté la solenne cerimonia della consacrazione regale di Pipino associandovi anche i suoi figli. L’incoronazione di Carlo Magno ad opera del papa durante la celebrazione del Natale dell’anno 800 mostra che vi erano problemi per quanto riguardava la gestione da parte della chiesa del diritto a esercitare il potere. Solo dopo questo atto è stato oggetto di un’interpretazione concorde. Carlo Magno stesso non cercò di individuare il fondamento del proprio potere direttamente nell’incoronazione dell’ottocento: nessun atto della chiesa poteva costruire da solo un fondamento del diritto ad esercitare il potere politico. L’11 settembre 813 ad Aquisgrana Carlo conferì il titolo imperiale a suo figlio Ludovico e se lo associò nell’impero senza cercare la collaborazione della chiesa e del papa. In questa fase non si ha una contrapposizione tra stato e chiesa: la chiesa era l’ordinamento universale di cui facevano parte i sovrani e i sovrani potevano pretendere di esercitare una supremazia incontrastata entro la chiesa. Il sovrano franco poteva controllare senza mediazione i vescovadi (strutture di potere instaurate intorno ai vescovi), le abbazie e i monasteri. Questo non vuol dire che lo stato potesse gestire la chiesa, ma che il sovrano aveva ai propri ordini gli ecclesiastici. Quasi inevitabilmente, in un momento successivo, gli ecclesiastici iniziarono a mettere in discussione i sovrani e la loro gestione del potere alla luce della tradizione cristiana. Nelle condizioni dell’alto medioevo i cosiddetti specchi del principe carolingi rappresentarono un passo sulla via verso una teoria politica: si sviluppò una forma letteraria che permetteva di unire in modo caratteristico l’eredità dei padri della chiesa con le esigenze del momento.
Smaragdo di St.Mihiel
Non fu Carlo Magno a dare vita a questo genere letterario. Fu la corte aquitana (Aquitania = regioni della Francia occidentale) di suo figlio Ludovico il luogo dove apparve il primo specchio del principe carolingio. Il suo redattore, Smaragdo di St.Mihiel, monaco, maestro di scuola e dall’800 anche abate del suo monastero, faceva parte del circolo di monaci riformatori aquitani raccolto intorno a Benedetto d’Aniane. Questi nel 816, appoggiato da Ludovico il Pio, riformò tutta la vita monastica dell’impero franco imponendo la norma rectitudinis, ovvero comportarsi nel modo corretto. Smaragdo già prima era stato attivo in campo letterario; la sua fama di autore era resa solida dalla “Via Regia”, uno scritto risalente all’810, dove si segnalavano al destinatario, che probabilmente era Ludovico, gli impegni che derivavano dal battesimo a lui come a tutti gli altri cristiani. Smaragdo riprese più tardi interi passaggi del suo specchio del principe in un altro trattato “Il diadema monachorum” (corona dei monaci, uno specchio dei monaci). Gli obblighi morali cristiani del governante si differenziavano da quelli di un monaco solo per alcuni dettagli. La via regia era per il re, come per ogni cristiano, la via della virtù cristiana che può condurre al regno dei cieli tutti i cristiani cui è stato conferito il sacerdozio regale con il battesimo. La via regia è la via di ogni cristiano verso la perfezione: questa via esige di più dal sovrano, dal momento che il sovrano ha il compito di guidare anche gli altri su questa via. L’Antico Testamento fornisce rappresentazioni illuminanti per l’esercizio cristiano del potere: vengono citati Salomone, Giobbe e Davide. Il re in quanto cristiano esemplare e membro della chiesa deve orientarsi secondo la propria percezione del bene. Poiché sa bene che la privazione della libertà e la schiavitù non hanno origine nella natura ma sono la conseguenza che deriva dal peccato originale, il re deve liberare i servi e si confermerà cristiano libero. L’autore si riferisce solo alla schiavitù come forma di possesso, ossia alla riduzione in schiavitù di chi era stato sconfitto in battaglia e solo questa andrebbe eliminata. Nell’opera poteva trovare consiglio anche chi non occupava una posizione regale: dimostra lo sforzo di sottoporre tutta la vita cristiana alla legge evangelica e di mettere a confronto con questa legge anche il re. Non si può ancora scorgere neppure in lontananza una contrapposizione tra potere sovrano e la chiesa, il campo è dominato da un’immagine di concordia e armonia.
Giona di Orleans e Guala di Corbie
La disgregazione dell’organizzazione imperiale, che iniziò a manifestarsi già all’epoca in cui era imperatore Ludovico il Pio, rese la chiesa sempre più consapevole di sé e dei propri interessi. Dopo Smaragdo incontriamo Giona di Orleans, di origine aquitana, che entrò giovane in monastero. Nell’818 Ludovico il Pio lo creò vescovo di Orleans, dove Giona sarebbe rimasto fino alla sua morte (842/843). Se in Smaragdo avevamo incontrato un autore che intendeva applicare al sovrano cristiano i principi di condotta di vita derivati dalle tradizioni monastiche, Giona si presenta come un autore che sapeva portare nel dibattito le posizioni e le esigenze dell’episcopato franco. Nell’825 il vescovo di Orleans si recò a Roma, inviato dall’imperatore, dove cercò di spiegare al papa la posizione franca riguardo al conflitto sulle immagini sacre. Prima dell’828 completò, per il conte Matfredo di Orleans, uno specchio dei laici “De institutione laicali” in cui voleva rappresentare a tutti i laici la via da percorrere per giungere alla perfezione cristiana. La chiesa cercò di superare la crisi generale dell’impero: se ne discuteva in modo intenso nelle riunioni e nei congressi ecclesiastici. Al sinodo (congresso) di Aquisgrana dell’828/829 e a quello di Parigi dell’829 l’abate di Corbie, Guala, lesse un programma di riforma che avrebbe dovuto porre rimedio ai problemi. Il verbalizzatore del sinodo di Parigi era lo stesso Giona di Orleans che negli atti dell’assemblea inserì un altro programma di riforma dai toni personali. Entrambi i programmi di riforma, quello di Guala e di Giona, cercavano di porre dei limiti alla supremazia del sovrano in ambito ecclesiastico e in questo modo di assicurare alla chiesa un raggio di azione suo proprio sempre maggiore. Certo non si parlava ancora di alcun conflitto tra le due sfere che non risultavano contrapposte, ma una di fronte all’altra. L’abate Guala di Corbie ad Aquisgrana aveva attribuito ai vescovi come loro diritto l’orazione, la predicazione e l’amministrazione dei sacramenti, oltre che la gestione dei beni della chiesa: intendeva la chiesa come una res publica spirituale sottoposta alla signoria di Cristo, di fronte alla res publica terrena sottoposta al sovrano. Venivano così stabiliti i diritti di intervento: il re poteva disporre entro la chiesa perché aveva il diritto di curare gli affari ecclesiastici allo scopo di istituire autorità capaci che reggessero il popolo di Dio con pietà e senza badare ai propri interessi, ma non doveva immischiarsi nell’amministrazione dei beni ecclesiastici. Il suo compito era quello di esercitare la giustizia. I vescovi lo appoggiavano in questo compito. Talvolta il re doveva ricorrere al patrimonio ecclesiastico per la difesa del regno. I vescovi erano tenuti a far rispettare la separazione tra le due sfere. Questo sforzo venne ripreso meglio negli atti del sinodo di Parigi, redatti da Giona di Orleans. Questo testo intendeva sottolineare la separazione tra le attività ecclesiastiche e quelle mondane, in quanto assumeva anche il compito di liberare gli ecclesiastici dal coinvolgimento nelle controversie mondane e ricordare a chi esercitava il potere temporale i suoi doveri come cristiano. La chiesa doveva essere come un corpo sottoposto al capo che è Cristo. Ma questo unico corpo non aveva un solo capo bensì due diverse personalità emergenti, sacerdotale e regale. Entrambe detenevano la posizione più alta nel proprio ambito. I vescovi, di fronte alle sempre crescenti pretese del sovrano, erano intenzionati a garantire la propria libertà che non consideravano illimitata. Riconoscevano al governante che la chiesa gli era stata affidata perché la guidasse e la proteggesse, ma non intendevano assolutamente lasciarsi condurre da lui entro la sfera che ritenevano essere la propria. Il testo descriveva dettagliatamente la persona del re, nella dualità del corpo della chiesa. Il compito del re veniva tratteggiato in otto capitoli. Lo scritto si sforzava di porre davanti agli occhi del re un catalogo di virtù e vizi, ma anche di vincolare il sovrano ad un’etica della sovranità. Il concetto ideale di re poteva realizzarsi solo con la pietà, la giustizia e la misericordia. Se egli non si comportava così non era più un re legittimo, ma un tiranno. Il sovrano non solo era vincolato ai suoi doveri, ma il suo compito stesso veniva fatto dipendere dal compimento dei doveri d’ufficio. L’azione di governo del sovrano era sottomessa a considerazioni di carattere etico. Con la definizione di tiranno come colui che abusava del compito contenuto nel diritto ad esercitare la sovranità conferitogli da Dio, veniva posta davanti agli occhi del sovrano una possibile violazione dei suoi doveri, senza però che venisse elaborata e se per questo nemmeno accennata una teorizzazione del diritto di resistenza al tiranno. Dio non concede il potere al tiranno, ma tollera che lo eserciti. In questi sinodi dell’episcopato dell’impero franco una concezione etica del sovrano si trova congiunta in modo palese alla delimitazione politica dell’ambito della sovranità. Giona di Orleans più tardi riprese questa impostazione in uno specchio del principe “De istitutione regia” per Pipino, figlio di Ludovico il Pio.
Capitolo tre – Il secolo X: Attone di Vercelli
L’etica politica fu per lungo tempo nel corso del medioevo la forma prevalente di riflessione politica e produsse nel decimo secolo un testo che nella storia del pensiero politico non è generalmente tenuto in grande considerazione: il “Polipticum” di Attone di Vercelli, che dal 924 al 960 fu vescovo di quella città e coltissimo autore. Proveniente dalla nobiltà longobarda, Attone era in grado di disporre con il suo testamento del 948 di vaste signorie territoriali nelle vallate alpine e a nord di Milano. La sua carriera politica dimostra che si muoveva in un circuito più ampio della sua piccola diocesi. Era leale al discendente borgognone dei carolingi, Ugo di Provenza, che dal 926 si era imposto come re in Italia settentrionale con il suo pugno di ferro e aspirava alla corona imperiale. Nel 945 aderì assieme ad altri suoi colleghi all’episcopato del partito del marchese Berengario di Ivrea. Con il consenso di Berengario, Attone si insediò alla corte di Lotario, figlio di Ugo di Provenza, che era morto nel 948, e divenne membro del consiglio del re. Per quanto Attone si fosse ritirato dalla vita politica arriva dopo la morte improvvisa di Lotario, prestò fedeltà al nuovo sovrano Berengario. Il vescovo di Vercelli morì prima che Ottone il Grande, nel 962, trasformasse radicalmente i rapporti politici nel regno d’Italia. Attone sviluppò anche un’intensa attività letteraria che produsse anche due opere politiche: un trattato del 943, il “De pressuris ecclesiasticis” in cui Attone respinge le modalità con cui all’epoca i nobili laici controllavano la chiesa e il patrimonio ecclesiastico. Il secondo invece, il “Polipticum” (libro composto di molti fogli chiamato filo a piombo), teorizza i modi per acquistare e mantenere il potere ed è un testo di difficile accesso per volere dell’autore stesso. Attone mescola le singole parti del testo e separa ciò che secondo il senso dovrebbe essere unito, che il lettore deve ricomporre le singole parole come in un rompicapo, prima di poter tentare di comprendere il significato. L’autore ricorre anche ad un’altra forma di oscurità intenzionale: ogni volta che è possibile, sostituisce i vocaboli comuni con termini oscuri, rari. Essa è definita dunque opera a chiave: il testo è come un linguaggio segreto che si svela solo dopo molti sforzi. Questo modo di scrivere assicurava un pubblico di intenditori: egli temeva che l’opera potesse finire in mano a nemici prima di essere conclusa. Nonostante ciò si rese conto che il testo era difficile anche per...
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