Appunti di cultura e linguaggi politici nel Medioevo
17 febbraio 2020
Introduzione ai linguaggi politici nel Medioevo
Quando si parla di linguaggi politici nel Medioevo si intende dare una visione di insieme delle riflessioni che durante questo periodo sono state formulate attorno alla politica e al potere. Queste riflessioni coincidono con il pensiero e con la cultura (non nel senso di cultura diffusa, ma in senso specifico, tipo filosofia). Esistono, poi, alcune immagini del potere, che manifestano, appunto, il potere non elaborando un pensiero.
La cultura politica
Politica: riflessione intorno al rapporto di potere; questo non si ha soltanto nei palazzi delle istituzioni pubbliche, ma in tantissimi contesti. Un rapporto di potere è una relazione tra soggetti disuguali all’interno del rapporto stesso (questo perché si fanno cose diverse: una parte dà un ordine e l’altra obbedisce):
- Questo rapporto si manifesta solitamente in una norma, che può essere dotata di una sanzione.
- Tutto ciò si colloca all’interno di uno spazio istituzionale e fisico ben determinato, e la modalità del rapporto cambia in base alla realtà fisica dello spazio.
- La norma in cui si manifesta il rapporto di potere è, inoltre, funzionale ad uno scopo: per questo, ha senso ed è riconosciuta come sensata da parte di tutti.
- Un ultimo aspetto è la legittimità del rapporto di potere, ovvero della disuguaglianza che lo caratterizza. Il rapporto di potere, infatti, deve essere sentito da tutti come legittimo.
Pensieri, idee, teorie e concetti non sono qualcosa di astratto, ma si manifestano in una dimensione di materialità, ovvero il linguaggio. Dal nostro punto di vista, esso è la via d’accesso al pensiero. Infatti, il pensiero e il linguaggio, attraverso cui questo si esprime, coincidono. Cultura e linguaggi, quindi, sono ben collegati tra loro perché la prima si esprime attraverso il secondo: sono due facce della stessa medaglia.
Ciò che crea alterità è la distanza nel tempo, per questo si parla di lingue straniere. Nella vita di una civiltà, ad esempio in quella italiana, ¾ delle sue parole si trovava già nell’italiano di Dante; alla fine, però, risulta comunque una lingua estranea.
Per imparare una lingua straniera, la si può studiare con la grammatica e il vocabolario oppure si va nello Stato dove si parla quella lingua per un po’: questo è il metodo più efficace. Infatti, si impara il modo in cui un termine viene usato, non solo il suo significato. Il linguaggio funziona così, ovvero con termini usati in un certo modo e la semantica si occupa proprio di questo, ovvero di come vengono impiegati i termini, dei significati delle parole dedotti dal loro uso. Questo perché le singole parole esistono in relazione una con l’altra, ed è da questo insieme di relazioni che avviene concretamente, in un ben preciso linguaggio, la ricostruzione del significato di una parola.
Il Medioevo
Medioevo: è una concezione nata con significati decisamente negativi e, in certi casi, denigratori almeno mezzo millennio fa, quindi nell’età del Rinascimento e della Riforma (tra 1400 e 1500), per etichettare i mille anni di storia allora immediatamente precedenti. Alcuni intellettuali legati alla cultura umanistica e protestante hanno etichettato Mediaevum il millennio tra il 500 e il 1500 (Media perché sta in mezzo). L’essere umano ha un’istintiva tendenza a pensare la sua realtà come la migliore possibile in assoluto, quindi questi intellettuali pensavano che la loro condizione fosse la migliore immaginabile.
L’idea fondamentale della cultura rinascimentale era il recupero della cultura classica greca e romana, posto al secondo posto dopo il XVI secolo; poi c’è qualcosa che sta in mezzo e che è meno bello rispetto a queste due epoche, ovvero mille anni di tempo perso denominati proprio come “periodo di mezzo”. Col tempo, questa etichetta rimarrà semplicemente tale, dato che perderà di valenza: come tutte le etichette, infatti, serve a far capire di che cosa si parli, ma non significa quasi nulla.
Per quanto concerne la teorizzazione, questa nasce molto prima rispetto a quando comincia il Medioevo, ovvero tra il II e il III secolo d.C., periodo in cui si consolidano la religione cristiana e la Chiesa. Si tratta di un grande processo storico che per la cultura politica ha un’importanza enorme, poiché la cultura dell’Occidente è cristiana; inoltre, si definisce sulla base di Roma antica, ma la matrice cristiana affianca quella romana e finisce per fondersi con essa.
Quindi, la cultura cristiana impatta sul diritto e sulla politica, sui rapporti di vita associata e sui rapporti di potere. Si tratta, ormai, di una sola matrice: il mondo degli Stati occidentali più sviluppati, e anche in Italia, dal periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, è principalmente di matrice post-cristiana. Oggi, però, rispetto a 50 anni fa, il fatto che il cristianesimo fosse parte integrante della cultura occidentale è venuto meno.
Il consolidarsi del cristianesimo e della Chiesa
Originariamente, il cristianesimo veniva percepito come una variante interna dell’ebraismo. La primissima generazione di credenti cristiani probabilmente si sentiva, ed erano visti dall’esterno, come praticanti della religione ebraica in modo un po’ particolare. La prima direttrice del cristianesimo era la dispersione dell’ebraismo: il maggior centro ebraico del mondo non era Gerusalemme, come si è soliti pensare, ma Roma. Sicuramente il cristianesimo si avvale di questa diffusa e molto consistente presenza ebraica. Molto presto, però, tra il 60 e il 70 d.C., questi primi gruppi di cristiani all’interno delle comunità ebraiche si trovarono di fronte ad un fenomeno non programmato: il grande successo del messaggio cristiano presso i non ebrei.
Nel politeismo si pensa che il divino possa assumere una grande quantità di forme, e che quindi non sia legato ad un’unica forma di espressione. Se si ha una idea di questo tipo riguardo al trascendente, c’è spazio per tutti e molta apertura e circolazione di idee. Il messaggio cristiano, quindi, piace e si pone il problema di questi nuovi cristiani che, non essendo ebrei, non avevano una radice ebraica, non ne seguivano i precetti e non erano circoncisi. Quindi non si sa come comportarsi con loro: era necessario farli diventare ebrei prima di farli diventare cristiani, oppure, visto che il cristianesimo andava oltre l’ebraismo, non era necessario convertirsi all’ebraismo?
Paolo, un ebreo orgoglioso di essere sia ebreo e sia cittadino romano, tratta proprio questo problema; inoltre, attraverso le lettere che ha scritto e i Vangeli a cui ha contribuito (sicuramente quello di Luca e quello di Matteo), dà avvio alla riscrittura della cultura cristiana in una prospettiva universalistica: infatti, la si inserisce in un insieme che non comprende esclusivamente l’ebraismo. La soluzione di Paolo si impone rapidamente, anche se rimane comunque una minoranza di persone che credevano sarebbe stato meglio convertirsi prima all’ebraismo (si potrebbe dire, infatti, che l’Islam, infatti, sia nato da questa minoranza, perché questa religione prende molto dal cristianesimo: Gesù è il penultimo profeta e Maria è presente in questa religione; inoltre, ci sono alcune componenti della cultura ebraica, tra cui la circoncisione e il tipo di carne che è permesso mangiare).
Questo differenziarsi molto netto del cristianesimo dall’ebraismo comporta la nascita di vere e proprie comunità cristiane organizzate come tali, e ciò causa problemi all’autorità politica dell’imperatore.
- Sul primato giuridico e politico, l’atteggiamento dell’impero romano era estremamente pragmatico, aperto e tollerante.
- Sul piano della vita spirituale organizzata – comunità religiose –, il potere imperiale riconosceva alcune comunità come legittime, ammesse e quindi tutelate dal diritto: garantiva loro anche grandi spazi di autonomia, ne tutelava beni mobili e proprietà e garantiva loro forme di amministrazione della giustizia, nel quadro del potere imperiale (ad esempio, il processo a Gesù: del processo si occupava l’ebraismo, mentre dell’esecuzione della condanna l’impero romano una certa forma di federalismo).
Le comunità cristiane non godevano dei privilegi di quelle ebraiche perché erano un fenomeno nuovo, questo perché erano sprovviste di tutela da parte dell’Impero. Erano anche viste come qualcosa di scomodo da parte del potere imperiale; questo perché:
- È una religione dall’accentuato monoteismo: Dio si manifesta in un solo modo, ha scelto di essere presente e si è incarnato nel nostro mondo; l’unica manifestazione è il Cristo, nient’altro nel nostro mondo può manifestare la divinità.
- È molto più rigorosa dell’ebraismo, il quale è invece intrinsecamente politeista.
- Il suo messaggio religioso e filosofico non è fondamentalmente violento.
L’ebraismo mantiene l’assoluta trascendenza del divino e, al massimo, ci sono i profeti che fanno da tramite, ma Dio è totalmente altro rispetto al mondo. La reazione del potere imperiale nei confronti del cristianesimo non è violenta, anche se sono presenti alcuni, ma molto rari, momenti di persecuzione (per il diritto romano, le comunità cristiane non esistono: sono fatti privati e finché non causano problemi, non danno fastidio). Le catacombe, infatti, erano semplicemente dei luoghi di riunione per la comunità cristiana che permettevano di non essere infastiditi e di non dare fastidio. Quindi non si trattava di un rifugio clandestino per i popoli perseguitati, poiché si praticava una sorta di reciproco ignorarsi.
Almeno fino alla metà del III secolo, le adesioni alla fede cristiana sono sempre state crescenti e le comunità cristiane diventano un fenomeno di massa in tutto l’impero. A quel punto, la politica della tolleranza non poteva più funzionare. Un primo tentativo di risposta negativa alla fine del III secolo consiste in una repressione intelligente, ovvero un sabotaggio col fine di ridurre questa adesione di massa, che però non funziona e quindi, all’inizio del IV secolo, il potere imperiale si organizza in modo diverso.
Costantino, genio politico, si rende conto che questa diffusione universale del messaggio cristiano poteva essere sfruttata dal potere imperiale perché il cristianesimo era l’unica religione che aveva una diffusione assolutamente trasversale. In questo mosaico, ovvero in questa confederazione di popoli, quale l’impero romano, c’è anche una persistente identificazione tra identità etnica e linguistica e identità religiosa. I romani, ad esempio, avevano un culto particolare per la cosiddetta Triade Capitolina – Giove, Giunone e Venere.
Già nel 60 d.C. i cristiani si sganciarono dalla dimensione identitaria e decisero di non essere necessariamente ebrei. Costantino sfrutta questa intuizione per allearsi al cristianesimo e rafforzare il potere imperiale. Egli non si convertirà mai al cristianesimo, ma favorirà le comunità cristiane e le riconoscerà dal punto di vista giuridico, poiché verranno tutelate e anche esentate dalle imposte sui beni.
Costantino tutelerà anche il matrimonio cristiano e la sua indissolubilità, vista la sua importanza nella religione perché l’unione tra Cristo e la comunità cristiana viene simboleggiata dall’unione tra il marito e la moglie. Il divorzio, invece, è una condizione del diritto romano. Alla fine del IV secolo, un ulteriore intervento di un imperatore romano, Teodosio, fa del cattolicesimo (la forma più diffusa e praticata del cristianesimo) la religione di stato dell’impero romano. Quindi, per il solo fatto di essere parte di una comunità politica, si faceva parte anche della comunità religiosa – i cittadini romani, per il fatto di essere tali, erano anche cittadini cattolici. Un punto di forza del protestantesimo era proprio l’identificare il capo di Stato con il capo della Chiesa.
Come si organizza la comunità cristiana e come pensa a gestirsi
Aspetti istituzionali e organizzativi fondamentali della comunità cristiana, intorno all’anno 100:
- La sua suddivisione in due gruppi distinti: un gruppo attivo di persone che insegnano, predicano e celebrano le ritualità collettive – quali, ad esempio, il pasto in comune in ricordo dell’ultima cena –, ma sono una minoranza; una massa di persone che è relegata in un ruolo passivo, perché ricevono l’insegnamento e assistono alla celebrazione del rito – questi vengono identificati con il termine di laion, e il singolo appartenente al gruppo è il laikos (laico); questi non fanno nulla oltre a partecipare passivamente.
- Si tratta di una distinzione inizialmente senza altre spiegazioni, ma che nel corso del II secolo si formalizza e passa da essere una distinzione funzionale ad essere una distinzione di status. Viene formalizzata con un rito di passaggio o di formalizzazione, ovvero quello che oggi è l’organizzazione sacerdotale.
- La strutturazione gerarchica in due attività differenti, ovvero l’insegnamento e la celebrazione di un rito: queste due situazioni creano una distinzione in due gruppi, ma anche una strutturazione interna (ad esempio, nella celebrazione dell’eucarestia, durante la quale ci sono almeno due o tre preti che assistono quello che presiede: la celebrazione, o anche l’insegnamento, permette di far notare una gerarchia interna, separando chi ha un ruolo principale e chi, invece, fa la comparsa); questo aspetto gerarchico è una funzione che viene poi formalizzata, ovvero quella di sorvegliante – in greco, episkopos e, in italiano, vescovo – ed emerge quindi il ruolo di esperto del sacro. La funzione del vescovo, infatti, è quella di mantenere l’insegnamento nella comunità cristiana in linea con il nucleo della religione cristiana, ed è manifestata nell’idea del vescovo e nei primi seguaci di Gesù.
Il nucleo del messaggio cristiano non è fatto solo di precetti, ma è un racconto a cui si crede. I vescovi sono coloro che si sono sentiti raccontare la storia di Gesù da altri, questi da altri ancora, fino ad arrivare agli apostoli, i quali erano presenti durante l’avvenimento dei fatti: questo è ciò che legittima l’autorità dei vescovi. Si tratta, quindi, di una funzione legittimante. Il cristianesimo funziona se quella storia è vera, e il vescovo è il primo garante di questa storia, che va raccontata in un certo modo, ovvero quello giusto.
La Chiesa viene pensata come un’unica realtà che prevede altrettante varie realtà locali, le quali si rifanno sempre ad essa. Ciò che crea unità è una figura che emerge rispetto agli altri, come ad esempio la figura di Pietro. La storia cristiana dice che questi, dalla Palestina, è andato in missione a Roma e qui, durante le persecuzioni, è stato riconosciuto e condannato per la sua fede cristiana, testimoniata fino all’estremo sacrificio. È stato il primo vescovo di Roma.
I vescovi di Roma avevano un’autorevolezza particolare: Pietro era il numero 1 tra i seguaci di Gesù e i suoi successori dovevano avere un ruolo particolare e di portata universale, poiché, oltre ad essere il capo della comunità locale, aveva anche un’autorità di portata globale. Quindi, questa dimensione globale del cristianesimo si misura nel legame con Roma, già vista nel II secolo. Inoltre, il vescovo di Roma forniva soluzioni ad alcune controversie, ma era un uso che si è consolidato nel tempo e non una norma.
13 marzo 2020
Il consolidamento dei poteri universali e locali
Durante gran parte del XI secolo e durante la prima metà del XII, si consolidano i poteri e le autorità universali dell’impero e del papato. Vede anche l’emergere di poteri locali, quelle che poi saranno le monarchie nazionali.
Il potere imperiale
Inizio XI secolo, la cultura che pensa e descrive il potere imperiale è quella di origine germanica, dove il rapporto di subordinazione politica viene pensato in termini personali e concreti. È essenzialmente un rapporto personale, di fedeltà, che ha dei contenuti precisi che consistono in obblighi di impegno reciproco:
- Di fedeltà del suddito verso il superiore;
- Di protezione del superiore verso l’inferiore.
Per quanto riguarda potere sovrano, questo obbligo di tutela si concretizza nel rispetto e nella garanzia dell’ordine giuridico tradizionale. In questo modo, il potere monarchico si inscrive nelle forme tradizionali consolidate o deve essere continuamente negoziato tra il superiore e inferiori. Questo modello rende il potere molto vulnerabile, e si vede nello specifico nel confronto tra l’impero e il papato riformatore.
L’impero e il papato condividevano i contenuti della riforma ecclesiastica; non a caso, l’origine nel movimento di riforma, a metà dell’XI secolo, c’era stato l’impulso del potere imperiale. Il confronto tra impero e papato non era sui contenuti, ma sulla concezione di insieme del sistema di rapporti tra le due unità universali: infatti, quando la riforma della chiesa arriva al suo momento più avanzato, con il Debrado di Soana, papa Gregorio VII cerca di imporre la nuova comprensione dei rapporti tra papato e impero, dove in qualche modo il potere imperiale era subordinato all’autorità morale del capo della chiesa, la reazione da parte delle culture politiche più legate al potere imperiale è stata molto violenta, perché questa comprensione del sistema di rapporti era...
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