Estratto del documento

Lo stato visconteo

Andrea Gamberini

Parte 1: centri e periferie

Istituzioni e scritture di governo nella formazione dello stato visconteo

1.1 – Premessa

In Europa, tra XII e XIII secolo, si assistette a una rivoluzione documentaria e della scrittura. Nell'Italia centro-settentrionale questo cambiamento così radicale venne operato grazie alla fondamentale figura del notaio. Questi sistemi documentari risultarono utili in più di una direzione: in primo luogo nel rafforzare l'apparato istituzionale e in secondo luogo di consolidare le forze egemoni che lo controllavano.

Questa esplosione documentaria è stata utilizzata in questo volume per approfondire alcune tematiche sullo stato visconteo. In particolare ci si è voluti soffermare sulla funzionalità degli officine degli apparati, sulle decisioni prese e sui rapporti che intercorrevano tra essi. Le comunicazioni in forma di litterae rappresentano un'ottima tipologia documentaria a questo proposito.

1.2 – Una rivoluzione silenziosa: il governo delle litterae

Intorno al quarto decennio dell'Ottocento il dominio dei Visconti si dispiegava su un ampio territorio nell'Italia settentrionale e presentava al suo interno una serie di stabili forme di governo. Benchè almeno fino alla signoria dall'arcivescovo Giovanni la lacunosità delle fonti non abbia permesso di ricostruire con precisione il quadro istituzionale a cui si accompagnò questa espansione.

Sul versante delle scritture e dell'evoluzione documentaria è possibile individuare nell'uso delle litterae, come forma di mediazione tra i vari territori del regno, un nuovo modello di organizzazione politica. La forma della missiva signorile, liberatasi dai suoi connotati notarili ed evolutasi nelle più complesse forme cancelleresche, divenne in breve tempo la forma con cui il dominus dispiegava la propria autorità su tutto il territorio.

Benchè la cancelleria lombarda non fosse minimamente paragonabile, almeno in termini di epistole spedite annualmente, alle cancellerie europee, essa presentava forme di stampo apertamente più burocratico rispetto alle omologhe francesi o inglesi, dove vigevano ancora rapporti personali di clientela; tutto ciò era comunque presente anche all'interno dello stato visconteo dove gli officiali signorili erano continuamente chiamati a trattare con le varie comunità.

In breve tempo questo sistema conobbe un incredibile sviluppo. Furono creati numerosi nuovi offici sia al centro e sia in periferia, ciò contribuì in larga misura ad un aumento delle missive che partivano dal centro e viaggiavano in periferia e contrario. Alla metà del secolo questo processo aveva ormai raggiunto il suo picco: gli uffici centrali dello stato non riuscivano a sostenere quel ritmo e in breve giunsero al collasso.

Alla morte di Giovanni (1354) i suoi successori capirono come questo sistema andasse riformato. Nei domini orientali Bernabò propose un sistema decentrato che dava maggior potere a dei suoi legati, in genere parenti o mogli di quest'ultimi, così facendo ogni officiale aveva pieni poteri sul territorio che gli veniva assegnato, ciò alleggeriva enormemente il carico di lavoro per gli apparati centrali.

Nei domini occidentali invece, governati prima da Galeazzo II e poi da Gian Galeazzo, venne contrapposto un modello fortemente accentrato reso ora possibile da due innovazioni: in primo luogo vennero dati enormi poteri ad un gruppo fidato di consiglieri che di fatto sostituivano il dominus in molti ambiti, in secondo luogo, dal 1376, venne introdotta una piccola modifica nella diplomatica signorile. Veniva inserito in calce al documento il nominativo di un cancelliere o di un officiale, ciò rendeva più fluida la comunicazione tra il centro e la periferia e viceversa.

Dal 1385 in poi il disbrigo degli affari correnti veniva stabilmente delegato ai membri di un consiglio indicato nei carteggi come il Consiglio di Milano. Ben poche materie non rientravano nelle competenze di questo Consiglio che assorbiva persino le competenze finanziarie e il gettito fiscale dello stato; questo settore veniva affidato ai maestri delle entrate, un officio attestato almeno a partire dal 1385 preposto alla supervisione di tutte le questioni finanziarie e fiscali. Intorno al 1389 venne suggerito di scindere l'ufficio in due settori ben distinti per agevolare i lavori uno con sede a Milano mentre l'altro con sede a Pavia.

Per quanto la burocratizzazione dello stato si fosse evoluta in pochi anni, vi erano sempre questioni che il dominus avocava abitualmente a sé, i cosiddetti casi riservati.

1.3 – Governo centrale, memoria remota

Sempre grazie la lettura dei carteggi è possibile capire in modo più approfondito la coscienza che gli organi centrali avevano della periferia. Non era infrequente infatti che il dominus, ossia i Visconti, non sapesse con precisione quali fossero i suoi aderenti locali in regioni piuttosto lontane. Di fronte a queste difficoltà le risposte alle missive ricevute erano complesse e articolate e tenevano sempre in considerazione di molteplici fattori.

Generalmente gli organi centrali che venivano posti di fronte alla necessità di verificare rapidamente i privilegi di una certa famiglia o di un certo esponente di essa, scaricavano le responsabilità sugli uffici periferici. Il recupero di queste informazioni dagli archivi signorili poteva rappresentare un'operazione complessa e dall'esito incerto.

In virtù di queste incertezze non era affatto raro che alcune comunità o alcune famiglie chiedessero con grande insistenza una copia per ogni concessione che veniva loro fatta. Per essi era questo il modo migliore per tutelare i propri diritti.

Tutto questo universo di carte e documenti era tenuto in grande considerazione da tutta la corte, non a caso ognuno di questi atti, sempre rogati da un notaio, veniva prontamente trascritto in appositi copiari. Queste scritture rappresentavano solo una parte di questo piccolo universo documentario; infatti un posto di rilievo era occupato appunto dalle già citate litterae. La lettera, o patente, si prestava bene a rimarcare il ruolo di preminenza del dominus, il quale tramite questo strumento concedeva solitamente immunità, privilegi o concludeva alleanze. Tutte queste carte seguirono un destino diverso da quello degli atti notarili, esse infatti non furono ordinate sistematicamente come i secondi e se ne persero un gran numero.

Conferma definitiva della crisi degli offici centrali a favore di quelli periferici fu la tentata istituzione nel 1385, da parte di Gian Galeazzo, del Liber officiorum et castellanorum. Esso era un registro in cui si sarebbero dovuti censire tutti gli officiali e i castellani del dominio con tanto di nomi, cariche ricoperte, nucleo familiare e salario. Progetto destinato al fallimento in tutto lo stato, in pochi anni difatti la cancelleria scaricava sugli officiali periferici l'onere di avvisare circa 30 giorni prima la fine del proprio mandato la cancelleria di modo che essa potesse organizzarsi. Si tratta di un regresso degli organi centrali che faticavano nel reperire dati e informazioni in modo autonomo ma dovevano essere sempre più aiutati dagli offici periferici.

1.4 – Spunti comparativi: Venezia e Firenze

Come si configurava invece il rapporto istituzioni/scrittura nelle due antagoniste di Milano?

Nello stato territoriale fiorentino si era raggiunta una certa maturità nell'impiego e nella conservazione delle scritture. Esse venivano dispiegate per sostenere gli organi centrali dello stato in più settori: assegnazione e rinnovo degli offici, fiscalità e rapporti con il territorio. Inoltre tutte le comunità soggette avevano l'obbligo di spedire a Firenze una copia dei loro statuti, tutti rigorosamente conservati presso l'archivio delle riformagioni.

Venezia, ancora più di Firenze, agia nel trecento era all'avanguardia in questo settore, soprattutto grazie all'elaborazione del complesso sistema di scritture delle probae. Per quanto riguarda il sistema di conservazione, fin dagli inizi del secolo Venezia aveva avviato la redazione di una nuova serie di cartulari, i libri commemoriali, che raccoglieva gli atti più rilevanti in entrata e in uscita dalla cancelleria.

Infine le magistrature veneziane erano molto attive anche sul terreno degli officiali. Il ferreo controllo degli Avogadori di comun non si limitava solo alle scritture contabili su di essi, ma prendeva le mosse anche dalle continue relazioni che gli officiali inviavano in patria durante il loro mandato.

1.5 – Conclusioni: principati e repubbliche

Le pratiche di scritturazione e di archiviazione erano validi strumenti di un efficace azione di governo. I regimi podestarili prima e popolari poi vi riservarono un'attenzione particolare e senza precedenti. Il riordino degli archivi poteva da un lato facilitare l'esigenza di tutela e di recupero dei documenti ma senza un adeguato sapere pratico non poteva trasformare quelle stesse carte in efficaci strumenti di governo.

Sotto questo punto di vista le repubbliche di Venezia e Firenze mostrarono una cultura di governo decisamente superiore a quella di qualsiasi stato signorile o principesco, quello visconteo primo tra tutti. Forse tutto questo derivò dal fatto che le prime fossero state in grado di utilizzare in miglior modo le conoscenze e le esperienze maturate in età comunale; in queste realtà politica e amministrazione avevano finito per compenetrarsi sostenendosi a vicenda. Cosa che non accadde nello stato dei Visconti che non raccolse affatto l'eredità comunale preferendo invece sviluppare una istituzione di governo a parte. Qui l'uso dei documenti subì un radicale cambiamento: da elemento di organizzazione politica passò in breve tempo a strumento di consolidamento del potere signorile.

Il principe e i vescovi. Un aspetto della politica ecclesiastica di Gian Galeazzo Visconti.

2.1 – Il principe e la chiesa romana: le ragioni di un'intesa

Sotto il ducato di Gian Galeazzo si instaurò uno stretto rapporto tra chiesa e stato visconteo anche grazie alla debolezza del papato in quegli anni. A seguito dello scisma che aveva colpito la chiesa cattolica, il duca poté assestare un durissimo colpo alle libertas Ecclesiae avocando a sé il diritto di definire coloro che appartenevano o meno al clero, così facendo cercava di limitare il ricorso alle immunità ecclesiastiche. Un progetto questo che si inseriva in un ampio disegno di disciplinamento delle istituzioni e delle persone ecclesiastiche.

Fino all'anno dello scisma i Visconti e il papato si erano scontrati duramente su questo terreno che vedeva i secondi in una posizione di vantaggio. Lo scisma portò invece un completo ribaltamento dei rapporti di forza. Proprio in questo periodo si inseriscono le ambizioni di Gian Galeazzo e il suo tentativo di dare corpo ai propri progetti; tuttavia il dialogo con Roma fu fin da subito complicato per svariati motivi: una lunga inimicizia verso i signori di Milano, il peso lasciato dall'età avignonese e soprattutto il fatto che i progetti matrimoniali di Gian Galeazzo, pronto a cingere anche la corona di Sicilia, preoccupavano non poco la curia.

L'editto del duca del dicembre 1378, appena tre mesi dopo l'inizio dello scisma, chiariva come lo stato visconteo si ponesse in una condizione di neutralità nei confronti dei due pontefici e per tale ragione il principe disponeva la confisca di decime e tributi pontifici. Tutto ciò aggravava ulteriormente la crisi economica in cui già si dibatteva il soglio pontificio ma sottolineava anche la volontà del duca di raggiungere un accordo di compromesso con la chiesa. Altro indizio forte in questo senso fu la scelta dei due collettori pontifici, figure strettamente legate al Visconti.

Ciò da un lato permetteva al duca di allungare un'ombra sulle entrate pontificie e dall'altro permetteva a quest'ultimo di raccogliere regolarmente i tributi. L'intesa tra Roma e Pavia appariva dunque molto salda e non dava alcuna possibilità di successo per la parte avignonese che riuscì solo ad influenzare in minima parte alcune comunità nell'Italia occidentale, la zona più esposta geograficamente parlando.

2.2 – La provvista dell'ufficio vescovile: i tempi e le forme dell'intervento signorile tra legislazione e prassi

La legislazione ecclesiastica ebbe un ampio respiro all'interno dello stato visconteo. La legislazione beneficiale mirava ad essere uno strumento di controllo diretto delle nomine vescovili ma lo fece con scarso successo. I Visconti capirono che per instaurare una prassi che gli consentisse di orientare le elezioni vescovili a proprio piacimento era necessario intervenire direttamente sulla figura del papa.

Un esempio del braccio di ferro che oppose i Visconti al papa potrebbe essere quello di Piacenza. Qui, alla morte del vescovo, Gian Galeazzo si affrettò a nominare il suo successore agendo in due direzioni: lo impose al capitolo cittadino e scrisse al papa per ottenerne la conferma. Quest'ultimo inizialmente impose un suo candidato ma, dopo circa...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher diego2800 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Civiltà e culture del Medioevo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Gamberini Andrea.
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