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Riassunto

IL POTERE AL PLURALE – Un profilo di storia del pensiero politico medievale di

Roberto Lambertini e Mario Conetti NOTA INTRODUTTIVA

IL POTERE AL PLURALE

Il potere al plurale è un'espressione che rimanda, in un’epoca in cui non esiste ancora la rivendicazione di

una “scienza politica” autosufficiente, a più saperi diversi hanno contribuito all’interpretazione dei fenomeni

politici.

In secondo luogo, alla pluralità degli ambiti istituzionali sui quali i saperi hanno esercitato il loro lavorio analitico

e interpretativo; di contro agli approcci semplificanti per i quali il pensiero politico medievale si riduce al

confronto/scontro tra papa e imperatore, il profilo evidenzia che questo rapporto non è che una tra le tante

linee di tensione che sollecitano la riflessione.

Per questo, quando la dinamica politica si fa più complessa e aumenta in modo significativo la quantità delle

fonti a disposizione, quindi a partire dall’XI secolo, il profilo opta per un’articolazione che distingue più ambiti:

L’impero;

• La chiesa;

• Le monarchie

• Il mondo cittadino italiano (® sia le autonomie comunali, sia gli sviluppi signorili).

Un tema di cruciale importanza per il costruirsi delle idee politiche in quello che poi sarà il Medioevo

occidentale è dato da come la chiesa cristiana ha pensato sé stessa in quanto associazione, nei testi

dottrinali che ha prodotto come negli assetti istituzionali che si è data.

Si tratta di un percorso non sempre lineare, ma coerente, che ha preso le mosse tre il I e il II secolo. Si parla

quindi di “premesse” non perché lo si riduca a preludio di quanto segue, ma perché aiuta a cogliere meglio il

senso delle dinamiche successive.

Si opera una distinzione in tre periodi, che vuole segnare continuità e fratture, tanto nei contesti istituzionali

quanto nei percorsi delle teorie:

1. Dalla riforma dell’XI secolo alla metà del XIII secolo;

2. Dalla metà del Duecento alla metà del Trecento;

3. Da metà Trecento a metà Quattrocento.

Nella seconda metà dell’XI secolo i quadri universalistici di riferimento – impero e chiesa – avviano una

ristrutturazione profonda in senso verticistico e centralizzato; emergono inoltre alcuni centri di potere

monarchico bene organizzati. Sono processi politici che appaiono consumati a metà Duecento. La riflessione

politica viene stimolata a una fioritura mai conosciuta prima nell’Occidente medievale che si manifesta in

una altrettanto inedita complessità di linguaggi e idee, dove il recupero di tanti elementi tradizionali (® diritto

romano e padri della chiesa) viene sapientemente utilizzato in vista di nuove elaborazioni.

Tra metà Duecento e metà Trecento, i due poteri universali precisano meglio progetti e realtà distinguendo

tra affermazioni di principio quanto alla sovranità universale e organizzazione di apparati politico

amministrativi per la gestione di quei poteri pubblici che sono effettivamente in grado di esercitare. Le

monarchie nazionali conferiscono unità a quello che in precedenza era poco più che un coacervo di diritti

pubblici distinti; entrando così necessariamente in competizione con l’autorità spirituale e proclamando di

non essere soggetti ad alcuna istanza temporale (® riferimento all’impero). Le autonomie cittadine italiane

sono realtà politiche e istituzionali tanto solide e articolate da richiedere di venire tematizzate sul piano

teorico.

In questo periodo la riflessione appare segnata dal problema delle realtà locali, della loro legittimità.

L’ingresso della Politica di Aristotele nella consapevolezza teorica dell’Occidente segna la possibilità di

articolare una teoria politica capace di prescindere da riferimenti al diritto. Il punto finale di questa temperie si

ha con Bartolo da Sassoferrato che, nell’impegno a tradurre i fatti politici in sistema di valori spinge la

tradizione civilistica e quella aristotelica fino al punto estremo e formula sintesi che aprono a nuove

costruzioni.

Le istituzioni politiche universali conoscono, dalla fine del Trecento, una crisi profonda che è prima di tutto

perdita di credibilità: si tratta allora di pensare alternative al modello di sovranità assoluta o piuttosto di

riproporlo in termini più accettabili. Le monarchie nazionali presentano una accelerazione centralistica che si

manifesta nelle capacità sempre maggiore di gestire il potere sul territorio.

Dalle autonomie cittadine hanno preso forma compiuta costruzioni territoriali di impronta progressivamente

statuale, monarchica o repubblicana, descritte con efficacia dalla nuova cultura politica degli intellettuali

umanisti. Le grandi tradizioni consolidate di pensiero giuridico, teologico e filosofico mostrano allo stesso

tempo la persistente vitalità di riferimenti tradizionali imprescindibili e la necessità di venire profondamente

riformulate alla ricerca di nuove sintesi. 1

“Sovranità” indica la posizione che un potere occupa: di vertice rispetto a una scala di poteri, di centralità

rispetto a una comunità. È l’attributo che caratterizza una istanza politica capace di assumere decisioni che

non vengano controllate o modificate da altri soggetti entro lo stesso contesto politico. Il concetto si colloca

nella realizzazione teorica e più specificatamente giuridica del potere, per cui una posizione concreta di forza

viene pensata in termini di legittimità.

Sovranità non indica il monopolio del potere da parte di un unico soggetto o istituzione.

PREMESSE.

UN INCONTRO DI SAPERI E TRADIZIONI

(SECOLI V-X)

CAP. 1

LA TRADIZIONE DELLA CHIESA CRISTIANA

CONTESTI STORICI: LA DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO

I PRIMI TRE SECOLI

La prima diffusione del Cristianesimo al di fuori della Palestina si ha col formarsi di comunità nei nuclei urbani

del Mediterraneo orientale, secondo direttrici e modalità già seguite dall’ebraismo della diaspora.

Il rapporto inevitabile con il giudaismo e nello stesso tempo la spinta a differenziarsi da quest’ultimo emergono

nelle lettere di Paolo di Tarso. La differenziazione, e poi rottura, dal giudaismo significava, però, per le

comunità cristiane anche una difficoltà di rapporto con le autorità imperiali, rispetto alle quali non

possedevano alcuna forma di legittimazione: è questo il contesto in cui vanno inserite le persecuzioni dei

Cristiani, più occasionali agli inizi e più sistematiche con il passare dei decenni e il diffondersi di una fede

percepita come superstiziosa e potenzialmente eversiva.

È importante prendere in considerazione due episodi:

1. Quello di Traiano (98-117), con la sua persuasione per la quale l’adesione al Cristianesimo è di per sé

suscettibile di pena capitale;

2. Quello di Marco Aurelio (161-180), nei cui anni hanno trovato la morte personaggi di spicco delle

comunità del tempo.

Significativamente è a metà del III secolo, di fronte all’espandersi delle comunità, che si scatenano le

campagne repressive più sistematiche: si procede all’arresto di vescovi delle comunità e a chiudere chiese e

cimiteri. Il notevole sforzo repressivo, però, non raggiunse il suo fine e fu abbandonato: il fallimento mostrava la

ramificazione ormai raggiunta dalla nuova religione e la sua “resilienza”; il fallimento si ripeté con Diocleziano,

a partire dal 303 d.C.

LA GRANDE SVOLTA DEL IV SECOLO

Nelle lotte che seguirono al mancato funzionamento del sistema di divisione del potere imperiale escogitato

da Diocleziano, Costantino trasse in un certo senso le conseguenze del mancato successo della repressione

del Cristianesimo e decise invece per l’appoggio alla nuova religione che aveva mostrato saldezza

istituzionale.

Con alcuni atti normativi, tra il 312 e il 321, l’imperatore Costantino:

Concede alle comunità cristiane la libertà di culto;

• Le riconosce quali associazioni (collegia) lecite tutelate dal diritto dell’impero e dotate di personalità

• giuridica, per cui possono essere destinate e titolari di beni mobili e immobili;

Conferisce loro alcuni privilegi quali l’esenzione da determinate tasse e l’esercizio da parte dei capi

• delle comunità – i vescovi – di una forma di giustizia conciliativa tra i membri delle comunità.

Nel 380 l’imperatore Teodosio I emana un editto (® atto normativo di portata generale che l’imperatore

compiva senza la partecipazione di nessuna altra istanza) a Tessalonica con cui impone a tutti i sudditi

dell’impero di seguire la fede cristiana nella forma in cui l’apostolo Pietro l’ha insegnata ai romani e come la

professano il vescovo di Roma e di Alessandria si spiega con il perdurare di controversie teologiche attorno

alla dottrina di Ario, che pure era già stato condannato nel 325 a Nicea, nel primo concilio ecumenico,

presieduto da Costantino.

L’arianesimo – secondo il quale Cristo non è Dio come il Padre – non era stato eliminato e si diffuse in

particolare tra le popolazioni germaniche stanziate ai confini balcanici dell’impero.

2

La politica religiosa di Teodosio incontrò la resistenza degli ambienti pagani e poté dirsi vittoriosa solo dopo il

successo militare del 391 d.C. Si compiva così uno sviluppo che nel IV secolo aveva portato i Cristiani da

minoranza perseguitata a una posizione che aveva assunto il ruolo privilegiato di religione di stato.

Teodosio entrò in carica, nel 379, un anno dopo la battaglia di Adrianopoli, in cui i Visigoti avevano inflitto una

sconfitta all’esercito imperiale. Alla sua morte, nel 395, lasciò la parte orientale al figlio Arcadio e quella

occidentale a Onorio: questa divisione si sarebbe rivelata senza ritorno. Nel V secolo le due “parti” dell’impero

conobbero infatti destini ben diversi:

In oriente continuava la faticosa ricerca di una definizione dei principali dogmi della fede cristiana (®

• con un dibattito incentrato sul rapporto tra umanità e divinità in Cristo); a metà del secolo, il concilio

ecumenico di Calcedonia (451) sanciva la dottrina ortodossa delle due nature di Cristo unite in una

sola persona, segnando così il distacco con le chiese che professavano la natura solo divina del

Salvatore (® monofisiti).

Nella parte occidentale, invece, i ripetuti sfondamenti delle linee di confine portarono ad una

• rivoluzione geopolitica che fu sancita formalmente, nel 476 d.C., dalla mancata nomina di un

successore del deposto imperatore Romolo detto Augustolo; l’organizzazione imperiale si sgretolò e le

comunità cristiane occidentali fedeli alla tradizione dei concili ecumenici si trovarono in situazioni in

cui a controllare il territorio dal punto di vista militare erano etnie per lo più germaniche e aderenti

alle tesi teologiche ariane.

1.1 IL PENSIERO DELLE ISTITUZIONI CRISTIANE: L’ORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA E I RAPPORTI CON IL

POTERE POLITICO

La polarizzazione delle comunità cristiane in due gruppi distinti di fedeli è presente negli Atti degli Apostoli e

nelle lettere di Paolo.

Alcuni membri della comunità svolgono funzioni attive: insegnare a partire dai testi della rivelazione,

o celebrare i riti; non lo fanno in modo occasionale, ma quale loro compito proprio; tende a diventare

un’attività cui dedicarsi a tempo pieno e in modo esclusivo e per questo vengono mantenuti dalla

comunità.

Tutti gli altri, invece, l’assoluta maggioranza, hanno un ruolo passivo.

o

Questa differenziazione funzionale non divideva ancora le comunità in due gruppi nettamente definiti; un

secolo dopo, si traduce nella distinzione tra i chierici (® professionisti del sacro) e i semplici fedeli (® detti laici,

termine che deriva dal greco e che indicava un insieme indistinto di persone). Già agli inizi del III secolo la

Tradizione apostolica attribuita a Ippolito presenta questa distinzione formale basata su caratteristiche

intrinseche diverse.

La strutturazione gerarchica appartiene agli elementi originari della comunità cristiana e sorge in relazione

all’evento cruciale della vita religiosa, la celebrazione eucaristica. Già nelle lettere di Paolo ai Corinti

l’eucarestia è il cardine della vita comunitaria e prevede una divisione di ruoli tra chi celebra e chi assiste. Ben

presto la proliferazione dei luoghi di culto farà sì che la funzione di presiedere la celebrazione eucaristica

debba venire svolta anche dai sacerdoti, ma sempre come una sorta di delega da parte del vescovo.

Nelle lettere di Ignazio di Antiochia, il compito principale del vescovo è sorvegliare che la comunità non si

allontani dal nucleo dei contenuti fondamentali della fede. Questa attività di interpretazione e insegnamento

deve, poi, necessariamente stabilire dei precetti; in questo modo il vescovo diventa l’interprete dei testi sacri,

e in quanto tale fissa le regole che disciplinano la vita della comunità, le forme della sua organizzazione.

Fin da subito, la chiesa si pensa anche quale una unica comunità complessiva, universale e anche a questo

livello si tratta di avere una interpretazione univoca dei testi sacri. Così, diventa molto importante

l’identificazione della comunità di Roma e del suo vescovo con l’apostolo Pietro. Egli sarebbe stato il primo

vescovo di Roma e lì avrebbe conosciuto il martirio, ossia la morte per testimoniare la fede cristiana. I vescovi

di Roma, a partire da Clemente, sono così i suoi successori. La I lettera di Clemente vescovo di Roma ai Corinti

testimonia che alla fine del I secolo la chiesa romana aveva un’autorevolezza particolare nel definire e

insegnare la fede riconosciuta da altre chiese locali (® rapporto di insegnamento, non di autorità).

Con la svolta del IV secolo le questioni dottrinali che agitavano le chiese cristiane vengono affrontate in

grandi assemblee di vescovi, dette concili ecumenici. Fondamentali per una definizione dell’ortodossia

cristiana sono i concili ecumenici di Nicea (325), Costantinopoli (381), Efeso (431) e Calcedonia (451).

MUTAMENTI ISTITUZIONALI DOPO LA SVOLTA COSTANTINIANA

La chiesa che si inserisce consapevolmente nella società e nelle istituzioni imperiali deve darsi un suo diritto

che deriva da due gruppi di fonti:

1. I testi sacri, in modo particolarissimo il Nuovo testamento, ma anche alcuni aspetti rilevanti

dell’Antico;

2. Il diritto romano, con la giurisprudenza e con l’attività normativa degli imperatori.

La chiesa stessa trasmette ai secoli successivi l’eredità romana, amalgamata col messaggio cristiano.

L’articolazione delle chiese locali ripete il sistema amministrativo imperiale. Cardine è la diocesi che

corrisponde alla civitas romana. Le singole comunità locali sono ricomprese in unità più ampie, le arcidiocesi

3

e le metropoli; la chiesa nel suo insieme è articolata in due ambiti fondamentali, oriente e occidente. Il

modello dell’amministrazione imperiale permette di pensare e organizzare concretamente la vita delle chiese

locali come articolazioni di una realtà unitaria.

Il sinodo – l’assemblea dei vescovi delle città vicine, perlopiù all’interno di una stessa regione – appare già

consolidato specie in oriente nel IV secolo: diventa un’istanza ricorrente di governo perché si mostra in grado

di costituire un presidio efficace in primo luogo verso le deviazioni personali di un singolo vescovo

dall’ortodossia e una forma di controllo sulle realtà locali. La strutturazione gerarchica più rigida delle chiese

locali rende tali assemblee, presiedute necessariamente dall’arcivescovo, un’istanza istituzionale. Quando,

col V secolo, in quasi tutta la parte occidentale dell’impero vengono meno le strutture politiche e

amministrative con le relative cariche, fare il vescovo diventa il ruolo più importante cui possono aspirare i

membri delle grandi famiglie. Il fatto che la maggioranza dei vescovi provenga da gruppi sociali potenti e da

famiglie abituate a fornire il personale di vertice alla politica e all’amministrazione imperiale contribuisce a

consolidare entro la chiesa una cultura gerarchica. A partire dal V secolo, in occidente si ha un susseguirsi

continuo di assemblee di vescovi: queste costituiscono il governo della chiesa quale insieme organico, al di là

e al di sopra delle comunità locali. Sono l’autorità prevalente in tema di disciplina e spesso anche di fede.

Questa istanza di collegialità, insediata in una posizione di vertice, coesiste, ed entra in conflitto, con i tentativi

di definire un modello monarchico al governo della chiesa, incentrato attorno al vescovo di Roma (® fonte di

diritto di validità generale).

LA COSCIENZA DI SÉ DELLA CHIESA

La chiesa ha la consapevolezza di essere stata posta in essere nella sua dimensione ideale e allo stesso tempo

di essere stata fondata sul piano della storia da un intervento della divinità. Le finalità che la chiesa assegna a

sé stessa vanno al di là del mondo e del tempo presenti per cui anche nelle attività presenti guarda verso

l’eternità. È facile capire che quando all’interno della chiesa si comincia a riflettere su come strutturare la

comunità e dove localizzare il potere all’interno di questa, la risposta venga cercata nei testi che si riteneva

contenessero la rivelazione divina, il Nuovo e l’Antico Testamento.

IL MODELLO BIBLICO

Il Nuovo Testamento contiene pochi precetti ed è piuttosto una serie di narrazioni, che si tratti della storia di

Gesù Cristo (® i Vangeli) o di quella delle prime comunità (® gli Atti degli apostoli) o della missione di Paolo di

Tarso (® alcuni brani delle epistole di Paolo o a lui attribuite), opp

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher micolprencipe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura e linguaggi politici nel medioevo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi dell' Insubria o del prof Conetti Mario.
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