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Riassunto esame Linguaggi Audiovisivi, prof. Ghidini, libro consigliato Manuale del Film, Rondolino, Tomasi Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Linguaggio Audiovisivi, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Manuale del Film, Rondolino, Tomasi consigliato dal docente Gervasini. Gli argomenti trattati sono la sceneggiatura e il racconto, l'inquadratura, il montaggio, l'analisi del film..

Esame di Linguaggi audiovisivi docente Prof. C. Ghidini

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Possiamo controllarne i ritmi vedere se l'inizio è lento o anticipa troppo ciò che va invece

[del film],

rivelato più avanti; se a un certo momento della storia c'è una fase di stanca, ("in questo punto non

succede nulla") che va irrobustita con qualcosa di forte, oppure se c'è una eccessiva concentrazione da

diluire con una scena di riposo o di passaggio; se un personaggio entra troppo tardi o resta assente dalla

storia per troppo tempo; se siamo riusciti a caricare il finale della necessaria tensione... .

sceneggiatura

Trattamento e scaletta interagiscono fra loro dando vita alla in cui sono messe in ordine

tutte le scene del film, descritti con cura ambienti, personaggi ed eventi, indicati con precisione i

dialoghi. La sceneggiatura subisce poi un'ulteriore fase di elaborazione dando vita a quello che è

découpage

comunemente chiamato il tecnico. Qui le scene vengono divise in singole immagini, dette

inquadrature o piani, che a loro volta sono numerate, di esse si indica il contenuto, il punto di vista della

cinepresa, la presenza di eventuali movimenti di macchina ecc. In questa fase la collaborazione del

regista può essere determinante. Il numero delle indicazioni che possono essere contenute in un

découpage tecnico è pressoché infinito, di caso in caso queste indicazioni potranno così essere più o

meno numerose, più o meno precise. Esiste poi la possibilità di accompagnare al testo scritto di una

sceneggiatura delle immagini, ovvero dei disegni che prefigurano quelle che saranno le inquadrature del

story board.

film, dando così vita a ciò che comunemente si chiama uno Nel corso degli anni ottanta,

questo processo di "illustrazione" della sceneggiatura si è talvolta accompagnato a forme di

previsualizzazione elettronica "che consentono di arrivare alla fase della ripresa vera e propria su

pellicola avendo già preventivamente verificato molti dei fattori che determinano il risultato finale".

sceneggiatura desunta dalla

C'è poi un ultimo senso che va dato al termine di sceneggiatura, quello della

copia definitiva del film. In questo caso la sceneggiatura non precede più la lavorazione del film, ma la

segue. Il suo autore non è più uno scrittore ma un critico o uno studioso di cinema che a partire da un

film già realizzato ne descrive accuratamente le diverse inquadrature e scene, ne riporta i dialoghi, ne

indica le soluzioni tecniche al fine di costruire uno strumento che consenta di conoscere e studiare

meglio quel determinato film. | << | < | > | >> |

Pagina 49

II. L'INQUADRATURA inquadratura

Un film è fatto di immagini in movimento che prendono il nome di inquadrature. L' è l'unità

base del discorso filmico e può essere definita come una rappresentazione in continuità di un certo

spazio per un certo tempo. Spazialmente l'inquadratura è costituita dalla porzione di realtà

rappresentata da un certo punto di vista e delimitata da una cornice ideale costituita dai quattro bordi

dell'inquadratura stessa, temporalmente dalla durata compresa fra il suo inizio, che segue la fine

dell'inquadratura precedente, e la sua fine, che precede l'inizio dell'inquadratura seguente.

Nella confusione terminologica ancora dominante il lessico del cinema, il termine inquadratura è a volte

piano.

sostituito con quello di Più correttamente, si dovrebbe intendere con inquadratura il fatto che

l'immagine cinematografica è racchiusa da una cornice che inquadra una porzione di spazio e con piano

la porzione di spazio inquadrata. Le due espressioni hanno finito col sovrapporsi anche se, almeno in

sede teorica, è bene tener presente come ognuna di esse sottolinei un aspetto diverso di una stessa

entità. Quando parliamo di inquadratura intendiamo un delimitare – la messa in quadro – che pone il

problema del rapporto fra ciò che di un insieme è mostrato e ciò che invece non lo è, in quanto al di

fuori dei bordi dell'immagine. Quando parliamo di piano ci riferiamo invece alla porzione di spazio

rappresentata e alle modalità della sua organizzazione e composizione che, ovviamente, sono

determinate anche dalla cornice che racchiude tale spazio e dagli elementi che lo articolano.

Un'altra caratteristica essenziale dell'immagine filmica è la sua bidimensionalità. Eppure ogni

spettatore sa che dinnanzi a un film egli reagisce come se lo spazio rappresentato fosse uno spazio

tridimensionale, analogo a quello della realtà che lo circonda. Riprenderemo il discorso più avanti (vedi

3.4) ma diciamo subito come questo effetto tridimensionale nasca dal ricorso a diverse tecniche che

vanno dall'angolazione, al movimento, alla profondità di campo. Già Arnheim diceva che l'immagine

cinematografica si situa fra la bi-dimensionalità e la tri-dimensionalità e che noi la recepiamo in termini

di superficie e profondità. Se ad esempio un'inquadratura angolata dall'alto mostra un treno avanzare,

lo spettatore percepirà un doppio movimento: uno illusorio (verso di lui) e uno reale (verso il basso). Un

problema, a questo riguardo, va tuttavia indicato sin d'adesso: quello della prospettiva. La nozione di

prospettiva, così come la si intende oggi, è apparsa nel Rinascimento; la si potrebbe definire come

l'arte di rappresentare gli oggetti su una superficie piana in modo che questa rappresentazione sia

simile alla percezione visiva che si può avere, nella realtà, di questi stessi oggetti. La prospettiva

filmica è l'esatta riproposizione di questa tradizione rappresentativa ed è grazie ad essa che

l'immagine cinematografica può dar vita a un'illusione di profondità. profilmico,

Ogni inquadratura è sempre il risultato di scelte relative a due livelli. Il primo è quello del

ovvero di tutto ciò che sta davanti alla macchina da presa, che è lì appositamente per essere filmato e

fa concretamente parte della storia narrata (ambienti, personaggi, oggetti). La nozione di profilmico è

messa in scena.

connessa a quella di Il termine, di provenienza francese, indica il lavoro di

organizzazione, da parte del regista, dei materiali di ogni inquadratura. Come lascia intuire l'origine

dell'espressione, parlare di messa in scena significa parlare di quei codici che il cinema ha in comune con

il teatro: scenografia e personaggi, luci e colori. Mettendo in scena un regista struttura dei materiali in

funzione della ripresa, costruisce il suo profilmico sulla base di determinate finalità.

filmico, che concerne il

Il secondo livello che determina le caratteristiche di un'inquadratura è quello

piano discorsivo propriamente detto, il linguaggio del cinema, o, più semplicemente, i modi con cui

vengono rappresentati gli elementi profilmici. Sono qui in gioco codici più propriamente cinematografici

come l'angolazione e la distanza, la dialettica di campo e fuori campo, quella di piani oggettivi e piani

soggettivi, l'uso o meno di movimenti della cinepresa ecc. Ogni inquadratura ci mostra dunque qualcosa e

ce lo mostra in un determinato modo. A partire da questa breve notazione è evidente come la ripresa

non sia una semplice operazione di registrazione tecnica – determinare i limiti dell'immagine e premere

il pulsante della cinepresa. Il modo in cui si inquadra qualcosa, un personaggio, un ambiente, un oggetto,

è determinato da un progetto – quello del film nel suo insieme – e da una soggettività, da un modo di

vedere. In sostanza, come scrive Villain, inquadrare non è semplicemente riprodurre: "Inquadrare è

scegliere. Selezionare, mettere in evidenza gli elementi significanti, quelli che lo spettatore deve

individuare".

La nozione di inquadratura presenta tuttavia un ultimo problema. Come sottolinea Bonitzer bisogna

resistere alla tentazione di ricorrere a definizioni troppo rigide. La parola piano non ha infatti lo stesso

significato quando noi, ad esempio, parliamo di piano fisso, di primo piano o di piano sequenza. Nel primo

dei tre casi il criterio di definizione riguarda l'assenza di ogni movimento filmico, nel secondo la

distanza fra la macchina da presa e il soggetto ripreso e, nel terzo, un criterio di ordine narrativo e di

implicito rifiuto del montaggio. Non solo, ma il passaggio dall'epoca del cinema classico a quello della

modernità ha ulteriormente minato la nozione di piano. Se infatti nel cinema classico il film era diviso in

scene e sequenze ognuna delle quali composte da più inquadrature facilmente identificabili e

riconoscibili, il cinema moderno ha fondato parte della sua estetica sull'uso del piano sequenza che pur

essendo, nei fatti, un'unica inquadratura dà però vita, attraverso i movimenti di macchina e degli attori,

quadri

a una serie di immagini, a diversi profondamente differenti fra loro sia per ciò che

rappresentano sia per il modo in cui lo rappresentano. Che cosa possono avere in comune un primo piano

Casablanca

di Bogart in (id., Michael Curtiz, 1942) e il piano sequenza di sette minuti che chiude

Professione reporter (Michelangelo Antonioni, 1974)? Dobbiamo, in sostanza, tenere in mente almeno


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Menzo

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguaggi audiovisivi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Ghidini Chiara.

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