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Enciclopedia virgiliana

Le funzioni dei personaggi

Un buon numero dei personaggi dell’Eneide sono frutto di una rivisitazione dei poemi omerici e del Ciclo; in primo luogo gli dei: Apolo, Zeus-Iuppiter, Hermes-Mercurio, Athena-Minerva, Muse-Camene, Crono-Saturno, Hera-Giunone, Afrodite-Venere, Artemide-Diana ecc.; seguono alcune figure semidivine, come Crice, Polifemo ecc., ed eroi come Enea, Anchise, Andromaca, Elena, Laocoonte, Neottolemo-Pirro, Diomede, Sinone ecc.

Altri personaggi sono completamente nuovi, perché dei o semidei indigeni italici, come Caco, Giuturna, i Penati. Acquistano particolare rilevanza il fidus Achates, la regina Amata, Anna soror, gli etruschi Arrunte e Tacone, l’infelix Dido, Drance invidioso e pacifista a un tempo, l’arcade Evandro, la coppia Eurialo e Niso, il tentennante re Latino, l’Italico Numeno Remulo e l’antagonista principale Turno.

Nettamente distinti in personaggi maggiori e minori, gli uomini agiscono nel poema con un sistema a doppio triangolo:

  • Uno divino, che vede la contrapposizione di Giunone Venere e la mediazione di Giove;
  • Uno umano che contrappone Turno a Enea e vede Latino in veste di arbitro o mediatore.

Va però notato che mentre Venere continua nella seconda esade a proteggere Enea, Giunone, persa la sua protetta Didone, abbraccia la casa di Turno e di quanti gli sono vicini: Amata, Giuturna, e in genere gli Italici accorsi sotto le insegne di Turno.

Nel poema il protagonista Enea è presente in ogni libro dall’inizio alla fine, è chiaramente il perno indiscusso dell’azione, tuttavia nessun altro personaggio, protagonista di un’epopea è stato così messo in discussione come Enea, che prima abbandona l’amante-amata Didone e poi uccide Turno nonostante che questi invochi pietà.

L’uomo pius che appare per tutto il poema così pieno di comprensione e d’indulgenza verso i victi tristes, e nei confronti di tutti i personaggi con cui viene a contatto, non agisce in realtà di sua iniziativa. Egli appare dominato da una forza ordinatrice che impone non solo a lui protagonista, e dunque principale responsabile, ma a tutti il mondo, un determinato esito. In una società, che si vantava di essere stata riordinata dal princeps, e s’illudeva che in questo ordine ci fosse a libertas restituta, era impensabile che non esistesse una causa necessaria di tutto l’orbe terraqueo, ragione stessa di Roma e manifesto segno della provvidenza divina.

Questa necessità cieca e sconosciuta agli uomini, ma conosciuta agli dei, che non possono però controbatterla, è il Fato, che impone l’adesione dell’eroe alla parte che gli è stata assegnata, benché tale adesione comporti sacrifici e disagi. Se l’eroe accetta di assumere il suo compito, lo esegue diligentemente e porta a termine quello che gli è stato imposto, cioè quella che è la sua funzione nel mondo, avrà come premio l’immortale Olimpo.

Enea tuttavia non è costretto a questa missione, potrebbe anche sottrarvisi; la libertà è nella sua volontà, ma nella sua volontà è anche riposta la scelta se fondare o no la potenza di Roma, se accedere al cielo e raggiungere l’immortalità. Come Augusto appare prefigurato dal princeps delineato nel De republica di Cicerone, così Enea sembra già preannunciato nel ciceroniano De fato: le sue virtù umane non nascono da cause naturali, ma dalla volontà, dall’autocontrollo, dall’impegno.

Quella di Enea era dunque una libertà di autodeterminazione subordinata all’obbligo morale. Enea nel suo viaggio dall’est all’ovest, camuffato come un ritorno in patria, può scegliere di ritardare o anticipare il termine del viaggio; ma non può mutarne la direzione. È arbitro di modificarne l’elemento tempo; può navigare più veloce, può prolungare le soste fino a costringere Mercurio ad intervenire, ricordandogli la sua missione. Solo nel momentaneo smarrimento degli ozi cartaginesi, Enea si scorda di non appartenere al presente. Il suo tempo è l’avvenire. L’Enea virgiliano procede verso il futuro, secondo una serrata successione di fatti, preannunciati da oracoli, da profezie, da sogni, ma quasi sempre realizzati con uno scarto rispetto al previsto.

Gli incontri che fa Enea, molto diversi tra loro, hanno in comune la funzione di accelerare o ritardare il compiersi dei fati. Sono scontri con nemici filargivi o incontri con amici filotroiani, articolati su elementi umani e divini. La divinità interviene a favore nei sogni premonitori, negli oracoli o nella discesa agli Inferi; ora contro nelle tempeste e nelle guerre. Anche l’umanità reagisce negativamente nelle guerre, o positivamente nell’ospitalità, nei trattati, nei patti.

L’eroe protagonista, per essere tale deve sottostare a una serie di prove che sostenute nei punti di intersezione, rivelano in sommo grado la pietas, un sentimento che coinvolge la patria, la famiglia, gli dei, ma anche la fedeltà, la nobiltà, il disinteresse, la giustizia, il coraggio, la forza la sagacia.

La lingua

Nell’interpretazione della lingua e dello stile dell’Eneide sono ravvisabili le seguenti tendenze, in sede teorica, diverse:

  • Virgilio è un consapevole successore di Omero, che adotta in larga misura come modello anche nella strutturazione linguistica. Perciò troviamo grecismi sintattici, quando ricalca passi rintracciabili nell’Iliade e nell’Odissea;
  • Al tempo stesso Virgilio è nella tradizione dell’epos romano. Non frequenti ma ben marcati sono gli arcaismi nel vocabolario, nella morfologia e nella sintassi, che sono una professione di fedeltà di Virgilio al suo predecessore Ennio;
  • Virgilio adopera un linguaggio chiaro e semplice; rifiuta decisamente ricercatezza e derudizione. Però proprio la ricerca di una costruzione semplice comporta spesso costruzioni nuove ed ardite, il cui significato è molteplice e di difficile interpretazione;
  • Il poeta tende a distinguere il proprio linguaggio dalla prosa contemporanea urbana, usando non di rado elementi del linguaggio popolare.

Nella pratica queste tendenze si compenetrano continuamente, il che non sorprende perché studi recenti dimostrano che non esiste sempre un contrasto inconciliabile tra grecismi, arcaismi, poetismi e volgarismi.

Caratteristiche specificatamente virgiliane:

  • Tema e variazione. Tra le caratteristiche più appariscenti dello stile di Virgilio va rilevato che non di rado lo stesso fatto sembra detto due volte, l’una dopo l’altra con parole diverse. Non si tratta di una ripetizione semplice, piuttosto lo stesso fatto viene descritto da un’angolatura diversa, dettagli vengono aggiunti, oppure a un concetto prima generico segue poi la sua precisazione.
  • Modo di vedere soggettivo-impressionistico. Ambiguità poetica.

Le fonti

Virgilio s’ispirò a Omero per l’impianto generale dell’opera, e precisamente all’Odissea per il racconto dei viaggi, fatto in parte direttamente dal poeta, e in parte affidato dall’eroe a una richiesta del re che lo ospita; e all’Iliade per lo svolgimento della guerra. La Didone virgiliana deve molto prima alla Medea di Apollonio Rodio, e poi quando viene abbandonata all’Arianna di Catullo, ma non per questo gli autori sino ad ora citati (Omero, Apollonio, Catullo) sono da considerare fonti stricto sensu dell’Eneide, ma piuttosto dei modelli poetici di Virgilio.

Le fonti possono essere ricondotte a dei nuclei mitici su cui poggia il tema:

  • La concezione di Enea progenitore sia di Romolo sia, attraverso Iulo, della gens Iulia;
  • L’Iliuperside;
  • Le vicende di alcuni eroi greci che hanno rapporto con quelle di Enea;
  • Il viaggio di Enea della Troade alla Campania;
  • La discesa di Enea nell’oltretomba;
  • Dell’arrivo dei Troiani;
  • La situazione del Lazio al momento;
  • La guerra ivi combattuta.

La concezione di Enea progenitore di Romolo e della gens Iulia

Nel 30 a.C. Virgilio, terminate le Georgiche si accinse a comporre l’Eneide, affrontando così il rapporto tra la fondazione di Roma ed il personaggio di Enea. La fortuna di Enea personaggio era nata con Omero (Iliade), che faceva predire a Poseidone la sopravvivenza dell’eroe alla rovina di Troia e un destino regale per lui e i suoi discendenti, ma restando nella Troade.

Successivamente si erano avute le più antiche elaborazioni greche del mito, quella di Stesicoro (VI sec.) che sembra aver portato Enea nell’Esperia, forse in Campania. Con il IV sec a.C. si cominciò a indicare il litorale laurentino come luogo dello sbarco dei Troiani nel Lazio, e ad attribuire a Enea la fondazione di Lavinio. Si cercò faticosamente di conciliare il ruolo di Enea con quello dell’ecista-eponimo di Roma, Romo o Romolo, e mentre nella storiografia in lingua greca ci si smarrì in una pluralità di indicazioni sulla persona del fondatore di Roma a la sua parentela con Ena, Odisseo o Latino; nella letteratura latina Ennio e Nevio considerarono Romolo figlio di Ilia, figlia a sua volta di Enea, unica eccezione, infatti nel resto della letteratura latina prevalse la versione annalistica che, lasciando Enea fondatore di Lavinio, faceva di Ascanio il fondatore di Albalonga, su cui regnarono poi Romolo e Remo.

Virgilio aderì a quest’ultima versione annalistica, precisando che:

  • La gens Iulia aveva origine da Iulo;
  • Che Iulo andava identificato con Ascanio, il figlio del troiano Enea;
  • Che Silvio era figlio di Enea e di Lavinia.

L’Iliuperside

Virgilio si trovò in difficoltà data la mancanza di una trattazione dell’argomento da parte troiana, e questo ci autorizza a ritenere creazione originale di V. gran parte del II libro. La distruzione di Troia era restata fuori dei poemi omerici, in quanto l’Iliade termina con i funerali di Ettore e il racconto di Odisseo comincia con la partenza dalla Troade a guerra finita, le fonti greche che Virgilio ha usato potevano essere i poemi ciclici Iliuperside, in due libri, attribuita ad Arctinio di Mileto, e la parte finale della Piccola Iliade, in 4 libri, attribuita a Lesche di Mitilene. Ma Virgilio non sembra averli utilizzati come fonti primarie, infatti sull’orientamento di Virgilio influì anche il discredito che i poeti ciclici avevano, rispetto a Omero, nell’ambiente augusteo. Altre fonti di Virgilio potevano essere l’Iliuperside e il Cavallo di legno di Stesicoro, il Sinone di Sofocle.

Eroi greci che Virgilio inserisce nel racconto

Le vicende di Enea e dei Troiani nel Lazio interferiscono, sia pure in non molti episodi, con le vicende dei Greci seguite dalla caduta di Ilio. Per l’episodio di Polidoro Virgilio segue la versione a noi nota dell’Ecuba di Euripide. L’altro eroe greco che Viriglio colloca nell’Italia meridionale è Diomede, la cui tradizione Virgilio ha desunto dal Timeo e da Licofronte. Anche Andromaca e i cenni su Neottolemo e sulla sua uccisione da parte di Oreste, episodio troppo comune per poterne stabilire la fonte con esattezza, ma la versione di Virgilio è una non comune, possiamo infatti asserire che per questo episodio Virgilio non ha guardato né all’Andromaca di Euripide, né all’Hermiona di Pacuvio.

Il viaggio di Enea dalla Troade alla Campania

Al tempo in cui Virgilio compose l’Eneide, la tradizione riguardante gli errores dei Troiani era abbastanza ricca. L’interesse del mondo greco per Enea s’inquadra nella tendenza ad attribuire a eroi greci o troiani la fondazione delle principali città. Tra gli autori latini, Virgilio trova poco materiale tra gli annalisti, che condensavano in un anno o due la durata del viaggio; di un certo aiuto per Virgilio furono in poeta come Nevio e un erudito come Varrone. La tradizione parlava di 17 scali di Enea dalla Troade alla Sicilia: Virgilio li ridusse a 10, accogliendone soltanto 7 e aggiungendone 3 di sua invenzione. L’episodio cartaginese d’amore tra Enea e Didone è tratto da Nevio, che lo inserì nel suo poema con intento eziologico. La seconda sosta in Sicilia è innovazione virgiliana, connessa con la localizzazione a Drepano della morte di Anchise. Tra i tre scali inventati da Vigilio nel tratto dalla Troade alla prima sosta in Sicilia, ve ne sono due, quello delle Strofadi e quello della terra dei Ciclopi, che ricongiungono dichiaratamente il poema virgiliano alle Argonautiche di Apollonio Rodio e all’Odissea. Ma non è un ricalco di episodio da uno preso a modello, si tratta piuttosto della prosecuzione di un episodio nato in un altro poema, la cui conoscenza da parte del lettore è presupposto essenziale.

La discesa di Enea nell’oltretomba

Nel sesto libro dell’Eneide Virgilio non volle esporre una dottrina unitaria sulla vita dopo la morte. Ciò può dipendere dall’utilizzazione di fonti diverse, oppure se si preferisce, può essere all’origine delle scelte di Virgilio. La critica ha trovato una vasta gamma di fonti: Pindaro, Platone, Posidonio e in tutta la letteratura orfica. Per quanto riguarda la letteratura orfica si sottolinea l’importanza della Catabasi di Orfeo, testo poetico d’ignoto autore del VI secolo, tema trattato anche da Virgilio nelle Georgiche. Nel sesto libro dell’Eneide gli esegeti si scontrano sulle contraddizioni presenti tra le varie parti del libro, conseguenti alla giustapposizione di più dottrine. Un tentativo di ridurre queste contraddizione, riguarda il brano sulla dottrina delle anime (vv.724-51) in cui si fondono elementi platonici, stoici, orfico pitagorici. Questo brano per alcuni storici contrasta fortemente con la descrizione del Tartaro e con la successiva rassegna dei futuri Romani nei Campi Elisi. In entrambi i casi, queste contraddizioni testimoniano la pluralità delle fonti usate da Virgilio e la libertà con cui egli le utilizzò.

La guerra nel Lazio

Nella tradizione annalistica a partire da Catone, si attesta un guerra tra Enea e Ascanio contro Turno e Mezenzio; Latino combatteva talvolta a favore talvolta contro Enea. Secondo questa tradizione il lungo conflitto aveva 3 fasi:

  • Nella prima perisce Latino;
  • Nella seconda perisce Turno e lo stesso Enea;
  • Nella terza Ascanio uccide Mezenzio e risolve la guerra a favore dei troiani.

Virgilio pur accettando questa versione catoniana, se ne allontana sostanzialmente per lo svolgimento dei fatti. Virgilio opera infatti una concentrazione degli avvenimenti in un periodo di appena venti giorni circa, per imitare l’Iliade di Omero (abbandona la versione annalistica pur di far rientrare la narrazione nello schema omerizzante che si è prefigurato); inoltre Virgilio volle tenere deliberatamente Ascanio fuori dalla guerra in quanto prefigurazione di Augusto principe istauratore della pax. Quindi anche se possiamo ipotizzare l’esistenza di fonti a cui Virgilio si è ispirato per la narrazione dei fatti, fonti che sono andate perdute, rimane comunque più probabile che Virgilio si sia allontanato dalle fonti per motivi ideologici, politici o letterari che fossero. In conclusione Virgilio non scelse una sola opera come fonte principale per ciascun nucleo narrativo (i 7 prima elencati), ma preferì adoperare una pluralità di fonti, e di generi letterari diversi, prediligendo le versioni più rare e meno conosciute degli eventi narrati.

Enea

Ciò che distingue e rende importante l’eroe omerico è il fatto che sopravvive. Poseidone dichiara che egli è destinato a salvarsi e che i suoi discendenti, e i figli dei loro figli, in pregnante contrasto con quelli di Priamo, regneranno sui Troiani. Enea sopravvive alle battaglie presso Troia, alla caduta della città e ai nostoi; ciò gli assicura un futuro di rilievo nell’Iliade, dove è personaggio di secondario interesse e significato, anche se non privo d’importanza; l’elenco delle sue virtù e delle sue imprese è in effetti imponente.

Alcuni studiosi hanno sostenuto che la pietas è un’aggiunta tarda e tipicamente romana alla leggenda di Enea, ma quest’affermazione è falsa e implica il fraintendimento di molti testi. I greci ad Enea riconoscono eusebeia (pietà, maturità spirituale) e a questa virtù nulla toglie il fatto che Enea sia un valoroso guerriero, che aiuti Paride a rapire Elena, e che a volte sia rappresentato come un traditore. Il grande valore potè contribuire alla sua popolarità in Etruria, ma la sua classica eusebeia greca e pietas romana non sembrano esservi connesse.

Sappiamo che Enea in Etruria era conosciuto, ma non abbiamo alcuna prova che gli Etruschi venerassero Enea come un eroe fondatore. Ugualmente manca qualsiasi base per sostenere che Enea fu particolarmente ben accolto dai Romani del V secolo per la sua pietas, in quanto non si può dimostrare che tale virtù fosse già formulata o venerata. Riguardo a Roma, Aristotele non si riferisce a leggende sulla sua fondazione, dopo di lui Timeo allude indirettamente ad origini troiane. Non è necessario ritenere che la pretesa di origini troiane registrata da Timeo a Lavinio fosse di vecchia data, anche se sarebbe sciocco negare che da molto tempo Enea avrebbe potuto avere un posto fra i molti culti della città, infatti un elemento troiano avrebbe potuto facilmente inserirsi nei culti dei Penati, di Minerva, di Venere e soprattutto del Pater.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Scotti Maria Teresa.
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