Seneca – De Ira
Introduzione
Il centro degli scritti di Seneca difficilmente si smentisce: lui dedica la sua vita e la sua ricerca filosofica, all'analisi delle pulsioni dell'animo umano. Il De Ira è una delle sue opere giovanili, probabilmente scritta attorno al 41 d.C., dedicata al fratello maggiore, Novato. Questo testo viene erroneamente inserito all'interno della raccolta “Dialogorum Libri”, occupando, con i suoi tre volumi, il terzo, quarto e quinto posto.
La finalità dell'opera è senza dubbio quella di analizzare l'ira, già largamente dibattuta nei dialoghi dei filosofi greci, la cui produzione era estremamente ampia e fiorente. Seneca infatti si ispirerà agli scritti di Platone, traendo alcune massime, ma soprattutto darà spazio alle teorie di Aristotele, che criticherà sistematicamente e a più riprese, nominandolo ben cinque volte nell'intera raccolta.
Ed è proprio ad Aristotele che Seneca attribuisce l'affermazione che l'ira sia quella pulsione che porta a compiere grandi cose: l'incapacità di adirarsi è debolezza, facendo vedere l'ira non come semplice impulso, ma come determinazione. Se il filosofo attribuisca ad Aristotele massime di qualcun altro, o se citasse testi che si sono perduti nel tempo, non ci è dato saperlo.
Al di là di Aristotele, comunque, la fonte principale del De Ira è Posidonio, ma la perdita della sua opera mette gli studiosi in difficoltà; in tal senso, possiamo soltanto, infatti, estrapolare le sue teorie grazie alle citazioni di Seneca. L'ira, comunque, resta quella passione, molto dibattuta, che ha messo in collegamento Stoicismo ed Epicureismo che pur divergendo, si trovano concordi nell'aberrazione della pulsione e del desiderio, alla ricerca di quello stato di quiete dell'animo o di una vita vissuta secondo i principi della ragione stessa.
Il contesto storico
Non è semplice dare una datazione precisa a quest'opera, ma l'ipotesi è quella del 41 d.C., o poco prima, a cavallo tra la morte di Caligola ed il principato di Claudio. Seneca, nel 39, dunque pochi anni prima, si era guadagnato le antipatie di Caligola, a causa di un'orazione eloquente in senato: il Princeps prese la decisione di condannarlo a morte, ma una delle sue favorite gli fece notare che la vita del cagionevole filosofo sarebbe venuta meno in breve tempo per motivi di salute, rendendone inutile l'esecuzione.
Questo evento fortunato salvò la vita dello stoico, che si trovò, tuttavia, in una situazione diversa pochi anni dopo, sotto il principato di Claudio; salito al potere nel 41, egli temeva l'acume e l'eloquenza del filosofo, esiliandolo in Corsica, dove rimase per quasi un decennio, rientrando solo per volere di Agrippina Minore, madre di Nerone, la quale decise di accaparrarsi le simpatie del senato e della nobiltà romana affidando il figlio ai precetti di Seneca.
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Lingua e letteratura latina - il De cohibenda ira
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