Schemi del programma di lingua e letteratura latina
Anno accademico 2012/2013, professoressa Sandra Marchetti, corso di laurea in Storia e Tutela dei Beni Artistici, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Firenze.
Lezione uno - Cicerone: un uomo del suo tempo
La vita: Marco Tullio Cicerone (106/43 a.C), nacque ad Arpino, da famiglia di ordine equestre, che lo incoraggiò a studiare grammatica, retorica e filosofia a Roma, dove fu iniziato alla carriera forense da Licinio Crasso e dagli Scevola. Nell'89 combatte nella prima guerra civile a fianco di Pompeo Strabone, padre di Pompeo Magno. Tra il 79 ed il 77 compì un viaggio in Grecia e in Asia, di ritorno dal quale sposerà Terenzia, matrimonio da cui nasceranno i figli Marco e Tullia. Nel 75 fu questore in Sicilia, incarico che lo porterà ad accusare Caio Verre, suo predecessore, di concussione. Nel 66 fu pretore e insignisce Pompeo di poteri straordinari per combattere la pirateria e Mitridate con la lex Gabinia e la lex Manilia. Nel 63 fu console e toccò l'apice della carriera forense con le Catilinariae, tuttavia, nel 58 venne mandato in esilio con l'accusa di aver mandato a morte dei cittadini romani senza processo. Nel 51 fu governatore in Cilicia, incarico che sopportò malvolentieri, come un allontanamento forzato dalla vita pubblica, che si muoveva in direzione di una guerra civile, allo scoppio della quale si schierò con Pompeo, senza essere tuttavia presente durante la battaglia di Farsalo. La vittoria di Cesare lo porterà ad un allontanamento forzato dalla vita pubblica che attenuerà con una feconda attività filosofica. Alla morte di Cesare cerca di plasmare il giovane e inesperto Ottaviano, che lo sacrificherà tuttavia sull'altare del secondo triumvirato. La nostra fonte principale è Cicerone stesso, oltre alla biografia che ne fece Plutarco.
Il pensiero:
Cultura
Cicerone, oltre ad essere un modello di oratore e politico del I secolo a.C, è anche un tipico intellettuale romano, cui la vita pubblica non pregiudica l'attività culturale, anzi, la ispira. Ha uno stretto rapporto con la cultura greca, dal momento che quei "Graeculi", del tutto inoffensivi sul piano politico, sono però intellettualmente ancora validi, ed hanno un glorioso passato. Dice di tradurre i testi greci, ma in realtà li reinterpreta, adattandoli alla cultura latina, dal momento che spesso i termini hanno sfumature diverse. È un uomo particolare rispetto al suo tempo per la considerazione della moglie e della figlia, Tullia, che morirà nel 45. Quando è in esilio è Terenzia che amministra le sue proprietà e coltiva per lui le relazioni, anche se il rapporto fra i due si incrinerà tanto da portare al divorzio. La figlia Tullia, preziosa consigliera e donna coltissima, si sposò diverse volte, l'ultima con Publio Dolabella, avversario politico di amici di Cicerone, e la sua morte provocò un dolore fortissimo al padre, il quale cercò consolazione nella filosofia. Sulpicio Rufo, uomo di mentalità fortemente patriarcale, scrisse una consolatio all'amico chiedendogli il perché di tanto affliggersi per una "muliercula", una donnicciola, alla quale aveva addirittura fatto costruire un mausoleo commemorativo.
Politica
Cicerone sente sempre più la necessità di dare, attraverso le sue opere, un modello ideale di civis: la sua attenzione, da buon equites, è rivolta sempre alla classe dirigente, che intende formare attraverso sia il mos maiorum, la cui rigidità è al tempo impraticabile a causa delle grandi ricchezze affluite a Roma, che la cultura greca, riguardo la quale l'autore vuol dimostrarne la perfetta conciliabilità con l'ambiente romano. Vive la crisi della repubblica, la cui via di uscita è per lui la Concordia ordinum, la concordia degli ordini abbienti, ovvero senatori e equites. Questa sarà ampliata in Concordia omnium bonorum, ovvero nella concordia di tutte le persone abbienti, amanti dell'ordine, compite nei doveri verso la patria e la famiglia. I boni non devono rifugiarsi nei loro interessi privati, bensì supportare politicamente il candidato che meglio li rappresenta. In momenti critici però, come quello che si sta vivendo, sarebbe bene che il senato e i boni si affidassero a uomini giusti e valorosi, il che denuncia un avvicinamento ai triumviri, che tenta invano di condizionare. Il progetto fallì sia perché Cicerone non aveva il seguito clientelare e soprattutto militare necessario ad affermarsi, sia perché i boni si sentivano più tutelati dalla politica cesariana.
Oratoria
Inizia come asiano "puro", rivisitando lo stile che andava per la maggiore a Roma, quello di Ortalo. Poi, segnato fisicamente dall'obbligo di mantenere la voce sempre sui toni alti, senza mai allentare la tensione, durante il viaggio in Grecia seguì i corsi di Molone di Rodi, da cui apprese come mitigare tale stile. Tuttavia vediamo nella sua carriera come più fa carriera come oratore, meno influenza politica ha. Mentre stende il "De Oratore" un movimento di giovani oratori, capeggiati da Licinio Calvo, inizia a criticarlo, dal momento che loro, rifacendosi all'atticismo di Lisia e Tucidide, vedevano l'eloquenza ciceroniana come ridondante e fiacca. In contemporanea in scultura si ha una moda arcaizzante che riprende gli stili del V secolo a.C., mentre in oratoria gli atticisti prendono a modello Catone. Secondo loro bisogna privilegiare la ricerca lessicale più che la copia verborum, la raffinatezza piana rispetto alle veementi requisitorie asiane, ed è forse per questa calma che, sebbene apprezzati dai dotti, non toccheranno mai i cuori del popolo. Da ciò che sappiamo Cesare aveva uno stile vicino all'atticismo e, come dice Cicerone, "parlava come se combattesse" e rispose al "De oratore" col "De Analogia", dove teorizza la preminenza della ratio sull'analogia e sulla consuetudo.
Filosofia
I suoi dialoghi sono improntati sulla moderazione, e spesso lui vaglia le diverse opzioni più che sbilanciarsi ed abbracciarne una. Non c'è un contraddittorio aspro, ma gentile, ed ognuno presenta la tesi come un'opinione personale. Si pronuncia solo sull'epicureismo, che non apprezza, dal momento che propugna il disinteresse politico e la non provvidenzialità degli Dei.
Le opere
- Pro Roscio Amerino (81): accusato di parricidio, si scopre che l'omicidio era stato commissionato da Crisogeno, liberto di Silla e vicino al padre di Amerino, che mirava ad acquistare a basso prezzo le proprietà della vittima, una volta fatto fuori il figlio. Cicerone si espone, bilanciando l'attacco all'entourage sillano con lodi a Lucio Silla (che apprezzava), e vince la causa. Cicerone utilizza qua lo stile asiano, ma rende gli artifici retorici meno stucchevoli.
- Actio I e II in Verrem (70): Cicerone viene chiamato ad accusare Verre dagli stessi siciliani che aveva amministrato qualche anno prima. La situazione non è facile perché il difensore di Verre, candidato al consolato per il 69 non è altri che Ortensio Ortalo, il principe del foro e il grande oratore di stile asiano. Cicerone ebbe dalla sua parte la velocità nel raccogliere prove schiaccianti dell'eccessivo sfruttamento della Sicilia (sfruttare le province era normalità per i governatori romani), e pronunciò solo la prima contro l'accusato di concussione perché scappò. Di questo blocco fa parte anche la "Divinatio in Quintum Caecilium", l'accusatore falso proposto da Ortalo, ruolo che non era molto amato dagli oratori, e che lo stesso Cicerone ricoprirà poche volte. Oltre ad essere una vittoria politica, le Verrinae sono anche una vittoria stilistica, prevalendo l'asianesimo più arioso e "leggero" di Cicerone che lo stucchevole di Ortalo. È importante perché alla pronuncia in tribunale delle orazioni seguirono dei pamphlet che le riportavano, nei quali gli oratori sono visti come "personaggi" e il processo come uno spettacolo, attribuendo quindi all'oratoria un valore letterario.
- Pro Lege Manilia (66): a favore della legge proposta dal tribuno Manilio, per cui Pompeo avrebbe avuto maggiori poteri in Asia per meglio fronteggiare Mitridate. È questo il momento dove Cicerone si avvicina più a Pompeo, ma evita la demagogia e le largizioni alla plebe per conquistarsene il favore. Il suo interesse è a dar potere a Pompeo perché in quella zona c'erano centri di interesse della classe equestre. Si concentra sulla sottolineatura dell'importanza delle attività economiche a Roma, che si intrecciano necessariamente con fattori politici. La sua retorica è ora imperniata su un utilitarismo raziocinante.
- Pro Cluenzio: orazione del 66, incentrata su una serie di delitti compiuti nei municipi.
- Catilinariae (63): quattro orazioni (ce ne sono pervenute tre) dove accusa il capo della congiura. Sono frequenti le personificazioni della Patria (prosopopea). È una delle prove più patetiche di Cicerone: i toni sono alti, l'analisi dei gruppi che gravitano intorno a Catilina è quasi un trattatello sociologico. Nel 60 uscì una raccolta di orazioni di Cicerone curata da Attico, dove emerge la problematica di quanto gli scritti corrispondessero a ciò che era stato effettivamente pronunciato.
- Pro Lucio Murena (63): l'orazione si svolge in contemporanea alle catilinariae ed è una difesa per l'accusa di brogli elettorali, montata dall'avversario al consolato di Murena, Sulpicio Rufo. Critica Catone l'Uticense per l'eccessivo rigore che lui vorrebbe nello stato, e per la sua contrarietà alla teoria ciceroniana, ma sceglie la via dell'ironia più che della satira.
- Pro Archia Poeta (62): difesa del poeta, accusato di aver usurpato la cittadinanza.
- Pro Fonteio: pronunciata nel 61, in difesa di questo governatore della Gallia, accusato di concussione. Basa la sua difesa dimostrando che lui è un uomo troppo valido militarmente per condannarlo, e sul fatto che una cosa è depredare la Magna Grecia, culla della cultura, altra togliere quel poco di ricchezze che hanno i barbari Galli.
- Pro Sestio (56): tribuno accusato da Clodio di violenze, aveva aiutato Cicerone a rientrare dall'esilio. Espone l'ampliamento della teoria della Concordia Ordinum alla Concordia omnium bonorum.
- Pro Caelio (56): amico di Cicerone, è un ex amante di Clodia, la quale lo accusa di aver tentato di avvelenarla. È un'orazione dissacrante, dove emerge tutto il rancore di Cicerone verso Clodio e Clodia. È interessante la digressione sull'educazione della gioventù, per cui il mos maiorum è troppo rigoroso, e gli vanno concessi dei divertimenti, ma non troppi, affinché, una volta "sbolliti gli ardori", si preoccupino del bene dello Stato. È interessante notare la mancanza di "dissimulatio artis" che fa Cicerone in questo momento, mettendo in evidenza ogni artificio retorico.
- Pro Milone (52): difende l'assassino di Clodio perché tirannicida, ma ha una crisi di nervi e perde la causa. Milone scappa ma quando Cic. ritocca l'orazione questa si rivela il capolavoro oratorio dell'Arpinate.
- Orazioni "Cesariane": Pro Marcello e Pro Ligario (46/45): in difesa di pompeiani "pentiti" ci sono molti elogi a Cesare e gli consiglia un governo nel rispetto delle istituzioni.
- Filippiche (43): 18 orazioni, di cui sono rimaste 14 contro Marco Antonio, che aspira al posto di Cesare, considerato un dissoluto, un ladro e un ubriacone. È la prova dove Cicerone si avvicina di più allo stile grandioso di Demostene, ma ha un che di "canto del cigno".
Opere sulla retorica
Scritte dopo il 55 a.C.
- De Inventione: scritto in gioventù ed incompiuto, è incentrato su una problematica dibattuta in Grecia, se basti la conoscenza delle tecniche per fare un oratore o se servano invece conoscenze più ampie. Propone una sintesi di eloquentia e sapientia in risposta ai trattati greci.
- De Oratore (55): scritto in un periodo di ritiro dalla vita pubblica, ambientato nel 91 (agli sgoccioli della serena repubblica) nella villa tuscolana di Licinio Crasso, è un dialogo fra questo e M. Antonio (che moriranno di lì a poco). Il modello è Platone, filtrato per l'apprezzamento dei latini. Il fine del dialogo è quello di difendere la dignità della filosofia e ricordare i grandi oratori del passato. Crasso espone una teoria conciliarista fra Probitas e Prudentia, non tutti possono diventare oratori, ma l'oratore serve come esempio di vir bonus. Emerge l'idea che non è la pratica oratoria a evolversi dalla dottrina retorica, ma l'ars a svilupparsi dalla riflessione sull'esperienza degli oratori. Cicerone pone le sue idee in bocca a Crasso, ma Antonio non deve essere considerato un semplice contraltare: spesso mette fine a digressioni di Crasso, riportandolo "con i piedi per terra", ma, dall'altra parte, il suo pragmatismo, gli rende impossibile pensare che esista un nuovo modello di oratore.
- Libro I: Crasso vuole un oratore colto e filosofo, con una grande cultura generale, Antonio un autodidatta, che fa leva sull'istinto.
- Libro II: Discussione dei problemi legati all'inventio, dispositio, elocutio, memoria. Digressione di Cesare Strabone sui motti di spirito.
- Libro III: Problemi sull'Actio.
- Orator (46): teoria del delectare, docere, movere e dei tre registri stilistici: umile, medio, elevato. Teoria del Numerus. Dedicato a Marco Bruto, oratore di stile atticista.
- Brutus (46): dialogo fra Cicerone, Attico e Bruto sulla contrapposizione fra asianesimo ed atticismo e discussione riguardo la storia della retorica greca. Rappresenta lo stile asiatico come una corruzione del grande stile attico, ed analizza il maggiore rappresentante latino di esso, ovvero Ortensio Ortalo, padrone di entrambi gli stili asiani: quello più aggraziato e con frasi brevi, e un secondo più grandioso, rapido e pieno di foga. Cicerone non percepiva però la gravitas nel suo collega, che rispecchiava nell'oratoria il suo stile da dandy, parlando con voce cantilenante e accompagnando l'orazione con una gestualità istrionica. Cicerone afferma che, alla semplice lettura, le sue orazioni erano deludenti. Tutta l'opera è permeata dalla convinzione che l'eloquenza latina è giunta ormai al suo tramonto, a causa del soffocamento delle libertà del senato.
- De optimo genere oratorum (45): traduzione di due orazioni: una di Demostene e una di Eschine per la contrapposizione fra le due scuole. Forse è incompiuto o forse una parte è andata perduta. È complementare al Brutus. Ammette l'esistenza di due generi oratorii, uno più sobrio, uno più colorito, ma insiste sulla possibilità di compenetrazione fra i due.
- Topica (44): è dedicata al giovane giurista Trebazio Testa sui luoghi comuni dell'oratoria, molto scarna dal punto di vista letterario. Mostra come i luoghi comuni siano finalizzati a servire gli interessi giuridici del destinatario, senza mancare di coinvolgere il pubblico, che può essere più vasto.
Opere sulla politica
(titoli ripresi da Platone): scritte fra il 54 ed il 51 a.C.
- De Re Publica: ambientato nel 129 (nel periodo per lui più fiorente per lo stato) nella villa di Scipione l'Emiliano, è un dialogo fra questo e Lelio. È frammentario, ritrovato nel XIX secolo dal cardinale Angelo Mai, in sei libri.
- Libro I: dottrina aristotelica, mediata da Polibio, dei tre governi.
- Libro II: la costituzione mista di Roma è la migliore.
- Libro III: critica a Carneade, l'accademico che aveva inveito contro l'imperialismo romano.
- Libro IV: l'educazione dei cittadini.
- Libro V: teorizzazione del Princeps (l'Emiliano ne è un modello, o, attualmente un gruppo di uomini, come i triumviri, uomini che possano guidare il senato in momenti di difficoltà), che deve essere anche ascetico nel disprezzo della ricchezza e dei piaceri.
- Libro VI: somnium Scipionis. Emiliano narra di aver sognato l'Africano, che dal Cielo gli mostra l'insignificanza di tutte le cose terrene, compresa la gloria, ma che poi gli mostra le sedi beate dove riposano gli uomini giusti.
- De Legibus: Dialogo frammentario fra Cicerone, Attico e Quinto nella sua villa ad Arpino. Composto da cinque libri, di cui ci restano parti di primi tre, presenta l'esaltazione della tesi stoica per cui la legge, basata dalla ragione, è data dalle divinità.
Opere filosofiche
- Paradossi degli stoici (46): perduto
- Consolatio (45): per la morte della figlia Tullia, perduto
- Hortensius: un protrettico alla filosofia, perduto
- Academica (erano 6 libri, ne abbiamo 2): Priora e Posteriora teoria per cui non esiste una conoscenza precisa, solo probabile. Dialogo fra Lucullo, Cicerone, Varrone e Attico.
- De Finibus Bonorum et Malorum: dialogo fra Cicerone e Catone l'Uticense, dedicato a Bruto, è in cinque libri, capolavoro filosofico che tratta di questioni etiche.
- Libri 1/2: esposizione e confutazione della tesi epicurea (non accenna mai a Lucrezio).
- Libri 3/4: confronto fra Stoici, Accademici e Peripatetici.
- Libro 5: esaltazione della tesi eclettica di Antioco di Ascalona, maestro di Cicerone.
Opere ad argomenti vari
- Cato Maior de Senectute (44): ambientato nel 150, idealizza Catone addolcendo il suo carattere, ma usa un tono aspro perché non sa se rientrerà in politica.
- Laelius de Amicitia (44): ambientato dopo la morte di Scipione Emiliano, nel 129. Rifiuta la teoria per cui l'amicizia è regolata dall'interesse, mentre esalta i veri rapporti (Attico). L'amicizia deve essere il collante dei boni.
- De Natura Deorum: in tre libri, confuta le teorie stoiche, epicuree e scettiche.
- De Divinatione/De Fato: co
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