Congresso di Vienna e il risorgimento italiano
Con la fine delle rivoluzioni, l’Italia conobbe la volontà di avere una propria identità nazionale. Questo processo fu definito “Risorgimento”, che avrebbe dovuto rilevare il carattere di rinascita culturale e politica. A differenza di altri stati, l’Italia non aveva mai conosciuto l’esperienza di Stato unitario; lo era stato solo ai tempi dell’Impero romano, ed era sempre stata divisa e subordinata da sovranità straniere, già dal ‘500. L’idea di un’Italia, quanto comunità linguistica, culturale, religiosa ed economica esisteva già; con la cultura illuminista del ‘700 questa consapevolezza si era fatta più viva.
Con l’egemonia austriaca, stabilitasi nel periodo della Restaurazione, la situazione dell’Italia peggiorò; per i patrioti italiani la lotta per la liberazione dal dominio straniero poteva essere una soluzione (una lotta per fini democratici e liberali). Mancava però la visione di un’Italia unita, si pensava solo alla decadenza dei domini stranieri. I moti del ’20-’21 furono un fallimento. Giuseppe Mazzini fu il primo sostenitore della rivendicazione dell’unità e dell’indipendenza nazionale.
Insurrezioni e la figura di Ciro Menotti
Le insurrezioni che scoppiarono all’inizio del 1831, nei Ducati di Modena e Parma e in una parte dello Stato pontificio, furono una conseguenza della situazione francese. Francesco IV voleva diventare sovrano del regno dell’Italia centro-settentrionale. Si avvalse di società segrete. Ciro Menotti lavorò per allargare una cospirazione alla Toscana e allo stato pontificio, per un’Italia unita sotto il controllo di una monarchia costituzionale. A tale riguardo, Francesco IV si rese conto che l’Austria si sarebbe opposta al mutamento dello status quo in Italia, e così abbandonò ogni tentativo di cospirazione. Francesco IV fece arrestare, il 3 febbraio 1831, i capi della congiura a casa di Ciro Menotti.
Ormai il progetto rivoluzionario era già innescato; scoppiò a Bologna il 4 febbraio e si estese in tutti i centri delle Legazioni pontificie, fino ad arrivare nei Ducati di Parma e di Modena, costringendo Francesco IV e Maria Luisa d’Austria alla fuga (portò con sé anche Ciro Menotti prigioniero). Rispetto ai moti del ’20 e ’21, questa volta a muoversi furono anche i ceti borghesi, appoggiati dall’aristocrazia liberale e sostenuti da una mobilitazione popolare, soprattutto nelle legazioni, dove era diffusa la protesta contro il malgoverno pontificio.
Lo Stato della Chiesa era debole, a seguito della vacanza del trono pontificio. I moti scoppiarono durante il conclave di Gregorio XVI. Con l’intervento del governo austriaco, alla fine di marzo, fu fatto intervenire l’esercito all’interno dei territori pontifici per reprimere i disordini. Ciro Menotti fu arrestato e condannato a morte per impiccagione. Gregorio XVI condannò gli emiliani e i romagnoli a dure pene detentive.
Giuseppe Mazzini e Giovine Italia
L’esito negativo delle insurrezioni nell’Italia centro-settentrionale segnò la crisi irreversibile della Carboneria. I sovrani stranieri si rivelarono spesso inaffidabili e a volte traditori; gli interventi si dimostravano spesso attendisti per la mancanza di una direttrice autenticamente nazionale. Negli anni ’30 l’idea di unità si diffuse tra i patrioti di orientamento democratico e si tradusse in un concreto programma grazie a Giuseppe Mazzini. Mazzini sosteneva la religiosità laica. La fede nella libertà e nel progresso doveva, però, essere vissuta come una fede religiosa, per rivendicare i diritti e i doveri dell’uomo. Mazzini credeva nel principio di associazione (prima c’era l’uomo, poi la famiglia, poi la nazione e poi l’umanità).
Da queste teorie si sarebbe dovuti partire per abbattere l’Impero asburgico e lo Stato pontificio. Andando verso l’unità non si poteva pensare alle teorie materialistiche ed economistiche. Mazzini era favorevole a riforme audaci, ma difendeva il diritto di proprietà come base dell’ordine sociale. Nel suo programma politico l’Italia doveva rendersi indipendente e darsi una forma di governo unitaria e repubblicana. Per giungere all’unità si doveva ricorrere all’insurrezione del popolo. La sua organizzazione “Giovine Italia” nacque in Francia nell’estate del 1831.
Nell’istruzione generale per gli affratellati della Giovine Italia c’erano: libertà, uguaglianza, umanità, unità nazionale, indipendenza e repubblica. Mazzini iniziò dal Regno di Sardegna, ma la trama cospirativa fu scoperta. Nell’aprile del ’33 vi furono arresti ed esecuzioni a morte. In seguito provò con la penetrazione della Savoia e contemporaneamente con Genova, ma tutto si risolse con un fallimento. All’insurrezione di Genova partecipò anche Giuseppe Garibaldi.
Privato di molti collaboratori, arrestati durante le insurrezioni, Mazzini fu espulso dalla Francia e dalla Svizzera, andandosi, poi, a stabilire in Gran Bretagna. Nell’aprile del ’34 dette vita alla Giovine Europa. Nel 1840 rifondò la Giovine Italia. A seguito di vari tentativi, tutti falliti, nel settembre del 1845, Attilio e Emilio Bandiera, sbarcarono in Calabria per sollevare le masse contadine contro il dominio borbonico. L’indifferenza della popolazione portò all’arresto dei fratelli Bandiera, che furono fucilati.
Il decennio della Restaurazione
Il decennio ’30 - ’40 trascorse sotto il segno della Restaurazione. Il pontificato di Gregorio XVI bloccò ogni riforma di progresso economico (si oppose alla costruzione di ferrovie). Nel Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II, si adoperò sostanzialmente per la repressione delle rivolte. Nel 1831, nel Regno di Sardegna salì al trono Carlo Alberto che introdusse alcune innovazioni nella struttura istituzionale, che rimase comunque assolutista. Fu istituito un Consiglio di Stato di nomina regia. Nel ’37 e ’40 furono promulgati i codici civili e penali e nel ’43 il codice commerciale.
La Toscana era caratterizzata da un governo relativamente illuminista. Ogni sviluppo liberale fu interrotto. Nel 1833, Leopoldo II interruppe la pubblicazione dell’Antologia. Nel 1839 a Pisa ci fu il primo congresso degli scienziati italiani. Nei congressi non si parlava di politica, ma solo di economia, agraria e istruzione pubblica. All’inizio degli anni ’40 si ebbero i primi sintomi del progresso economico: nell’ultimo ventennio si era registrata una costante crescita nonostante l’arretratezza rispetto al resto dell’Europa.
I progressi più importanti si ebbero nella cerealicoltura e nell’allevamento. L’industria era ancora estranea alla tecnologia (era soprattutto manifatturiera e a domicilio). Erano pochi anche gli insediamenti d’industrie minerarie e meccaniche. Nel 1839 fu inaugurata la prima ferrovia Napoli – Portici. Solo nel decennio successivo s’iniziò a costruire le ferrovie in Piemonte, in Toscana, in Lombardia e Veneto, fu uno dei fattori trainanti dell’economia degli stati (1840/1846). Altri fattori di sviluppo furono il settore bancario, i porti e la marina mercantile. Comunque tutti sviluppi moderati, che portarono a riflettere sulla mancanza di un sistema di comunicazioni e a suggerire un’unione doganale italiana.
Il dibattito politico negli anni '40
Nel corso degli anni ’40 il dibattito politico cercava soluzioni gradualistiche e indolori, senza l’uso della violenza, conciliando la causa liberale e patriottica con la religione cattolica. Nacque così una scuola di pensiero neoguelfa, e per reazione una neoghibellina. Il neoguelfismo conobbe il suo momento di maggior popolarità con la pubblicazione di un libro da parte dell’abate Vincenzo Gioberti, il quale era convinto che l’Italia avesse bisogno di ampie riforme politiche e amministrative. La soluzione era una confederazione fra gli stati italiani con alla presidenza il Papa, e la forza militare del Regno di Sardegna. Un progetto senza rivoluzioni, ma che avrebbe soddisfatto gli ideali patriottici.
Nel ’44 Cesare Balbo, con il libro “Le speranze d’Italia” poneva il problema che Gioberti non aveva tenuto in considerazione la presenza dell’Impero asburgico. Le ipotesi di Gioberti e Balbo erano federaliste. Anche D’Azeglio indicò l’impegno civile e delle riforme. Il neoguelfismo trionfava. I piemontesi moderati candidarono il regno sardo al ruolo di guida del Risorgimento nazionale. Una corrente federalista, democratica e repubblicana si sviluppò in Lombardia con capofila Carlo Cattaneo. Cattaneo aveva una profonda avversione per il dominio austriaco; indicò riforme politiche sullo sviluppo interno dei singoli Stati (liberismo doganale, delle vie di comunicazione e dell’istruzione pubblica) anche se, l’obiettivo finale era una confederazione repubblicana sul modello degli Stati Uniti.
Moto riformatore del biennio 1846-1847
Nel biennio ’46 – ’47 il moto riformatore ebbe un’improvvisa accelerazione. L’evento decisivo fu l’elezione sul soglio pontificio di Pio IX, nel giugno 1846, che fu accolto con vero entusiasmo. Il primo atto del suo pontificato fu un’ampia amnistia per i detenuti politici. Nella primavera-estate del ’47 il governo austriaco, secondo una clausola dei trattati di Vienna, inviò l’esercito a occupare Ferrara. Il Papa protestò, la mobilitazione patriottica s’intensificò assumendo contenuti antiaustriaci. Carlo Alberto appoggiò il Papa, confermando nuovamente l’avversione del Piemonte alla presenza austriaca in Italia. Anche il governo inglese era a favore delle riforme economiche e politiche negli Stati della penisola.
Fra l’estate e l’autunno del ’47 i moti riformatori dilagarono in tutta l’Italia, con tumulti popolari a sfondo sociale legati alla crisi economica europea. In settembre il granduca di Toscana imitò Pio IX, istituendo una Consulta di stato e una Guardia civica. Carlo Alberto varò un nuovo decreto amministrativo che rendeva elettivi i consigli comunali e provinciali. In novembre la Toscana, il Piemonte e lo Stato della Chiesa sottoscrissero gli accordi per una Lega doganale italiana. Estraneo al progetto di lega e di riformatore rimase il Regno delle Due Sicilie. Al Regno borbonico toccò di lì a poco l’ondata insurrezionale che coinvolse l’Italia intera.
Le Americhe
Santa Alleanza
Santa Alleanza: Dichiarazione politica, poi sistema politico che regolò la vita dei principali Stati europei dal 1815 al 1830. La dichiarazione, firmata a Parigi il 26 settembre 1815 da Alessandro I di Russia, Federico Guglielmo I di Prussia e Francesco I d’Austria, fu voluta dallo zar e affermò il principio che i tre sovrani, rappresentanti delle confessioni ortodossa, protestante e cattolica.
America Latina e l'indipendenza
Mentre in Europa le potenze della Santa Alleanza cercavano di ristabilire un solido equilibrio conservatore, le colonie spagnole e portoghesi dell’America latina portavano a compimento la loro lotta per l’indipendenza, infliggendo un colpo mortale a quelli che erano stati i più grandi imperi coloniali del mondo e scuotendo anche, in qualche misura, l’assetto europeo uscito dal congresso di Vienna. Nei progetti dei suoi iniziatori, l’esito avrebbe dovuto essere simile a quello ottenuto dalle colonie inglesi del nord dell’America: la formazione di una grande unione di Stati, associati da un vincolo federativo. La realtà fu del tutto diversa, per i caratteri geografici, per la diversa situazione economica e sociale.
Mentre l’America Latina si affacciava all’indipendenza, gli Stati Uniti si espandevano e s’irrobustivano, rafforzando il loro vincolo unitario. Alla fine del ‘700 l’America latina svolgeva un ruolo di notevole importanza a livello economico mondiale, non solo più soltanto come produttrice di metalli preziosi, ma anche come fornitrice di prodotti agricoli (zucchero di canna, cacao, tabacco e caffè). Le aziende di produzione agricola erano di grandi dimensioni e impegnavano manodopera indigena. Solo in Brasile e a Cuba furono impegnati gli schiavi neri importati dall’Africa. Al vertice della stratificazione sociale vi erano i creoli (coloro che nascevano in America da genitori entrambi nati in Europa o in Africa), poi gli indios, la quale occupazione variava da servo a salariato. I neri erano presenti soprattutto in Brasile e nelle Antille. Infine i meticci, i quali lavoravano nell’artigianato, nel piccolo commercio o nelle aziende agricole alle dipendenze dei creoli.
Lo stimolo per l’indipendenza venne dagli stessi creoli, per liberarsi dalle strette dei funzionari governativi inviati dall’Europa e insofferenti dei vincoli della madrepatria sui loro commerci. L’occasione per tradurre in atto l’aspirazione per l’indipendenza si presentò con l’invasione della Spagna da parte di Napoleone. Dopo che nel 1810 i francesi ebbero scacciato la dinastia borbonica dalla Spagna, le giunte di alcune delle principali città latino-americane (Caracas, Buenos Aires, Santiago del Cile, Bogotà) deposero i rappresentanti della monarchia e assunsero i poteri di governo. Nel 1811 la giunta di Caracas proclamò l’indipendenza della Repubblica del Venezuela. In Messico la rivolta contro gli spagnoli assunse subito la forma di una guerra sociale. La lotta di liberazione subì una grave battuta d’arresto nel 1814-15, in coincidenza con la restaurazione della monarchia spagnola.
Simón Bolívar e l'indipendenza del Sud America
La guerra riprese grazie all’indiretto appoggio della Gran Bretagna che, interessata a subentrare alla Spagna nel ruolo di principale partner commerciale del sud dell’America, si era opposta al sostegno della monarchia spagnola. Due furono i centri principali del movimento indipendentista: a Nord, i paesi della Costa dei Caraibi (la guida della lotta fu condotta da Simón Bolívar, successo a Miranda). A Sud, le province del Rio de la Plata (l’attuale Argentina) dove era attivo José de San Martín.
Nel 1816 i patrioti argentini proclamarono l’indipendenza del loro paese. Nel 1817 le forze di San Martín liberarono il Cile (che fu dichiarato indipendente nel 1818). Nel 1819 Bolívar sconfisse gli spagnoli dando vita alla Repubblica di Gran Colombia. Nel dicembre 1824 l’intera America latina era libera dal dominio europeo, salvo la Guyana e le Isole dei Caraibi. Il Messico si era costituito impero nel 1821. Sempre nel 1821, i paesi dell’America centrale si erano dichiarati indipendenti riunendosi poi (1823) nella Federazione delle province unite dell’America centrale. Anche il Brasile portoghese divenne impero nel 1822.
Simón Bolívar, prima del suo esilio in Europa, osservò sconsolato il fallimento di non poter aver visto un’America Latina unita e democratica; il progetto di unire le ex colonie spagnole era fallito, a seguito delle rivalità politiche e i contrasti territoriali subito sorti tra i nuovi Stati. Invece dell’auspicata unione, si ebbe invece, negli anni successivi, un ulteriore processo di frammentazione, cui non riuscì a porre rimedio un congresso panamericano convocato a Panama nel 1826. La federazione centroamericana si scisse dopo molti anni di lotte interne.
Sviluppo economico e civile in America Latina
Anche sul piano dello sviluppo economico e civile l’America Latina non riuscì a seguire gli Stati Uniti. Tre secoli di sfruttamento coloniale avevano orientato l’economia all’esportazione verso l’Europa. L’indipendenza voluta dal popolo creolo non aveva portato nessun miglioramento alla popolazione india, condannata alla povertà e all’analfabetismo. Comunque, la discriminazione razziale si attenuò, la schiavitù fu ovunque abolita, ma rimasero in atto i rapporti feudali o semifeudali che legavano i contadini ai grandi proprietari.
L’arretratezza dei rapporti sociali incise negativamente sulla stabilità delle istituzioni rappresentative. Molti paesi erano caratterizzati da grandi spazi non abitati e scarse vie di comunicazione, che resero precario il funzionamento delle amministrazioni centrali. Da qui emersero una serie di rivolte e di conflitti interni, da cui nacque il ruolo dei capi militari.
Espansione degli Stati Uniti
All’inizio del XIX secolo le ex colonie inglesi occupavano solo la striscia della costa atlantica, con una popolazione di 5 milioni di abitanti, dediti soprattutto all’agricoltura. Fra essi c’erano 700.000 schiavi di origine africana impiegati nelle piantagioni del Sud (che producevano riso, tabacco e cotone). All’inizio degli anni ’20 il numero degli stati era passato da 13 a 24. Attorno alla metà del secolo gli Stati erano diventati 31. Questo eccezionale sviluppo fu in gran parte dovuto a un fattore geografico, il nucleo originale degli Stati Uniti non confinava con altri stati sovrani. A ovest vivevano le popolazioni superstiti degli indiani d’America (pellirosse). Il carattere aperto e mobile della frontiera ebbe effetti profondi sull’espansione territoriale degli Stati Uniti, ma anche sulla mentalità, sui costumi e sull’inclinazione politiche dei cittadini. Il termine frontiera esprimeva soprattutto lo stimolo all’individualismo e lo spirito d’iniziativa, favorendo il radicamento e la crescita della democrazia.
La democrazia era uno dei caratteri costitutivi della società americana. La rivoluzione borghese non aveva trovato sui suoi passi gli ostacoli derivanti da un passato feudale. Fino agli anni ’20 la politica fu dominata dal contrasto tra federalisti e repubblicani. I federalisti, che avevano il loro capostipite nello stesso Washington, esprimevano gli interessi della borghesia urbana e lo sviluppo dell’industria. I repubblicani, espressione degli agricoltori e sostenitori delle autonomie dei singoli Stati, erano rappresentati da Jefferson. Dopo un ventennio di prevalenza dei federalisti, nel 1800 salirono al potere i repubblicani con Jefferson. Nella seconda metà degli anni ’20, scomparsi dalla scena i federalisti, i repubblicani si spaccarono in due correnti.
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