Moscatelli – Psicologia delle relazioni di gruppo
Introduzione al corso
Inizio lezioni pomeridiane: ore 14.00; lezioni antimeridiane: ore 11.15. Prima parte del corso: centrata sulle dinamiche intragruppo.
Brown, R. (2005). Psicologia sociale dei gruppi. Bologna: Il Mulino (primi 5 capitoli).
Psicologia sociale dei gruppi
- Cap. 1 La realtà dei gruppi
- Definizioni di gruppo
- La folla come gruppo
- Cap. 2 Processi elementari dei gruppi
- Socializzazione nei gruppi
- Interdipendenza, processi di interazione, coesione
- Norme di gruppo
- Cap. 3 Aspetti strutturali dei gruppi
- Differenze di ruolo e di status
- Reti di comunicazione
- Leadership
- Giustizia nei gruppi
Esercitazione 1
- Cap.4: Influenza sociale
- Influenza maggioritaria
- Influenza minoritaria
- Cap.5 Individui vs. gruppi
- Facilitazione sociale
- Produttività individuale e di gruppo a confronto
- Polarizzazione nella presa di decisioni
Esercitazione 2
Esercitazione 3
Primo parziale per frequentanti. donato.tinelli2@studio.unibo.it A.A. 2013/2014
Seconda parte del corso: conflitto intergruppo, stereotipi, pregiudizi
Brown, R. (2013). Psicologia del pregiudizio. Bologna: Il Mulino (capitoli da stabilire).
Psicologia del pregiudizio
- Cap.1: La natura del pregiudizio
- Cap.2: Prospettive individuali
- La personalità autoritaria e dogmatismo
- Il pregiudizio come dominanza sociale
- Limiti dell'approccio individuale al pregiudizio
- Cap.3: Categorizzazione sociale e pregiudizio
- La categorizzazione sociale. Quali categorie?
- Categorizzazione e favoritismo per il proprio gruppo
- Categorizzazioni incrociate
- Cap.4: Stereotipo e pregiudizio
- Origini e uso degli stereotipi
- La trasmissione degli stereotipi attraverso il linguaggio
- La modifica degli stereotipi
- Cap.5 Il pregiudizio nei bambini
- Consapevolezza delle categorie sociali e preferenze nei bambini
- Discriminazione tra gruppi di bambini
Cap.6: Pregiudizio e relazioni intergruppi
- Interessi realistici vs. processi di identità sociale
- Relazioni di status e di potere tra gruppi
- La deprivazione relative come causa del pregiudizio
- Il ruolo della minaccia
Cap.7: Nuove e vecchie forme di pregiudizio
- Un declino del pregiudizio?
- Pregiudizio “moderno” e neosessismo
- Misure implicite di pregiudizio
Cap.8 Il punto di vista del destinatario
- L’esperienza di stigmatizzazione e le sue conseguenze
Cap.9 Ridurre il pregiudizio
- L’ipotesi del contatto e i suoi sviluppi
- Contatto diretto e contatto indiretto
- Il punto di vista della maggioranza e della minoranza
donato.tinelli2@studio.unibo.it A.A. 2013/2014
Durante il corso saranno indicati più precisamente gli argomenti da approfondire
Programma e esame per frequentanti
Frequentante: almeno 50% delle firme; verifica presenze tramite firme.
Possibilità di svolgere l’esame:
- Due parziali (indicativamente: mercoledì 2 aprile sulla prima parte e lunedì 19 maggio – le lezioni dovrebbero terminare l’8 maggio). Il secondo parziale può essere sostenuto anche nel primo appello ufficiale d’esame.
- O di sostenere un preappello (indicativamente 19 maggio).
Esame a domande aperte; 4 domande a scelta su 6 per i frequentanti, cioè nei parziali ci sono 3 domande, con 2 risposte necessarie.
In aggiunta: lavoro a casa (voto da zero a tre punti) tra le seguenti opzioni:
- Lettura individuale di articolo/i in inglese e stesura di breve tesina (da consegnare entro il 19 maggio)
- Lavoro di gruppo su articolo/in inglese. Stesura di breve tesina centrata sulle idee emerse nel lavoro di gruppo; breve riflessione sullo svolgimento del lavoro in gruppo
- Valorizzazione del lavoro svolto in classe (riferimenti a quanto fatto a lezione)
La lista degli articoli è tra i materiali didattici del docente (AMS Campus). donato.tinelli2@studio.unibo.it A.A. 2013/2014
La realtà psicologica dei gruppi (cap.1)
Cos'è un gruppo? Cosa significa studiare la psicologia dei gruppi?
Il fondamento sta nelle relazioni concrete tra i componenti del gruppo. Anche la famiglia è un gruppo, di tipo primario, all'interno del quale ci sono dei leader chiari, i genitori, ed altri membri con status paritetico, i figli.
Quanti possibili gruppi esistono, cioè qual è la natura delle relazioni tra individuo e gruppo? Il gruppo è qualcosa di diverso dalla somma degli individui che lo compongono?
Le Bon (1895) - psicologia della folla: “mente di gruppo” – Anima di gruppo.
La prima risposta è stata data dagli studiosi della “folla”: i gruppi sono diventati di interesse per gli studiosi a causa di eventi storici, in particolare la seconda Guerra mondiale e l’avvento del totalitarismo: le masse di individui acquisivano importanza, per esempio attraverso le rivoluzioni. Ed è proprio la rivoluzione francese uno degli elementi studiati da Le Bon (1895): quando gli individui si trovano in una situazione di gruppo entrano in possesso di una “mente collettiva” che fa sì che essi pensino, sentano ed agiscano in modo diverso rispetto a quando sono in stato di isolamento. Anonimato – minore responsabilità individuale – contagio – suggestionabilità – “anima della razza” sono parole chiavi: il comportamento degenera, ed infatti si parla, con molta facilità, di branco, a causa dell’idea soggiacente che la razionalità individuale venga meno. Assemblee parlamentari e folle hanno menti collettive che agiscono in maniera completamente diversa da quando gli individui sono isolati e agenti con razionalità. L’idea di gruppo è supportata dall’anima della razza: influenze ereditarie comuni alle persone che costituiscono il gruppo. Questa teoria, quindi, è quella dell’anima di gruppo, cioè della mente di gruppo che agisce.
Floyd Allport (1924) – relazione individuo/gruppo – caratteristiche individuali.
Non esiste l’anima della razza e la mente di gruppo, bensì una serie di individui che agiscono da individui ma in maniera amplificata: Floyd Allport (1924). Non esiste una psicologia dei gruppi che non sia fondamentalmente ed interamente una psicologia degli individui. Il paradigma è quello dello stimolo-risposta del comportamentismo: l’individuo nella folla si comporta come si comporterebbe individualmente, solo in maniera maggiore. In pratica le persone, nella maggior parte delle situazioni, si comportano sempre sulla base delle loro caratteristiche individuali. Invece, buona parte del comportamento si spiega con l’interazione del proprio comportamento con quello degli altri, a cominciare dal genere, dai ruoli sociali, cioè dall’appartenenza di gruppo. La seconda teoria nega l’esistenza dell’anima di gruppo e sostiene, invece, che le persone agiscono sulla base delle caratteristiche individuali.
Psicologia della Gestalt (Asch, Sherif, Lewin) - Campo psicologico reciprocamente condiviso.
Il tentativo di arrivare ad una migliore definizione della natura della relazione tra individuo e gruppo arriva con la psicologia della gestalt: la nostra percezione degli stimoli avviene attraverso la loro organizzazione in un sistema dinamico e interdipendente che produce proprietà diverse da quelle dei singoli stimoli e ne cambia il carattere. Asch (1952) sostiene che i gruppi sono reali perché esiste un “campo psicologico reciprocamente condiviso” così come ossigeno e idrogeno formano l’acqua, cioè un composto chimico totalmente diverso dai suoi componenti. Studiare i gruppi significa capire il modo in cui gli individui creano la realtà dei gruppi e come i gruppi ne controllano le azioni successive.
Ricordiamo l’esperimento di Sherif sulla percezione e sul fenomeno autocinetico e la formazione delle norme all’interno dei gruppi: i giudizi dei vari individui tendevano a convergere su una stima di gruppo. Questo fenomeno di convergenza continuava anche quando gli individui erano fuori dal gruppo: la norma di gruppo, cioè, continua a controllare la stima individuale. Per esempio, il tipo di interazione tra docente e studente si mantiene anche fuori dal contesto del gruppo studenti/docenti.
Muzafer Sherif (1936) individua gli elementi e le fasi nella formazione di un gruppo:
- Base motivazionale condivisa, interazioni ripetute
- Formazione di una struttura di status, sistema di ruoli, norme
- Accettazione psicologica, da parte dei membri, degli schemi organizzativi e normative del gruppo
Secondo Sherif si tratta di una struttura sociale:
- Il gruppo è una struttura i cui membri sono legati da rapporti di status e ruoli
- Tra i membri vi sono differenze di potere e di funzioni e si attivano norme e valori comuni
Questa definizione non si applica a gruppi ampi ma descrive perfettamente il gruppo famiglia.
Un’altra risposta, più o meno contemporanea, è quella di K. Lewin (1948), anch’egli proveniente dalla psicologia della gestalt:
- Il gruppo è una totalità dinamica caratterizzata dall’interdipendenza tra i membri.
Non importa che i membri si conoscano o abbiano una comunanza religiosa, infatti i suoi studi derivano dalla sua origine ebrea: la sua definizione è contrapposta sia a quella sommativa sia a quella ispirata alla “mente di gruppo”, ed abbraccia l’idea dell’interdipendenza del destino comune, che aveva caratterizzato la vita della comunità ebraica della quale faceva parte. Si tratta di una designazione esterna: se, per esempio, consideriamo le donne bionde impiegate in un’azienda, possiamo affermare che esse non formano un gruppo ma, se qualcuno le categorizza, allora rappresentano un gruppo.
Una forma più forte è l’interdipendenza del compito, cioè un insieme di persone che sono insieme per lavorare su un obiettivo comune (Cartwright e Zander, 1968).
Tajfel e Turner (1979) – Self categorization
L’imposizione di un destino comune non è l’elemento necessario per parlare di un gruppo: ciò che lo costituisce è, attraverso una definizione soggettiva, il fatto che diversi individui sentano di appartenervi.
Secondo Tajfel e Turner, un gruppo è:
- Un insieme di individui che percepiscono se stessi come membri della stessa categoria sociale. Essi parlano di autocategorizzazione (self-categorization).
- Condividono un certo coinvolgimento emozionale in questa definizione comune.
- Raggiungono un certo grado di consenso sociale riguardo alla valutazione del proprio gruppo ed alla propria appartenenza ad esso.
La definizione di un gruppo (nazionale, razziale o altro genere) acquista un senso solo in presenza di altri gruppi. Un gruppo diventa gruppo, nel senso di essere percepito come avente caratteristiche comuni o un destino comune, solo perché altri gruppi sono presenti nell’ambiente. Ricordiamo i concetti chiave della teoria dell’identità sociale di Tajfel: categorizzazione, identificazione, confronto sociale (ma questo non è stato detto a lezione).
Il continuum interpersonale-gruppo
Secondo Tajfel esistono un’identità personale ed un’identità sociale, rilevabili attraverso 3 criteri:
- Presenza di almeno due categorie sociali (la possibilità di individuare due o più categorie sociali, nella teoria dell’identità sociale significa categorizzazione).
- Grado di variabilità negli atteggiamenti e nei comportamenti all’interno del gruppo (l’uniformità nel comportamento dei membri del gruppo significa identificazione).
- Grado di variabilità negli atteggiamenti e nei comportamenti di un individuo nei confronti dei membri degli altri gruppi (il carattere stereotipato delle reazioni dei membri nei confronti dell’esterno significa confronto sociale).
Un ultimo contributo che nasce dalla psicologia della gestalt, ripreso molto recentemente, è quello di Campbell (1948) sulla percezione di un gruppo: l’idea è quella di una definizione più dinamica. Rifacendosi alla concezione lewiniana, Campbell ha posto il problema della entitatività del gruppo individuando quattro fattori chiave:
- Somiglianza
- Prossimità
- Destino comune (come Lewin)
- Pregnanza (psicologia della percezione)
Un insieme di persone in fila ad una banca costituisce un gruppo poco entitativo, cioè che abbia comportamenti affini. Se queste persone si trovano vittime di una rapina, cioè di un destino comune, allora l’entitatività aumenta.
Altri fattori importanti: interdipendenza del compito, organizzazione, permeabilità del confine, “essenza”.
Dal punto di vista dell’individuo membro del gruppo: maggiore entitatività di ingroup, maggiore identificazione con esso, maggiore attrattività del gruppo – visto come in grado di ottenere i propri obiettivi, maggiore senso di protezione conto le minacce esterne, maggiore favoritismo per l’ingroup.
Dal punto di vista “esterno”: maggiore entitatività dell’outgroup “nemico”, maggiore percezione di minaccia.
Se le persone si sentono di lavorare per un obiettivo comune, è molto probabile che si sentano un gruppo.
Il comportamento collettivo: la folla come gruppo
Razionalità individuale vs. uomo istintivo e regressione negli ambiti collettivi.
“Pregiudizio epistemologico” (Tajfel, 1981): l’idea è che, secondo le teorizzazioni precedenti, i gruppi siano qualitativamente inferiori rispetto alla razionalità individuale.
Il contesto storico è quello dei movimenti di massa e di democratizzazione delle società, a partire dal secolo XIX. Gli studi su suggestione e ipnotismo permettono di spiegare perché si diffonda la violenza all’interno delle folle (scuole di Nancy e Parigi).
Sighele (1891)
È tra i primi ad essersi occupati di folla come fenomeno di delinquenza. Si pone il problema dal punto di vista giuridico: l’imputabilità degli atti criminosi commessi in una situazione collettiva. Sono spiegati con la suggestionabilità o ricettività riflessiva ma anche con fattori sociologici e antropologici (in termini di predisposizione individuale).
Le Bon
È ancora il nome più importante. Introduce il concetto fondamentale della mente collettiva che prevale quando gli individui si trovano in una situazione di gruppo. Essi entrano in possesso di una “mente collettiva” che fa sì che pensino, sentano ed agiscano in modo diverso rispetto a quando sono in stato di isolamento. È sempre peggiorativa e la folla può essere indirizzata, per esempio attraverso un leader (o un politico) che diffonda e schematizzi in slogan concetti chiave che possano essere fatti propri dalla folla.
Secondo la psicologia delle folle di Le Bon, entrano in gioco:
- Anonimato: minore responsabilità individuale. Gli istinti normalmente frenati prendono il sopravvento sulla razionalità
- Diffusione di azioni ed emozioni mediante un meccanismo di contagio, di tipo ipnotico
- Elevate suggestionabilità alla base dell’uniformità del comportamento delle folle
- Inconscio razziale o anima della razza che spiega il passaggio fra livello individuale e collettivo
Freud (1921)
Spiega il comportamento sociale non come la conseguenza della regressione dell’individuo ad un inconscio razziale, ma come l’espressione di tendenze o impulsi repressi presenti nell’inconscio individuale (l’Es). L’idea di base è che l’invidia originaria (tipica dei legami affettivi) porta all’identificazione con il leader del gruppo, assunto come io ideale (per esempio nei legami affettivi familiari avviene l’identificazione con il genitore); la condivisione di questa identificazione con il leader genera identificazione reciproca fra i membri del gruppo. Questo spiega il comportamento uniforme dei membri del gruppo: invidia originaria → identificazione col leader → condivisione identificazione → comportamento uniforme.
La teoria dei gruppi di Freud è già una teoria di intergruppo, cioè spiega le relazioni tra i gruppi: l’ostilità, sempre presente nei legami emotivi, viene spostata all’esterno del gruppo, cioè verso chi non ne fa parte.
Zimbardo (1969) – Teoria della deindividuazione
È un altro prosecutore dell’idea di Le Bon che si muove dalle stesse premesse e ne sistematizza le idee. Le caratteristiche chiave della situazione collettiva sono:
- Anonimato, che origina una diffusione di responsabilità
- Ampiezza del gruppo: più è ampio, maggiore è la possibilità di restare anonimi
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