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Gruppi lezione 16 (13/5/14)

Processo di influenza nella minoranza e nella maggioranza

Il processo di influenza nella minoranza è uguale al processo della maggioranza oppure no? Cambia solo la numerosità della fonte? Possiamo individuare due tipologie di risposte: una duale, che pensa che esistano due processi distinti, e una risposta monofattoriale, che pensa che il processo sia unico. Partiamo con il pensiero duale facendo riferimento a Moscovici, il primo che ha detto che il processo di influenza della minoranza è diverso da quello della maggioranza, perché non genera una risposta di superficie ma privata.

Nel conformismo avevamo detto che si trattava di un processo di influenza informativo o normativo che generava una compliance di tipo pubblico, mentre Moscovici dice che il test individuale di discriminazione di colore fatta dopo l’esposizione al gruppo dimostra che la persona ha cambiato i propri schemi. È solo la minoranza in grado di produrre questa adesione interiore. Conversione della minoranza contro il processo di convalida della maggioranza, insomma. Quindi, la posizione di Moscovici è chiara: esistono due processi che generano effetti diversi, e quindi la sua teorizzazione è una teorizzazione duale.

Nelle verifiche sperimentali della sua teorizzazione, alcuni autori hanno notato che i partecipanti, in realtà, riflettevano non quando entravano in conflitto con la minoranza, ma quando erano in contrasto con una fonte molto numerosa. Quindi, in questo modo tutte le verifiche sperimentali non danno ragione a Moscovici perché conducono a una teorizzazione differente, che dice che quando siamo in contrasto con la maggioranza...

Modello della persuasione

Il modello della persuasione dice che quando siamo esposti a un messaggio persuasivo, siamo esposti a due vie: una centrale e sistematica e una periferica o marginale o euristica (Petty e Cacioppo). Se adottiamo una via di elaborazione periferica o euristica, elaboriamo il messaggio non nei suoi contenuti centrali ma secondo dettagli periferici come colori, eccetera; non ci focalizziamo sull’argomento. Le verifiche che sperimentalmente non tornano alla teoria delle minoranze attive ci dicono che quando siamo in conflitto con la maggioranza, noi elaboriamo in maniera sistematica l’argomento da parte della fonte maggioritaria. Al contrario, se non andiamo in contrasto con un gran numero di persone, adottiamo una elaborazione euristica, periferica del messaggio oggetto di influenza, quindi lavoriamo su indicatori marginali.

Questo è il contrario di quello che ci proponeva Moscovici, dicendo che ci sono conseguenze positive dell’influenza. La Nemeth arriva a dire che è vero che entrare in contrasto con un gran numero di persone genera uno stato d’ansia che ci porta a riflettere sul contenuto centrale di quel messaggio, non negando le disconferme sperimentali a Moscovici insomma.

Valutazione cognitiva e influenza

Cosa significa dal punto di vista cognitivo? Fare uno sforzo cognitivo di tipo “convergente”: noi portiamo la nostra attenzione in maniera convergente che si concentra esclusivamente sul contenuto centrale del messaggio, abbiamo una elaborazione convergente. Se è vero che entriamo in uno stato d’ansia se contrastiamo con la maggioranza, è anche vero che se ci scontriamo con una minoranza siamo più tranquilli e se siamo più tranquilli la nostra valutazione è una valutazione ad ampio raggio. Quindi, in questo modo, vado a fare delle valutazioni aggiuntive. Io quindi faccio una valutazione molto ampia, amplio il raggio di valutazione cognitiva.

Nella valutazione cognitiva ad ampio raggio possono tornare degli elementi in più, degli aspetti aggiuntivi che non erano intenzionati dell’oggetto di influenza, quindi posso avere un’influenza su aspetti paralleli e interconnessi che non erano intenzionati dalla fonte minoritaria, quindi modalità divergente, quello che ieri abbiamo chiamato cambiamento trasposto con Moscovici.

Opinioni monofattoriali

Cosa dicono invece gli oppositori a questa risposta duale? Il processo di influenza è uno, quello che cambia è la numerosità della fonte. Gli autori principali sono Latané e Wolf. La prima, soprattutto, dice che l’influenza è un processo unitario, quello che cambia è il numero delle fonti di influenza. L’unica differenza risiede nel numero della fonte di influenza. Partendo da una numerosità scarsa, via via che aumentiamo la numerosità, quello che si genera in termini di processo di influenza è un’accelerazione negativa, che è un rapporto inversamente proporzionale per cui più aumenta il numero di soggetti che compone la fonte, più il grado di influenza cresce ma in maniera inferiore rispetto all’incremento della numerosità (es: l’ultima lampadina che accendo non è pari a dieci volte la luminosità data dalla prima lampadina).

Quindi c’è un aumento del conformismo in modo decrescente rispetto all’ampiezza via via della maggioranza. Dal punto di vista qualitativo, abbiamo dei problemi a spiegarci la qualità del cambiamento, cioè, quando abbiamo parlato di un cambiamento prodotto dall’influenza della minoranza, nella maggioranza non è possibile. Il modello monofattoriale come ci spiega questo cambiamento a distanza di tempo? Se il processo di influenza è lo stesso, perché con l’influenza della maggioranza non abbiamo anche influenza su questioni tematiche parallele all’oggetto di influenza?

Quindi la spiegazione della Latané è una spiegazione inattaccabile dal punto di vista quantitativo ma non risponde a queste domande, non riesce a spiegare questo. Fatta questa distinzione tra processo di influenza della minoranza e della maggioranza, dobbiamo fare un ultimo tema:

Come il gruppo risponde alla devianza

Due variabili: di che gruppo stiamo parlando e della tipologia di risposta attivabile. Parliamo della prima variabile, quale tipo di gruppo: il gruppo può variare per grado di coesione e se cambia la coesione cambia il deviante. Nel gruppo dove funziona la dinamica di normalizzazione, dove tutto tende alla normalizzazione, si ricerca l’uniformità quindi tutto quello che è deviante può rappresentare un pericolo, una minaccia, quindi il grado di coesione incide. Poi incide anche la fase di sviluppo in cui si trova il gruppo.

Abbiamo parlato soprattutto del modello di Worchel: se un gruppo si trova in una fase diversa rispetto ad altri gruppi, si può avere una diversa accoglienza rispetto alla devianza? Ad esempio, in fase di identificazione è difficile accogliere devianza, invece nella produttività, quindi il gruppo sta discutendo per raggiungere l’obiettivo, quello che dice la devianza può essere utile! Nell’individuazione, anche, è più accolta la devianza. Quindi la letteratura sociale si interroga sulla fase di gruppo e su come questa può determinare minore o maggiore accettazione della devianza.

Un tizio riunisce delle persone: nella condizione di gruppo iniziale gli sperimentatori dicono che stanno partecipando a una cosa di tribunale, danno salienza, chiedono al gruppo di costituirsi quale gruppo, trovare un referente e li fanno lavorare sul caso di Jhonny Rocco. Nel caso di gruppo avanzato le condizioni sono le stesse ma, invece di cominciare direttamente a lavorare sul caso di Rocco, lavorano prima su altri casi creando un buon clima di gruppo. Nell’altra condizione i soggetti devono rispondere individualmente senza identificarsi come membri. Quando entra il deviante, quale gruppo reagisce meglio? Nella prima condizione si hanno difficoltà, nella seconda condizione non si hanno difficoltà e nella terza condizione non si hanno difficoltà perché si lavora individualmente.

Poi abbiamo anche l’incisione del grado di apertura: i gruppi ad identità offensiva sono quelli che hanno la loro forza nell’originalità, sono gruppi tolleranti verso le devianze perché queste sono il plus valore, arricchiscono il gruppo, fanno quella forza creatrice e innovatrice che rende il gruppo ad identità offensiva. Queste caratteristiche, coesione, fase di sviluppo, apertura, rendono conto della tipologia di gruppo e fanno capire se il gruppo sarà più o meno accogliente verso le minoranze.

Varietà di risposte alla devianza

La varietà di risposte negative è superiore alla varietà di risposte positive: quando parliamo di quelle negative, parliamo di rifiuto totale, parziale, disconferma o ridicolizzazione. Poi c’è anche naturalizzazione, che si ripartisce in biologizzazione, psicologizzazione e sociologizzazione. Rifiuto totale: distorsciamo noi gruppo tutto ciò che riguarda il deviante. Il rifiuto totale si articola nelle tre categorie di naturalizzazione di cui abbiamo parlato due righe sopra.

Per minare la credibilità del deviante, il gruppo attribuisce a sue caratteristiche naturali la sua scarsa attendibilità. Sono caratteristiche di ordine biologico, psicologico o sociologico che giustificano la scarsa attendibilità del deviante (quello è un handicappato, quello è un pazzo, quello è un negro). Poi abbiamo un altro grado di rifiuto che è un rifiuto parziale: il gruppo non ritiene che il deviante sia poco credibile, ma per garantire la sopravvivenza del gruppo è meglio non parlarne, cioè sanno che quello che dice il deviante potrebbe essere vero, ma per tutelare il gruppo si mette a tacere il deviante.

Nella disconferma, insieme alla successiva risposta negativa, è una delle peggiori che si può dare: è l’indifferenza assoluta nei confronti del deviante. Questo porta o all’autoespulsione del deviante o porta questo alla conformazione. L’altra forte strategia che può spingere il deviante ad uscire o ad omologarsi è la ridicolizzazione.

Effetto modellante e cambiamenti sociali

Effetto modellante: discende dalla conversione ma ne allarga gli effetti. C’è una minoranza, questa minoranza genera conversione, l’intero gruppo genera effetti di cambiamenti. Ad esempio, le suffragette che hanno portato cambiamento nel gruppo femminile, sono state fatte una serie di rivendicazioni che hanno formato al femminismo esasperato. Il femminismo ha portato a un cambiamento radicale nel mondo femminile. È cambiato un intero assetto sociale, è cambiato anche il ruolo dell’uomo che si è relazionato nei confronti delle donne in maniera diversa, sono cambiate anche le sue caratteristiche!

Quindi la conversione porta cambiamenti nei gruppi che costellano il gruppo centrale, quelli che fanno da contorno sociale. Un altro tipo di relazione nel gruppo di tipo divisivo potrebbe essere il conflitto, che non è altro che un contrasto tra influenza della maggioranza e influenza della minoranza. Questo conflitto ha dei costi e dei benefici, valenza negativa e positiva quindi.

Costi e benefici del conflitto

Quali sono i costi? I costi si pagano individualmente e in gruppo. Quelli individuali sono che si creano relazioni interpersonali molto aspre che si ripercuotono sulle prestazioni individuali. In termini collettivi, il gruppo paga un costo, abbiamo una minaccia alla coesione del gruppo e quindi si rischia la sgregazione del gruppo. In ottica individuale, i benefici sono evidenti: abbiamo ricchezza che nasce dal confronto, quindi se c’è ricchezza c’è maggiore creatività; se c’è maggiore differenza, questo produce più soluzioni.

La teorizzazione principale che regge il conflitto è quella che viene letta nella nozione di interdipendenza di Lewin: anche il conflitto si può leggere in questa luce. Se il conflitto si fa sull’interdipendenza, si genera quando abbiamo un conflitto sull’interdipendenza delle informazioni o quando lo abbiamo sull’interdipendenza dei risultati. Se un gruppo entra in conflitto sulle informazioni, sulle opinioni, e queste opinioni portano a discussioni accese, a una certa divergenza, abbiamo un conflitto che si esercita sull’interdipendenza delle informazioni.

Se abbiamo una motivazione di tipo cooperativo, la divergenza di opinioni porterà a un miglioramento. Se abbiamo una motivazione di tipo competitivo, avremo uno scontro, quindi cosa negativa. Conflitto e interdipendenza: è come se tutti partecipassero attraverso un pezzo delle risorse alla costruzione di uno scopo comune, quindi la strategia cooperativa rende l’interdipendenza dei risultati sì conflittuale, ma in termini positivi.

Questa dicotomia tra interdipendenza di info e dei risultati è una dicotomia concettuale e astratta: non c’è mai nella pratica una distinzione netta tra questi due tipi di interdipendenza, c’è un’interdipendenza delle opinioni e delle risorse che porta al conflitto. Nella vita reale li troviamo sempre copresenti. Come si gestisce il conflitto?

Gestione del conflitto

L’evitamento non è sempre una strategia adeguata per risolvere il conflitto. In letteratura si dice che sono tre i possibili meccanismi di gestione del conflitto. L’evitamento è un ritiro quasi simbolico, appiattimento, collasso del gruppo perché si cerca di bloccare il conflitto in partenza evitando pensieri contrastanti tra loro, quindi si genera un appiattimento del pensiero. Il compromesso non è una risorsa positiva per il gruppo perché porta a bassi processi decisionali, mentre il conflitto acceso è una risorsa, come dicono Johnson e Johnson.

Si è fatta una ricerca su bambini: rispetto a questioni minime, il conflitto mette il bambino di fronte a prospettive diverse dalla sua, e il bambino, attraverso il conflitto, deve risolvere questo contrasto. Il conflitto non va evitato e appiattito perché porta alla disgregazione del gruppo stesso. Altra strategia è la riduzione: cerco di ridimensionare il tempo. Si negozia, si mette a votazione...

Quindi il conflitto è un processo duplice, esiste quello distruttivo e quello costruttivo. Quello distruttivo porta all’escalation simmetrica, invece il conflitto produttivo viene fuori dalle tecniche di gestione del conflitto.

Scisma: divisione di un gruppo

Scisma: divisione di un gruppo in sottogruppi e secessione finale di almeno uno dei sottogruppi dal gruppo originale. Il processo scismatico avviene quando verifichiamo differenze nelle posizioni che i vari sottogruppi mantengono, il gruppo centrale verifica l’esistenza di queste differenze che sono così forti che alterano il sistema normativo e l’identità centrale del gruppo stesso (dicono Sani e Reicher, grandi studiosi dello scisma). Sani studia un evento di tipo politico in contesto italiano, nel '91 divisione del partito comunista, mentre Reicher studia un evento religioso in contesto anglofono, studia una scissione nella chiesa anglicana.

Sani studia la svolta della colonnina voluta nel '91, che portò il partito a una discussione collettiva che metteva come posta in gioco l’identità del partito, che si disgregò tanto che ci fu lo scisma che portò al partito democratico di sinistra (PDS) e al partito di rifondazione comunista. Avvenne che gli intervistati di entrambe le nuove fazioni, quando costruivano rappresentazioni dell’ex PC, davano o rappresentazioni comuni, o univoche, e queste rappresentazioni erano anche asimmetriche, cioè in contraddizione tra di loro.

Quando invece si parla di rappresentazioni condivise dei propri gruppi nuovi di riferimento, abbiamo rappresentazioni sociali asimmetriche, cioè contrastanti. Questo significa che il gruppo comune non esisteva già più. Da questi studi si rileva che le condizioni di realizzazione dello scisma sono queste (alcune di queste sono essenziali, imprescindibili):

  • Minaccia all’identità di gruppo, non c’è più percezione di identità unica che porta
  • Mancanza di entitatività del gruppo, cioè la percezione del gruppo come unico e funzionale.

Tutto questo porta alla dinamica intergruppi in situazione intragruppo, che è la condizione essenziale elettiva, fondamentale affinché si realizzi uno scisma.

  • Si creano i sottogruppi: si accentuano le differenze con membri che appartengono ad altri sottogruppi ed esaltano l’appartenenza al proprio sottogruppo, come se il gruppo totale non esistesse già più!

Ci può essere una resistenza all’influenza da parte dei sottogruppi, si resiste alla loro influenza cercando di tenere in vita il gruppo unico: uno dei gruppi ritiene gli altri sottogruppi illegittimi, oppure c’è asimmetria di percezioni, ogni sottogruppo cioè ritiene l’altro sovversivo o ancora relazioni di status, cioè tra i sottogruppi si può istituire quasi una gerarchia, esistono i gruppi maggioritari e quelli minoritari. I sottogruppi possono attivare una serie di risposte di questo genere.

Un’altra condizione che considero elettiva è quella che appartiene al contesto socioculturale del gruppo: per favorire lo scisma, deve essere favorito anche dall’esterno con uno spirito socioculturale che permette quella scissione. Ad esempio, nel fatto dello scisma del partito comunista c’era un clima di fermento dovuto alla caduta del muro di Berlino dell’89!

Scisma religioso: le sette

C’è un intreccio di fattore storico, sociale e fattore individuale. Nella scelta di appartenere a una setta c’è il bisogno sociale, il bisogno della società di trovare altre aggregazioni, altre appartenenze, quindi una necessità di identificazione attraverso il trascendente. La cosa interessante delle sette è proprio l’intrecciarsi di un bisogno storico, sociale con un bisogno individuale. È come se i due piani si articolassero: c’è una logica sociale che incontra un vero e proprio dilemma individuale, quindi in qualche modo il movimento di separazione dall’identità religiosa porta a una nuova struttura attraverso l’incontro di dilemma individuale e logica sociale.

Quindi cosa avviene? Alterazione dell’identità centrale della tradizione religiosa, che è alterata e discrepante, quindi una seconda condizione è l’identificazione di una nuova leadership, si identifica cioè una nuova autorità religiosa che induce alla ristrutturazione normativa e valoriale del gruppo religioso: si cercano nuove opinioni, atteggiamenti, comportamenti. Ci sono dei comportamenti che identificano un nuovo sistema normativo e valoriale di quel gruppo religioso.

Conclusione

Quindi abbiamo analizzato: aspetti storici, teorici e metodologici.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher liliana.dassisti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale dei gruppi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Annese Susanna.
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