Appunti di letteratura - Lezione uno: 13/04/2015
Introduzione a Luzi e Bigongiari
Iniziamo a parlare di Luzi dalle parole di Bigongiari, suo sodale nell’esperienza ermetica: l’intervista è in “Nel mutismo dell’universo” a pag.119 si trova un discorso su Luzi. "Per me, è il linguaggio in quanto elemento storico, che schiude la potenzialità dell’essere. In Luzi c’è il valore di un’essenza già costituita che in un certo senso rifluisce sulla forma, mentre per me avviene il contrario, è l’esistenza, e non l’essenza, che è una forma di creazione continua e progressiva dell’essenza."
Abbiamo già visto come per Bigongiari nella sua stessa prassi poetica, si cerchi di mettere non solo in atto, ma anche in evidenza nel farsi ciò che esiste, non sia altro che il frutto continuo dell’azione del linguaggio, quello che qui dice, cioè come continua e progressiva, di creazione dell’essenza. Ciò vuol dire che come abbiamo già visto all’interno della lezione ungarettiana, anche sulla falsariga della riflessione teorica heideggeriana, per Bigongiari ciò che è nella sua infinita indeterminata, essenza, si manifesti, e possa manifestarsi attraverso un’azione demiurgica di creazione, di continua e progressiva creazione di ciò che esiste (l’esserci heideggeriano) che si manifesta attraverso una continua, progressiva, determinazione, formalizzazione.
L'approccio di Bigongiari e Luzi
"Per me l’esistenza non è altro che una forma di creazione continua e progressiva dell’essere" per Luzi "è il valore di un’essenza, già costruita, che rifluisce sulla forma". Ciò significa che per Luzi ciò che è, l’essenza, rifluisce, si manifesta, attraverso la forma. Laddove Bigongiari parte da un’essenza indeterminata, infinita, che si determina nei vari, successivi e progressivi momenti della propria azione creativa, per Luzi la realtà dell’esistenza nel suo insieme altro non è, nella sua metamorfica evidenziazione, che l’espressione in toto dell’essenza dell’essere. Per Bigongiari i momenti sono due: uno invisibile (l’essere), l’altro determinato, finito e conchiuso (l’esserci).
Il rapporto dialettico secondo Bigongiari
In che modo l’esserci supera la propria determinazione, esaurendo il proprio significato e proiettando la propria potenzialità semantica sull’evoluzione del proprio stesso senso? Tramite l’analogia, ma è un discorso di tipo dialettico. L’essere non si può manifestare che attraverso l’esserci, ma esso trae origine e senso dall’essere che lo informa. Questo rapporto di tipo dialettico secondo Bigongiari non esiste in Luzi, nella cui riflessione teorica e prassi poetica, la natura di ciò che esiste non è altro che una rappresentazione, un modo di essere stesso. Dunque ciò che distingue i due è la concezione dell’esistenza, conclusa per Bigongiari, mentre per Luzi questa è in continua evoluzione. Praticamente per Luzi non c’è differenza tra essere e esistere, l’esistere è essere, e il linguaggio altro non è che l’essere, per Bigongiari c’è una ben netta distinzione.
Poesia e Creazione
"Poesia e Romanzo": Luzi cura la parte sulla poesia, all’inizio Luzi-Cassola scrive (pp.12-14): "Si può ancora, senza tronfiezza, parlare di creazione poetica? E sapendo ciò che si dice? Mi sono interrogato a fondo su questo punto, e la possibile risposta tende a generalizzare il problema. C’è un margine di creatività reale, non illusoria né antagonistica nel mondo, oppure tutto è replica, possibile solo di variazione?"
Non sono più rari i dati scientifici che comportano la teoria opposta, cioè che la creazione non sia finita, ma continui incessante. Il lavoro umano, la storia, al pari del travaglio in tutte le altre specie, non sarebbero che opere e strumenti dell’evolversi universale. (Che senso ha, in poche parole, questo continuo divenire?) Luzi in CDM 1938, era l’autore di “Le nostre pagine”, dove metteva in evidenza l’assenza di risposte in ciò che ha senso solo nella formulazione della domanda.
Riproposizione dell’evoluzione dello stesso atto creativo: "Altro che orgoglioso dominio dello spirito sulla materia! Il lavoro poetico è dentro questo processo, solo è più attento degli altri a registrarne gli acquisti e le perdite, con la memoria e la speranza di cui il poeta è depositario" significa che l’azione e il senso dell’esistenza è percepibile attraverso l’evoluzione, il divenire, la metamorfosi dell’esistenza stessa, che nel discorso poetico particolarmente si dimostra attraverso due elementi, che agiscono in funzione dell’esistenza e della proiezione dello stesso: la memoria e la speranza.
La speranza è un altro modo di definire l’attesa bigongiariana, è una speranza carica di aspettativa. "Per creazione poetica dovremo intendere quella capacità che si trova nei suoi alti momenti di appropriarsi del moto (del divenire), o forse di esserne profondamente conquistata, mentre per supremazione linguistica lo rende simultaneo, nella nascita e morte, nel piacere e nel dolore. Il suo modo inconfondibile di inserirsi nel processo della creazione, è di non credere a un suo universo autonomo, a una sua creazione peculiare opposta ed inalterabile rispetto alla corruttibilità dell’altra."
Erigere parole più vere del vero è un sogno ingenuo, e presuppone la visione elegiaca del tempo come perdita e del mondo come corruzione. Ma la natura non conosce degradazioni, se non apparenti, la sua legge non è la morte, ma la metamorfosi." In Luzi scatta qualsiasi dialettica, per accedere al concetto di eterno ritorno, di metamorfosi (primo principio della termodinamica). La metamorfosi è l’aspetto più connotante della progressione del linguaggio stesso, e in modo specifico del linguaggio poetico.
"L’arte, che si prefigge di combattere gli effetti del tempo, con la sua presunzione di indelebilità, non è la poesia, che si basa sul divenire, ma il massimo di potere creativo immaginabile concesso alla poesia, è di entrare nel vivo del processo creativo in toto, captandone il ritmo di distruzione e di origine, facendone il suo stesso respiro". Cita Novalis, quando dice che la poesia è il reale; lui intendeva la realtà che trascende il fenomeno, manifestandosi in questo come legge consustanziata. Eppure le sue parole coglievano ugualmente nel segno. "Si, la poesia è il reale, ciò che trova la voce per denunciarsi." (La poesia è quindi voce della realtà. Luzi non parla mai di visibile o vero, solo di reale, un reale in cui non si perde niente, ma tutto si trasforma, un reale narrato dalla poesia.)
Vedremo come all’interno di questo discorso venga a mutare relativamente al discorso bigongiariano la funzione della memoria e dell’attesa. Mentre nel discorso bigongiariano la memoria non è che la manifestazione dell’assenza, in Luzi il discorso si rovescia completamente, la memoria diventa attiva nel presente, fa manifestare ciò che è stato, e questo si manifesta in modo diverso, trasformato.
In Bigongiari resta sempre un rapporto fra fenomeno e noumeno, e ciò che è assente è assente per sempre. Noi percepiamo il tempo secondo passato e futuro, il presente appena lo percepiamo è già passato, noi viviamo nell’assenza. In Luzi invece il tempo è l’evidenziazione della trasformazione continua dell’essere.
Nel discorso bigongiariano l’essere decade nella momentaneità del significato, dalla cui esorbitanza si produce ciò che verrà poi, dal nulla (che secondo Ungaretti, non esiste). Nel discorso luziano non c’è questa distinzione fra essere e non essere, c’è un esserci: non c’è la memoria che rappresenta nient’altro che il vuoto lasciato dall’assenza, ma quella memoria non che la riproposizione di ciò che è stato. Bigongiari va verso la dialettica, Luzi verso l’evoluzione del linguaggio.
Avvento notturno e la poesia di Luzi
"Avvento notturno" viene edito da Vallecchi nel 1940, raccoglie testi dal 1936 al 1939; è la seconda raccolta poetica di Luzi, che già aveva pubblicato un piccolo libro “stilnovista” dal titolo “la barca”. La raccolta "Avvento notturno" si divide in tre sezioni: "fenomeni", "preterizioni" e "dell’ombra". C’è una specie di evoluzione anche nella titolazione delle sezioni, dall’evidenza del fenomeno si procede verso l’oscurità dell’ombra attraverso una figura retorica che è appunto la preterizione (affermare di non voler insistere o parlare di qualcosa, ma nel momento del rifiuto la si mette particolarmente in evidenza "è inutile che io vi parli dell’ignoranza dei miei studenti"). Si passa dal fenomeno all’ombra, una realtà fenomenica presente dentro l’ombra, la quale è suggerita dall’ombra perché la nasconde.
Analisi di "Cuma"
Della sezione "i fenomeni" analizziamo "Cuma". Esistono due possibili "antri" della Sibilla uno è una grotta dove si dice che lei desse pronostici che scriveva su foglie, che poi disperdeva al vento, e che andavano poi interpretate. Esiste un altro posto vicino al lago Averno: c’è una strada con un muro con una porticina. Bisogna chiedere e cercare il guardiano e farsi aprire. Oltre la porta si inizia a scendere fino ad arrivare in un sotterraneo, a cui si accede attraverso un arco, sulla cui sommità sono incise le parole ambigue della Sibilla, che si nascondeva in quel sotterraneo e che non era dato vedere, ma che si manifestava attraverso l’eco della propria voce. L’antro era stato scavato dal fiume Averno, derivante dal lago, e che ha la propria uscita direttamente in quel mare che si apre alla fine della grotta. La Sibilla è un personaggio collegato al linguaggio, alle parole e al loro senso.
Nel testo l’unico elemento che può in un certo senso congiungere il componimento al suo titolo per l’elemento marino, ripreso metonimicamente con l’immagine delle caravelle e dei naviganti. Contemporaneamente di coloro che andavano per mare (anche per guerra, e che chiedevano auspici alla Sibilla prima di partire). "Ibis redibis non morieris in bellum", non è l’elemento di ambiguità, è traducibile (Andrai, tornerai non morirai in guerra oppure andrai, non tornerai, morirai in guerra). Non a caso il componimento attacca con un interrogativo, che si ripete e segna il ritmo, il tono del componimento stesso. "Era questa la vita?" "Verso dove però?" e ancora "Verso dove?", dove l’interrogazione verte si nota l’evoluzione verso il futuro indeterminato, di cui il "dove" è spia.
Annuncio della forma che è già stata (le ninfe, appagate dalla vita campestre, e le caravelle che seguono la propria vita, che di per sé richiamano le immagini di barche nuziali (riferimento alla cerimonia del matrimonio col mare del doge). Le barche però si muovono verso un’altra terra, che le barche confidenti cercano nei fiumi e nel mare, verso cui i fiumi si dirigono. È frequente l’ipallage "confidenti", "entusiasti". Da un’immagine che fa riferimento alla classicità bucolica si passa a un’immagine storica, "era questa la vita?" immagine dell’esistenza come viaggio, ma verso dove?
Lezione due: 14/04/2015
L'approccio al testo luziano
L’approccio al testo luziano rivela subito un linguaggio molto più colloquiale di quello di Bigongiari; l’attenzione alla fenomenicità dell’essere e alla coincidenza tra essere e apparenza, essere e sostanza fenomenica, viene e sembra determinare dal punto di vista del linguaggio, una distensione ma anche di allusività, che appare come la cifra stilistica di Bigongiari, in quanto lui tende costantemente a superare il livello comunicativo del linguaggio, perché la fase comunicativa è un momento dialettico che deve essere continuamente superato per la rimessa in moto della valenza semantica del linguaggio e del significante.
Questo ha contribuito moltissimo alla diffusione della poesia luziana, vista come più accessibile rispetto alle altre del panorama ermetico. Bigongiari, per esempio, è un poeta molto meno conosciuto e letto, è più di nicchia. Luzi, inoltre, aveva una grande capacità di autopromuoversi. Luzi non ha mai avuto il premio Nobel, ma vi ha concorso diverse volte, tuttavia ha potuto farlo perché è stato tradotto in lingua svedese (conditio sine qua non per il premio). È chiaro che è molto più facile tradurre Luzi che Bigongiari.
In entrambi troviamo termini poco frequenti, la struttura della lingua è piana, contemporaneamente anche il rimando analogico porta al salto da un’immagine all’altra. Sia Bigongiari che Luzi fanno molto riferimento al mito, la loro ricchezza linguistica però non si accompagna all’analogia né alla forza simbolica che allontana la parola alla forza fenomenica per proiettarla al di là di questa. La portata simbolica nel discorso luziano può far percepire il suo discorso come più vago, mentre la pagina bigongiariana risultava poi nitida nella sua forza immaginifica.
"Avvento notturno" e la trasformazione
"Avvento notturno": testi composti dal 1936 al 1939, la fine cronologica della raccolta corrisponde con l’inizio della seconda guerra mondiale e con la pubblicazione delle "Occasioni" montaliane. Il titolo mette in evidenza i due poli in cui viene situata la realtà di tipo fenomenico: da una parte l’ombra, la notte, dall’altra l’avvento è sinonimo di resurrezione e, dal punto di vista fonico, il concetto di evento. È il fenomeno nella sua eventualità e nella sua metamorfosi ed evoluzione. Il concetto di trasformazione si rifà a Nietzche, è un rapporto continuo fra vita e morte, luce ed ombra. Processo che mette continuamente in stretto rapporto i due termini nella dynamìs che controlla la sua stessa evoluzione.
Ritorna il Luzi il mito di Persefone, c’è il continuo contatto fra ciò che è fuori e ciò che è nel profondo, dall’apparente aridità alla fertilità che nel buio trova le proprie radici. È evidente dal mito che la stessa vita terrestre deriva dal regno di morte che sembra esserne l’opposto. Avvento notturno sono termini concordati, che fanno coincidere il tema della vita con quello della morte.
Cuma: domande esistenziali
"Cuma": domande ricorrenti, che evidenziano il procedere verso un qualcosa, verso uno scopo esistenziale. La domanda "era questa, la vita?" porta subito al tema, l’interrogativo è esistenziale. Usa l’aggettivo dimostrativo "questo" perché ne sta parlando adesso, sono vicini, quindi ciò che era resiste ed è in quest’immagine presente. Mentre si chiede quale sia il senso della vita (verso dove va?), dall’altra parte indica il senso della stessa, l’andare, cioè, verso qualcosa, un destino di ogni cosa fenomenica.
L’avversativa però è molto forte, e serve ad introdurre le affermazioni successive. Dove si indica che tutto procede verso la notte e l’oscurità. La fanciulla, contemporaneamente termine e tema frequente, (fanciulle alla finestra: Nel verbo che qualifica l’atteggiamento delle fanciulle è presente non solo l’azione del ridere, ma anche quella di ridestarsi, immagine di giovinezza, speranza, attesa o resistenza). La fanciulla arriva quando è sera, il suo percorso ricorda lontanamente, forse, la "donzelletta" leopardiana. Grande valenza ossimorica, fatta scattare nel contrasto fra giovinezza e il suo giungere a sera, con le mani "semispente", un termine che non è riferito alle mani, ma, per ipallage, alla luce che si sta spegnendo, e che, col vento, fa tremare i fiori. Il carro astrale, cioè il Sole, tramonta, e Venere sorge, brillante di luce riflessa (pianeta più vicino a noi). Che senso ha quindi la vita? Verso dove va, se tutto procede verso la sera e l’oscurità?
(È l’ultimo sole, che tocca umanamente… occidente): allietando i villaggi, dove le fanciulle ridono alle finestre. (Lacrimevole… tende). Il vento, che già era apparso nel muoversi dei fiori alla sera, ritorna, riappare, dotato di una aggettivazione che ne mette in evidenza la funzione di espressione del passaggio del tutto, della dinamicità del tutto, che naturalmente comporta, volta a volta, anche la fine del tutto, la separazione dal tutto, il pianto che ne deriva, e che viene a succedere e contrastare il riso di queste fanciulle, che resistono nella memoria e nel linguaggio che l’immagine ne riporta. Il termine "palpare" è assolutamente incongruo, il palpare è un’azione molto fisica, irrelata al vento.
Il ricordo riporta alla "casa dei doganieri" al verso "e il vento spazza ancora le vecchie mura". L’azione del palpare è evocata dalle fanciulle, il vento è la memoria e il divenire della realtà fenomenica, e sembra insistere nella sua azione relativa al luogo in cui si è sprigionata in tutta la sua evidenza la giovinezza, la speranza e l’apertura alla vita delle fanciulle, e di coloro che non sono più fanciulle. Lo sciogliere i capelli è un gesto sensuale, che indica l’impeto giovanile nel dirigersi alla vita. (Verso dove… tende) L’immagine della sera e il vento che batte sulle mura di case dove le fanciulle...
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