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Letteratura italiana moderna e contemporanea

Poeti e pittori della scuola romana (1930-1940)

La scuola romana è una scuola di pittura molto importante negli anni '30 del '900, in cui si sviluppa una forte vivacità culturale e spirituale. Infatti, è negli anni '30 che si produce la grande cultura italiana, solo poi il fascismo ha compromesso questa cultura.

Da Milano a Roma negli anni '30 cambiava un intero mondo. Tutta la cultura milanese era una cultura astratta, rarefatta (aria pulita), mentre andare a Roma significa scendere nella città infernale, pericolosa, condizionata da alcune dinamiche che la rendono oscura, pesante, greve. Nella Roma degli anni '30 interagiscono solamente poeti e pittori: si scambiano informazioni, argomenti, suggerimenti, si influenzano a vicenda.

Nel quadro di Amerigo Bartoli, "Amici al caffè" (1930), viene rappresentato l'ambiente della ronda e i personaggi che abitavano l'ambiente rondista. L'obiettivo era il recupero alla tradizione, al mondo mitico e pagano. Sono rappresentati signori che dominano la cultura di Roma dagli anni '20 agli anni '30, fino a quando non entreranno in gioco nuovi letterati.

Nella cultura romana degli anni '30 c'era molta attenzione verso il ritratto sia da parte dei poeti che degli scrittori. A ogni descrizione corrisponde un volto.

Ritratto ed autoritratto

Il fatto di ritrarsi e di auto ritrarsi avviene per conoscersi, perché esiste un problema d'identità; il racconto della personalità avviene attraverso il colore, tutti i particolari del volto, lo sguardo. Inoltre, sia il poeta che il pittore si autoritrae, si passa poi dal vero alla deformazione del vero: speciale attenzione verso il tema del sonno, che è un luogo pericoloso, perché tutto ciò che è strano avviene qui (nel mondo biblico ad esempio avviene tutto nel sonno). Tantissimi pittori e poeti ne parlano, perché è durante il sonno che avviene il passaggio da uno stato ad un altro. Il sonno contribuisce al processo di cambiamento dei corpi (metamorfosi, mutazioni, deformazioni). Nella cultura romana abbiamo un trionfo di maschere: i volti, i corpi, i ritratti che si modificano e diventano maschere, cambiano aspetto. La cultura romana frequenta il tema della duplicità, del doppio (questi fenomeni a Milano non esistono).

Antonio Mazzacurati, "Ritratto di Scipione" (1928), Scipione era un pittore straordinario che diventa per tutti i giovani artisti un esempio. Viene descritto come un uomo barocco, sensuale e mistico, un uomo che non sa regolarsi. Scipione è colui che racconta della Roma barocca. Scipione = barocco = Roma. Barocco: maestosità di Roma, Scipione non è maestoso, ma è un pittore in eccesso, che vive tutto all'eccesso. Quando si parla di barocco si parla di un tempo che porta verso la morte.

Libero De Libero è un poeta di Fondi che va a Roma attirato, come tante altre persone, dalla città. Egli nel 1937 scrive la poesia "Ritratto", dove parla della terra che è materia (humus), dice che sua madre è stata la vigna e ciò vuol dire che egli è nato in un mondo di campagna, è cresciuto in luoghi agricoli, oppure vuol dire il disconoscere di appartenere ai genitori ma di appartenere al mondo naturale fatto di erba, radici ecc., oppure vuol dire che il poeta sta recuperando il tema delle "Metamorfosi" di Ovidio, un libro di mostri. Infatti, nella cultura romana degli anni '30, uno dei grandi temi della tradizione letteraria degli autori della ronda è il recupero della tradizione (recupero delle narrazioni greche e latine, come Eneide, Ovidio, ecc.), si recupera un mondo inquieto, ma anche passato. Nella poesia di De Libero troviamo il tono mitico, ma anche il discorso del pericolo.

L. De Libero nel 1934 scrive "Biografia": il viaggio per la vita è paragonato ad un viaggio per mare, compare il sonno, compaiono molte volte gli alberi, e anche qui dice che se fosse nato da una pianta avrebbe avuto accanto i genitori (tema delle metamorfosi di Ovidio), quindi ci fa capire che sta parlando della solitudine. Non a caso il suo primo libro pubblicato si chiama "Il libro del forestiere", colui che è escluso dalla comunità.

L. De Libero nel 1934 scrive "Ode quarta: al sonno": qui nuovamente troviamo un'ode al sonno, il tema del naufragio affermando che con il sonno coincide il naufragio. Il sonno per il poeta è molto pericoloso, è la paura di perdere la vita (= naufragio), è anche il momento in cui si può perdere la memoria ed il mattino ci si risveglia e ci si può ritrovare cambiati (qui riemerge il tema delle Metamorfosi di Ovidio), la notte comporta il dimenticare ed il perdersi. De Libero con la sua poesia cerca di ritrovare la propria identità.

Invece, Ungaretti si dipinge come uno straniero, un girovago: ha difficoltà ad accasarsi, la condizione di modernità implica questa difficoltà. L'uomo deve vagare e non trova un posto in cui rimanere, l'uomo moderno, dunque, è un nomade. Nella dimensione ungarettiana c'è il bisogno di raccontare la vita come un viaggio che termina con un approdo da qualche parte. Ungaretti in "Sogno" fa riemergere appunto il tema del sogno.

Giorgio Vigolo in "Lirismi" fa riemergere il tema dello straniero e dell'estraneo. La cultura romana è una cultura straniera composta da persone che non vivono serenamente il rapporto con la realtà, è una cultura dell'inquietudine.

Il mito di Orfeo e il sonno

Il mito di Orfeo prevede che il sonno porti la pace e la quiete; nel mondo della scuola romana il sonno porta stranissime trasformazioni, metamorfosi, è un sonno metamorfico ed il sogno è un incubo. Non esistono sogni felici, ma sogni angoscianti, incubi.

Scipione, "Il risveglio della bionda sirena" (1929): è un quadro affascinante, ritrae una prostata che però è una sirena, è una rappresentazione del recupero del mondo classico. Qui il pittore recupera il mito delle sirene. Egli fa distendere su una pelle di leopardo la sirena, intorno ci sono dei fichi secchi, un pesce morto, un limone, un volatile; lei non si sta pettinando, ma si sta svegliando dal sonno (nuovamente ritorna lo stesso tema, e chi ci dice che magari prima di addormentarsi ella non fosse una donna con gambe e durante la notte si è trasformata in una sirena). La donna ha una mano aperta ed alzata (il pittore ha un'ossessione per le mani), nella quale doveva esserci uno specchio. Nel dipinto non c'è la luce di giorno, ma si sta svegliando durante la notte e sempre durante la notte si pettina (uno degli enigmi che stanno intorno ai quadri di Scipione). Il mezzo busto della prostituta è rossiccio (un particolare che tornerà molto spesso). Tutti i personaggi di Scipione hanno i corpi infuocati perché lui stesso ha un corpo infuocato (perché era tubercolotico), egli vive continuamente questo stato di febbre, che lo sta consumando. La donna non ha febbre, ma la rappresenta come se l'avesse, i colori della scuola romana sono il giallo ed il rosso (Roma come città che prende fuoco). Scipione riprende il tema delle metamorfosi di Ovidio e lo rende suo.

Ungaretti nel 1934 scrive "Sentimento del tempo", "Sirene": ci sono elementi simili al dipinto di Scipione perché in quel contesto storico molti elementi passano dalle tele alle pagine o viceversa.

Identità, metamorfosi e la maschera

Nella scuola romana esiste molta attenzione al tema delle maschere, da pensare come gioco che rivela il tema dell'identità. In questa scuola troviamo molto il tema del doppio.

Il tema del doppio si basa anche sul tema del travestimento (oltre che alla modificazione del corpo), il corpo rimane così com'è, ma si traveste; i pittori che si chiedono continuamente chi sono si ritraggono per scoprire la loro identità, per capire chi sono.

Antonio Donghi, "Canzonettista" (1925): la ragazza si sta specchiando in uno specchio, ma non sta guardando se stessa, ma l'impresario girato di spalle, è preoccupata della reazione dell'uomo; un quadro di questo tipo ci riporta ad ambienti in cui bisogna travestirsi.

Donghi, "Carnevale" (1923): Arlecchino ha in mano un manganello, ha un berretto nero (come la milizia fascista), il chitarrista guarda per terra e poi c'è un'altra maschera di spalle, è un carnevale triste, non vissuto ed assurdo, sullo sfondo si vede una Roma desolata; sembra più un funerale, non è un quadro allegro. È un carnevale ungarettiano. Anche Ungaretti utilizza l'aggettivo allegro in "allegria di naufragio" (ossimoro): Ungaretti che ha fatto la guerra e si è salvato da essa ritrovando poi sé stesso.

La cultura della scuola romana è uno sguardo obliquo sulla realtà. (Donghi, "circo equestre", 1927), è un immaginario non dinamico e molto fermo.

Nanni, "commedia dell'arte" (1927): lo sguardo dell'uomo è sempre obliquo, i colori sono caldi (rosso), ci troviamo sempre in un contesto di travestimento.

L'interplanetario e novecentismo

L'interplanetario è una rivista romana degli anni '20, che si focalizza su argomenti astrologici (astri, pianeti), tutta la cultura romana di quel tempo era interessata a questo argomento.

Il novecentismo è un movimento culturale che ha a che vedere con una rivista "Novecento" (rivista stampata a Roma e a Parigi), fondata da Massimo Bontempelli. È una rivista a doppia lingua e internazionale (Roma e Parigi), ed è una rivista che è la rappresentante massima della stracittà. Nella cultura degli anni '20 in Italia, c'è una doppia frattura:

  • Tema della città (città come luogo di modernità, sviluppo, negozi, automobili, pubblicità), idea che deriva dal futurismo.
  • Tema dell'internazionalità (portare l'Italia fuori da essa, muoversi verso Parigi).

Stracittà si contrappone a strapaese, con una rivista Fiorentina, "il selvaggio", che esalta l'Italia delle province, l'Italia contadina, l'Italia extra-cittadina.

Il fascismo è stato molte cose contemporaneamente e tutte contraddittorie tra loro: esiste un fascismo di campagna, che protegge il contadino, ma esiste anche quello che protegge l'industria ed il borghese; quindi sia stracittà e strapaese erano fascisti, sono elementi di una stessa epoca, che guardano alla modernità, ma non dimenticano la vita rurale. L'interplanetario non è una rivista paesana, ma novecentista.

Sinisgalli Leonardo, nasce in Basilicata, ma si sposta a Roma per studiare matematica e si laurea in ingegneria (colui che inventa la pubblicità industriale), rimane comunque poeta (anche se ingegnere). Nella Roma che frequenta egli respira il mondo novecentista, allegro, carnevalesco, però nel 1928 scrive "ballata notturna dei sette veli", testo tipico di quell'allegria delle marionette (senso del travestimento): possiamo notare la presenza degli angeli (la bimba dagli occhi viola); troviamo il tema religioso, Roma è la città delle chiese "sono tutti vestiti di nero" = maschere che hanno qualcosa di diverso, come i diavoli con le corna, confluenza tra il tema del diabolico ed il tema del carnevale (la madonna dalle labbra di stucco); Sinisgalli è ossessionato dalle rose perché il mondo della scrittura sta passando alla macchina, quindi nel calamaio bisogna mettere una rosa - pubblicità Olivetti - (una rosa di serra).

Il tema del travestimento è accompagnato a quello del carnevale e quest'ultimo si apre al mondo diabolico e misterioso, al mondo impossibile da governare ed irrazionale, quindi il tema dell'identità si avvicina a quello della discesa agli inferi (i dipinti sono tutti cupi e lugubri, dipinti che alludono ad una discesa verso il mondo buio).

Sinisgalli, "Giosafat di marionette" (valle di Giosafat dove si trovano i morti, chi aspetta il giudizio universale, è un luogo di angoscia) (da l'interplanetario, 1928): raduno angoscioso di marionette che aspettano di essere giudicate oppure sono già morte e nel mentre piangono.

"Giosafat di marionette" potrebbe essere il raduno di un mondo di morti, anche questo testo restituisce l'immagine di una Roma apparentemente divertita, ma che in realtà è angosciata, anche quando ci si vuole divertirsi, maschere apparentemente allegre, ma assolutamente tristi.

Il tema biblico nella scuola romana

G. Ceracchini, "La famiglia" (1923): probabilmente è una scena estiva, tutti hanno smesso di lavorare e stanno prendendo una pausa. Ceracchini è un pittore ciociaro nato a sud di Roma; in "Riposo" si vedono due boscaioli che si stanno riposando, il primo dei grandi temi al tempo della scuola romana si può racchiudere sotto il termine "biblico".

La Bibbia è un grande contenitore di argomenti al tempo della scuola romana, tutti gli scrittori negli anni '30 che leggevano la Bibbia avevano la Bibbia di un protestante. In questi anni quindi vi è grande attenzione verso i temi della Bibbia, principalmente verso due temi: la creazione (genesi, primo libro) e l'apocalisse (fine libro).

Nella scuola romana la creazione colpisce molto, essa viene associata ad un tipo di vita pre moderna, della campagna, non ci sono industrie, non è toccata dalle componenti tipiche del mondo che sta cambiando, è ancora un mondo "preistorico", è una civiltà sacra (contadini, pastori); Ceracchini è un pittore che racconta le scene dei campi, scene che fanno parte di una genesi iniziale e contemplativa, una scena agreste e contadina (in Ceracchini si nota l'attenzione della Bibbia che viene trasportata sulla tela).

Un altro esempio è Francesco Di Cocco, "L'arca di Noè": salvare il popolo costruendo una barca; Scipione, "Caino e Abele" (1932), completamente di colore giallo (colore della follia), il pittore racconta la storia dei fratelli che si trovano sotto un albero, non si capisce che sono Caino ed Abele se non ci fosse stato il titolo, sembra una scena ambientata in estate proprio grazie all'utilizzo del giallo di Scipione.

De Libero, "Creazione" (1938): "La luce fu nominata" egli cita la genesi/Dio; il poeta continua a sottolineare il suo legame con la natura, il tema degli alberi torna parecchie volte, si sente il tono è la presenza della Bibbia. È una poesia che avanza come una canzone biblica, il corvo al tempo in cui è stato creato il mondo era un timido uccello, la belva era timida (troviamo riferimento a Isaia, età felice, gli uomini erano felici, l'anello giocava con il leone, Isaia ha nostalgia del giardino dell'Eden). Questa poesia di De Libero esprime come un tempo gli uomini erano felici, mentre ora non lo sono, perché il mondo è dominato dalle guerre e da altri mali: infatti De Libero dice che alla fine il lupo rapì l'anello ed il fratello morì tra gli agnelli (Caino ed Abele). Ancora notiamo un legame con i temi dei pittori e quelli degli scrittori.

Giorgio Vigolo, "Il silenzio creato" (1934): siamo in un contesto della creazione, che però non è una creazione pacifica, ma ci fa spaventare, Dio scaglia frecce dall'alto, probabilmente sta accadendo qualcosa di nemico e di pericoloso. Il tema della creazione va a confinare con il tema dell'apocalisse (sono temi abbastanza vicini). I segni che i poeti e pittori mandano sono sovrapponibili, in Vigolo nel titolo c'è la creazione però il testo racconta una distruzione finale.

Ovidio nelle "Metamorfosi" ci racconta scene strane, passaggi di stato, la natura si trasforma in maniera mostruosa, è un poema in cui la sensazione di una natura feroce si trova in ogni verso, è una natura potente e indominabile.

De Libero nella raccolta "Solstizio" c'è il verso "Girasole": il pastore dorme sul fieno e ha un braccio sugli occhi e lo stesso viene rappresentato nel "Riposo" di Ceracchini, (il pittore rappresenta la poesia di De Libero).

Anche Ungaretti in "Sentimento del tempo" (1933) troviamo "Caino": questa è la raccolta di Ungaretti più vicina alla scuola romana ed è quella che risente più del barocco; il titolo è biblico, Caino non è agricoltore, è uno che viaggia e fugge, anche in questo testo troviamo l'idea di una natura violenta e selvaggia come in Vigolo, sono tutte quante delle espressioni che alludono al discorso della natura oppressiva e violenta, la natura non è più genesi, c'è nuovamente l'associazione tra Caino e gli alberi.

Ungaretti in "Isola" racconta della vita pastorale, della campagna, la vita del tempo prima del tempo, la vita riflessiva, poi arriva la storia di Caino che infrange l'armonia di questa natura, inoltre nella genesi c'è già subito dopo la creazione l'inizio della fine: il diluvio universale, il mondo non è nemmeno completato che subito unisce una distruzione. Molti poeti della scuola romana hanno rappresentato il diluvio in questo modo.

De Libero, "Eterna colomba", qui si parla di una colomba che è in rotta con il corvo che la insidia.

De Libero, "Paradiso terrestre", qui ritorna nuovamente il tema degli alberi (sentirsi figlio/unito agli alberi), un tema che lui ripete è come un'ossessione, e c'è un'ossessione anche da Ovidio, dove questo racconto viene fatto molte volte. In questo testo, nel terzultimo verso, ("per lunghi canti di fiume") vi è un fiume che canta (riferimento ad Omero, nei poemi antichi i fiumi parlano). È un contesto di un mondo felice e De Libero continua a dichiararsi figlio di una pianta.

De Libero, "Diluvio", qui il poeta racconta un diluvio anomalo, che ha molte parentele con la fine del mondo, il tema della voce dei fiumi ritorna come un lamento di fanciulli schiacciati dalla natura maligna. Il diluvio di De Libero è drammatico, accanito, dirompente. Le onde del mare sono grosse e sono come leoni che ruggiscono, i serpenti arrotoli (sono i cavalloni del mare), riferimento a Laoconte. Inoltre ritorna il tema della colomba che porta gioia dopo il diluvio.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

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