Lezione 1 - 14/10/2021
Primo modulo: rapporto tra psicoanalisi e letteratura
Il Canzoniere di Saba, Memoriale di Volponi
Secondo modulo: la storia di Elsa Morante
Umberto Saba (Trieste, 1883 – Gorizia, 1957)
Saba e il rapporto tra letteratura e psicoanalisi
È importante anche la componente geografica: in Italia, il luogo di riferimento è Trieste, città natale di Saba (anche di Svevo) e inoltre luogo in cui nasce l’interesse per la psicoanalisi. Lo psicoanalista Edoardo Weiss apre uno studio a Trieste e i maggiori intellettuali che s’imbattono in questa nuova scienza sono Svevo e Saba, che a tal proposito si trovano in contrasto: Saba ne è colpito e vi aderisce, Svevo è scettico (ne La coscienza di Zeno c’è molta psicoanalisi ma il dottor S. non cura Zeno e viene addirittura ridicolizzato e insultato).
A Trieste la psicoanalisi non era solo appannaggio degli intellettuali ma argomento di discussione generale. Ne La coscienza di Zeno Italo Svevo concede largo spazio alla psicoanalisi che funge da cornice del romanzo, primo e ultimo libro, in cui viene chiamato in causa un medico: il dottor S. viene paragonato a un ciarlatano e la psicoanalisi viene assimilata allo spiritismo, il che corrisponde a spogliare tale disciplina di qualsiasi dignità scientifica.
Da parte di Svevo c’è questa doppiezza: da una parte sembra rendere omaggio alla psicoanalisi in quanto nuova scienza entrata a far parte dell’orizzonte della vita quotidiana (a Trieste era diventata una moda culturale, argomento di discussione nei caffè e nei salotti); d’altra parte, con il suo romanzo, ne prende le distanze infatti Zeno mette in discussione la validità ermeneutica della diagnosi edipica formulata dal dottor S.
Svevo partecipa a questa novità soprattutto in merito a un episodio della sua vita: un fratello della moglie, Bruno Veneziani, ha problemi psicologici e si reca presso Freud, ma Svevo stesso scrive in una lettera che il cognato “ne esce completamente distrutto”; quindi Svevo non può non avere una visione negativa della psicoanalisi perché l’esperienza del cognato ne dimostra l’inefficacia.
Su tale argomento ci sono due lettere indirizzate a un suo ammiratore di nome Valerio Jahier che si sfoga con Svevo sulle sue nevrosi e chiede consiglio su come agire (al loro interno viene espresso anche un punto di vista positivo: è in ogni caso una disciplina interessante da studiare). Svevo risponde che la psicoanalisi è più necessaria ai romanzieri che non ai malati (lettere del 1927). Nella seconda lettera gli sconsiglia di intraprendere una cura presso uno psicoanalista poiché Freud non era riuscito a guarire il cognato: la cura non è sempre possibile e in caso lo sia non è definitiva, non tutti i malati sono passibili di guarigione; poi ripete che Freud è interessante per migliorare a costruire in modo più complesso la psicologia dei personaggi.
Saba, quasi contemporaneo di Svevo, ha una posizione diametralmente opposta: egli si sottopone in prima persona alla cura psicoanalitica negli anni '20 presso Weiss (quando intraprende questo percorso ha 46 anni), ma poi la interrompe a causa del fatto che il dottore è ebreo e nel 1931, in seguito all’emanazione delle leggi razziali, si trasferisce prima a Roma e poi in America.
Saba si sentì tanto compreso da dedicargli una delle sezioni a più alto tasso psicoanalitico de Il Canzoniere, ovvero Il piccolo Berto (1929-31), in cui si recupera il vissuto traumatico dell’infanzia. Questa gratitudine deriva dal fatto che si sente guarito e lo spiega in più occasioni, una fra queste è una lettera del 1933 indirizzata a Sandro Penna (poeta che riprende la linea anti-novecentista inaugurata da Saba) in cui esprime tutta la sua gratitudine (Weiss in quel periodo era a Roma ed era diventato lo psicoanalista di Penna) scrivendo che era l’unica cosa che gli interessasse e che gli facesse riapparire “l’azzurro del cielo” (squarci poetici nella prosa epistolare). La psicoanalisi lo ha messo a contatto con le radici del suo essere, la sua infanzia, e così si è sentito riconciliato con la vita.
L’azzurro è importante perché è il colore (dei suoi occhi) del mare e del cielo, i colori della città di Trieste: si è riconciliato con ciò che lo circondava. Il distacco da Weiss è stato un trauma e ciò che gli impedisce di uccidersi è l’amore per la moglie Lina (protagonista de Il Canzoniere), nonostante ciò il pensiero della morte lo ha sempre accompagnato ma allo stesso tempo lo ha aiutato a vivere.
Paolo Volponi (Urbino, 1924 – Ancona, 1994)
Volponi è un autore molto noto per quanto riguarda la problematica industriale infatti il suo romanzo Memoriale è una combinazione tra l’industria e la materia psicoanalitica: il protagonista è Albino Saluggia, un operaio che lavora in fabbrica ma che ha diversi problemi psicologici, ovvero soffre di manie di persecuzione (il caso clinico di Albino viene modellato su un vero caso clinico condotto da Freud); la vicenda viene raccontata in prima persona infatti spiega che si sente perseguitato e immagina che ci siano dei complotti contro di lui, dimostrazione del disagio vissuto nell’ambiente dell’industria durante il boom economico degli anni '50-'60 in Italia.
Volponi è implicato con la psicoanalisi anche prima di scrivere Memoriale poiché lavora presso l’industria Olivetti a Ivrea, luogo di penetrazione della psicoanalisi in Italia: Adriano Olivetti è un industriale illuminato, un uomo di cultura e non solo di finanza, il quale fonda una nuova casa editrice in cui una collana è dedicata a psicologia e psicoanalisi e opta per Cesare Musatti come curatore, coordinatore dell’opera omnia di Freud divisa in 12 volumi. Lavorando e occupando ruoli dirigenziali all’interno della fabbrica, Volponi si trovò a stretto contatto con Olivetti.
Rapporto con la psicoanalisi dal punto di vista della critica e della teoria letteraria
Sotto questo punto di vista un decennio fecondo sono gli anni '70, durante i quali vengono pubblicati in Italia testi importanti per interpretare Saba: nel '74 esce La gallina di Saba scritto da Mario Lavagetto, in cui vengono valorizzati i meandri della dimensione psicoanalitica; nel '75 esce L’impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo sempre di Lavagetto.
Mario Lavagetto è stato un alunno di Giacomo Debenedetti, pioniere dell’introduzione dell’ambito psicoanalitico nel discorso critico letterario che nelle Lezioni sul romanzo del ‘900 uscite postume nel '71 con prefazione di Eugenio Montale, per esempio, applica il concetto di parricidio – di matrice freudiana – a Pirandello e a Tozzi. Agli inizi del decennio escono le prime due di una serie di opere del ciclo freudiano di Francesco Orlando: la lettura della Fedra di Racine e Per una teoria freudiana della letteratura. Il Freud che interessa a Orlando non è contenutistico ma logico, linguistico e retorico: Freud ci ha insegnato le manifestazioni linguistiche dell’inconscio (come Lacan, altro riferimento per Orlando).
Elsa Morante (Roma 1912 - 1985)
La storia viene pubblicato nel 1974 ed è un romanzo che ha diviso la critica (anche a causa dei giudizi biologici): ha avuto molto successo popolare con la vendita di molte copie.
Lezione 2 - 15/10/2021
Saba pubblica nel 1926 una raccolta intitolata Figure e canti grazie alla quale ottiene i primi riconoscimenti: ha già 43 anni e soffre del fatto di non essere stato riconosciuto prima. Il suo risentimento è evidente in Storia e cronistoria del canzoniere (1948) – auto esegesi, autocommento della propria poesia in cui si firma con lo pseudonimo di Giuseppe Carimandrei (finge che Carimandrei abbia elaborato una tesi di laurea su Il canzoniere).
Dobbiamo interrogarci sul mancato riconoscimento nella prima fase della carriera Carimandrei in un passo parla di sé stesso mettendo in risalto la condizione di marginalità geografica e culturale. Trieste faceva ancora parte dell’Impero Austro-Ungarico quindi era molto arretrata: come possono superare tale difficoltà i letterati triestini? (Se c’è una situazione di squilibrio i letterati tendono a nobilitare lo stile) Saba non era riconosciuto in quanto molto isolato, come tutti i letterati triestini.
Inoltre, Saba spiega che nessuno gli ha spiegato la differenza tra maestri “cattivi” e maestri “buoni”: si è formato solo, da autodidatta, e non ha neanche frequentato recandosi in biblioteca (altra condizione da isolato). Un altro fattore è dettato dalla razza e religione: la madre di Saba era ebrea e molto probabilmente c’è stato un matrimonio combinato tra lei e il padre di Saba, un uomo di razza ariana; la famiglia di lei non avrebbe mai accettato un matrimonio misto quindi lui, in cambio di denaro, accettò di convertirsi e circoncidersi. Il padre li abbandonò ancor prima che Saba nascesse => trauma dell’abbandono (una ferita originaria che non si cicatrizzerà mai).
- Nei suoi genitori non vede solo un contrasto razziale ma anche caratteriale (da qui costruirà il suo mito) che costituirà nel suo immaginario due figure opposte.
- La madre vive l’abbandono in modo traumatico, ne fa un dramma (sarà costretta a lavorare nel negozio di mobili della sorella Regina) che farà pesare al figlio attraverso un giudizio fortemente negativo (arriverà a chiamarlo “assassinio”); la madre era infelice e quindi responsabile dell’infanzia infelice del figlio. Inoltre, è ebrea, definita “religione dell’angoscia”.
- Il padre rappresenta un mondo vitale (i due si conosceranno quando Saba avrà 20 anni circa), visto come “antidoto” a quest’infelicità.
La madre è stanziale – vive nel ghetto –, il padre è un giramondo, un avventuriero che sta dalla parte della vita, della gioia; la madre è colei che resta e rappresenta la pesantezza, il dolore. Inevitabilmente Saba deve fare i conti con queste radici e assumerà nel tempo posizioni sempre diverse: prevale una sorta di distanza dall’ebraismo perché rappresenta l’infelicità ma è una parte importante di sé, che costituisce la sua storia, lo rende diverso. Il suo rapporto con l’ebraismo è veicolato anche dagli insegnamenti dello zio materno, professore rabbinico all’Università di Padova, che gli spiega tutti i riti, il che contribuisce ad aumentare la sua insofferenza.
La critica letteraria si accorge che la poesia di Saba è intrisa di interesse per l’ebraismo, poesia legata alla “memoria del sangue materno”.
Lezione 3 - 16/10/2021
L’ebraismo costituisce un elemento isolante per Saba in quanto religione della sua famiglia, del ghetto. La religione più diffusa a Trieste è quella cattolica quindi la comunità ebraica è in minoranza. Saba si trova costretto a fare i conti con le proprie radici in una condizione storica molto difficile poiché la sua comunità era perseguitata. Nelle conclusioni di Storia e cronistoria del canzoniere Saba dice che può essere letto come un romanzo psicologico è strano che un’opera di poesia sia definita “romanzo” ma è un’apparente contraddizione infatti Il canzoniere può essere definito romanzo per il suo carattere narrativo è un romanzo psicologico perché la psicologia è una dimensione importante della narrazione.
La differenza tra la poesia narrativa e quella lirica è che quest’ultima non ha in primo piano i fatti nel loro intreccio consequenziale e cronologico, ma l’interiorità del poeta, il suo mondo interno. La poesia di Saba racconta stati d’animo, sentimenti. Saba apre la linea anti-novecentista che raggiunge Carducci, Caproni, ecc. Nella poesia di Saba prevale la dimensione narrativa ma non esclude quella lirica, c’è compresenza delle due dimensioni.
Biografia di Saba
Nasce a Trieste nel 1883 sotto il nome di Umberto Poli e assumerà lo pseudonimo di Umberto Saba dal 1910. La pratica dello pseudonimo ha sempre un significato psicoanalitico. Saba smette di farsi chiamare Poli per assumere un nome fittizio che sente più suo. Quali sono le implicazioni psicoanalitiche? Si sottende un conflitto con i genitori, in particolare con il padre verso cui si creano delle implicazioni parricide ciò non significa che Saba uccide simbolicamente il padre ma che a 20 anni circa lo conosce e il suo giudizio muta. Il perché potrebbe essere spiegato dalla teoria psicoanalitica dell’ambivalenza di Freud: ognuno di noi matura sentimenti ambivalenti nei confronti dei genitori, amore e odio. Probabilmente Saba ha proiettato la negatività del giudizio materno sul padre il quale abbandona il tetto coniugale: viene arrestato ma quando viene scarcerato non fa più ritorno a casa quest’azione appare come un tradimento nei confronti del figlio, in cui si genera il trauma della lacerazione.
Rachele (la madre) va a lavorare nel negozio di mobili della sorella maggiore Regina, e i due vanno a vivere con lei nella Città Vecchia. Saba associa le due figure femminili, due presenze importanti nel mondo infantile. Zia Regina era una vedova molto affettuosa con il piccolo, una presenza femminile di segno positivo che lo comprende e si mostra più tenera rispetto alla madre Rachele, più austera e severa (rappresenta il polo del pianto, delle lacrime). A causa dei dispiaceri perde il latte ed è costretta a dare in affidamento a una balia il piccolo Saba, una donna slovena o slava di religione cattolica (il nome del marito era Ermenegildo Sciobà: nome sloveno) di nome Gioseffa Gabrovich Schobar (detta Sabaz nelle motivazioni della scelta dello pseudonimo Saba spiega che si rifà a quello della balia). La figura della balia s’incontra in molte raccolte e avrà un ruolo decisivo ne Il piccolo Berto (1923-31), raccolta dedicata allo psicoanalista Weiss attraverso cui recupera l’infanzia. Secondo la versione avallata dallo stesso Saba, quando la madre vede il rapporto fatto di tenerezza e complicità instauratosi tra suo figlio e la balia, s’ingelosisce e lo porta via con sé (secondo un’altra versione il bambino viene lasciato da dei parenti a Padova per salvaguardare la sua salute durante un’epidemia di colera). Tali spiegazioni servono a rafforzare la polarità delle due madri:
- Peppa Sabaz madre solare che comunica gioia vitale
- Rachele madre dolente, austera e anaffettiva
Da Padova torna a Trieste nel ghetto ebraico, che diventa il suo habitat. Racconterà questo mondo in una sezione del volume Racconti e ricordi, pubblicata negli anni '50 e intitolata Ebrei. Ad assumersi la responsabilità del piccolo Berto è lo zio materno Giuseppe Luzzatto, biblista e scrittore (il suo nome rimanda alla gloria della famiglia). Inizialmente ricevette un’educazione privata grazie allo zio, poi frequentò la scuola commerciale ma la madre volle che si mettesse subito a lavorare e a guadagnare. Di questa fase sappiamo molto grazie al romanzo postumo Ernesto in cui le figure della madre e del figlio sono autobiografiche. Saba viene assunto in una ditta commerciale come commesso e qui vive la sua iniziazione omosessuale. Questo è un altro dato che spiega la mancata pubblicazione del romanzo: il racconto dell’esperienza omosessuale avrebbe rappresentato uno scandalo per i lettori del tempo (siamo negli anni '50 e proprio in quel periodo Pasolini subisce un processo). Saba è costretto ad abbandonare il lavoro ma in Ernesto spiega che quella non era la sua strada.
Questo è anche il periodo delle frequentazioni con dei giovani intellettuali con cui si trovava nel Cafè Rossetti: alcuni di questi intellettuali li ritroviamo nei sonetti della raccolta Autobiografia (1924), in particolare un poeta intellettuale triestino di nome Virgilio Giotti (modello per Il canzoniere) con cui stabilisce una tenzone poetica alla maniera dello Stilnovismo. Un altro personaggio importante è Ugo Chiesa, studente di violino (strumento anche importante anche nella biografia di Svevo per capire la poesia delle fughe). La raccolta de Il canzoniere in cui emerge fin dal titolo la componente musicale è Preludio e fughe (1928-29) la fuga è un concetto che nasce dal territorio musicale. Quest’amicizia è legata a un trauma raccontato in due sonetti (in tutto sono 12) è tipico di Saba tornare ossessivamente su alcuni snodi della sua biografia.
Il canzoniere si apre con la raccolta Poesie dell’adolescenza e giovanili (1900-07) creando un ordine cronologico (le scrive tra i 17 e i 24 anni). Le prime poesie le scriveva su foglietti volanti e poi li dava agli amici per leggerle (quindi una circolazione privata nell’ambito di una ristretta cerchia di amici). In famiglia, da questo punto di vista, lo appoggia maggiormente la zia Regina, mentre la madre è presa dal lavoro e dal pianto per l’abbandono del marito.
Nel 1903 Saba si trasferisce a Pisa perché in quella città Leopardi scrisse A Silvia. Come racconta in un sonetto della raccolta Autobiografia (1924), in questa città manifesta i primi disturbi nevrotici (è palese che si tratti di un antico male che si porta dietro). La causa scatenante della nevrosi fu la gelosia dell’amico Ugo Chiesa, causata dal fatto che gli vanno a dire che Saba e la sua fidanzata Lucia Litteri si scrivono delle lettere, il che è vero perché Saba se ne innamora; da qui il pensiero ossessivo e coatto di una possibile vendetta da parte di Chies.
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