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Sociale Cattolico, che era un’associazione di difesa degli operai e dei contadini e che si poneva come

alternativa ai sindacati e ai movimenti socialisti o marxisti agendo sullo stesso campo. Per questo

grande cambiamento storico ne serviva uno di mentalità, per cui si forma il clero leonino, con sa-

cerdoti impegnati anche sul piano sociale. Altri sacerdoti, di mentalità più chiusa, faticarono a capire

che lo sciopero era uno strumento legittimo; per esempio, il vescovo di Bergamo dell’epoca appog-

giava gli scioperi e questo fu fonte di scandalo nella borghesia cattolica. Luigi Sturzo a Roma fondò

il Partito Popolare nel 1919, frutto di questa sensibilità cattolico-sociale; egli era un sacerdote sici-

liano che studiò a Roma, dove ebbe la possibilità di visitare i quartieri popolari in cui poté maturare

l’esperienza della povertà e incontrare i principali esponenti del movimento cattolico-sociale. Que-

sto movimento si basava su un’idea di democrazia sociale, di azione benefica fatta per il popolo,

diversa dalla democrazia politica. La Chiesa si interessa a queste questioni senza tornaconto. Una

volta finiti gli studi, Sturzo trova estrema povertà e arretratezza anche a Caltagirone, il suo paese

d’origine; in quel caso anche la Chiesa aveva la sua parte di responsabilità, in quanto il clero nel sud

era alleato con i notabili. Sturzo si pone il problema del cambiamento della società e della Chiesa;

fonda un comitato parrocchiale, una società di mutuo soccorso, cooperative di aiuto, meccanismi di

solidarietà, diventando il tramite tra il mondo settentrionale e quello meridionale. Dal punto di vista

della cultura, Leone XIII ebbe una capacità d’innovazione, portando a un miglioramento dei preti ma

soprattutto biblico, cioè di importanza della conoscenza della Bibbia. Questo Papa viveva nel tempo

del vapore, in cui i viaggi erano più brevi, meno costosi, e più facili per i passeggeri; per questa

ragione molti pellegrini si recarono in Terrasanta, nei luoghi d’origine dei primi cristiani, per cono-

scere i posti in cui Gesù è vissuto: questo permetteva loro di giungere a una conoscenza più appro-

fondita della Bibbia. Leone XIII fu inoltre anche un promotore degli scavi archeologici, che avevano

un impatto enorme sulla cultura e sulla mentalità dei cattolici. Prima della scoperta dei reperti an-

tichi si facevano discorsi dentro grandi costruzioni mentali, che però non avevano un impatto di-

retto, che è sempre stato più intenso. I reperti sono importanti per capire l’origine del Cristianesimo.

Egli ha messo in moto processi importanti e ci insegna a fare un confronto culturale: questa è una

forma di avvicinamento al mondo moderno, perché alla base di ciò c’è un utilizzo della filologia: la

Chiesa non giunge a un’accettazione totale, ma comunque instaura un confronto con il mondo con-

temporaneo. 2. PIO X

Egli fu eletto nel 1903 e fu Papa sino alla sua morte, avvenuta nel 1914, dopo l’inizio della Prima

Guerra Mondiale. Il suo vero nome era Giuseppe Sarto ed era di origine veneta; per la precisione

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proveniva da Riese, un paesino in provincia di Treviso, ed era nato in una famiglia povera e conta-

dina. Come si evince già dalla scelta del suo nome da Papa, egli voleva continuare sulla stessa linea

di Pio IX, cioè quella dello scontro nei confronti del Regno d’Italia e della modernità, in antitesi ri-

spetto al suo predecessore. Il primo passo della sua carriera fu quello di diventare parroco, poi fu

eletto vescovo di Mantova e successivamente patriarca di Venezia. Egli, a differenza di Leone XIII,

non aveva alcuna esperienza diplomatica. Il Conclave del 1903, in occasione del quale fu eletto, fu

particolare, perché i cardinali in realtà elessero un altro Papa: il Cardinal Rampolla, segretario di

Stato di Leone XIII. Intervenne però l’arcivescovo di Cracovia, città della Polonia del Sud, per porre

un veto su Rampolla a nome dell’Imperatore d’Austria: il cardinale era infatti sospettato di essere

troppo filofrancese, e la cosa sarebbe andata a svantaggio dell’Impero Austro-ungarico. Esisteva

infatti una tradizione di origine medievale per cui l’Imperatore aveva il diritto esclusivo di imporre

un veto sull’elezione del Papa e che non era mai stata usata prima. Da notare è anche il fatto che i

pontefici fino al 1978 sono stati italiani per 450 anni: questo perché l’Italia non è mai stata conside-

rata una grande potenza dal punto di vista politico e militare sia da divisa sia dopo la nascita del

Regno. Non vengono quindi mai scelti cardinali francesi o austriaci o di altre potenze perché sono

legati ai loro Paesi: gli italiani garantiscono l’unità della Chiesa. L’Italia è un Paese più ecumenico di

altri, ma questo non basta, perché si può essere italiani, ma comunque parteggiare per qualche

potenza: per esempio, Rampolla ha aiutato il popolo francese ad abbandonare le nostalgie monar-

chiche. Il primo Papa non italiano dopo 450 anni fu appunto Giovanni Paolo II, eletto in un tempo in

cui l’Europa delle grandi potenze era definitamente finita: egli era Arcivescovo di Cracovia, ma, no-

nostante la carica sia la stessa, non era rappresentante dell’Impero Austro-ungarico perché esso era

caduto. In questo momento il Papa è argentino, perché l’Europa conta sempre di meno, sia in ge-

nerale, sia nella Chiesa Cattolica. Pio X si dedica poco all’aspetto politico e diplomatico, egli fu un

Papa-parroco, più attento alle questioni interne delle Chiesa; affidò al cardinale Del Val, il suo Se-

gretario di Stato (principale collaboratore del Papa) gran parte dell’attività diplomatica. Pio X era un

uomo di scontro quando si occupava di politica. Nel 1905 ci fu un momento di tensione tra la Francia

e la Chiesa, data l’impostazione molto laica della Terza Repubblica: la Chiesa venne sottoposta alle

Leggi Comuni, venendo considerata un’associazione come molte altre, che per questo doveva sot-

tostare a delle leggi apposite. Lo Stato fece questo con un intento punitivo, perché voleva togliere

al clero i suoi privilegi. Pio X rifiutò questa diminuzione in ambito giuridico, fatta in un’ottica di laicità

conflittuale, ma questo scontro portò al sequestro di tutti i beni ecclesiastici da parte dello Stato. La

situazione si risolse nel 1923 grazie all’operato di Pio XI con l’accettazione della legge delle associa-

zioni. Per quanto riguarda l’Italia, Pio X non fece nessun passo avanti, anzi disse ai cattolici italiani

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di impegnarsi di più in politica, in special modo nelle piccole amministrazioni, e difese i deputati che

portavano avanti gli interessi della Chiesa. Ci fu inoltre un riforma interna della Chiesa, che segnò

un irrigidimento rispetto alla dottrina di Leone XIII: Pio X razionalizza il Vaticano, avvia una riforma

del diritto canonico in cui si ribadisce l’autorità dei vescovi e la subordinazione dei laici, si definisce

la Chiesa un’organizzazione statale, quando in realtà è più ricca in quanto è fondata sulla comunione

dei suoi membri; Pio X arriva a contraddire la natura stessa della Chiesa. Era presente sia una rigidità

interna alla Chiesa, che causa sofferenza, e tra Stati e Chiesa. Il suo fu un papato che si ripiegò su se

stesso e che smontò parte del lavoro svolto da Leone XIII.

3. BENEDETTO XV

Egli diventò Papa alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, nel 1914. Il conflitto iniziò a fine luglio di

quell’anno, ma fu innescato il 28 giugno con l’attentato di Sarajevo fatto ai danni dell’arciduca asbur-

gico Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia dal nazionalista serbo-croato Gavrilo Princip. Que-

sta guerra fu molto diversa da quelle precedenti, fu la prima dopo quasi cinquant’anni (la guerra

franco-prussiana era stata breve e localizzata) e il primo grande conflitto dopo le guerre napoleoni-

che. Ci fu una grande mobilitazione di persone, tanto che fu la prima guerra a essere considerata di

massa, e fu richiesto un grande sforzo agli Stati, sia come quantità di persone, sia per il rafforza-

mento degli strumenti logistici. Essa fu anche considerata una guerra totale, perché coinvolse intere

società, quindi non soltanto i soldati al fronte, ma anche il cosiddetto “fronte interno”, i civili. In

questo conflitto furono impiegate nuove tecnologie, e anche a causa di questo si prolungò ben oltre

le previsioni, dato che i fronti si stabilizzarono in pochi mesi. Il nazionalismo fu uno dei principali

elementi che alimentò il conflitto, infatti gli anni precedenti alla guerra furono un lungo periodo di

incubazione dei nazionalismi: la Francia voleva riscattarsi dalla pesante sconfitta nella guerra franco-

prussiana (revanche); la Germania era una nazione di nascita recente e aveva ambizioni egemoni-

che; l’Italia voleva portare a termine l’unificazione, aggiungendo al suo territorio le terre irredente.

Il nazionalismo rese sempre più animose le masse, supportato da una forte propaganda di guerra.

Questo scatenarsi di passioni nazionalistiche fu un problema per la Chiesa, perché essa è una grande

realtà universale, per cui non sapeva come esistere in un sistema di Stati senza avere più uno Stato.

La Prima Guerra Mondiale diventa tale perché l’Europa ha un’espansione extraeuropea. Questo

conflitto fu un’esperienza lacerante per la Chiesa perché i cattolici di diverse nazionalità combatte-

rono fra di loro, e quindi la guerra fu fratricida. I vescovi seguirono i destini dei loro popoli, schie-

randosi al fianco della propria patria: prima c’era la nazione, poi l’essere cattolici. In tutti i Paesi si

usò la religione per sacralizzare la guerra e la nazione, cosa che per esempio in Italia era già successa

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nella retorica rinascimentale, e per legittimare lo sforzo bellico mano a mano che si andava avanti

nel conflitto e che le ragioni della guerra diventavano sempre più difficili da sostenere. Dunque molti

religiosi erano interventisti, come Padre Agostino Gemelli, fondatore dell’università. Molte altre

realtà globali come la Chiesa entrano in crisi, come l’Internazionale socialista: i vari partiti si dividono

negli stati perché tutti, tranne il Partito Socialista Italiano, sono interventisti. Pio X e Benedetto XV

fanno di tutto per scongiurare la guerra: si giunge alla maturazione di un discorso sulla pace che

prima non esisteva, se non in termini differenti. Prima c’era l’idea di guerra giusta, fatta per moti-

vazioni eticamente accettabili, mentre con la Prima Guerra Mondiale nasce l’idea che la guerra va

rifiutata in quanto tale. Anche i pontefici successivi prenderanno una posizione di rifiuto.

Il nome da civile di Benedetto XV era Giacomo della Chiesa: egli proveniva da una famiglia nobile,

era un diplomatico come Leone XIII, caratteristica di molti pontefici del XX secolo, in quanto la

Chiesa mantenne una struttura diplomatica anche senza avere uno Stato: questo non per retaggio,

ma per possedere uno strumento di potere e di pace. Benedetto XV scelse come Segretario di Stato

il cardinal Rampolla. Il suo pontificato fu piuttosto breve, poiché egli morì nel 1922, e fu pesante-

mente segnato dalla guerra.

Il conflitto ebbe grosse ripercussioni anche in Medio Oriente: la massima espressione di ciò fu il

genocidio degli armeni, il primo dell’età contemporanea. Quando scoppia la guerra, l’Impero Otto-

mano aveva già perso i suoi territori europei nelle guerre balcaniche che si sono svolte tra il 1912 e

il 1913; il conflitto per l’Impero Ottomano si concluse nel 1922, e portò alla dissoluzione di questo

gigante nato nel 1300. (…) I popoli balcanici, a maggioranza cristiana, sono considerati traditori. Nei

loro Paesi ebbe luogo un processo di espulsione dei musulmani violento, che creò flussi di profughi

diretti verso l’Anatolia, una parte dell’attuale Turchia abitata da armeni, una comunità cristiana. Gli

armeni erano visti come nemici interni dall’Impero Ottomano, perché parte degli armeni viveva an-

che nel territorio dell’Impero Russo. Gli ottomani, schierati con Austria e Germania, temevano che

gli armeni supportassero i loro nemici russi. Lo sterminio degli armeni iniziò nell’aprile 1915 e si

calcola che in esso morirono un milione di persone (purtroppo non disponiamo di censimenti armeni

fatti prima della guerra, ma sappiamo che dopo il genocidio gli armeni sono scomparsi totalmente).

Dalle regioni in cui gli armeni vivevano è stata quindi cancellata la presenza cristiana. Nell’Impero

Ottomano infatti era al potere il partito nazionalista dei Giovani Turchi, che voleva una riduzione

drastica della presenza cristiana sul territorio nazionale in quanto considerava i cristiani pericolosi.

I turchi non riconoscono il genocidio degli armeni, in quanto dicono che non c’è stata intenzionalità

e che le morti sono state causate dalle difficili condizioni di vita durante la guerra, per cui i membri

di qualunque religione potevano morire. In realtà il popolo armeno è stato deportato con convogli,

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e poi a piedi attraverso il deserto siriano: gran parte delle vittime è morta a causa di queste marce

della morte, in cui la gente moriva per stanchezza, per stenti e a volte anche per gli assalti di bande

di briganti aizzate dagli ottomani. Alla base del genocidio degli armeni c’è un’organizzazione siste-

matica, che sarà ripetuta in altri stermini del Novecento. Le guerre hanno facilitato gli stermini per

il contesto, come è successo anche nella Seconda Guerra Mondiale. Il Vaticano seguì da vicino que-

sta vicenda: gli armeni infatti sono un’antica chiesa orientale indipendente, ma in età moderna al-

cuni di loro si sono ricongiunti a Roma, andando a creare una Chiesa armeno-cattolica. La coabita-

zione di religioni in quelle terre è cruciale, in quanto gli armeno-cattolici rappresentano una mino-

ranza in una minoranza; Roma per secoli ha aiutato l’Impero Ottomano perché, come anche gli altri

grandi imperi, garantiva il pluralismo. In un’idea nazionale, lo Stato coincide con una nazione o iden-

tità o etnia: nell’Impero Ottomano per crearlo bisognava eliminare le comunità non omogenee, per

cui i Giovani Turchi cercano di eliminare i cristiani per creare uno Stato musulmano (questa crisi

nasce nei Balcani, dove scacciano i musulmani). Il pluralismo però si mantenne, perché nelle pro-

vince arabe tutti parlavano arabo indipendentemente dalla religione; in Turchia però i cristiani par-

lavano un’altra lingua: mentre gli armeni furono eliminati, i greci furono espulsi nel 1923, dopo la

caduta dell’Impero. Roma percepisce che questa crisi di coabitazione avrebbe messo in pericolo i

cristiani, per cui Benedetto XV scrisse al sultano chiedendogli di fermare la deportazione di tutti gli

armeni, non soltanto di quelli cattolici, in quanto c’erano anche armeni ortodossi: questo era anche

un segno di riavvicinamento tra le due Chiese. La Santa Sede agiva per la pace di tutti, e il Papa

ancora una volta si poneva come padre comune. Gli interessi dei cattolici in Oriente erano mediati

dalla Francia, ma gli accordi saltano perché i francesi erano schierati contro gli ottomani nella Prima

Guerra Mondiale. Roma aveva un suo delegato apostolico a Istanbul, ma le comunicazioni erano

comunque difficili. Per capire la grandezza del massacro di cristiani, basta vedere che nel 1914 la

metà degli abitanti di Istanbul era non musulmana. Nel 1917 ci fu una presa di Gerusalemme, da

secoli sotto controllo musulmano, da parte degli inglesi: la cosa fu salutata con grande entusiasmo

da tutti, tranne che dal Vaticano, che vide questo fatto come un problema, perché gli inglesi non

garantivano il pluralismo che invece gli ottomani davano. Il Vaticano per questo si batterà per l’in-

ternazionalizzazione di Gerusalemme. Con la Prima Guerra Mondiale inizia l’esodo dei cristiani dal

Medio Oriente: in quel luogo il fondamentalismo fu facilitato dalla riduzione della componente cri-

stiana. Una delle principali destinazioni dei cristiani fu il Libano, che assume un ruolo cruciale come

rifugio.

La grande attività di Benedetto XV fu importante durante la Prima Guerra Mondiale per rapportarsi

a tutta l’Europa e non solo: gli interventi del Papa non furono decisivi, ma comunque importanti. È

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una novità il fatto che il Pontefice si interessi al mondo extraeuropeo: la guerra si è svolta soprat-

tutto in Europa, ma ha portato anche a un ridimensionamento della centralità del continente euro-

peo; questa guerra fu “suicida” e catastrofica anche per questa ragione. Tra le varie realtà esterne

all’Europa che vengono coinvolte ci sono le varie colonie, ma anche altri nuovi Paesi, come il Libano

e la Siria. La Cina, per esempio, è un ex-impero bimillenario, crollato nel 1911, che stava attraver-

sando una fase epocale della sua storia: dopo la caduta dell’impero nacque la repubblica. In questi

anni iniziarono anche delle lotte intestine che si risolveranno solo con la rivoluzione comunista e

l’emergere del nazionalismo cinese che mirava al respingere il colonialismo: più il governo era de-

bole, più il nazionalismo prendeva forza, tanto che ben presto il partito nazionalistico divenne il

primo nel Paese. La Cina era molto vivace culturalmente, cercava ispirazione nella Rivoluzione

Russa; inoltre combatté contro i giapponesi, ma questa vittoria non le venne riconosciuta dagli eu-

ropei. Negli anni successivi alla guerra Benedetto XV le rivolge particolare attenzione: si instaurò

infatti una collaborazione tra Chiesa e colonialisti, in quanto la prima mandò missionari nelle colo-

nie. I Paesi coloniali volevano solo controllare i colonizzati, mentre la Chiesa voleva convertire i po-

poli autoctoni: questo portò a una divaricazione d’interessi tra le due parti, che, nonostante i diversi

obiettivi e le diverse strategie adoperate, continuarono a collaborare. Nelle colonie fiorirono dun-

que movimenti nazionalistici, grazie ai quali i popoli autoctoni maturavano sentimenti di unità na-

zionale, a imitazione del modello europeo (contagio culturale), in cui la guerra ebbe origine perché

i nazionalismi erano opposti fra loro: questi processi di liberazione esplosero nella Seconda Guerra

Mondiale. Per la Chiesa, i cinesi erano come tutti destinatari del messaggio religioso in quanto figli

di Dio, ma gli Stati li disprezzarono al tavolo dei vincitori della Prima Guerra Mondiale, non venne

riconosciuto loro nulla: questo portò all’esplosione del sentimento nazionale, in quanto la stretta

collaborazione tra colonia e colonizzatori si spezzò definitivamente. Tra il 1840 e il 1856 ci furono le

guerre dell’oppio contro l’Impero cinese, che furono vinte dagli europei, i quali volevano far circo-

lare liberamente l’oppio in Cina, in quanto la cosa sarebbe andata a loro vantaggio: la Chiesa si trovò

coinvolta nelle colpe dei colonizzatori, poiché, a causa della forte compenetrazione storica, l’Europa

è vista come continente della cristianità. Esisteva anche una certa pressione al riguardo nelle con-

gregazioni missionarie: la Chiesa in Cina aveva inizialmente soltanto funzionari europei, poi però i

cinesi subentrarono anche in alte cariche, e quindi la Chiesa si schierò dalla parte dei cinesi, perché

con il tempo aveva familiarizzato con la loro cultura e la loro tradizione. Il colonialismo ecclesiastico

viene rotto da Benedetto XV con la bolla Maximum Illud, che consisteva in una dissociazione cul-

turale della Chiesa dall’egemonia dell’Europa, per cui la Chiesa si metteva dalla parte dei popoli.

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Questa svolta apre un grande dibattito perché c’è resistenza, in quanto Benedetto XV vuole che i

missionari non colonizzino, vuole che stiano da parte e non si impongano sulle popolazioni locali.

4. PIO XI

Il suo pontificato va dal 1922 al 1939, anno d’inizio della Seconda Guerra Mondiale: egli è “il Papa

tra le due Guerre”. Nacque a Desio da una famiglia non nobile, ma era comunque colto, tanto che

lavorò come precettore per le ricche famiglie milanesi; nonostante ciò, fu anche attento ai problemi

dei bambini appartenenti alle fasce più povere della popolazione, come i bambini spazzacamini. La

sua carriera proseguì e divenne professore e direttore della Biblioteca Ambrosiana. Ebbe esperienza

in campo diplomatico perché fu mandato come nunzio a Varsavia; la Polonia era uno Stato nato

dopo la Prima Guerra Mondiale, per cui si trovava in una fase complicata. Nel 1921 fu eletto Arcive-

scovo di Milano e divenne Papa l’anno dopo. Il nome da pontefice che si è scelto evidenzia la sua

propensione all’intransigenza: Pio XI era un Papa autoritario per sua stessa ammissione. Dire che

questo Papa fu intransigente è quindi giusto, ma non esaurisce l’argomento. Come il Presidente

americano Wilson di quegli anni egli cercò la pace, ma i due uomini scelsero strade diverse: il primo

spinse alla realizzazione della Società delle Nazioni, organo nato per favorire la pace dopo tanti anni

di guerra, mentre Pio XI ha la preoccupazione di affermare il ruolo della Chiesa sugli Stati normali,

per cui non vi entra.

Fascismo, nazismo e comunismo furono i tre grandi movimenti politici e ideologici che caratterizza-

rono la prima metà del Novecento in Europa. Tutti e tre erano totalitarismi, cioè forme di politica

totale che entra in tutte le sfere della vita quotidiana. Alla base dei regimi politici autoritari c’è la

società di massa, quella industriale, in cui le masse sono appunto riorganizzate dall’industria. Le vite

degli uomini facenti parte della società di massa erano caratterizzate dall’essere parti di agglomerati

più ampi chiamati per l’appunto masse, che man mano divennero sempre più tenute in conto dalla

politica: i regimi infatti cercavano di influenzare sempre più l’esistenza concepita collettivamente.

La politica delle masse interpella i soggetti collettivi, organizzando per esempio parate con forma

paramilitare, ritrovi negli stadi. L’elemento comune a tutte e tre le dittatura sono dunque le masse,

che sono sia protagoniste, sia oggetti. I leader sono capi assoluti in cui la massa si identifica e a cui

obbedisce. I totalitarismi nascono dalla crisi delle autorità tradizionali, che sono scalzate via dalla

società di massa: il mondo tradizionale era stato sconvolto dall’urbanizzazione, per cui le autorità

perdevano sempre di più il loro potere; i capi sfruttarono il bisogno delle masse di avere un punto

di riferimento. Nell’epoca della società di massa non si cercava una vita individuale e autonoma, ma

ci identificava con la collettività e con il capo che la plasmava. L’individuo non cercava se stesso:

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questo fenomeno è detto fuga dalla libertà; c’era inoltre una fortissima spinta al conformismo e,

secondo Adorno, una personalità autoritaria, nel senso che ogni individuo si identificava nell’auto-

rità massima e la imitava, portando la società ad avere una costruzione gerarchica. Chi deviava mi-

nimamente dalle norme veniva messo da parte e/o ucciso. In quegli anni nacque, tra le tante, anche

un’organizzazione di massa dei cattolici, l’Azione Cattolica. Così facendo, la Chiesa si assunse le re-

gole della società di massa, assimilandosi quindi alla tendenza politica del tempo.

Pio XI aveva un rapporto con il fascismo di concorrenza per la conquista delle masse con le rispettive

ideologie, ma al contempo anche di convergenza, poiché il loro non era un conflitto radicale. Nel

1922 la democrazia in Italia era in un momento difficile della sua storia: c’erano molti partiti, come

il Partito Popolare, quello Socialista, i liberali e altri che erano in lotta tra loro. Fu introdotto il suf-

fragio universale maschile nel 1919: nei partiti di massa si votava la lista e il partito, non la singola

persona. Quelli erano anni di grandi scontri economici e sociali: ci furono momenti come il biennio

rosso e l’occupazione delle fabbriche. Su tutto ciò il partito fascista si impose con violenza per ripor-

tare l’ordine; combattendo contro i socialisti ottenne l’appoggio dei liberali, che volevano mante-

nere i loro privilegi. Il 28 ottobre 1922 ci fu la marcia su Roma: Mussolini voleva così dimostrare la

sua forza e prendere con la violenza il potere. Nel 1924 ci furono delle elezioni con brogli e intimi-

dazioni; nel 1925 molti leader di partiti oppositori furono ammazzati e iniziò ufficialmente la ditta-

tura. La Chiesa si trovava divisa, perché era legata al Partito Popolare e alla democrazia tra partiti,

ma parte del mondo cattolico non voleva la democrazia. Inoltre la Chiesa non aveva ancora ottenuto

il riconoscimento che desiderava dallo Stato Italiano: le questioni risorgimentali erano ancora

aperte. Pio XI abbandonò Sturzo nel 1923, dicendogli che non poteva essere al contempo sacerdote

e segretario di partito: Sturzo sarà poi costretto a lasciare l’Italia. La Chiesa antepose la possibilità

di un rapporto con il fascismo alla difesa della democrazia. Nel 1929 furono stipulati dei patti tra il

Papa, il quale aveva un interesse religioso, e Mussolini, il cui obiettivo era l’appoggio dei cattolici.

Questa conciliazione serviva a sanare la frattura tra Stato e Chiesa; a trattare furono il segretario di

Stato del Papa, il Cardinale Gasparri, e Mussolini stesso. I patti sono detti anche Patti Lateranensi,

perché furono firmati nel Palazzo del Laterano. Essi si componevano di tre parti:

1) una convenzione finanziaria, che consisteva in un risarcimento dato dallo Stato alla Chiesa;

2) un trattato, un accordo abbastanza generale secondo il quale l’Italia riconosceva il Vaticano

come uno Stato indipendente: il Papa quindi diventava capo e non doveva sottostare ad alcuna

autorità italiana;

3) un concordato, le cui questioni centrali erano le regole per la Chiesa in Italia e il riconoscimento

del fascismo come autorità politica del momento; questo portava a una grossa limitazione della

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libertà della Chiesa, poiché tutte le associazioni, tranne l’Azione Cattolica, furono abolite. Ci

furono però anche dei vantaggi per la Chiesa, come il riconoscimento civile del matrimonio re-

ligioso e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

Questi Patti furono pesantemente criticati dagli antifascisti, che ritenevano che la Chiesa si fosse

inserita in un contesto totalitario, in Italia più facilmente che altrove.

Per quanto riguarda il rapporto tra Chiesa e comunismo, i bolscevichi erano ostili nei confronti della

religione in generale: da questo punto di vista Mussolini fu più abile. La Chiesa in Russia era una

minoranza; Pio XI ha cercato di mantenere dei buoni rapporti con i comunisti per i primi dieci anni

per mezzo di trattative diplomatiche, ma poi le ostilità si sono accentuate, soprattutto con Stalin, il

quale perseguitava i seguaci della Chiesa ortodossa, la quale era una parte rilevante in Russia. Cen-

tinaia di migliaia di cristiani furono perseguitati e ammazzati, per cui il comunismo divenne un

grande nemico della Chiesa: in molti casi i regimi di destra sono stati meno oppositori nei confronti

della Chiesa di quelli di sinistra.

Il nazismo nacque dopo la fine della Repubblica di Weimar, la quale entrò in una crisi profonda nei

primi anni Trenta; Hitler fu eletto capo di Stato e trasformò la democrazia tedesca in un regime

totalitarista. Per quanto riguarda il rapporto tra Chiesa e nazismo, esso fu molto complicato e

oscuro: a Roma avevano compreso che Hitler era molto peggio di Mussolini, soprattutto perché non

si capiva dove voleva arrivare. Nel 1933 Chiesa e Germania strinsero un patto basato sulla logica del

male minore; all’epoca c’era una grande fiducia nel patto scritto, regola che però non valeva più.

Hitler firmò il concordato, ma fece comunque processare i vescovi con false accuse di traffico di

valuta, immoralità o delitti sessuali. La questione di fondo per la Chiesa era se dire o no una parola

forte nei confronti della Chiesa, perché il nazismo e i suoi principi non piacevano alle autorità catto-

liche. Anche i cattolici, come i nazisti, erano antigiudaisti: essi nutrivano disprezzo nei confronti degli

ebrei perché li consideravano assassini di Gesù. Gli ebrei sono stati molto spesso perseguitati, anche

prima dei totalitarismi del XX secolo. L’antigiudaismo cattolico era comunque molto meno radicale

dell’antisemitismo nazista, per cui i cattolici si resero conto che bisognava chiarire una posizione

della Chiesa che era favorevole agli ebrei.

Nel 1937 Pio XI scrisse tre encicliche: una contro il comunismo, una contro il nazismo e una contro

le persecuzioni religiose. La Chiesa condannò i totalitarismi in modo abbastanza forte, e la cosa colse

i nazisti impreparati. Il Papa morì quando aveva già iniziato a scrivere un’altra enciclica riguardante

l’unità del genere umano, quindi contro il nazismo tedesco.

5. PIO XII

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Il vero nome di questo pontefice è Eugenio Pacelli, nato a Roma. Iniziò a lavorare in Vaticano, e

nonostante avesse comunque fatto esperienze nel mondo era naturalmente omogeneo nell’am-

biente vaticano. Egli percorse tutti i gradini della carriera ecclesiastica e svolse anche attività diplo-

matica in Germania, un Paese che per lui sarà decisivo sia prima sia durante il pontificato, come

nunzio in Baviera. Come Papa verrà infatti giudicato in base al proprio rapporto con il mondo tede-

sco, data la presenza della dittatura nazista. La Baviera era ed è tuttora uno dei lander tedeschi più

cattolici; successivamente Pacelli si spostò a Berlino, quando ancora c’era la Repubblica di Weimer,

un’esperienza democratica molto partecipata, che garantiva una maggiore giustizia sociale. Nello

stesso periodo, però, si stava formando il partito nazista, che poi approfittò della crisi della demo-

crazia per prendere sempre più potere, causando un grande dibattito politico. Pacelli nel 1930 fu

richiamato a Roma e fu eletto segretario di Stato di Pio XI, un Papa che considerava i suoi collabo-

ratori come esecutori: in queste vesti assistette al passaggio dalla democrazia alla dittatura in Ger-

mania, ma non solo; gestì infatti i problemi della Chiesa nel mondo, fece un viaggio negli USA (cosa

piuttosto rara al tempo), dove ebbe contatti con il presidente Roosevelt e il cardinale Speltman. Nel

1933 Hitler prese definitivamente il potere in Germania: Pacelli aveva competenze e conoscenze nel

Paese, per cui divenne un personaggio-chiave su questa questione. I vertici ecclesiastici si rendevano

conto che Hitler era una persona pericolosa, con cui bisognava essere prudenti: per questa ragione

la Chiesa cattolica fece un concordato, ma esso non ebbe mai molto valore perché Hitler non man-

tenne i patti, anzi iniziò a ricattare la Chiesa e a limitarne la libertà, perché il mondo cattolico gli

resisteva. Nel 1934 Hitler iniziò ad attuare il suo progetto di riforma della razza tedesca, che, se-

condo l’ideologia nazista, doveva essere “risanata”: furono create istituzioni ad hoc affinché fosse

compiuta una separazione tra tedeschi “puri” e “impuri”. La razza da salvare era quella ariana, un

ceppo etnico originario dell’India che, secondo Hitler, doveva conquistare il mondo. La popolazione

europea infatti deriva dallo spostamento di popolazioni dall’Asia centrale all’Occidente, compiuto

attraversando gli Urali, il Caucaso e l’Africa del Nord. Tutte le lingue in Europa sono indoeuropee,

perciò derivano dal sanscrito, una lingua indiana. La svastica, detta anche croce uncinata, era in

origine un simbolo sanscrito. Il razzismo dei nazisti era ideologico, non accurato dal punto di vista

scientifico. Anche i disabili e i portatori di handicap andavano ammazzati, in quanto con la loro esi-

stenza sporcavano la razza: fu avviato un progetto di eutanasia collettiva, in cui i malati venivano

portati via dalle famiglie con il pretesto di curarli, poi qualche mese dopo veniva detto ai parenti che

erano morti per cause naturali. Scattò un allarme al riguardo, che fu accolto dalla Chiesa cattolica

tedesca: vescovi come Van Galen denunciarono apertamente i fatti, per cui Hitler fu costretto a

interrompere il suo progetto di eutanasia, facendo in modo che se ne sapesse il meno possibile; la

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Chiesa rappresentava un grosso ostacolo. Pacelli intervenne in prima persona come segretario di

Stato, assumendo una posizione ferma di condanna nei confronti dei principi nazisti, dell’uccisione

dei disabili e del progetto di epurazione dalle razze non ariane. L’antigiudaismo cattolico era infatti

diverso dall’antisemitismo nazista: il primo caso consiste in un’ostilità che non arriva mai a essere

estrema; inoltre era stata recentemente iniziata una riflessione autocritica di perdono cattolico an-

che dei peggiori nemici, che portò a un rinnovamento dei rapporti tra ebrei e cristiani. La collabora-

zione tra Pio XI e Pacelli continuò finché il Papa non morì nel 1939 per malattia.

I cardinali erano consapevoli dell’aggressività di Hitler, per cui, ragionando in base agli equilibri po-

litici, non scelsero un Papa filo-tedesco, eleggendo Pacelli come Pontefice con il nome di Pio XII. Sin

dall’inizio questo Papa occupò una posizione di grande prudenza: il mondo precipitava verso la

guerra, e Pio XII voleva evitare che la Chiesa ne fosse travolta. Più la Chiesa sarebbe rimasta impar-

ziale, più avrebbe potuto lottare a favore della pace, come già fece Benedetto XV in occasione della

Prima Guerra Mondiale. La linea neutrale era tuttavia piuttosto impopolare, il Papa riceveva pres-

sione da parte di molti capi di Stato. Da una parte c’era inoltre un dibattito negli Stati Uniti tra

isolazionisti e interventisti: Hitler era però un pericolo troppo grande, per cui l’idea di entrare in

guerra matura fino al 1941, lo stesso anno in cui l’URSS, con la quale Hitler aveva fatto un doppio

gioco, entrò nel conflitto. Per la Chiesa era un problema sostenere gli Alleati, perché l’Unione Sovie-

tica era uno Stato ateo, che anzi perseguitava i cristiani. La Chiesa si deve dunque chiedere qual è il

male minore, e mentre per molti quest’ultimo era rappresentato da Hitler, il Papa non era di questo

parere. Inoltre, i cattolici statunitensi appoggiarono la scelta del governo di entrare in guerra: Pio

XII non fece nulla per impedire l’alleanza con l’URSS. Dall’altra parte, ci fu nel 1940 in Germania un

tentativo di colpo di stato fallito da parte di un gruppo di generali tedeschi, i quali avevano inten-

zione di fermare la guerra. Il Papa non ebbe un ruolo attivo in questa circostanza, ma di intelligence:

passò infatti ai britannici delle informazioni che potevano dare una mano ai generali ribelli, ma essi

non presero sul serio queste notizie, lasciando cadere la possibilità di fermare Hitler prima. Il Papa

agiva quindi su più fronti. I tedeschi assediarono Stalingrado per mesi, nonostante il Patto d’acciaio

affermasse il contrario, per poi battere in ritirata: quella fu la prima sconfitta importante per le forze

dell’Asse, avvenuta nel dicembre 1942. Fu un fatto che incoraggiò gli avversari, anche se la guerra

era ben lontana dall’essere risolta, dato che i tedeschi possedevano ancora una forza impressio-

nante in molte parti d’Europa e non solo. In un incontro tenutosi a Casablanca, gli alleati decisero di

andare avanti sino alla vittoria finale; in quella circostanza iniziò la preparazione del D-Day per la

riconquista della Francia e di due campagne secondarie d’invasione dell’Italia e della Iugoslavia,

quest’ultima combattuta soprattutto dagli inglesi. La posizione del Papa, con il ribaltamento delle

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sorti, diventa strana: il suo appello per la pace, che prima risultava come una condanna a Hitler dato

che erano le forze dell’Asse a prevalere, ora sembra uno stop alle forze alleate. Dopo il Gran Consi-

glio del Fascismo del 25 luglio 1943 si formò un altro governo comandato da Badoglio, con la depo-

sizione di Mussolini; l’8 settembre 1943 ci fu un armistizio e l’Italia compì un passaggio di alleanze,

entrando a far parte dei Paesi alleati. I tedeschi non accettarono questo e presero il potere nel cen-

tro e nel Nord Italia, dove Mussolini fondò la Repubblica Sociale Italiana, un governo-fantoccio dei

tedeschi. Il governo italiano c’era, ma non contava nulla; il Papa fu l’unica autorità a rimanere a

Roma mentre la città veniva occupata: i soldati e i civili erano abbandonati a loro stessi, perciò i

tedeschi ne ammazzarono o imprigionarono molti. Grazie alla presenza del Papa, Roma non venne

mai bombardata: gli unici bombardamenti furono alla periferia della città a luglio e agosto del 1943,

nei pressi di una stazione ferroviaria, e il Papa si recò immediatamente sul luogo dell’accaduto; per

questo motivo, il pontefice era molto popolare. I tedeschi, quando occuparono Roma, non la di-

strussero per rispetto nei confronti del Papa. Il ruolo della Chiesa fu importante nell’Italia lacerata

tra fascisti e oppositori. Tutta la Chiesa cattolica fu mobilitata: per esempio, per i soldati in guerra

nacque una rete di comunicazione che permetteva di far avere loro notizie alle famiglie, e molti

sfollati a causa dei bombardamenti furono ospitati nelle parrocchie. In Italia la Chiesa divenne dun-

que un tramite, una struttura di assistenza, predicatrice di pace. Il suo intervento fu molto gradito,

in particolar modo dopo l’8 settembre, quando si capì che non era possibile vincere, per cui gli ita-

liani chiedevano la pace. La guerra durò però ancora quasi due anni: in quel tempo la Chiesa fu la

colonna vertebrale e morale in cui la società italiana si riconosceva. La Chiesa fece la sua parte anche

nella lotta con la Repubblica Sociale Italiana. I nemici del fascismo, come gli ebrei e gli oppositori

politici, vennero ospitati nelle parrocchie, poiché erano luoghi in cui i tedeschi non ritenevano con-

veniente entrare; la deportazione si fece massiccia dopo l’occupazione tedesca del 1943. Anche

molti civili fecero la loro parte per nascondere coloro che erano in pericolo di deportazione. Con la

sconfitta del 1945, i ruoli si invertirono, e fascisti e nazisti furono protetti anche dalla Chiesa, la quale

si mantenne imparziale, ma non indifferente, continuando a non assumere posizioni politiche e

ideologiche, semplicemente schierandosi dalla parte della vittima: per questo motivo, fu ritenuta

un’istituzione troppo irenica. Le religioni sono state uno spazio di libertà quando quest’ultima è ve-

nuta a mancare, poiché quando la politica diventa fede, le religioni rappresentano la libertà: nella

Germania nazista la Chiesa costituiva un’alternativa, nell’Unione Sovietica le religioni sono soprav-

vissute in modo nascosto.

In Italia la Chiesa era fortemente compenetrata con il popolo: Pio XII era molto popolare presso gli

italiani, molto meno con gli stranieri. Una delle accuse principali fatte a questo Papa fu quella di non

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aver fatto abbastanza per gli ebrei pur avendo assistito da vicino al fenomeno del nazismo, di non

aver assunto una posizione esplicita di condanna (accusa del silenzio). Questa posizione emerse a

partire dal 1963, quando un drammaturgo tedesco scrisse un’opera teatrale, intitolata Il vicario, sul

Papa e sul suo silenzio; Pio XII, che prima godeva di una buona immagine e che fu scelto dai cardinali

come pontefice proprio perché non era filo-tedesco, fu molto criticato e fu visto come una figura

controversa. Nel dopoguerra Pio XII era visto come “il Papa della pace”, e questo merito gli era

riconosciuto a livello popolare. Il processo di beatificazione e canonizzazione di Pio XII è fermo da

molti anni a causa della sua difficile posizione.

Nell’immediato dopoguerra fu creato ad hoc sul suolo palestinese lo Stato d’Israele per ospitare gli

ebrei, che vi si trasferirono in grande quantità; Golda Meir fu la prima Primo Ministro, e aveva un

atteggiamento positivo nei confronti della Chiesa cattolica.

La televisione fu introdotta in Italia nel 1954, e nello stesso anno iniziarono i programmi nazionali

generalisti; a fine anni Sessanta era già un oggetto domestico, che causò una rivoluzione culturale e

delle comunicazioni. La televisione comporta una percezione che le notizie importanti arrivano a

tutti: nel 1963 perciò ci si chiedeva la ragione per cui Pio XII non avesse fatto alcuna intervista per

difendere le vittime del nazismo. Una risposta può essere il fatto che la tv non era ancora stata

introdotta, dato che negli anni Quaranta la comunicazione viaggiava su altri canali: una diffusione

forte del messaggio non era dunque possibile. La questione in sé delle deportazioni era poco cono-

sciuta dalla popolazioni. Il silenzio di Pio XII si colloca in un contesto comunicativo molto diverso dal

nostro: avrebbe certo potuto fare delle note diplomatiche ad altri capi di Stato, ma erano uno stru-

mento con un effetto limitato, non sulla popolazione. Pio XII si interrogò anche sull’effetto che la

protesta diplomatica avrebbe potuto avere: i tedeschi, che già si sentivano osteggiati dal Papa, ave-

vano occupato Roma, per cui il lavoro dei cattolici per ospitare i perseguitati sarebbe saltato e la

vendetta di Hitler si sarebbe scatenata nei confronti di tutti i cattolici dei Paesi europei; per esempio,

in Danimarca alcuni vescovi erano stati uccisi per aver difeso apertamente le vittime del nazismo.

Pio XII valutò quindi i pro e i contro e quest’ultima parte prevalse. La radio non aveva la stessa ca-

pacità di diffusione della televisione, inoltre era interrotta dai governi di molti Paesi.

Nonostante il pontificato di Pio XII sia legato a doppio filo con le vicende del nazismo, esso durò fino

al 1958: questo Papa visse in un mondo in rapido cambiamento. Nel secondo dopoguerra presto il

mondo si ridivise in due blocchi: quello occidentale, capitanato dagli USA, e il blocco orientale, in

cui il Paese principale era l’URSS. Questi due schieramenti erano separati dalla cortina di ferro, una

serie di confini immaginari invalicabili. Questa guerra è detta “fredda” perché non si è mai scesi in

campo in un vero e proprio conflitto armato. Il 6 e il 9 agosto 1945 gli Stati Uniti, per mettere fine al

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fronte giapponese, sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki: ci furono conseguenze

per molti anni a venire. Nel 1949 l’URSS, sentendosi minacciata, completò la costruzione del suo

primo ordigno atomico: a questo punto gli USA potrebbero usare le proprie bombe, ma sanno che

verrebbero ripagati con la stessa moneta. Si venne dunque a creare un equilibrio nucleare, detto

anche equilibrio del terrore: i due blocchi avevano le stesse possibilità per quanto riguarda gli ar-

mamenti. Questo non era uno stato di pace, ma di paura delle eventuali ripercussioni: tutti erano

consapevoli che una guerra vera e propria avrebbe comportato una distruzione immensa. La guerra

fredda si concluse con la caduta dell’URSS: ci furono accordi anche per la programmazione della

distruzione degli ordigni atomici, tenendo come obiettivo l’azzeramento delle bombe. Oggi sono in

molti a possedere ordigni atomici, per esempio sono stati recentemente stipulati degli accordi con

l’Iran per fermare la costruzioni di armi nucleari. Durante il periodo della guerra fredda la Chiesa era

schiacciata nello schieramento occidentale, poiché l’URSS osteggiava il cattolicesimo e la religione

in generale, riducendo la Chiesa al silenzio. I comunisti furono tutti scomunicati nel 1949. Due obie-

zioni che sono fatte a Pio XII:

 non fu netto nei confronti del nazismo, ma lo fu con il comunismo. Da Giovanni XXIII in poi si

cercherà un dialogo anche con i comunisti.

 la Chiesa si schiera politicamente con l’Occidente quando dovrebbe rimanere imparziale. La voce

della Chiesa rimase comunque di pace.

Pio XII è vissuto anche in un mondo in cui l’unico totalitarismo rimasto era l’URSS e diventò il Papa

della democrazia, conquistando sempre più spazio. Dopo la guerra la Chiesa tornò a essere indiffe-

rente nei confronti della politica, ma il totalitarismo sovietico comportò una reazione. A differenza

di Pio XII, Leone XIII non era interessato né alla democrazia né a qualunque altro regime, ma aveva

il problema della classe operaia, perciò parlò di democrazia in senso sociale nell’Actio benifica in

popolu. Pio XII si rende conto che non si poteva restare indifferenti e, in un pronunciamento ufficiale

del 1944, dice che la democrazia è meglio di altri regimi politici, dato che si cura del bene dell’uma-

nità. La Seconda Guerra Mondiale era stata scatenata dai totalitarismi: a loro differenza, la demo-

crazia non è una forma di governo intrinsecamente aggressiva, i partiti in collaborazione o in con-

trasto fra loro erano garanzia di libertà. In questo modo il Papa fa dunque il bene dei cattolici: questo

aspetto rende la Chiesa un punto di riferimento importante per la politica europea. In Italia la Chiesa

aveva grande consenso popolare, rappresentava un punto sicuro. Dopo la guerra essa fu sollecitata

dalla politica ad assumere un ruolo: i partiti antifascisti erano ancora fragili e avevano difficoltà nel

ricostruire la democrazia e gli italiani erano confusi. Anche USA e Gran Bretagna chiesero al Papa di

prendere le parti della politica, ma Pio XII rifiutò dicendo che non era compito della Chiesa, la quale

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deve rimanere un’istituzione universale. Tra i collaboratori di Pio XII c’era anche il cardinale Martini,

futuro Papa, che invita il pontefice ad aiutare l’Italia: una posizione che alla fine viene superata. La

Chiesa finì per appoggiare il neonato partito della Democrazia Cristiana, cosa che dà a questo par-

tito molto potere. In Germania i partiti più importanti erano il partito socialdemocratico (SDU) e

quello cattolico, con un grande appoggio nella zona bavarese, detto CSU. Il partito che in Francia

aveva più successo era il movimento repubblicano popolare.

Gli oggetti che oggi vediamo come quotidiani, quelli più banali, sono quelli che permisero la moder-

nizzazione, un processo in cui la religione perse importanza. Non ci fu un declino della pratica reli-

giosa, che rimase comunque elevata, ma uno scollamento interiore, dato che altre cose attiravano

l’interesse delle persone. In quel periodo l’Italia stava cercando di dimenticare la guerra, per cui

ognuno stava cercando di ricostruirsi la propria vita. Milano era la città più all’avanguardia, abitata

da una borghesia molto attiva, ricca di industrie, con una forte tradizione cattolica (rito ambrosiano),

ma i parrocchiani non erano più interessati. In quegli anni era Montini l’arcivescovo della città; egli

si rese conto di questo problema profondo e capì che era legato al cambiamento. Martini, a diffe-

renza del Papa, si poneva i problemi, capendo la loro carica di novità.

Anche a Parigi c’era una situazione piuttosto particolare nelle periferie abitate dagli operai: in questi

luoghi la fede e la presenza della Chiesa erano piuttosto limitate, i preti tradizionali non erano molto

ben visti. Essi furono sostituiti dai preti-operai, dei sacerdoti che lavoravano nelle fabbriche accanto

ai loro parrocchiani e vivevano nelle loro medesime condizioni, appoggiando anche le lotte sociali

dei sindacati. Questa esperienza d’avanguardia non venne però compresa dalle massime cariche

della Chiesa: il Papa la interruppe nel 1954, giudicandola troppo innovativa e audace. Questo espe-

rimento fu portato avanti anche a Lione, non solo a Parigi.

Il Novecento fu segnato da un crescente squilibrio tra il numero di cattolici fuori dall’Europa e dentro

all’Europa; questo avvenne a causa della decolonizzazione, un processo che coinvolse soprattutto

Gran Bretagna, Olanda e Francia e che fu difficile per gli europei, costretti a rendersi conto che il

tempo della centralità del vecchio continente era finito. I processi di decolonizzazione furono più o

meno rapidi e coinvolsero Paesi come l’India, l’Indonesia e il Vietnam; la piena indipendenza in

Africa fu raggiunta nel 1975. Gli europei combatterono per restare, per esempio durante la guerra

di Algeria. Anche la Chiesa comprese che la spinta all’indipendenza era inarrestabile, ritenendo il

colonialismo anacronistico e sbagliato; essere antieuropeo e cattolico non era giudicato come qual-

cosa di sbagliato, poiché il cristianesimo non era più visto come legato esclusivamente alla cultura

europea. Nonostante questo, parte dei missionari erano contrari all’indipendenza, come il vescovo

Lefebvre in Senegal. 18

6. GIOVANNI XXIII

Il suo pontificato fu relativamente breve, il secondo più corto del XX secolo, ma fu molto intenso e

decisivo: questo è il Papa che ha convocato il Concilio Vaticano II nel 1962. Il nome non papale era

Angelo Giuseppe Roncalli; egli era originario di Sotto il monte, un paesino in provincia di Bergamo,

e la sua famiglia era quella tipica contadina e povera. Aveva molti fratelli, per cui, come si era soliti

fare un tempo, fu mandato in seminario: frequentò prima gli studi a Bergamo e poi a Roma. Egli era

diverso dagli altri preti di provincia. Gli anni in cui Roncalli studiò a Roma erano di fermento moder-

nista, d’innovazione e di ricerca, che però il Papa di quel tempo, Pio X, cercava di reprimere; il gio-

vane seminarista Roncalli frequentò gli ambienti più all’avanguardia e sviluppò un grande interesse

per la storia, che lo portò a scrivere libri. A conclusione degli studi, tornò a Bergamo e divenne se-

gretario del vescovo della città, Giacomo Radini-Tedeschi, un ecclesiastico sensibile alla questione

sociale della classe operaia. Dopo la morte del vescovo, Roncalli visse la Prima Guerra Mondiale

come cappellano al fronte. Dopo questo compito, egli fu chiamato a Roma per svolgere incarichi

missionari, dovere che gli fu affidato anche per la sua personalità adatta: in quegli anni era Papa

Benedetto XV, per cui era un periodo di apertura. Nel 1925 fu mandato in Bulgaria a rappresentare

in qualità di diplomatico il Papa Pio XI, con il quale aveva un buon rapporto. La Bulgaria era un Paese

poco cattolico, dove c’era dell’esperienza ecumenica, ma il rapporto con gli ortodossi rimaneva co-

munque molto difficile. Queste esperienze alla periferia del cattolicesimo furono molto importanti

per Roncalli. Nel 1935 egli fu promosso e mandato a Istanbul, una città a prevalenza musulmana, in

cui vivevano persone di varie religioni: il suo lavoro era piuttosto limitato, per cui aveva tempo di

coltivare amicizie con persone di diverse confessioni. Durante la persecuzione nazista Istanbul di-

venne un rifugio: Roncalli, in qualità di delegato apostolico, si diede molto da fare, per esempio

trattando con i diplomatici tedeschi. Anche da Papa fu in grado di dimostrare sensibilità religiosa nei

confronti degli altri. Dopo la Seconda Guerra Mondiale venne trasferito a Parigi come schiaffo alla

Francia. Il generale Charles de Gaulle era negativo nei confronti dei vescovi cattolici, in quanto rite-

neva che nel periodo d’occupazione nazista (Repubblica di Vichy) avessero dato aiuto ai nazisti. De

Gaulle voleva allontanare i collaborazionisti, per cui il Vaticano manda un diplomatico che viene

dalla periferia: Roncalli non era infatti molto ben visto a Roma. Il suo periodo di permanenza a Parigi

durò sette anni: visitò tutta la Francia e l’Algeria, facendosi notare per il suo spessore umano e la

sua semplicità. Dal 1952 al 1958 (aveva 77 anni) fu mandato a fare il Patriarca a Venezia. Quello in

cui Roncalli divenne Papa fu un Conclave molto scarso, poiché Pio XII aveva creato pochi cardinali,

e c’era ancora la tradizione di eleggere un Pontefice italiano. Roncalli, data anche la tarda età, era

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considerato un Papa di transizione, una figura di secondo piano che non si era mai distinta, un uomo

amichevole e intelligente. Queste sue caratteristiche erano quelle che facevano la differenza: con la

sua capacità di comunicare e alla sua umanità rappresentava una boccata d’aria fresca rispetto a

Pio XII, che invece era un pontefice lontano dalla sensibilità comune e poco accessibile. Giovanni

XXIII fece delle cose straordinarie per l’epoca: per esempio, era solito uscire dal Vaticano, andare

all’Ospedale dei bambini e nelle carceri, il tutto comunicando e stabilendo un rapporto. Egli, con il

suo rigore di vita umile, rappresentava una novità umana. Lo stile di Roncalli non era da Papa, ma

da prete-operaio: egli poneva davanti l’umanità con gesti che abbattevano ogni muro di incomuni-

cabilità. Egli non si dimenticò mai dei contatti stabiliti con le autorità della Chiesa ortodossa, i cosid-

detti “fratelli separati”, in quanto gli ortodossi erano stati scomunicati dalla Chiesa cattolica. Gio-

vanni XXIII ruppe anche il tradizionale antisemitismo, cosa che portò a una svolta nei rapporti tra le

due religioni: la sua rivoluzione passò per il linguaggio e la mentalità, dato che cambiò la liturgia, la

quale prevedeva la recitazione di una preghiera in latino in cui gli ebrei erano definiti “perfidi”. Du-

rate gli anni della guerra fredda, Roncalli scomunicò i comunisti: così facendo, dichiarava implicita-

mente che i cattolici erano schierati dalla parte dell’Ovest. Nonostante questo, in un’enciclica il Papa

dichiarò che “bisogna sempre avere comprensione dell’errante”: questo portò a una lieve disten-

sione del clima di disgelo tra Est e Ovest. La Chiesa non era dunque più dalla parte dell’Occidente, il

Papa smise di fare politica: la sua distinzione fra errore ed essere umano fu molto apprezzata dai

comunisti. Esisteva infatti un dialogo tra Giovanni XXIII e il presidente sovietico Kruscev; i due ave-

vano una convergenza sul tema della pace, dato che entrambi volevano evitare la guerra. Essi sen-

tivano l’importanza di mantenere una situazione pacifica a causa della presenza delle bombe ato-

miche; il Papa scrisse anche un documento ufficiale al riguardo. La Chiesa si fece carico del bene

dell’umanità, del valore dell’essere umano in quanto tale. Il momento più difficile della guerra

fredda fu certamente quello della crisi missilistica di Cuba nell’ottobre 1962: a Cuba, isola comunista

molto vicina agli Stati Uniti, i sovietici volevano piazzare delle testate nucleari; gli USA, estrema-

mente preoccupati da questa situazione, formarono un blocco navale in modo che i missili non ar-

rivassero all’isola. La tensione tra le due superpotenze crebbe e si arrivò molto vicini a un incidente,

ma poi USA e URSS giunsero a patteggiare. Giovanni XXIII fu invitato a passare messaggi di pace tra

Kennedy e Kruscev.

Il Papa era abituato a vivere in un clima di ostilità, dato che la società era diventata molto refrattaria

agli aspetti religiosi. Giovanni XXIII era l’espressione di una Chiesa proiettata fuori dall’Europa, che

costituiva una minoranza. Il Papa capì che c’erano problemi che però non venivano avvertiti e che

quindi era necessario che la Chiesa si confrontasse con il mondo, vasto e in trasformazione. Egli

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sese07

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Corso di laurea: Corso di laurea in linguaggi dei media (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Sociologia) (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sese07 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e comunicazione del tempo presente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Giovagnoli Agostino.

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