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Storia e comunicazione del tempo presente

Storia e globalizzazione

La storia è una forma di conoscenza, non legata limitatamente al passato, ma che anzi valorizza la dimensione nel tempo stabilendo un rapporto tra presente e passato e ci aiuta a comprendere e a immaginare il futuro. Il presente è composto da fenomeni e trasformazioni cominciate nel passato e che continuano anche oggi: una tra queste è la globalizzazione. Il presente costituisce dunque un anello nella catena della storia, ed è il risultato di una stratificazione. La storia è la scoperta delle materie di cui è fatto il nostro presente; il futuro è un altro anello della storia, in cui ci saranno altri elementi rispetto al presente, e quindi non è una proiezione piatta di quest’ultimo: il futuro è dunque composto da dinamiche potenzialmente dipendenti dall’umanità.

La globalizzazione è un processo presente in molti campi: economia, cultura, politica, terrorismo, maggiore mobilità, rapporti interpersonali, tutto quanto tende ad assumere una dimensione globale. Questo processo, che si riflette su miliardi di persone, è qualcosa di radicale, di cui ci si è lentamente resi conto. Esso cambia la vita quotidiana, in particolare nel campo dei rapporti sociali con gli stranieri, e porta alla costruzione di tante reti che si intersecano tra loro sempre più fittamente. Un processo in generale consiste in catene di eventi connessi fra loro; per questa ragione, la globalizzazione del futuro sarà diversa e figlia di quella di oggi. La globalizzazione non è un ideale, bensì una realtà. Essa può anche creare delle reti di odio e di risentimento in una dimensione globale, favorendo il terrorismo e provocando insicurezza, perché gli uomini sono più esposti di prima, come nel caso del 9/11, che ha provocato una catena di eventi conseguenti: le guerre in Afghanistan e Iraq, che hanno portato alle guerre in Siria.

La globalizzazione è difficile da definire, in quanto può essere:

  • Politica, che ha portato alla nascita di forti poteri anonimi;
  • Economica, che ha portato a fenomeni finanziari, import-export e borse internazionali, organi che causano movimento nel mondo dei capitali finanziari, come il crollo del 30% della borsa di Shangai nell’estate del 2015 che ha avuto effetti immediati su USA ed Europa;
  • Culturale, che ha reso per esempio la musica un fenomeno transnazionale.

Possiamo perciò dire che la globalizzazione è un processo che modifica molti processi.

La globalizzazione è provocata da:

  • Non uniformizzazione, data la presenza di tante reti interconnesse; per esempio, McDonald, che è una grande catena diffusa a livello globale, non ha una collocazione in una specifica nazione e i prodotti generalmente sono i medesimi ovunque, ma comunque i clienti si diversificano per la diversa lingua o per altri cibi.
  • Parziale unificazione, poiché le connessioni rendono tutto più semplice (per esempio i trasporti), ma le città non sono unite, bensì soltanto collegate: la dimensione globale entra in quella locale;
  • Parziale separazione, in quanto c’è una produzione di nuove differenze.

La storia ci fa comprendere che non è possibile creare delle regole generali, perché essa studia la persona e le sue particolarità.

Un altro esempio di globalizzazione è il Giappone, un paese modernissimo, caratterizzato dalla presenza di grandi megalopoli architettonicamente diverse, data la cultura molto autoreferenziale: in esse troviamo sia edifici tipicamente asiatici, sia ripresa degli stili occidentali. La globalizzazione produce una frammentazione, delle differenze; esiste anche una globalizzazione generazionale, data dall’incapacità di controllo sui gusti personali, generata dalla differenziazione e dall’aumento dell’offerta di prodotti e di stili di vita. La globalizzazione non porta alla libertà, ma alla moltiplicazione di possibilità che vengono precedentemente selezionate; essa ha dunque una funzione solo se si è in grado di comprare. Avere molte possibilità costituisce in un certo senso la libertà, ma anche un peso, in quanto la scelta non è più facile ma richiede responsabilità.

La globalizzazione è anche caratterizzata dall'interdipendenza tra diversi mondi: gli altri entrano nel nostro mondo e viceversa, per cui esso diventa più stretto. Per esempio, oggi troviamo nella nostra società elementi che fino a poco tempo non ne facevano parte, come immigrati, profughi, nuove lingue, un flusso costante di notizie. In compenso, lo spazio che perdiamo nel nostro mondo lo guadagniamo in quello degli altri: la storia diventa universale.

Prospettive storiche diverse

La storia può essere analizzata da diversi punti di vista: in Europa la storia viene studiata da un punto di vista eurocentrico, ma esiste anche la prospettiva sinocentrica, che pone in mezzo la Cina, in cui alcuni secoli prima di Cristo è iniziato l’Impero; un’altra visione storica non eurocentrica è quella degli Stati Islamici, in cui la storia inizia nel 623 d.C. con il viaggio del profeta Maometto a Medina, quindi una prospettiva storica teleologica. Ognuno perciò tende a fare storia a modo suo, pensando a se stesso come al centro del mondo. La storia europea è stata “inventata” dagli storiografi greci e modellata dai cristiani; il nostro calendario è infatti basato sulla nascita di Cristo, un fatto storico che divide il tempo in una fase “avanti Cristo” e “dopo Cristo”. Nella visione cristiana, il mondo è destinato a finire con la seconda venuta di Cristo. In base a questa concezione temporale vengono raccontate la storia sacra, quella universale, cioè che tratta di eventi importanti per tutta l’umanità, e quella della Salvezza, che porta alla redenzione dell’umanità, positiva, descritta dal Vangelo, che dal greco antico significa proprio “buon annuncio”. Questa storia potenzialmente riguarda tutto il genere umano, a differenza di quella cinese o di quella islamica, poiché in quella cristiana c’è spazio anche per i non cristiani. Per secoli gli europei sono rimasti in Europa, per questo la storia è rimasta ai cristiani, ma questo fatto cambia con:

  • Scoperta dell’America, che porta ad un notevole allargamento della visione geografica e storica;
  • Circumnavigazione dell’Africa per raggiungere l’Asia, che aiuta a sviluppare l’idea di una universalità concreta;
  • Terremoto di Lisbona del 1755, avvenuto in un periodo di laicizzazione del pensiero, esso fu un evento devastante che scosse gli intellettuali europei, una dimostrazione del potere della natura sull’uomo, che non aveva difese possibili.

La cultura del Settecento cerca infatti dei possibili strumenti di difesa dalla leopardiana “natura matrigna”, e questo porta a una riorganizzazione della società europea, che sfrutta l’ingegno umano contro i fenomeni naturali e le malattie, per esempio costruendo città solide come Lisbona. Tutto questo è segno di progresso.

Progresso e visione storica

Il progresso non è lineare ovunque. Fino a quel momento la storia era considerata come mossa dalla Provvidenza, quindi come qualcosa di superiore all’uomo, mentre successivamente subentra l’idea di profano affiancato al sacro. Nel 1681 un cardinale di nome Bassuet scrisse un riassunto della storia dal punto di vista della Provvidenza, mentre qualche decennio dopo Voltaire scrisse un trattato in cui delineava un nuovo modello di storia, universale e laica, guidata dal progresso e in cui la salvezza era anche materiale. Questo processo storico è anche emancipazione della ragione umana; esiste una legge nascosta della storia che è un concatenamento degli eventi verso il compimento della civiltà: la visione storica è dunque cambiata, ma non fino in fondo, in quanto resta sempre storia della Salvezza.

Geschicte è un termine tedesco che significa “concatenazione di eventi storici”: la storia, in questa idea che nasce nella cultura del XVIII secolo, viene concepita come realtà in sé e non come narrazione universale. Il progresso è la vita di tutta l’umanità ed è sia un legame fra i diversi eventi storici, sia un legame tra diverse espressioni della vicenda umana.

La civiltà è presente nel Nord e nel centro Europa, in cui le città sono all’avanguardia del progresso: la storia corrisponde al progresso della civiltà nella visione eurocentrica. Sempre secondo questa visione, le civiltà europee hanno interesse per le altre, che sono a diversi livelli di sviluppo e non hanno la superiorità morale europea. In Europa si inizia a ragionare in una classificazione di gradi di civiltà. La cultura illuminista nutre interesse nei confronti del mondo extraeuropeo (cfr. “Lettere Persiane” di Montesquieu).

Questo interesse europeo esiste anche per sottomettere, colonizzare, ammazzare. Esiste un’idea implicita di cristianesimo che diventa esplicita con la scoperta dell’America: il gusto delle esplorazioni, che è proprio di ogni popolo, diventa più accentuato nel caso degli europei. A inizio dell’Ottocento esiste una maggiore “curiosità” europea; in quel periodo era in corso una crisi dell’Impero Ottomano, Paese che fungeva da barriera tra l’Occidente e l’Oriente, per cui c’era una riapertura verso quest’ultimo, dato anche il possibile raggiungimento via terra di Africa e Asia: gli europei si fanno un’idea sempre più precisa della geografia di questi luoghi, che si influenzano sempre più l’uno con l’altro. La filosofia europea si fa interrogare dal buddismo e dall’induismo, come vediamo nell’opera di Hegel, Fichte e Schopenhauer: si scopre una pluralità di civiltà, tra cui la differenza è stabilita a seconda dei gradi di civilizzazione. Ciò che è contemporaneo cronologicamente non è contemporaneo storicamente: le diverse civiltà coesistono nello stesso tempo, ma gli europei ritengono di vivere in un tempo più avanzato universalmente, e quindi moralmente superiore. Questo modello storico è basato su una storia unica.

Cosmopolitismo e nazionalismo

Quella cosmopolita è una visione basata sull’affermazione “siamo tutti cittadini del mondo” ed è frutto di una crescente fase di espansione. Il confronto ci aiuta a capire la nostra identità; gli europei ritenevano la loro civiltà più libera rispetto a quelle asiatiche. Man mano che gli incontri interculturali procedono, gli europei aumentano il territorio coperto dalle esplorazioni. Si crea così una rete di europei nel mondo, che aumenta costantemente la propria forza. Il senso di superiorità europeo viene teorizzato come la storia di nazioni all’avanguardia; è presente inoltre l’idea di civiltà come fiaccola olimpica. Secondo Herder, la storia è fatta da popoli e nazioni in tempi diversi. I popoli sono realtà organiche, ognuno ha la propria identità e il proprio “genio”.

Con il Romanticismo si aggiunge al cosmopolitismo del Settecento l’idea di nazione, da cui deriva il principio di nazionalità, concetto che poi fu rafforzato durante la Rivoluzione Francese. Secondo esso, ogni popolo ha il diritto di costruirsi il proprio Stato; si accentua così il modo di articolare la storia universale nei diversi popoli. Due visioni della storia opposte, quella nazionalistica e quella universalistica, convivono: ogni popolo fa la sua storia, l’attenzione ogni volta si concentra su un popolo che è più in evidenza rispetto a un altro, ma il palcoscenico è unitario. Gli stati nazionali del XIX secolo sono sempre più convinti della loro forza: si passa da un eurocentrismo inclusivo a uno esclusivo. Si perde quindi la visione centripeta, inclusiva di europei che assorbono altre culture, poiché gli Stati diventano grandi macchine economiche, politiche e militari, e il resto rimane subordinato.

La storia universale è caratterizzata da un incivilimento, che tende a identificarsi con la civiltà europea. Quando la storia universale viene elaborata era presente un’idea di cosmopolitismo, una visione universalista fondata sulla ragione, in cui le altre culture sono sullo stesso orizzonte mentale degli europei. La Storia è un processo guidato dall’Europa, mentre le altre culture, in questa gerarchia del grado di civiltà, si pongono indietro. Inizialmente non c’è alcuna implicazione ulteriore, che invece si aggiunge dopo. La cultura illuminista è classificatrice, lo fa anche con i popoli, arrivando all’introduzione del concetto di razza, che è quindi una costruzione culturale: si facevano e si fanno ancora oggi delle distinzioni in base al colore della pelle, che si connettono a discorsi gerarchici. Fino al Settecento si ritiene infatti che Cina e Europa abbiano lo stesso livello di civiltà. Questa visione eurocentrica porta alla nascita di un paradigma eurocentrico.

Esiste inoltre un concetto di decadenza rispetto all’Europa, che spesso viene collegata a un tipo di economia stagnante, a una cultura tradizionale; questa visione viene ancora oggi veicolata dai media, per esempio riguardo al mondo islamico.

Allora come oggi, spesso spostarsi nello spazio significa anche muoversi nel tempo, viaggiando in luoghi arretrati: per esempio nel Novecento si è parlato di “medioevo balcanico”. La contemporaneità storica e la contemporaneità cronologica non corrispondono.

Orientalismo e colonialismo

L’orientalismo consiste in un filone di studi e di produzione artistico-letteraria che tratta dell’Oriente, un luogo che è sempre rimasto molto vago per l’Europa (che in questo caso non è un’espressione geografica), in quanto è un concetto che è cambiato nel tempo. Esso costituiva l’idea di un mondo in cui si entrava in altre stagioni storiche. Nel XIX secolo era considerata Oriente la zona geografica vastissima tra Vienna e il Giappone. È presente quindi un’idea che la gerarchia culturale corrisponda a una disuguaglianza in dignità: questo discorso porta al razzismo, a una superiorità di civiltà. L’orientalismo è un’immagine che l’Europa ha dell’Oriente, non il vero Oriente: essa lo vedeva come un luogo affascinante, misterioso, barbarico, che quindi necessita di un’opera di civilizzazione da parte dell’Europa. Con questo gli europei hanno giustificato il colonialismo.

Nella seconda metà del Settecento diventa sempre maggiore la presenza di europei nel mondo. Tra il 1756 e il 1763 si svolge in Europa la Guerra dei Sette Anni, un conflitto che coinvolge le maggiori nazioni europee; i due schieramenti erano guidati da Francia e Gran Bretagna, e lo scopo del conflitto era il controllo di nazioni extra-europee, come il Canada e Cuba. Questa è considerata la prima guerra di portata mondiale, un altro tipo di globalizzazione che avanza.

Lo spazio occupato dall’Oceano Atlantico diventa centrale come campo di battaglia, ma in questa zona nascono vari nuovi tipi di economia, come quello delle piantagioni. C’è alla base uno sforzo economico, infatti la Rivoluzione Americana e quella Francese nascono dal bisogno delle corone di questi due Paesi di trovare nuove risorse per mezzo della pressione fiscale. Francia e USA sono legati: la prima ha aiutato i secondi nella loro rivoluzione, e il modello repubblicano statunitense ha influito sulla Rivoluzione francese.

Anche lo spazio del Pacifico diventa centrale, in quanto posto in mezzo all’Asia e all’Australia: quest’ultima divenne colonia britannica a fine XVIII secolo e fu adoperata come prigione e come base di controllo degli oceani Pacifico e Indiano.

Gli europei riflettono sulle ragioni per le quali detengono un predominio: la storia universale è la loro risposta, in quanto spiega la superiorità europea. Se prima le altre culture erano usate per criticare la realtà europea (cfr. “Lettere Persiane” di Montesquieu), poi lo schema si ribalta, in quanto gli europei usano altre culture per sottolineare la loro ascesa (cfr. “Lo spirito delle leggi”, sempre di Montesquieu). Secondo Herder c’è un’unica umanità, ma ogni popolo ha una sua specificità (Volkgeist): i popoli quindi hanno uguali dignità. L’individualità dei popoli porta alla nascita dei nazionalismi.

La Rivoluzione Francese introduce l’idea di nazione, che è espressione della volontà generale secondo Rousseau: la sovranità non deve più appartenere al monarca, che la riceve per diritto divino, ma al popolo. Il nazionalismo francese è volontaristico: ogni giorno il cittadino sceglie se far parte della propria nazione. Nella visione francese tutti possono essere francesi se accettano i valori universali della Rivoluzione. In Germania invece c’è una concezione naturalistica: si è tedeschi per sangue, contano le origini. Nonostante al tempo ci fosse una visione prettamente maschilista, era presente nella cultura un concetto di nazione come donna e madre.

Storia universale e storie nazionali

La storia universale è quindi un insieme di storie nazionali (riletture del passato in chiave nazionale): gli Stati europei sono centralizzati ma non nazionali sino a quel momento. Uno Stato diventa nazionale quando assume un’identità culturale, per esempio imponendo una lingua, e così svolge un processo di costruzione culturale: per esempio in Francia, con la rivoluzione, i francesi si sono trasformati.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sese07 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e comunicazione del tempo presente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Giovagnoli Agostino.
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