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strumento fondamentale) le cui espressioni giungevano anche nelle periferie. Avevano

inoltre una lingua ufficiale e un potere globalizzante (a differenza delle città- stato gre-

che), gerarchico e complesso, e fungevano da centri amministrativi e di civiltà. I principali

imperi che si sono succeduti nella storia sono l’Impero Romano, il Sacro Romano Impero,

l’impero cinese.

 religioni: esse creano reti di credenti su un territorio molto ampio, dato che ogni religione

si espande sulle gambe dei credenti; per esempio, nel VI secolo d.C. il cristianesimo giunge

fino in Cina. Gli spazi religiosi sono intrinsecamente deboli e poco coesi, e all’epoca non

c’erano strutture unitarie e pellegrinaggi in centri religiosi.

 commerci: durante la pre-globalizzazione si erano formate delle vie, come quella della

seta, su cui passavano carovane che muovevano persone, merci e idee. La via della seta è

costituita da un insieme di vie situate nello spazio compreso fra Italia e Cina; in pochissimi

l’hanno percorsa tutta, in quanto era una via percorsa a tappe, e costituiva un esempio di

pre-globalizzazione tra Italia e Cina. Essa fu interrotta dalle guerre; di questa via esiste

anche una versione marittima, che arriva in Iran. Come dimostrazione del fatto che questa

via univa luoghi distanti troviamo dei bassorilievi che raccontano le tradizioni popolari

della danza e che si ripetono, simili a se stessi, in zone lontane fra loro, ma che sono toc-

cate dalla via della seta.

 migrazioni: esse erano spontanee e non forzate; i fenomeni migratori sono eventi diffusi

da sempre, ma oggi sono comuni anche le migrazioni forzate.

Le reti della pre-globalizzazione non ricoprono l’intero globo. Per esempio, nel VIII secolo d.C.

si sviluppa l’impero degli Abbasidi, che crea spazio unitario dalla Spagna e dal Marocco fino al

Medio Oriente e all’Uzbekistan, con capitale Baghdad: quest’area di influenza religiosa diventa

un impero politico, la globalizzazione religiosa è stata premessa di unificazione. Nello stesso

tempo la dinastia Tang crea l’impero cinese, con capitale Xian, dotato di un forte corpo ammi-

nistrativo costituito dai cinesi mandarini: in questo caso è la lingua a essere uno strumento

unificante, perché per diventare mandarini bisogna avere una grande conoscenza della lingua

e della letteratura cinese. Questo impero è frutto della globalizzazione, in quanto contiene 56

nazioni diverse. Tra questi due imperi non ci sono mai stati contatti: si tratta ancora di una

globalizzazione regionale in questa fase. Un altro impero molto importante nella storia è

quello mongolo di Gengis Khan: i mongoli erano un popolo nomade, e unificano lo spazio che

va dalla Corea all’Ungheria. In questo impero esisteva la pax mongolica: dove c’era il potere

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imperiale non c’erano guerre, grazie alla presenza di questo forte potere centrale. Oggi il pos-

sesso territoriale non è più importante come un tempo perché i processi di spostamento si

sono molto velocizzati: la pre-globalizzazione è rottura del vincolo territoriale. Gli uomini

erano schiavi del territorio in cui vivevano, erano così legati che non si distinguevano; oggi

questi legami sono molto meno vincolanti. Nella pre-globalizzazione i processi sono appunto

legati al territorio. Nel periodo pre-atlantico, tutti gli esempi di globalizzazione fanno parte del

contesto euroasiatico.

La Cina fu importante nel processo di pre-globalizzazione. Questa zona del mondo dà una

continuità dell’idea di impero, in quanto l’Impero cinese si è concluso solamente nel XX secolo,

mentre in Europa l’ultimo grande impero che ha attraversato i secoli è quello Romano; nono-

stante ciò, anche nell’Impero cinese ci sono stati momenti di disunità. La fine definitiva

dell’Impero cinese è datata 1911. Prima del 2000 a.C. ci fu la dinastia Xia, seguita da una suc-

cessione di cicli dinastici, tra cui gli ultimi sei sono quelli più in continuità. Fra le diverse dina-

stie ci sono differenze sul piano politico e culturale; ci sono state anche dinastie non di etnia

Han ma mongole o manciuriane; la dinastia Ming fu l’ultima da questo punto di vista. L’Impero

cinese comprendeva popoli, religioni e culture molto diverse fra loro, e lo stesso accade nella

Cina repubblicana e contemporanea, in cui troviamo 56 minoranze etniche: questa realtà co-

stituisce un’anticipazione della globalizzazione, come anche gli altri imperi.

Il sistema imperiale cinese era fondato sulla legittimità dei sovrani a governare, che deriva dal

mandato celeste (tien ming): non basta l’ereditarietà, ma è importante anche il buon governo,

in quanto il mantenimento del mandato celeste dipende dalla virtù del sovrano. Un criterio

per la selezione dei funzionari imperiali è la cultura. In Cina era presente una struttura pirami-

dale, al cui vertice era ovviamente posto l’imperatore, considerato figlio del cielo. Il testo sto-

rico è sempre stato uno strumento per la corretta rappresentazione del passato, poiché ogni

dinastia si impegnava a scrivere la storia di quella che l’aveva preceduta, e per una corretta

configurazione dell’ordine del mondo, la tianxia. La continuità è stata supportata dalla scrit-

tura, un veicolo di unità in quanto è uguale per tutti.

In lingua cinese, Cina è detta zhongguo, che si traduce letteralmente con “Paese al centro del

mondo”, e quindi dà prova di un sinocentrismo molto forte; questo è un termine antico, che

viene usato per indicare la Cina dall’Ottocento in avanti, poiché prima si chiamava tianxia, che

significa mondo (letteralmente: “tutto ciò che sta sotto il cielo”). In certe fasi della sua storia

la Cina è da considerarsi più avanzata dell’Europa, per esempio tra il XV e il XVII secolo, durante

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la dinastia Ming (termine che significa “luce”), specialmente nella prima parte. Lo studioso

Pomerantz parla del divario tra Cina ed Europa nord-occidentale durante l’Ottocento, e dice

che non c’era nessun fattore nei secoli precedenti che suggerisse un sorpasso europeo sulla

Cina. I fattori determinanti sono stati il carbone e la possibilità di una rete commerciale con

l’America, diversamente da quanto avvenne in Cina con l’ultima dinastia; prima infatti c’erano

condizioni molto simili in entrambe le aree.

Nella prima metà del XIII secolo ci fu un’invasione dei mongoli di Gengis Khan, mentre in Cina

il governo era in mano alla dinastia imperiale Huen, che entra in crisi nello stesso periodo per

ragioni economiche e a causa di tensioni nelle campagne organizzate da Hongwu, che fonderà

la dinastia Ming. Egli aveva un nome da imperatore, in quanto significa “magnificenza mili-

tare”, ed era originario di una famiglia contadina; successivamente divenne un monaco bud-

dista, ricevette una formazione e si circondò di bravi consiglieri. Egli voleva riunificare la Cina

per mezzo di campagne militari; all’epoca essa comprendeva la parte centro-orientale della

Cina odierna. Egli esercitò una politica di controllo più severo nei confronti delle minoranze

etniche; il suo governo fu autoritario e centralizzato. Un altro suo obiettivo fu il promuovere

lo sviluppo dell’agricoltura, la redistribuzione della terra, la compilazione di registri fiscali per

Jianwen,

evitare l’evasione fiscale dei più ricchi. Il terzo imperatore della dinastia Ming, re-

gnò dal 1402 al 1424 e continuò ciò che i suoi predecessori Hongwu e Kang avevano avviato.

Egli condusse una politica estera innovativa per stabilire contatti con nuovi Paesi. Le zone

dell’Impero cinese erano strutturate e considerate in modo gerarchico (vedi schema). La Cina

dei Ming eredita dalle dinastie precedenti il contatto con altri Paesi. I confini dell’Impero sono

molto variati nel corso dei secoli.

Tra il XIV e il XV secolo Zheng He compì ben sette viaggi verso l’Occidente con l’intento di

sviluppare i commerci e di stabilire rapporti diplomatici: egli raggiunse vari luoghi, come

l’Africa, il Giappone, l’Indonesia, l’India, la Persia, la Penisola Arabica, la Tanzania, poiché l’im-

peratore possedeva una flotta senza eguali al tempo, in quanto la Cina aveva una superiorità

tecnica senza eguali nel settore cantieristico-navale. La sua impresa fu accompagnata dalla

pubblicazione di trattati geografici. Egli era un eunuco musulmano, con una grande apertura

mentale verso il mondo esterno; gli eunuchi erano delle figure vicine all’Imperatore, venivano

affidati loro compiti politici. A partire dalla fine del Cinquecento la dinastia dei Ming conosce

una crisi politica derivante dal forte sviluppo economico: l’urbanizzazione e la mobilità sociale

portano a una crisi dell’efficacia del sistema fiscale e di registrazione demografica. C’era inol-

tre una situazione di conflitto a corte, che vedeva contrapposti gruppi di eunuchi a

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Paesi tributari non confinanti (Laos, Birmania, Thailandia)

Paesi confinanti che offrono tributi all'Imperatore (Corea, Vietnam)

aree controllate indirettamente da autorità cinesi, in cui popolazioni sono indipendenti

aree di confine sotto controllo militare

province (suddivise all'interno, 13 nella dinastia Ming)

Pechino o Nanchino (capitale dei Ming)

raggruppamenti di mandarini (facevano parte di “partiti politici” differenti). A causa di attacchi

ai confini dell’Impero, furono spesi molti soldi per rinforzare i limiti. In questo periodo ci fu

anche il contatto diretto con gli europei: nel 1517 arrivarono i portoghesi a Canton, uno dei

grandi porti della Cina del Sud, dove essi avevano il permesso di esercitare commerci, che poi

tuttavia verrà loro revocato; solo dopo anni si creerà una colonia portoghese a Macao. Era in

corso una competizione violenta tra Portogallo, Spagna e Olanda per assicurarsi il controllo

commerciale dell’area cinese; i funzionari erano cattolici, soprattutto gesuiti, che, nonostante

la diffidenza delle popolazioni locali, si conquistarono la fiducia delle autorità. I primi due ge-

suiti ad avere cariche anche in Cina erano due italiani, Michele Ruggieri e Matteo Ricci. I cinesi

non opponevano resistenza dal punto di vista culturale, avevano un punto di vista molto idea-

lizzato di Europa. Il primo insediamento cattolico nacque vicino a Canton nel 1583. Matteo

Ricci fu uno dei primi europei a prendere residenza a Pechino, nei pressi della città proibita;

egli tentò di convertire alcuni alti funzionari imperiali al cattolicesimo, come Xu Guangqu, in

modo da ottenere una conversione di tutto il popolo, tentando di contrastare la crisi con in-

novazioni culturali. Gli europei portarono in Cina molte novità, nonostante la forte opposi-

zione sul piano religioso e culturale. 13

La tratta degli schiavi ebbe luogo tra il XV e il XIX secolo; nell’ambito di questo fenomeno ci

furono 12 milioni di deportati sulla tratta atlantica (di cui 9-10 milioni sopravvissuti al viaggio)

e 3,5 milioni sulla tratta orientale. Il picco dal punto di vista di quantità di gente deportata fu

raggiunto nel XVIII e XIX secolo; l’andamento era differente a seconda degli schiavi. Molti di

essi furono portati verso Brasile e Caraibi, solo il 4% raggiunse le coste statunitensi.

L’Africa è un continente posto al centro di uno spazio interattivo, in quanto sta tra Atlantico e

Oriente. Con le scoperte geografiche di fine Quattrocento si avviò un processo di colonizza-

zione del nuovo mondo e poco dopo si instaurò un ciclo commerciale triangolare:

Nord

Europa

Americ Africa

a

Prima del colonialismo, l’Africa aveva alcuni regni, caratterizzati da confini arrotondati, so-

vrapposti, non ben definiti a differenza di quelli degli stati europei: il potere sovrano era legato

al traffico carovaniero. Era presenta una conflittualità tra questi regni, che portava a continui

cambiamenti di confine. La tratta degli schiavi era un commercio imposto dagli europei, ma ci

fu comunque la partecipazione di intermediari africani, che portavano sulla costa i reclutati

con marce forzate. Anche i prigionieri di guerra diventavano schiavi.

L’isola di Goreè era un porto naturale e uno dei luoghi centrali della tratta degli schiavi; ora su

di essa è presente un museo dedicato alla tratta. Ci furono lotte per il controllo di quest’isola:

prima fu governata dagli olandesi, poi dai francesi. Nel 1848 il traffico di schiavi fu abolito.

L’isola di Goreè perse una fonte di guadagno con l’apertura del canale di Suez.

Gli spostamenti degli schiavi avvenivano via mare, e i deportati erano tenuti nelle stive delle

navi negriere: il 15% di tutti gli uomini prigionieri morì di stenti e di malattia, e ancora di più

ne morirono nelle fasi di cattura. Ci furono frequenti episodi di violenza sulle navi.

Una delle prime manifestazioni di tratta degli schiavi fu causata dai portoghesi. Enrico il Navi-

gatore volle raggiungere il “paese dell’oro”, cioè l’Africa sub-sahariana, il cui oro arrivava in

Europa per mezzo della mediazione degli arabi: per estrarre l’oro direttamente, senza alcun

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intermediario, i portoghesi necessitavano di manodopera. In questo caso gli schiavi venivano

marchiati a fuoco con uno stampo d’appartenenza. Nonostante questo, Enrico il Navigatore

non voleva sottomettere le popolazioni da cui prendeva gli schiavi. Parallelamente al commer-

cio degli schiavi, iniziò quello dell’oro.

Nel 1513 le leggi di Burgos furono applicate in America Latina: esse avevano come obiettivo

la limitazione della schiavitù degli indigeni: per i portoghesi colonizzatori questo significava

una diminuzione della manodopera locale. Il sovrano del Portogallo appaltò all’istituzione

commerciale Asiento il commercio degli schiavi: la tratta venne così legalizzata, ma non

c’erano vere e proprie regole, poiché molti Paesi si inserirono illegalmente. Il numero di per-

sone che viaggiavano sulla tratta aumentava e diminuiva a seconda dei bisogni europei.

Nel 1685 la Francia emanò il Codice Nero, che portava a una mitigazione delle condizioni per

gli schiavi. Lo schiavo più ambito dagli occidentali era il cosiddetto “pezzo d’India”. Ci fu poi

la prima abolizione dello schiavismo con la Rivoluzione Francese, ma esso fu ripristinato da

Napoleone, per poi essere di nuovo abolito nel 1848.

A inizio Settecento prese sempre più forza in Regno Unito un movimento abolizionista; i prin-

cipali sostenitori di questo movimento erano: J. H. Newton, un ex schiavista che si ritirò e

diventò un pastore anglicano; T. Clarkson, il fondatore del comitato. Alla base dell’abolizioni-

smo c’erano anche motivazioni economiche, sostenute da Adam Smith, il quale diceva che la

nascente potenza industriale aveva bisogno di lavoratori salariati. Con lo sviluppo capitalista

la tratta esaurì le sue funzioni; a seguito di una battaglia parlamentare, l’abolizione fu soste-

nuta da Wilberforce. Furono istituite delle crociere britanniche come premio per coloro che

intercettavano e denunciavano le navi schiaviste. Nel 1865, in seguito alla fine della guerra di

secessione, anche gli USA abolirono lo schiavismo.

L’identità consiste in una serie di elementi caratteristici di gruppi umani che hanno in comune

determinate peculiarità. Ci sono numerosi tipi d’identità:

 nazionale (italiani, cinesi, …);

 religiosa (i membri di una stessa identità religiosa sono spesso sparsi in vari Paesi);

 etnica (non necessariamente le persone con la stessa identità abitano tutte nello stesso

Stato o hanno la stessa religione);

 linguistica (persone che parlano la stessa lingua, non è un’identità nazionale);

 politica (riconoscersi nello stesso partito);

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 umana (ci sono molte diversità tra le persone, ma c’è sempre qualcosa in comune; l’iden-

tità umana contraddice le conflittualità tra identità).

Le identità si sovrappongono e possono essere più di una; esistono molte interdipendenze nel

mondo globalizzato. Nei vari attentati degli ultimi mesi (Parigi, 13 novembre 2015, 127 morti;

Beirut, 12 novembre 2015, 41 morti; Sinai, 1 novembre 2015, 224 morti; Ankara, 10 ottobre

2015, 92 morti) ci sono state reazioni diverse dell’opinione pubblica italiana: l’Italia si sente

più vicina agli eventi di Parigi perché c’è un’identità europea comune. La conciliazione di iden-

tità diverse può avvenire anche in eventi semplici come una amichevole di calcio; anche le

identità sportive sono collettive. Le interdipendenze provocate dalla globalizzazione non sem-

pre sono fonte di riappacificazione, in quanto la qualità dei rapporti tra identità è sempre dif-

ferente. Il discorso delle identità dal punto di vista storico ci mostra una non-permanenza delle

identità del tempo. Il libro di S. Huntington “The clash of civilizations” fa riferimento alla plu-

ralità delle civiltà di Spender del 1919: nel libro ci sono cinque/sei grandi civiltà contempora-

nee tra loro e destinate a scontrarsi.

Bush ha scelto di fare la guerra in Iraq in base alla teoria dello scontro di civiltà: Saddam Hus-

sein è stato ammazzato, ma il vuoto di potere creato da questo fatto ha causato una situazione

ancora peggiore. Questa visione non è storica, quindi i fatti accaduti non sono stati necessari:

lo scontro di civiltà è frutto della storia. Il mondo occidentale non ha capito questo processo

e lo ha accelerato: Saddam era un dittatore laico, ora c’è uno stato islamico a base religiosa.

L’ex premier britannico Tony Blair ha ammesso che fare la guerra in Iraq, conflitto da lui so-

stenuto, è stato un errore.

L’Impero Ottomano si estendeva dall’Africa Settentrionale al Medio Oriente; durò fino al

1918, anno in cui si disgregò velocemente: questo fu l’inizio dei problemi per l’identità musul-

mana-mediterranea. Esistono due gruppi principali di musulmani, tra i quali è presente una

differenza molto forte: i sunniti, che corrispondono a grandi linee agli abitanti dei Paesi sorti

dopo la fine dell’Impero, e gli sciiti, i quali sono concentrati in special modo in Iran, fuori dal

vecchio Impero Ottomano. Gli sciiti sono convinti oppositori del mondo sunnita. Nel 1919 ci

fu l’abolizione dell’imperatore e del califfo, la massima autorità spirituale, che era anche

un’autorità politica: il mondo sunnita si ritrovò senza corpo. Ad essere deposto fu Ahmed II.

Dopo il crollo dell’Impero iniziò la dominazione, se non umiliazione, degli occidentali: le grandi

potenze europee si presero ognuna un pezzo di territorio, mentre i Paesi dei Balcani rimasero

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indipendenti: questo causò una forte negazione dell’identità sunnita, e un conseguente movi-

mento culturale/religioso/politico che voleva un riscatto, una decolonizzazione. Anche la na-

scita dello Stato d’Israele, avvenuta nel 1948, fu avvertita male dalla comunità sunnita. L’indi-

pendenza, ottenuta dopo decenni di lotta, portò alla nascita di Stati laici di diverso ordina-

mento, che non imponevano la sharia, ma sotterraneamente si sono sviluppati movimenti che

rivendicano la possibilità di creare Stati a base religiosa. Essi inizialmente erano piuttosto mar-

ginali e ignorati, ma poi si sono rivelati pericolosi per i leader politici (cfr. Nasser). Si è inoltre

aperto un conflitto interno ai sunniti, detto conflitto islamo-islamico, poiché delle componenti

minoritarie vogliono realizzare un sistema politico alternativo fondamentalista. I veri nemici

dei fondamentalisti sono i musulmani non fondamentalisti: l’Occidente è solo un interlocu-

tore marginale nel conflitto. Per lo Stato Islamico l’Occidente è una vetrina, un palcoscenico

per dimostrare la sua forza a noi ma soprattutto ai musulmani. La grande risonanza mediatica

è esattamente ciò che l’ISIS vuole dall’Occidente, poiché molti hanno una fascinazione della

violenza. Più di 23000 musulmani sono stati uccisi dall’ISIS. Oggi in Occidente tutti parlano di

guerra, ma in realtà sono ben pochi a volerla fare. Dopo gli attacchi del 13 novembre a Parigi,

il presidente Hollande ha detto in un discorso “siamo in guerra”, ma mai invita a mandare

delle truppe a combattere, tant’è che non si è appellato all’Alleanza Atlantica, ma a un accordo

di solidarietà (trattato di Lisbona).

Saddam Hussein faceva parte dei leader laici: dopo che gli USA hanno vinto la guerra contro

l’Iraq e hanno ammazzato il loro dittatore, hanno fatto ben poco, per cui con i leader politici

successivi si è creato un vuoto di potere. Oggi una vittoria militare sul califfato rischierebbe di

essere controproducente; bisogna cercare di rimettere insieme almeno parte dei Paesi che a

inizio XX secolo componevano l’Impero Ottomano. Questa operazione comprende prendere

pezzi del mondo sunnita e allontanarli dall’estremismo, come l’università di Alazar in Egitto,

l’Arabia Saudita (che però è uno dei finanziatori dell’ISIS), la Turchia, compresa la componente

minoritaria curda. Tra coloro che finanziano lo Stato Islamico troviamo anche molti Paesi Oc-

cidentali.

Oggi l’ISIS ha controllo principalmente sull’Iraq e la parte settentrionale della Siria.

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1) Mali. I confini Nord e Ovest di questo Paese sono dritti: esso è posto nel deserto, quindi

i suoi limiti sono linee virtuali. Questo Stato ha conosciuto il colonialismo francese in-

sieme ad altri Paesi dell’Africa Occidentale, che hanno una tradizione di rapporti con la

Francia. Nel 2013 un gruppo fondamentalista si è impadronito di gran parte del Mali, e

per respingerli sono state mandate truppe francesi. Nel novembre del 2015 c’è stato un

attentato in un albergo francese da parte del gruppo fondamentalista, che finge di es-

sere alleato del Califfato.

2) Siria. La Siria è passata sotto il dominio francese, ma prima ancora è stata il luogo di

sviluppo principale della civiltà mesopotamica. Anche la civiltà romana ha avuto qui de-

gli sviluppi. Di questo passato sono rimaste tracce molto importanti dal punto di vista

archeologico, come le città di Petra e Palmira, quest’ultima parzialmente distrutta

dall’ISIS. Questo Paese è quindi una realtà molto antica e composita. Per quanto ri-

guarda la religione, c’è una maggioranza di sunniti, ma comunque restano delle mino-

ranze come quella dei drusi: l’equilibrio tra esse è ciò di cui vivono. Dopo il colonialismo,

il potere è stato dato alla minoranza alauita, composta dal 10% della popolazione, di cui

fa parte la famiglia Assad. In Siria ci sono almeno sette diverse chiese cristiane. La con-

vivenza pacifica tra diverse confessioni religiose è andata perduta con l’Impero Otto-

mano, che garantiva l’equilibrio. Con la salita al potere degli alauiti negli anni Sessanta,

i fondamentalisti furono trucidati, e ancora oggi il presidente della Siria usa l’esercito

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contro le minoranze. Nel 2011 il popolo siriano manifestò contro il regime di Assad: i

manifestanti erano degli studenti non fondamentalisti che volevano un governo demo-

cratico. Queste manifestazione furono represse con la violenza, a ulteriore dimostra-

zione della crudeltà di questo regime. Ci fu una guerra civile tra Assad e i democratici:

l’opinione pubblica internazionale parteggiò per i secondi. Il dittatore iniziò a usare delle

armi chimiche contro i nemici, perciò gli USA minacciarono di bombardare la Siria, ma

furono fermati dall’opinione pubblica; i russi allora subentrarono nella guerra. I fonda-

mentalisti sunniti approfittarono di questa situazione caotica per invadere la parte set-

tentrionale della Siria: città come Raqqa e Aleppo sono cadute nelle mani dello Stato

Islamico. Il conflitto sembra essere quello di Assad contro l’ISIS, ma entrambe le parti

sono nemiche dei musulmani non fondamentalisti. Nonostante i suoi discutibili metodi

di governo, Assad rispetta le minoranze cristiane in Siria. Gli alauiti sono un’identità re-

ligiosa che tende a costituire anche un partito, cosa che spesso succede nel caso di mi-

noranze etniche e religiose in Medio Oriente. Non sempre le identità religiose diventano

anche politiche: per esempio in Egitto la maggioranza musulmana non forma un partito,

ci sono i Fratelli Musulmani, ma essi sono di tendenza fondamentalista.

3) Libano. Anche in questo Paese troviamo molte minoranze. C’è una coesistenza di sunniti

e di sciiti, ma il 50% degli abitanti professa la religione cristiana. Per mantenere l’equili-

brio tra tutte queste comunità religiose, le tre principali cariche governative sono state

assegnate a tre esponenti delle tre diverse religioni principali: il presidente è cristiana, il

primo ministro sunnita e il presidente del parlamento sciita. In Libano sono rimasti i mil-

let, che si sono adattati alla struttura dello Stato nazionale.

4) Turchia. A questo Paese è legato un episodio molto drammatico della storia del XX se-

colo, il genocidio degli armeni del 1915: per costruire un Impero musulmano gli armeni

furono uccisi in quanto indipendenti o legati alla Chiesa di Roma. In questa pulizia etnica

fu ucciso un milione e mezzo di persone. Oggi la Turchia è uno Stato laico, tradizional-

mente è quello più laico della zona: la gran parte dei turchi professa la fede musulmana,

ma la vita pubblica non è religiosa. Oggi è in atto un’evoluzione per cui questa laicità

tende a essere cambiata da un forte partito musulmano, che è anche quello di maggio-

ranza: essi stanno introducendo elementi di cultura islamica. Non tutti coloro che vivono

in Turchia sono di nazione turca, poiché esiste anche la comunità dei curdi, che costitui-

scono un problema irrisolto da un secolo, dato che aspirano a costruirsi il proprio Stato,

ma vengono perseguitati dai Paesi confinanti. I curdi non sono sempre stati torturati

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nella storia, ma sono stati anche aguzzini, in quanto gli armeni furono da loro persegui-

tati. La Turchia avrebbe anche i mezzi per distruggere lo Stato Islamico, ma non lo fa

perché teme che così facendo favorirebbe i curdi, nemici a loro volta dell’ISIS, che a nord

non ha un nemico serio, e che in generale non ha avversari convintissimi. I curdi costi-

tuiscono un’identità etnica, culturale, linguistica e politica a parte, anche se non viene

riconosciuta dalla comunità internazionale: esistono partiti secessionisti curdi come il

PKK, il cui leader si trova in prigione.

5) Iraq. A Nord vive parte della minoranza curda con i musulmani sunniti (anche l’ex ditta-

tore Saddam Hussein era un sunnita), mentre a Sud, al confine con l’Iran, vivono gli sciiti.

Quest’ultimi erano molto penalizzati da Saddam, ma con la democrazia è stata la volta

degli sciiti di prendere il potere, e oggi essi perseguitano i curdi per la loro richiesta d’in-

dipendenza e i sunniti, in quanto alcuni membri dell’ISIS sono musulmani sunniti. Sad-

dam Hussein morì in quanto l’Iraq entrò in guerra nel 2003 con un fronte comune

USA/GB: il conflitto fu fortemente voluto dai presidenti Bush e Blair. Il problema dell’ISIS

nacque nel Paese nel 2007, anno in cui si formò un gruppo di militari fondamentalisti

combattenti. Il generale Malick cacciò via tutti i quadri dell’esercito di Saddam, i quali si

uniscono alle minoranze fondamentaliste. L’ISIS dunque nacque a causa di un vuoto di

potere originato dalla guerra del 2003, perché dopo questa non c’è stata la creazione di

un nuovo equilibrio politico. Oltre all’ISIS, altri fondamentalisti sono le bande nascoste

di Bin Laden e Al Quaeda. Dalla capitale Bagdad non arrivava il potere al nord del Paese,

quindi si iniziò a creare lo Stato Islamico. L’ISIS è quindi costituito dagli ex-generali di

Saddam Hussein e una minoranza sunnita (un terzo della totalità). I curdi a nord dell’Iraq

non sono alleati né degli sciiti né dei sunniti fondamentalisti, sono sunniti non fonda-

mentalisti che vogliono il proprio Stato. I sunniti sono un’identità religiosa in cui non c’è

distinzione di ruoli e in cui l’autorità politica è debole, per esempio in Iraq non c’è una

repubblica islamica.

6) Marocco. In questo Paese c’è la monarchia. L’attuale sovrano è Mohamed V, il quale

governa in modo illuminato.

7) Algeria. Al momento in questo Stato vige una dittatura. Essa nacque a seguito di un’of-

fensiva dei fondamentalisti negli anni Novanta, i quali vinsero le elezioni. Allora l’eser-

cito intervenne e ci fu un colpo di stato militare, che portò alla nascita della dittatura. In

Algeria c’è un’identità nazionale, ci sono molti musulmani che costituiscono la principale

identità religiosa ma anche minoranze cristiane; lo Stato non è etnicamente omogeneo,

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in quanto è per esempio presente una minoranza etnica berbera che abita nella zona

desertica del Paese.

8) Tunisia. Il Paese è una ex-colonia francese. A seguito della rivoluzione tunisina, che pochi

anni fa rovesciò la dittatura di Ben Alì, nacque una democrazia pluralista, sorretta da un

partito musulmano moderato. Oggi la Tunisia è vittima di molti attentati dell’ISIS in

quanto, con la sua stessa esistenza, rappresenta un esempio di alternativa al fondamen-

talismo, un esempio di come uscire da una dittatura senza finire sotto il Califfato. Nel

Paese c’è un’identità nazionale; etnicamente la Tunisia non è omogenea, ci sono molti

arabi e una discendenza di immigrati francesi e italiani; dal punto di vista religioso c’è

una maggioranza di musulmani.

9) Libia. Questo Stato è una ex-colonia italiana. Fino a pochi anni fa era governato dal dit-

tatore Gheddafi, esponente del gruppo etnico più forte, che fu ucciso dalle forze militari

britanniche e francesi. Oggi esiste un doppio potere, conciliato da un mediatore inter-

nazionale dell’ONU, che però non funziona. Il disordine politico ha portato il Paese a

diventare un luogo di passaggio per profughi.

10) Egitto. Nel 1928 ci fu la nascita del primo organismo fondamentalista del Paese, i Fratelli

Musulmani. In Egitto troviamo una maggioranza molto forte di sunniti, ma c’è anche il

10% degli abitanti che sono cristiani copti. L’Egitto è una ex-colonia inglese; al momento

nel paese vige una dittatura pluralista sunnita, nata dopo la cacciata di Mubarak in

quanto i Fratelli Musulmani vinsero le elezioni, che comunque rispetta i cristiani copti.

Due militari contrari al regime, Nasseu e Sadat, sono stati ammazzati dai Fratelli Musul-

mani, diventando nell’immaginario comune eroi martiri e fonte di fascinazione. Questo

Paese ha avuto una funzione pacificatrice in conflitti mediorientali, come quello tra

Israele e Palestina. Al momento i Fratelli Musulmani si scontrano con l’attuale presi-

dente, alleato con i copti, il quale non vuole imporre la sharia.

11) Giordania. Questo Paese è una monarchia pacifica; i fondamentalisti sono stati sconfitti

alle elezioni.

12) Israele. Questo piccolo e potente Stato avrebbe come problema il fatto che i musulmani

potrebbero costituire una grossa alleanza contro di loro.

13) Iran. Questo Paese è l’unico in cui i musulmani sciiti costituiscono la maggioranza. Ci

sono poi consistenti minoranze sciite in Siria e in Iraq. L’Iran è una repubblica islamica

dalla rivoluzione del 1979, anno in cui l’Ayatollah Koimeni tornò dall’esilio a Parigi. La

rivolta fu fatta contro lo scià laico, che permetteva lo sfruttamento delle risorse del

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Paese da parte di grandi potenze europee e degli USA; l’Iran era infatti lo Stato più occi-

dentalizzato in Medio Oriente. La gerarchia sciita ha un grosso potere, ma non totale: ci

sono elezioni e istituzioni politiche, e non una totale coincidenza tra potere politico e

religioso. Nel Paese c’è una grande vivacità culturale e un apprezzamento per il mondo

occidentale.

In Europa occidentale ci sono degli Stati nazionali molto forti: questo modello si è esteso nel

resto del mondo. Nell’Impero Ottomano le cose andavano in modo diverso: c’era una classe

dirigente musulmana, la gran parte della popolazione che era araba e dei millet, come quello

armeno o ebreo, in cui l’identità etnica e religiosa sono unite. Tutti quanti erano sudditi del

sultano, ma quest’ultimo concedeva ai millet qualche autonomia.

L’Impero Ottomano si formò dopo il 1453, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Oriente: la

capitale Bisanzio fu conquistata dai Turchi e cambiò nome in Istanbul. L’Impero Ottomano

prendeva l’Africa Settentrionale, il Medio Oriente, la Grecia e i Balcani. Esso costituiva un muro

d’interruzione dei contatti tra Occidente ed Estremo Oriente: la via della seta si fermò, così

come i contatti che per millenni avevano tenuto insieme l’Eurasia: a causa dell’esistenza

dell’Impero Ottomano, gli europei non potevano più raggiungere via terra l’Africa e l’Asia.

Quando l’Impero entrò in decadenza ricominciarono i contatti.

Nel mentre, l’Europa si proiettò verso ovest, tanto che nacque l’idea d’Occidente: per arrivare

ad est si usava la cosiddetta “via dell’ovest”, modo con cui fu scoperta l’America, o successi-

vamente la circumnavigazione dell’Africa. Ci fu anche la trasformazione dell’economia euro-

pea, in quanto il baricentro si spostò dal Mediterraneo all’Europa centrale e settentrionale: in

Italia e negli altri Paesi del sud Europa, in cui lo sviluppo è sempre stato più lento, rimase il

precapitalismo, mentre nel nord Europa nacque il capitalismo, con uno spostamento intorno

a diverse reti di produzione. In Europa ci fu anche una frattura religiosa: nel 1517 Lutero

espose le sue tesi, iniziando lo scisma protestante; questa divisione si aggiunse a quella creata

secoli prima tra cattolici e ortodossi. Questi furono anche i secoli dell’affermazione dello Stato

moderno: gli Stati hanno un’omogeneità di leggi su tutto il territorio, cosa che favorisce la

nascita di un mercato comune.

Gli effetti comuni di questi fatti costituiscono la modernità: un modo di vivere, produrre e

pensare nato nel XVI secolo. È il genio europeo ad aver inventato la modernità, ma essa non

si riduce all’Europa, poiché ci sono sviluppi che precedono e seguono la modernità. La stagione

d’oro della modernità europea è compresa tra il XVI e il XX secolo. Grazie alla globalizzazione,

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sese07

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Corso di laurea: Corso di laurea in linguaggi dei media (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Sociologia) (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sese07 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e comunicazione del tempo presente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Giovagnoli Agostino.

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