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provvedimento amministrativo che lo istituisce. Se un ente è pubblico si applica la legge del provvedimento

amministrativo; caratteristica fondamentale quindi è la capacità provveddimentale cioè ad adottare

provvedimenti amministrativi. Secondo una prima bipartizione si distinguono gli enti territoriali dagli enti

nazionali. Quelli territoriali sono enti esponenziali dislocati nel territorio (regioni, province, comuni);hanno una

caratteristica recessiva: ambito territoriale in cui si svolge l’attività dell’ente; sono enti politici rappresentativi

della collettività, gli unici che hanno la potestà di dotarsi di un indirizzo politico autonomo da quello dello Stato.

Quelli nazionali non sono ne esponenziali e ne dislocati nel territorio (inps); si suddividono in enti di erogazione

(vedi sentenze di enti pubblici) ed enti economici-imprenditoriali, (vedi sentenze enti pubblici economici). I

primi hanno la finalità di erogare quasi gratuitamente il cui costo è sopportato dalla collettività che paga le

imposte; i secondi sono finalizzati alla produzione di beni e servizi da destinare alla vendita per coprire le spese.

.

Dalla C E sono state emanate quattro direttive relative agli appalti delle forniture, dei servizi, dei lavori e di tutti

e tre per determinati settori quali fornitura gas, trasporto elettricità. Tali direttive si ispirano a due principi base

del diritto comunitario: quello della libera circolazione dei beni e quello della libera concorrenza volte a limitare

tutte quelle limitazioni che lo stato in quanto contraente poteva disporre. Tali direttive eliminano qualsiasi

discriminazione circa la nazionalità dei soggetti che entrano in rapporto con lo stato in quanto contraente; ciò

implica che tutte le imprese possono accedere ai contratti. Inoltre si doveva evitare un aggiramento della

direttiva che si poteva avere se lo stato si rivolgeva a soggetti appositamente istituiti. Tali direttive hanno

contribuito alla definizione di organismo di diritto pubblico (vedi sentenze): è tale un organismo, anche

privato, che svolge funzioni di interesse generale, che non abbia carattere industriale o commerciale, che sia in

prevalenza finanziato dallo stato e i cui amministratori siano in prevalenza eletti dallo stato o da enti pubblici. Da

tali direttive si evince che un organismo di diritto pubblico può essere anche privato. Il fatto che non debba

essere industriale o commerciale non vuol dire che non esistono enti pubblici con fini economici-imprenditoriali;

questi esistono come abbiamo visto prima; vuol dire solo che per tali enti che operano a fini di lucro le direttive

stesse non si applicano. Ciò perché se lo stato opera in qualità di imprenditore e non di contraente non vi è

nessun privilegio per esso, non fa preferenze in quanto opera a fini di lucro cioè con chi ricava il maggior utile.

Se opera in qualità di contraente (compra alle imprese) potrebbe preferire determinati enti piuttosto che altri.

L’organismo pubblico può essere anche privato; tra le categorie giuridiche privatistiche si distinguono quelle che

il diritto amministrativo utilizza in quanto tali e quelle che utilizza modificandole. Nel primo caso lo stato si

avvale di una figura privatistica come strumento senza alterarne la struttura e la funzione ( es. fondazione Cenci

Bolognesi); nel secondo caso es. la S.P.A. che è una figura giuridica privatistica può essere alterata nella sua

struttura: vi sono infatti spa legali in quanto previste direttamente dalla legge in cui si dispone che l’azionista

stato nomini i membri dell’amministrazione ed emani le direttive che la spa deve conseguire.

Nel diritto pubblico si distinguono le figure giuridiche soggettive dai rapporti giuridici. Questi ultimi sono le

relazioni che si stabiliscono tra figure giuridiche soggettive. Nel diritto amministrativo si possono riscontrare due

specie di rapporti giuridici: rapporti di equi-ordinazione intercorrenti tra autorità collocate allo stesso livello

aventi gli stessi poteri in ambiti diversi di azione ( direzioni generali dello stesso ministero); rapporti di

subordinazione tra due autorità collocate a livelli diversi in modo tale che vi sia una sotto posizione di una figura

all’altra; in tal caso poteri diversi nello stesso ambito d’azione. In tale secondo caso si parla di gerarchia:

rapporto di subordinazione tra due figure giuridiche soggettive di cui quella sopra ordinata ha un potere di

intensità massima tale che può sostituirsi nelle attribuzioni di quella sotto ordinata. Può avere senso verticale o

diagonale quando va da una struttura all’altra. L’attività amministrativa è frazionata in tre parti: attività di

indirizzo, di controllo e di gestione; le prime due permangono all’autorità amministrativa sovraordinata:

indirizzo politico (policy) e controllo; la terza è lasciata a quella sottoordinata: gestione giorno per giorno (day to

day management).

La complessità della macchina statale può reggersi solo sul presupposto che qualcuno comandi qualcunaltro; ciò

implica la necessità dei rapporti di gerarchia. Se ne distinguono tre formule:

La prima formula di gerarchia è data dal principio di distribuzione delle funzioni prevalente

nell’amministrazione moderna; implica limitazione del principio di gerarchia; ciascun amministratore pubblico

ha una propria sfera di attribuzione, una propria competenza.

La seconda formula è quella di indirizzo o direzione in cui l’autorità sovraordinata ha il potere di stabilire la

finalità dell’azione cioè gli obiettivi di quella subordinata a cui rimane la scelta dei mezzi per raggiungere quegli

obiettivi.

La terza è quella di coordinamento in cui l’autorità sovraordinata ha il potere di orientare l’attività di più autorità

sottoordinate tanvolta stabilendo i fini talaltra operando dei controlli. Quelle subordinate sono più di una: non vi

è un rapporto one to one come nell’indirizzo ma di uno a molti. Le formule di coordinamento possono variare:

es task forces: più forze collegate ad una tasca, ad un obiettivo ad uno scopo che una volta raggiunto ognuna

ritorna nei corpi di appartenenza; es task forces nell’ambito della pubblica sicurezza tra carabinieri e polizia

L’ordinamento amministrativo della Repubblica Italiana comporta l’esistenza di una struttura centrale: i

ministeri. Vi è poi una struttura periferica complessa perché binaria consistente sia di uffici decentrati di

apparati ministeriali e quindi dipendente dal centro e sia di uffici diversi dai ministeri ( regione comuni) e quindi

indipendente dal centro.

Ciascun ministero è formato da una serie di organi: ministro, segretariato generale, dipartimenti, direzioni

generali e divisioni. Non tutti i ministeri hanno tale struttura: le parti che costituiscono i ministeri si dividono in

due categorie: parti che si riscontrano in tutti i ministeri e parti che sono presenti sono in alcuni ( necessarie ed

eventuali).

Studio del Decreto Legislativo 30 Luglio 1999 N 300: “ Riforma dell’organizzazione del Governo, a norma

dell’art.11 legge delega 59/97

Un testo legislativo si inizia a leggere dalle disposizioni finali e transitorie: titolo V art.55: dalla lettura di tale

articolo si nota che tale decreto legislativo non ha un’immediata efficacia in tutte le sue parti; per i primi 4 titoli

l’efficacia è differita, mentre per i rimanenti è immediata salvo le attuazioni. Si distingue quindi, il vigore, la

validità di una norma dall’efficacia della medesima. La prima parte ha efficacia differita in quanto legata allo

scioglimento regolare o anticipato dell’attuale Parlamento e sospesa fino alla nomina del futuro Governo. Tale

parte attiene alla struttura dei ministeri, agenzie ect. Ratio : il governo attuale non può essere destabilizzato

prima della fine della legislatura da una legge.

Detto ciò vediamo quale sono le possibili fonti che regolano l’organizzazione dell’amministrazione: ex art.97

cost. “ i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge...” ; in tal caso la riserva di legge prevista

dalla Costituzione è rispettata perché tale Decreto Legislativo è un atto avente forza di legge ( caso contrario se

vi era una riserva della legge). In generale e nel caso specifico parte della materia amministrativa può essere

demandata dalla legge a fonti ad essa subordinate: si individuano 3 livelli di fonti che disciplinano

l’organizzazione della P.A.: 1:legge, 2:regolamenti, 3: decreti ministeriali. In tale Decreto Legislativo vi sono 3

art. importanti che rinviano a Regolamenti Ministeriali: art.4 comma1. Art.7 comma2, e art8 comma4. I

regolamenti cui fanno riferimento tali art. sono previsti all’art.17 comma 4 bis legge 400/88: “regolamenti

delegificanti”

(il comma 4 bis introdotto dalla legge 59/97); l’art.7 comma 2 fa riferimento alla legge 29/93.

Il regolamento delegificante è previsto da una legge che oltre ad abrogare espressamente leggi precedenti su una

determinata materia rinvia allo stesso il compito di andare a disciplinarla per evitare i vuoti, le lacune normative

formatesi per effetto dell’abrogazione. Apparentemente tale rinvio ai regolamenti delegificanti cozza con la

riserva di legge prevista dalla Costituzione, ma in realtà no perché solo in un caso non può essere emanato:

quando c’è una riserva assoluta di legge. In tal caso quella prevista dall’art.97 cost. è relativa. La disciplina che il

regolamento delegificante andrà a regolare sarà in seguito modificabile da altri regolamenti senza la necessità di

ricorrere ad atti aventi forza di legge.

Una volta viste le fonti, passiamo ad analizzare il contenuto di tale decreto leg.: va a disciplinare le figure

giuridiche dei ministeri (organi), uffici di diretta collaborazione del Ministro, i segretari generali e i capi

dipartimento. Queste ultime due figure presenti solo in alcuni ministeri. Mentre non regola gli enti pubblici

nazionali e territoriali, né le autorità amministrative indipendenti e l’amministrazione centrale non statale. L’art.2

elenca i ministeri e prevede 5 importanti modificazioni: n5 ministero economia e finanze, n6 il ministero delle

attività produttive che andrà a comprendere due minis., il n8 ministero ambiente e territorio che includerà

l’attuale ministero dell’ambiente e parte delle funzioni del ministero dei lavori pubblici relative alla protezione

del territorio, n10 min. del lavoro, salute e politiche sociali che comprenderà il m. del lavoro della previdenza

sociale e della sanità, n11 m. dell’istruzione dell’università e della ricerca che riunifica tali tre branche, infine

n12 m. per i beni e le attività culturali che implica la fusione del m. per i beni culturali e quello del turismo e

dello spettacolo.

All’interno dei ministeri vi sono degli organi che si chiamano ministri. Non è vero che ogni volta che vi sia un

ministro debba esserci necessariamente un ministero; è previsto infatti anche il ministro senza portafoglio che in

teoria (non in pratica) è sprovvisto di un apparato amministrativo sottostante. Non è necessario ed è incaricato di

una funzione ad hoc che cessa con la fine del governo. Se ha in realtà un apparato amministrativo sottostante e in

un governo non viene nominato, le sue funzioni sono esercitate dal P.D.C. dei ministri.

Organizzazione interna dei ministeri: le norme ad essa relative le troviamo nel titolo 1: da art. 3 a art 6. Tali

norme prevedono che alcuni ministeri sono divisi in Dipartimenti altri in Direzioni generali. L’art.5 che parla dei

Dipartimenti rinvia ai regolamenti circa il loro contenuto. Quanto alle Direzioni generali queste esistono nel

nostro ordinamento da 150 anni: legge Cavour 1853 che sanciva che alcuni gruppi di uffici sono costituiti in

direzioni generali che non erano una sottodivisione dei ministeri ed erano eventuali. Solo negle anni ’30 le

divisioni generali saranno una suddividione dei ministeri e a loro volta ripartite in divisioni ed in sezioni. Implica

organizzazione gerarchica dei ministeri. Dalla prossima legislatura non sarà più così: i ministeri saranno divisi in

dipartimenti salvo quelli dell’art.3 comma 2 per cui permangono le direzioni generali. “m. degli affari esteri,

della difesa, per i beni e le attività culturali. Novità di tale decreto non è il Dipartimento, figura già presente, ma

dalla sostituzione del modello organizzativo delle direzioni generali con quello del dipartimento che diviene il

modello normale. Il dipartimento copre un ambito di funzioni più ampie e implica un’amministrazione per

risultati e per prodotti anziché per processi, per favorire l’efficienza degli apparati amministrativi.

Nel secondo titolo vengono disciplinate le Agenzie in generale, e nel art.10 del titolo 5 le singole agenzie. La

loro previsione implica l’abbandono del principio di compattezza dell’amministrazione statale secondo cui tutte

le funzioni amministrative dovessero essere svolte dai ministeri: principio introdotto dalla legge Cavour. Ora

parte di tali funzioni sono svolte dalle agenzie che sono organi diversi dai ministeri. Viene meno anche il

principio gerarchico infatti tali agenzie rivestono un grado di autonomia in quanto il ministro non ha un poter di

dare loro ordini ma solo un potere di indirizzo e di controllo. Le agenzie sono delle amministrazioni statali e

possono essere istituite o soppresse solo con atti aventi forza di legge; hanno funzioni già esistenti che prima

venivano svolte dai ministeri, funzioni di carattere tecnico operativo e non burocratico ( ag. Industria e difesa:

attività industriale, produce armamenti) di interesse nazionale e non locale. Ex art 8 comma 4 circa la disciplina

vi è un rinvio a regolamenti delegificanti. Le leggi abrogate sono quelle che attribuiscono le funzioni, ora delle

agenzie, ai ministeri. Abbiamo detto che godono di un’autonomia limitata in quanto soggette ai poteri di

indirizzo e di controllo del ministro; ag. ministerializzate. E x art 8 com4 il rapporto tra il direttore generale

dell’agenzia e il ministro è uguale a quello tra il m. e il capo dipartimento. Sono sottoposte al controllo della

Corte dei Conti che ex art.3 legge 20/94 è un controllo di gestione e non più preventivo di legittimità. Ex art8

com4 lettera E: “ lo svolgimento della funzione di agenzia è regolata da una convenzione di cui il direttore

generale dell’agenzia è parte contraente insieme al ministro competente. Convenzione che definisce gli obiettivi

specificatamente attribuiti ad esse nell’ambito dalla missione ad essa affidata dalla legge”. Questo è un elemento

in parte di autonomia dell’agenzia. L’art10 titolo5 vengono disciplinate le singole agenzie tra cui quella di

industria e difesa che si comporta come un’impresa privata datata di personalità giuridica; non è stata

privatizzata perché il legislatore ha ritenuto mantenere pubblica la produzione di armamenti. Ministero di

riferimento quello dell’economia e delle attività produttive. Agenzie fiscali che hanno personalità giuridica di

diritto pubblico e sostituiscono i dipartimenti del ministero delle finanze. Il min. delle finanze viene conglobato

con il m. del tesoro e dell’economia dalla prossima legislatura, mentre viene riformato fin da subito per quanto

riguarda le agenzie fiscali. Personale dipendente dalla p.a.

Il personale amministrativo è diviso in due categorie: 1) personale non professionale o onorario che per il fatto di

essere stati eletti o nominati hanno un rapporto temporaneo con la p.a. es. sindaco p.d.r. etc. per tale categoria

non vi è una disciplina unitaria ma i diversi onorari sono regolati da tante norme diverse quante sono le sotto

categorie 2) personale che è legato da un rapporto di lavoro subordinato, stabile con la p.a. a tempo

indeterminato; vengono retribuiti dalla p.a. tale categoria ha dei moduli unitari di disciplina: alcune sono regolate

dalla legge altre dal contratto collettivo. Oggetto della materia trattata sono: costituzione, nomina, vicende

modificative ed estinzione del rapporto di lavoro con la p.a.. Se vogliamo dare una prospettiva diacronica,

bisogna evidenziare in questi ultimi anni sia un cambiamento della fonte di normativa della disciplina: da

legislativa a contrattuale e sia dell’oggetto della disciplina: non si parla più di pubblico impiego ma di lavoratori

dipendenti dalla p.a.. il mutamento del regime giuridico dei dipendenti pubblici deriva dal cambiamento del

regime giuridico generale. Fino al ’57 la disciplina del rapporto lavorativo della p.a. era affidata alla legge per

tre esigenze: 1) esigenza funzionale allo stato stesso: il rapporto di lavoro era regolato con legge perché il

dipendente agisce per lo stato 2) esigenza opposta cioè quella di garantire i dipendenti pubblici dalla p.a.: legge

a tutela dei dipendenti pub. contro eventuali ingerenze da parte della p.a. 3) esigenza dello stato: regolare il

pubblico impiego in modo da assicurare il controllo della finanza pubblica ai fini del contenimento della spesa

da parte dei pub. dipendenti. Con la Repubblica la seconda esigenza è venuta a mancare: mentre prima infatti

nello stato monarchico il governo aveva un potere di prerogativa forte e il legislatore poteva opporsi al governo;

ciò giustifica la funzione della legge come garanzia. Ora il governo dipende dalla maggioranza parlamentare e

non ha più quel potere; la legge quindi ha perso quel ruolo di garanzia, di protezione della libertà dei cittadini nei

confronti del governo; anche perché è quest’ultimo il padrone delle leggi. Il primo punto di svolta è dato quindi

da una modificazione di carattere costituzionale. Il secondo è dato dallo sviluppo nella seconda metà del secolo

del diritto del lavoro con la nascita dei sindacati.

Negli anni ’60 ci si comincia a chiedere perché i salari dei dipendenti pubblici debbano essere diversi da quelle

privati e si ha pertanto un negoziato informale solo sul trattamento economico dei dip. pub. che sfocia in una

legge. Nel ’68 vi è una legge sul personale sanitario che prevede che il trattamento economico di questo sia il

risultato di una negoziazione; poi il negoziato viene riconosciuto anche ad altre categorie (enti pub. non

economici, dip. ministeriali etc.) finchè si arriva alla legge quadro 93/83 che ripartisce l’oggetto della disciplina

del rapporto di lavoro con la p.a. tra la legge e i contratti collettivi. Tale legge si rileva un fallimento perché vi è

un’invasione reciproca da parte dei sindacati e del legislatore sulle materie la cui competenza era stata attribuita

all’altra parte. Attuale in materia è il decreto legislativo delegato 29/93 in base alla legge delega 421/92 che ha

apportato alla piena contrattualizzazione del lavoro dipendente della p.a.. il testo è stato ritoccato dai successivi

governi in quanto nello stesso è prevista una delega ai successivi governi di modificarlo con decreti correttivi.

riguardo alla normativa preesistente a tale decreto il legislatore ha disposto l’espressa abrogazione del T.U.

3/1957 e della legge quadro e l’abrogazione in forma tacita della previgente normativa incompatibile; in tal

senso è bene precisare però che, siccome tale legge non estende la disciplina contrattuale a tutto il personale

amministrativo come poi vedremo, il personale non contrattualizzato rimane regolato anche dallla disciplicìna

preesistente; ciò implica che il T.U. del ’57 non viene abrogato totalmente ma ne viene ridotto l’ambito

soggettivo. Tale decreto legis. 29/93 ha subito comunque successive modifiche e integrazioni. Analisi del testo:

L’art.55 “il rapporto di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche è disciplinato secondo le

disposizioni dell’art.2 commi 2 3 4.” rimanda all’ art.2 intitolato FONTI. Il comma 2 sancisce: “i rapporti di

lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del codice civile e

dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell’impresa, fatte salve le diverse disposizioni contenute nel

presente decreto”; alle rapporti di lavoro con la p.a. si applicano quindi in via principale le norme di diritto

comune (civile), “fatte salve” implica una regola al diritto comune. Il pubblico impiego viene quindi interamente

assoggettato alla regolamentazione privatistica. L’art.2 comma2 continua: “ eventuali disposizioni di legge,

regolamento, o statuto, che introducano discipline nei rapporti di lavoro la cui applicabilità sia limitata ai

dipendenti delle amministrazioni pubbliche, possono essere derogate da successivi contratti o accordi collettivi e,

per la parte derogata, non sono ulteriormente applicabili, salvo che la legge disponga diversamente”

Tale articolo introduce rispetto a tale materia la prevalenza della fonte contrattuale su quella legislativa, cioè la

prevalenza del privato sul pubblico. Ciò significa che la legge potrà continuare a disciplinare la materia del

rapporto di lavoro con la p.a. ma in caso che questa sia disciplinata anche dal contratto la legge verrà derogata.

Tale art. quindi prevede una riserva di contratto che non è però assoluta. Tale riserva può essere temporanea o

definitiva. Definitiva quando la parte derogata della legge non potrà essere più applicata perché la stessa legge

nulla disponeva in merito; la disciplina contrattuale si applicherà anche in futuro. Temporanea quando è la stessa

legge derogata che prevede che successivamente a tale deroga a favore del contratto, continuerà ad essere

applicata. Si va ad imporre così un vincolo al successivo legislatore di prevedere espressamente una riserva di

contratto temporanea quando non voglia che questa sia definitiva. L’art.2 comma 2 non disciplina la materia ma

il modo in cui la materia dovrà essere disciplinata in futuro dal legislatore. Non è una disciplina sostanziale ma

meta disciplina.

Di tale legge dobbiamo analizzare 1) atto fonte della disciplina

2)ambito soggettivo a cui si estende l’atto

3)soggetti che pongono in essere l’atto fonte

4)procedura ed effetti della negoziazione

Quanto al punto 1, mentre prima ex art.2 avevamo visto il modo in cui la materia deve essere disciplinata in

futuro dal legislatore, ora vediamo la fonte della disciplina sostanziale: ex art.45 comma1 “la contrattazione

collettiva si svolge su tutte le materie relative al rapporto di lavoro e alle relazioni sindacali”; tale norma implica

che non residua ciascuna di queste materie come ambito riservato al legislatore; vi è insomma un’esclusiva

riserva contrattuale. Rileva anche l’art.45 comma4 “la contrattazione collettiva disciplina, in coerenza con il

settore privato, la durata dei contratti collettivi nazionali ed integrativi, la struttura contrattuale e i rapporti tra i

diversi livelli...”, continua “le pubbliche amministrazioni attivano autonomi livelli di contrattazione collettiva

integrativa... questa si svolge sulle materie e nei limiti stabiliti dai contratti collettivi nazionali, tra i soggetti e

con le procedure che questi ultimi prevedono”. Dalla prima parte di tale comma vediamo che vi è un’esclusiva

riserva alla contrattazione collettiva in tale materia; quindi la contrattazione collettiva trova il fondamento

normativo proprio in tale norma: art.45 comma4; è proprio tale norma che da efficacia erga omnes ai contratti

collettivi di lavoro; la legge quindi qui stabilisce il fondamento dell’autonomia contrattuale limitando il proprio

ambito operativo in materia. Ma anche se è la legge a fondare la capacità normativa della contrattazione

collettiva non la disciplina; leggendo più attentamente il testo vediamo che è la stessa contrattazione collettiva ad

auto disciplinarsi, a prevedere la materia oggetto del contratto, la durata dello stesso e chi e come contratterà in

ambito integrativo. Inoltre è importante l’art.45comma5 “le pubbliche amministrazioni adempiono agli obblighi

assunti con i contratti collettivi nazionali od integrativi dalla data della sottoscrizione definitiva e ne assicurano

l’osservanza nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti”: tale art. prevede degli obblighi per la p.a. derivanti

dai contratti (fonti di natura privatistica); il contratto privato qui per la prima volta non produce effetti solo tra le

parti come di solito avviene, ma erga omnes anche nei confronti della p.a.. a differenza del diritto di lavoro qui

c’è una norma di chiusura con cui il legislatore ha voluto stabilire che vi è un’obbligo legale di rispetto del

contratto.

Quanto al punto 2 vediamo a quale ambito soggettivo si estende la contrattazione collettiva: art45comma3 “

mediante appositi accordi tra l’ARAN e le confederazioni rappresentative sono stabiliti i comparti di

contrattazione collettiva nazionale...” e in base a tali accordi gli attuali comparti sono: ministeri, enti pubblici

non economici, aziende ad ordinamento autonomo, scuola, università, enti di ricerca e sperimentazione, regioni,

servizio sanitario nazionale; abbiamo visto ai soggetti a cui si estende la disciplina contrattuale. Ex art.2 commi4

e 5 sono previsti i soggetti il cui rapporto di lavoro non è disciplinato dalla contrattazione: art2comma4

“rimangono disciplinati dai rispettivi ordinamenti: i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati,

il personale militare e le forze di polizia di Stato, il personale della carriera diplomatica e prefettizia etc.” ex

comma 5 “il rapporto di impiego dei professori e dei ricercatori universitari resta disciplinato dalle disposizioni

rispettivamente vigenti in virtu del principio dell’autonomia universitaria art 33 cost.”. Inoltre ex legge 287/90

tutti i dipendenti della autorità indipendenti non sono personale contrattualizzato (banca d’Italia). Diversa è la

situazione per gli enti pubblici economici, che sono stati privatizzati; infatti qui la disciplina contrattuale del

rapporto di lavoro è conseguenza non di tale decreto ma della modificazione soggettiva del soggetto datore di

lavoro: tali enti anche se pubblici assumono con la privatizzazione una veste soggettiva privatistica (s.p.a. a

partecipazione statale es. ferrovie dello stato) che implica a prescindere da una legge espressa la trasformazione

della fonte contrattuale del rapporto di lavoro da pubblica (legge) a privata (contratto).

Quanto al punto 3, vediamo i soggetti che pongono in essere l’atto fonte cioè i contratti: vi saranno due parti:

una privata e l’altra pubblica. Mentre di solito nell’area privatistica chi contratta lo stabiliscono gli stessi

contraenti, qui la parte contraente pubblica che rappresenta la p.a. è prevista dalla legge (limite all’autonomia

contrattuale): tale soggetto è l’ARAN. Ex art. 50comma1 “le pubbliche amministrazioni sono rappresentate

dall’ARAN: agenzia di rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, agli effetti della

contrattazione nazionale. La prima funzione dell’aran è quella di contrattare. Ex art.50comma2 “le pub. amm.

Possono avvalersi dell’assistenza dell’aran ai fini della contrattazione integrativa”: la seconda funzione dell’aran

è quella di assistere chi contratta; ratio di tale norma è quella di decentrare la contrattazione: mentre quella

nazionale spetta all’aran, quella integrativa è di competenza delle pub. amminis. Con assistenza dell’aran. Terza

funzione importante dell’Aran è ex art.50comma3: “cura le attività di studio di monitoraggio e documentazione

necessarie all’esercizio della contrattazione collettiva. Imporatante è l’art 50comma6 “il comitato direttivo

dell’Aran è costituito da 5 componenti ed è nominato con decreto del Presidente del consiglio dei Ministri; tre

dei componenti tra cui il presidente del comitato sono designati dal P.d.C. su proposta del ministro della funzione

pubblica di concerto con il ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica; gli altri 2, uno

dalla conferenza dei presidenti delle regioni e l’altro dall’ANCI (ass.naz. comuni ita.) e dall’UPI (unione

province ita). Ex comma10 “l’Aran ha personalità giuridica di diritto pubblico. Ha autonomia organizzativa e

contabile nei limiti del proprio bilancio”. Tale autonomia organizzativa non vuol dire anche autonomia

sostanziale in quanto l’Aran essendo rappresentate negoziale delle pub. amm., è soggetto al potere di indirizzo di

queste ultime; ex art.46comma1: “le pub. amm. esercitano il potere di indirizzo nei confronti dell’Aran e le altre

competenze relative alle procedure di contrattazione collettiva nazionale attraverso strutture associative le quali

danno vita a tal fine a Comitati di settore”. Vi è quindi la p.a. ente rappresentato, le sue strutture associative, i

comitati di settore costituiti dalle strutture associative e infine l’Aran che è sottoposto la potere di indirizzo e

quindi alle direttive esercitato dai comitati di settore. Di solito qualsiasi ente pubblico sottostà alle direttive dello

Stato; in tal caso però le direttive non provengono da un unico organo da più organi (direttive non uniche ma

plurime) che sono i comitati di settore: organismi autonomi all’interno di un organismo servente che è l’Aran. Ex

art.46comma2“per le amministrazioni, le agenzie e le aziende autonome dello Stato, opera come comitato di

settore il presidente del consiglio dei ministri tramite il ministro della funzione pubblica, di concerto con il

ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, per il sistema scolastico, di concerto con il

ministro della pubblica istruzione”. Tale art. definisce chiaramente un comitato di settore che rappresenta le

amministrazioni (ministeri etc.) mentre non rappresenta più le aziende autonome perché ora sono s.pa. private.

Vedi art.46comma3.. La volontà dell’Aran è influenzata sia dall’interno : stato, regioni, enti locali; che

dall’esterno: comitati di settore.

Abbiamo ora visto la parte contrattuale pubblica: l’Aran, l’altra parte contraente è privata e sono i sindacati:

regolati dall’art.38 della cost. “ e successivi. Come i partiti politici sono associazioni non riconosciute e

svolgono funzioni pubbliche rilevanti come quella della negoziazione a tutela delle categorie lavorative che

rappresentano e anche funzione di assistenza fiscale a favore dei contribuenti che consiste nell’accertamento

fiscale. A differenza di quanto afferma l’art39 della cost, i sindacati di oggi non sono registrati ma sono

associazioni di fatto; non hanno alcun riconoscimento giuridico e per tanto non è l’ordinamento a stabilire quali

sono le parti private che devono contrarre con l’aran; sulla base di quali criteri sostanziali quindi si stabilisce e

chi stabilisce quali sono i sindacati che contrattano con l’Aran? Normalmente nei rapporti privatistici, in virtù

dell’autonomia privata sono le stesse parti a decidere con cui vogliano contrarre: vi è il principio paritario delle

parti contrattuali; in tal caso invece mentre una parte: l’Aran è stabilita ex lege, l’altra parte, ex art47-bis

comma1 “L’ARAN ammette alla contrattazione collettiva nazionale le organizzazioni sindacali che abbiano nel

comparto o nell’area una rappresentatività...”, viene riconosciuta dallo stesso Aran: vi è una parte che riconosce

l’altra e quindi si nega qui il principio paritario. I criteri di riconoscimento di cui si avvale sono previsti dallo

stesso art. “....rappresentatività non inferiore al 5%, considerando a tal fine la media tra il dato associativo e il

dato elettorale....”. ex comma2 “alla contrattazione collettiva nazionale partecipano per il relativo comparto o

area altresì le confederazioni alle quali le organizzazioni sindacali ammesse alla contrattazione collettiva sono

affiliate”. Ex comma3 “l’Aran verifica previamente, sulla base della rappresentatività accertata per l’ammissione

alle trattative ai sensi del comma1, che le organizzazioni sindacali che aderiscono alla ipotesi di accordo

rappresentino almeno nel loro complesso almeno il 51% come media tra il dato associativo e dato elettorale nel

comparto o nell’area contrattuale, o almeno il 60% del dato elettorale nel medesimo ambito”; così si risolve il

problema della mancata attuazione dell’art.39 cost.: la verifica della rappresentatività da parte dell’Aran attenua

il mancato riconoscimento normativo dei sindacati. L’aran ha un potere di mero accertamento della

rappresentatività dei sindacati.

Il punto 4 concerne la procedura contrattuale che è caratterizzata da una base privatistica su cui vi sono delle

deroghe di tipo pubblicistico. Una delle deroghe principali che limita l’autonomia contrattuale della p.a. è che

questa non può scegliere discrezionalmente l’altro contraente ai fini del rispetto del principio dell’imparzialità

della p.a.. la procedura negoziale è descritta dall’art51: innanzitutto ex comma1 l’aran procede sulla base degli

indirizzi che vengono impartiti dalle pubbliche amministrazioni attraverso comitati di settore; gli atti di indirizzo

delle amministrazioni diverse dallo stato, sono sottoposti al Governo che, entro dieci giorni, ne valuta la

compatibilità con le linee di politica economica e finanziaria nazionale. Ricevuti gli indirizzi, ex comma2 “l’aran

informa costantemente i comitati di settore e il governo sullo svolgimento delle trattative”. L’aran raggiunge cosi

un’ipotesi di accordo, la comunica ai comitati di settore che entro 5 giorni dalla ricezione del testo comunicano

all’aran il loro parere favorevole”. Ex comma4 “acquisito il parere favorevole sull’ipotesi si accordo, il giorno

successivo l’aran trasmette la quantificazione dei costi contrattuali alla Corte dei Conti che certifica

l’attendibilità dei costi quantificati e la loro compatibilità con gli strumenti di programmazione e di bilancio”. Ex

art.51comma5 “la Corte dei Conti delibera entro 15 giorni dalla trasmissione della quantificazione dei costi

contrattuali, decorsi i quali la certificazione si intende effettuata positivamente. L’esito della certificazione viene

comunicato dalla Corte all’Aran, al comitato di settore e al Governo.” A tal punto il procedimento può avere una

duplice conclusione: Ex art51comma5 “se la certificazione è positiva, il Presidente dell’Aran sottoscrive

definitivamente il contratto collettivo”; ex art51 comma6 “se la certificazione della Corte non è positiva, l’Aran,

sentito il comitato di settore o il P.d.C dei ministri, assume le iniziative necessarie per adeguare la

quantificazione dei costi contrattuali ai fini della certificazione ovvero, qualora non lo ritenga possibile, convoca

le organizzazioni sindacali ai fini della riapertura delle trattative”; in tal caso quindi si ritorna al procedimento

principale. In ogni caso, salvo comma6, la procedura di certificazione deve concludersi entro 40 giorni

dall’ipotesi di accordo. Vi sono 2 deroghe al diritto privato: - vengono stabiliti i soggetti della negoziazione;

l’oggetto della negoziazione è libero, però vi è un giudizio della Corte dei Conti circa la sua attendibilità e

compatibilità che lo vincola.

Circa le controversie sui rapporti di lavoro alle dipendenze della p.a., mentre prima vi erano 2 giudici, ora ex

art68comma1 “vengono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice ordinario (eccezione art.2comma4)

incluse le controversie concernenti l’assunzione al lavoro, il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali,

e la responsabilità dirigenziale, nonché quelle concernenti le indennità di fine rapporto, ancorché vengano in

questione atti amministrativi presupposti. Quando questi ultimi siano rilevanti ai fini della decisione, il giudice

ordinario li disapplica, se illegittimi. L’impugnazione davanti al giudice amministrativo dell’atto amministrativo


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AUTORE

Sara F

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Amministrativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Spampinato Biagio.

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