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APPUNTI DEL CORSO DI ANTROPOLOGIA CULTURALE DELLA PROF.SSA EMANUELA

ROSSI, UNIVERSITA' DI FIRENZE, ANNO ACCADEMICO 2012/2013, CORSO DI STORIA E

TUTELA DEI BENI ARCHEOLOGICI, ARTISTICI, ARCHIVISTICI E LIBRARI.

 LEZIONE UNO: IL CONCETTO DI PATRIMONIO

PRESENTAZIONE DEI TESTI:

"Per l'educazione al patrimonio culturale: 22 tesi" il volume, sintetizzando le riflessioni presenti in altri testi

e rielaborando le tesi, ripensa il patrimonio e le azioni ad esso connesse. Mette in evidenza come il

patrimonio venga visto in prospettiva processuale, la quale vive e si modifica grazie alla continua

concettualizzazione e interpretazione. Il patrimonio è frutto di un processo di selezione, e si muove sempre

in continuum, contiene beni materiali e immateriali. Ed è proprio sulla dinamica del patrimonio che lavora

l'antropologia. Il libro definisce il concetto di patrimonio culturale come frutto di una secolare evoluzione,

iniziata con una lista di beni materiali considerati di valore eccezionale, come espressione di una cultura

(qualunque cultura è portatrice di patrimonio). Il patrimonio (patris munus, dono del padre) vede

un'implicita sfumatura di possesso e ereditarietà.

"Antropologia" benchè la sua storia cominci ufficialmente con la Rivoluzione Francese, il patrimonio

culturale è diventato un tema di ricerca privilegiato nella area Euro-americana solo a partire dagli anni '80".

Questa rivista, diretta da Irene Maffi, insegnante in Svizzera, riporta le varie concezioni e analisi dei Beni

Culturali portate avanti dagli studiosi e dalle studiose, ed emerge che il patrimonio culturale è uno strumento

e un oggetto di studio che apre nuove vie per comprendere ed esplorare la società contemporanea.

"I beni Demo-etno-antropologici" in questo testo si parla di questi particolari beni culturali, riconosciuti

come tali solo nel 2004. Il prefisso "Demo" indica la cultura contadina(soprattutto europea), il prefisso

"Etno" le popolazioni extraeuropee o popolazioni che non conoscono la scrittura. I beni DEA si dividono in

materiali (di cui fanno parte i demologici e gli etnografici) e immateriali (al cui dominio appartengono i beni

antropologici). Ma non solo oggetti comprende il patrimonio, bensì anche luoghi, ambienti e la loro

interpretazione e concettualizzazione. Il patrimonio è un insieme: DIFFUSO, IN DIVENIRE, RELATIVO

(poiché continuamente ricomposto), POLIVALENTE, INTERDISCIPLINARE, COMPLESSO. I beni DEA

sono stati riconosciuti tramite il Codice dei Beni Culturali del 2004. Qualunque cultura è quindi portatrice di

patrimonio, dal momento che qualunque cultura conta su un insieme importante di testimonianze. Come si

definisce il valore? Come l’autenticità?

Emanuela Rossi: la nostra docente ha lavorato per molti anni in Canada, dove ha studiato le culture native

nel contesto post-coloniale. Ci racconta, partendo dalla propria esperienza, che spesso l'interesse al

patrimonio culturale è stato motivato dal moltiplicarsi di rivendicazioni politiche e identitarie legate a

manufatti e beni di origine non occidentale, dando origine a istanze di RIMPATRIO. Nel museo nazionale di

Ottawa, che si apriva con un altare del 1700 in stile rococò (come ad indicare che l'arte arriva insieme agli

europei) dal 2003 si apre con collezioni di oggetti nativi. Ciò che assente da un contesto è significativo tanto

quanto ciò che è presente. I popoli nativi hanno iniziato dagli anni '80 a pretendere la restituzione dei loro

manufatti e delle loro opere d'arte: di questo processo abbiamo una testimonianza nella richiesta di una

collezione di oggetti dei nativi canadesi a un museo americano. L’interesse verso il patrimonio si è

accentuato anche grazie a tali rivendicazioni politico-identitarie, e spesso i musei hanno coinvolto gli

antropologi a tal scopo. In Italia (e non solo), molti musei ora si interrogano su cosa fare del patrimonio

coloniale che ospitano: per esempio il Pigorini, di Roma, sta ripensando i suoi scopi e l’uso dei propri

oggetti in relazione alle varie diaspore, che hanno avuto successo nell' avvicinare i popoli che hanno

prodotto tali oggetti. Lo studio del patrimonio è quindi anche un modo per esplorare e comprendere le

società contemporanee, e non è un caso se il discorso patrimoniale è presentato col tempo verbale presente.

 LEZIONE DUE: LA PRIMA TESI E IL PATRIMONIO CULTURALE

Abbiamo visto che nel patrimonio culturale convivono due anime: quella demologica e quella etnografica. Il

nostro museo universitario punta molto l'accento sull'etnografia, possedendo oggetti di molti paesi,

soprattutto da quelle che furono le colonie italiane in Africa e gli oggetti presenti nelle collezioni dei Medici.

Musei del territorio che puntano più sull'aspetto demologico sono il museo della cultura rurale di Gaville,

curato da Righi, il museo di Casal Guidi di Sesto Fiorentino, il museo della farmacia di Santa Fina a San

Gimignano.

TESI UNO: "Il concetto attuale di patrimonio inizia con una lista di beni materiali, di carattere storico-

artistico, considerati di valore eccezionale". Questa convinzione non prevedeva né testimonianze, non

materiali né un carattere dinamico del patrimonio, che invece viene continuamente reinventato e

reinterpretato dalla cultura che lo vive. "Oggi il concetto di patrimonio si riferisce ad un insieme

significativo di tracce materiali e immateriali che diventano testimonianze culturali di una collettività in un

momento determinato". Il Patrimonio non ha valore universale. Nel Codice dei Beni Culturali e del

Paesaggio del 2004, si definisce il bene culturale come quelle <<cose mobili e immobili, che presentano

interesse artistico, archeologico, storico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico, e le altre cose

individuate dalla legge o in base alle legge come testimonianze aventi valore di civiltà>>.

I beni DEA possono essere visti come una branca della Cultura, la quale, in campo antropologico, non ha a

che fare con l'istruzione, l'erudizione, proprio come affermò Edward Burnett Tylor, nel testo "Primitive

Culture" (1871) scrivendo che: "La cultura o civiltà è quell'insieme complesso che include la conoscenza, le

credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità acquisita dall'uomo come membro

di una società. " Non bisogna credere però che l'antropologia non sia interessata ai manufatti e ai beni

materiali, anzi, li include in quanto prodotti materiali di attività di certe persone nell'ambito di una certa

società, caratterizzata da saperi, tecniche e credenze proprie.

Uno dei padri dell'antropologia italiana, Alberto Cirese, si occupò particolarmente di demologia, disciplina

che, alla fine degli anni '60, veniva chiamata "cultura folklorica", scrisse nel 1977 "Oggetti, segni, musei",

dove afferma che nei musei "folklorici" non ci sono oggetti nati per essere esposti (infatti: "Un attrezzo, un

costume, un'acconciatura non sono stati fatti per l'esposizione ma per un corpo che si muove"). In pratica i

beni DEA si caratterizzano perché non sono nati per l'esposizione: ma per un fine pratico e contingente.

Inoltre si distinguono per:

1- varietà e diversità 2-serialità 3- diversa valutazione economica rispetto ad altri beni 4-carattere effimero

(Cirese aveva una collezione di pani sardi, che indicava come sculture plastiche effimere) 5- immaterialità di

alcuni di essi (canto, danza) 6-stretta connessione con l'ambito socio-economico nel quale sono utilizzati e

che ad essi dà senso.

Riguardo alla varietà e specificità, vediamo che un bene DEA, per avere senso, deve essere inserito nel

contesto cui appartiene, che sia originale o ricreato. Un oggetto prelevato dal terreno (cioè dal contesto)

cambia natura. la traccia diventa testimonianza culturale. Quando un oggetto viene indicato come

testimonianza diventa un documento, perdendo la sua natura "di uso": un aratro dentro al museo non

soddisfa più uno scopo contingente, ma diventa documento di ciò che era.

LA CATALOGAZIONE: dalla fine degli anni '70 gli antropologi elaborano schede di catalogazione per

l'ICCD (istituto centrale per il catalogo e la documentazione). Il problema maggiore, nella catalogazione, è

la gran varietà e disomogeneità del patrimonio. Il primo a crare una scheda di classificazione fu Lamberto

Loria, il quale, nel 1911, anno del cinquantennio dell'Unità d'Italia, curò una mostra etnografica. Chiamò

"etnografia italiana" quella che ora chiameremmo cultura materiale. Gli oggetti di questa mostra andarono

poi al museo "Di storia e tradizione popolare". La "scheda tipo" è di carta di Fabriano, di dimensioni 16x22,

dattilografata con inchiostro indelebile, con riportati i nomi dialettali. Si usano quattro schede: FKO

(oggetti) FKM (musica popolare), FKN (narrativa), FKC (cerimonie). La FKO somiglia molto alle schede

per gli oggetti d'arte (OA) e i reperti archeologici (RA). Dal 2000 le schede si chiamano BDM (beni

materiali) BDI (immateriali).

 LEZIONE TRE: LAMBERTO LORIA E L'ANTROPOLOGIA DI SALVATAGGIO

L'antropologia vede i suoi padri e le sue madri, provenire spesso da altri mondi culturali, spesso dalla

medicina: per esempio Mantegazza (fondatore, fra l'altro, del museo di antropologia di Firenze) per una

delusione amorosa andò in Argentina ed esercitò là la sua professione di medico, ma poi s’innamorò della

cultura locale, gettando le basi dell’antropologia culturale.

nacque ad Alessandria d’Egitto; una volta morta la madre si trasferì

Lamberto Loria a Pisa, dove si laureò in

matematica; alla morte del padre si recò con la sorella a Firenze. Successivamente alle nozze della sorella,

Loria partì per studiare popoli “malconosciuti”. La sua prima spedizione è del 1883, in Lapponia. Si recò poi

in Turkestan a studiare la popolazione Teppè, ma gli oggetti raccolti furono per la maggior parte distrutti (il

poco che resta è qua a Firenze). Dopo aver avuto diversi problemi di salute (nei diari del suo assistente e

amico, Mochi, è sempre descritto malaticcio), alla morte della sorella tornò in Italia, per poi ripartire per la

Papuania nel 1891. Scrisse sulla rivista "Lares" parlando di una sua conversione: aveva iniziato infatti con

l'etnografia "ottocentesca", visitando luoghi lontani e portando oggetti di culture native, ritenute inferiori,

ma, in un secondo momento, trasferì i suoi studi a quella che lui chiama "etnografia italiana" , ovvero la

demologia, studiando la cultura contadina di Circello del Sannio. Il concetto di etnografia italiana però,

come riporta la storica dell'antropologia Sandra Puccini, nacque con Enrico Morselli, psichiatra e amico di

Mantegazza , nel 1884, per indicare la cultura materiale. Loria, in tutti questi viaggi dette prova della sua

partirono nel 1905 per l’Eritrea: fu l'ultimo viaggio prima

abilità di fotografo e trovarobe. Loria e Mochi

della "conversione"allo studio dell’Italia: capì, studiando la cultura rurale italiana, che la diversità è vicina.

Un suo progetto era la fondazione di un museo d’etnografia italiana, così da ufficializzare tale disciplina ed

avvicinarsi ai bisogni degli italiani. Non bisogna dimenticare, poi, che anche il governo necessitava di

conoscere la neonata Italia unita, e ancora estranea a sé stessa, per poterla governare. Nel 1905,quindi, li

troviamo in Eritrea, dove sperimentarono la fotografia "a tipi" frontale e di profilo(per conservare prove

della diversità fisica), e si recarono inoltre al congresso coloniale dell’Asmara, per compiere ricerche

antropologiche. Là raccolsero molti oggetti per il museo fiorentino, che rimase aperto per pochissimo.

L'Antropologia è molto legata al colonialismo, e non è un caso che i primi antropologi (Tylor, Spritehard)

siano Inglesi; guarda caso, nasce anche sotto la stella del positivismo e del darwinismo sociale,

dell'evoluzionismo. Uno fra i primi antropologi è Evans Prichards, che si recò tra i Muer.

Nell’evoluzionismo si propugnavano alcuni stadi di sviluppo, dal barbaro al civilizzato( è facile intuire che il

popolo migliore fosse quello dei bianchi europei). Prichards non percepiva negli altri popoli differenze

culturali, ma mancanze, difetti. Quindi, non esistevano culture diverse (entrambe valide), ma diversi gradi di

cultura. Mochi e Loria (finanziati spesso dal Conte Bastogi) pubblicarono poi nel 1906 un opuscolo che

spiegava come e quali oggetti raccogliere, come effettuare un prelievo etnografico volto alla

patrimonializzazione: secondo l'opuscolo era molto importante avere campioni materiali (in risposta ai

folkloristi che si concentravano sui beni immateriali). Loria denunciò la scarsità di volontà di indagare tracce

delle culture "povere" italiane, mentre si andava lontano per culture "altre", voleva quindi trasformare i

folkloristi in etnografi. Le regole per la raccolta degli oggetti seguono le regole di patrimonializzazione, per

cui una traccia, se assume un ruolo rilevante, diventa una testimonianza. Notiamo poi che le assenze sono

significative quanto le presenze per valutare il pensiero di un antropologo. Loria e Mochi escludevano

oggetti che presentavano segni di modernità, in quanto considerati non più "puri". Non è detto che ciò che

viene scelto dagli studiosi, secondo determinati valori (estetici, storici, scientifici), coincida con le valenze

che venivano attribuite allo stesso oggetto dal popolo che lo ha creato. Il popolo nativo e creatore appare

muto, dal momento che la scelta, soggettiva, è affidata al collezionista o allo studioso. Dalle regole di

patrimonializzazione affiorano anche il pensiero, i pregiudizi e le preferenze di chi le istituisce. Mentre gli

archeologi progettano uno spazio, gli antropologi decidono di testa loro cosa patrimonializzare e cosa no, il

che ci porta a importanti questioni a monte (come si definisce la popolarità di un oggetto? Cosa merita di

essere patrimonializzato?).

Secondo Loria le grandi periferie sono assimilabili alle campagne, ma è solo in queste che risiede il popolo

che gli interessa; la sua grande paura era che la cultura contadina sparisse sull'onda di un progresso che

tuttavia auspicava. Questo dettaglio ci porta al concetto di ANTROPOLOGIA DI SALVATAGGIO, che

prevede che si salvino oggetti che appartengono a un'altra cultura, che sta per essere sopraffatta dalla

modernità. Sia Loria che Mochi sono convinti che il popolo stia per cambiare radicalmente e velocemente.

La storia del collezionismo, con le sue norme, esprime tramite artifici retorici i confini di un discorso

sull'altro che contemporaneamente è un discorso sul noi. E', ovvero, come se noi ci definissimo in

contrapposizione agli altri. Nell'espressione dell'antropologia di salvataggio, l'altro è collocato in una

dimensione di allocronismo (in Canada, ad esempio, si patrimonializzavano i TOTEM precoloniali, mentre

le miniature che i nativi vendevano ai coloni no, negando quindi la possibilità di cambiare). Questo tipo di

antropologia parte dal presupposto che l'antropologo e l'altro non condividano lo stesso tempo (il tempo

dell'altro è infatti finito, il tempo dei colonizzatori impone di conservare i tesori di un popolo che,

modernizzandosi, sta per sparire). Il museo, secondo Loria e Mochi, deve contenere oggetti di vario tipo,

acconciature, giochi, strumenti agricoli, giochi, usanze tradizionali, mezzi di trasporto.

 LEZIONE QUATTRO: MUSEI DI ANTROPOLOGIA E PRATICHE DI PERIODIZZAZIONE.

Il museo delle arti e tradizioni popolari (mnatp) è nel quartiere EUR in un edificio di stile fascista, di fronte

al museo etnografico Palavini. Questo museo fu fondato da Loria, dopo la mostra del 1911, ma la collezione

fu portata là nel 1956

IL CANADA: La Professoressa Rossi andò in Canada influenzata a due Libri di James Clifford: "i frutti puri

impazziscono" e "strade" in cui descrive i musei della west coast canadese. Vancouver è un grande porto

commerciale e turistico, il cui centro è down town con negozi e uffici, ha una grande china town (i cinesi

giunsero là per collegare est e west coast con la linea ferroviaria alla fine del 1800.) Il museo della città è a

forma di cappello Haida.

MOA DELLA COLUMBIA UNIVERSITY: è situato all'interno del campus il quale nacque nel periodo tra

il '15 e il ' 18. All'esterno del museo ci sono pali totemici e la riproduzione di una casa tradizionale degli

anni '50. L'architettura riprende la struttura detta "post and beam"- "palo e trave", fatta da Ericson negli anni

'70. I primi direttori e curatori del museo furono Harry e Audrey Hawtorne, che lavorarono là dalia anni '40

agli anni '60. Avevano un'impostazione dell'antropologia di salvataggio perciò raccolsero solo oggetti di

pura cultura nativa. Il patrimonio nasce sempre dalle tracce che qualcuno decide siano importanti da lasciare

al futuro;secondo loro andava salvato solo ciò che era autentico e non contaminato dall’Occidente, quindi

materiale del passato, precedente alla "corruzione" della natura indiana per tale contaminazione, ovvero

frammenti di pali totemici e housepost. Invece la compresenza di elementi moderni ed antichi, appartenenti

alle stesse comunità, dà un senso di continuità: tali popolazioni non sono sparite come gli antropologi di

salvataggio ritenevano, si sono solo trasformate. Nel cuore del museo sono custoditi frammenti di pali

totemici e di pali che sostenevano le abitazioni (rappresentanti animali totem che divinizzavano,fine XIX

sec. Gli animali erano poi legati alle storie tradizionali delle varie famiglie, così che solo gli appartenenti

alla famiglie ne conoscevano la mitologia. Tuttavia, accanto è esposto un palo del XX secolo e un tessuto

della fine del '900, così da suggerire la continuità. Gli oggetti sono esaltati nel loro valore estetico, l'apparato

didascalico è risicato. E' presente una scultura di orso degli anni '80 che originariamente non veniva

riconosciuta come nativa autentica. Tutti gli oggetti sono esposti come se fossero opere d'arte, anche se

alcuni non erano originariamente destinati all'esposizione. C'è anche uno spazio con statue e pali totemici in

fieri per dare l'idea che le tradizioni non muoiono ma si trasformano. Nelle stesse didascalie le popolazioni

native vengono descritte con il presente dal momento che non sono scomparse. Ci sono utensili e piatti

cerimoniali riccamente decorati e molte maschere usate nelle cerimonie "potlaches" e una scultura di Bill

Huin, “The che rappresenta un corvo di cedro giallo, animale che secondo la

Raven and the First Man”,

mitologia nativa, fece uscire i primi uomini e donne da una conchiglia ingannandoli con promesse di un

mondo meraviglioso che li attendeva (trickster).

PRATICHE DI PERIODIZZAZIONE: Michael Aems in " Cannibal Tours and Glass Boxes ", ritiene che

per gli antropologi il museo stesso è come un manufatto, dal momento che anche i musei sono

rappresentazioni della società in cui si collocano. Secondo Aems il museo coincide con: il manufatto, lo

specchio (in quanto offre uno sguardo sulla nostra cultura) e la finestra (perché offre uno sguardo su culture

altre). I musei sono luoghi in cui si deposita cultura, strumenti per la ricontestualizzazione, e punti di

partenza per la creazione e la promozione del patrimonio culturale. Il museo è quindi lo specchio di una

società e studiando l'uno si studia l'altra. Tramite l'osservazione dei musei nei loro contesti sociali possiamo

studiare un punto di vista: infatti è la contrattazione durante il periodo di formazione, che evidenzia

l’artificiosità del museo e il pensiero dei creatori, tramite le regole di patrimonializzazione impiegate. Perciò

le esposizioni antropologiche, non rappresentano tanto le culture esposte, quanto la percezione che gli

antropologi ed i curatori hanno di esse;. Nell'organizzazione di un museo interviene molto l'insieme di

convinzioni, ed è proprio il processo di formazione di una collezione, che mette in mostra l'apparato

filosofico dietro a un museo. Audrey Hawtorne scrisse a un certo sig. Prevost, il quale voleva venderle un

vassoio, che non poteva accettare cose moderne, e allo stesso modo Mcmillan finanziatore del museo,

scrisse ad Hawtorne per comprare manufatti nativi, affermando che presto tutti gli oggetti sarebbero stati

presi. Il patrimonio non si trova, si crea, ed è proprio creando che si da corpo ai pensieri e ai gusti dei

creatori, passando attraverso una scelta.

afferma la necessità di mostrare all’interno dei musei la loro modalità di creazione, la storia

James Clifford

della collezione e della sua creazione.

 LEZIONE CINQUE: SPIEGAZIONE DELLA TESI 7

La Convenzione di Faro del 2005, sottoscritta da poco in Italia, è molto significativa, poiché riconosce a tutti

il diritto di beneficiare del patrimonio culturale e di contribuire al suo arricchimento. Un tempo bisognava

l’altro, adesso abbiamo l’alterità anche in patria. Il patrimonio può stimolare la

viaggiare per studiare

cittadinanza attiva, e in questo caso le istituzioni culturali e le scuole, hanno grande importanza. La

convenzione è incentrata sull’eredità culturale (Cultural Heritage, tradotto così in Italiano per evitare la

sovrapposizione con il termine “patrimonio” del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), e in essa si

evidenzia il diritto al contatto con l'eredità culturale e la responsabilità di tutti verso essa. Il punto A è

particolarmente importante, perché dà una definizione di eredità culturale coincidente a quella di patrimonio.

Viene presentato il concetto di Comunità di Eredità: comunità che valorizza e tutela un dato patrimonio, al

fine di trasmetterlo alle generazioni future.

PATRIMONIO E INTERCULTURA: nei primi del 1900 la patrimonializzazione riguardava soprattutto

oggetti raccolti in giro per l'Italia e per il Mondo, come il modello di Loria e Mochi, mentre l'atteggiamento

attuale è quello di patrimonializzare beni che portano segni di contatto fra la cultura nativa e quella

occidentale, ma c'è l'idea di un oggetto che porta i segni di contrattazioni, in un patrimonio che si produce in

continuità. Durante gli anni '90 nelle società di nuovo insediamento (esempio i Cinesi a Prato, i quali non si

sentivano rappresentati nel Corteggio storico, tanto che il sindaco propose il loro inserimento, a cui i Pratesi

si opposero, anche se alla fine i Cinesi accettarono di aggiungersi in coda al corteggio) del Nord America,

dell'Australia e Nuova Zelanda si è diffuso molto rapidamente un nuovo modo per realizzare mostre ed

esposizioni. Questo nuovo modello si basa sulla collaborazione fra il museo e la comunità in esso

rappresentate che co-gestiscono una vasta gamma di attività museali, come l'identificazione dei temi, la

selezione degli oggetti, la definizione dei metodi di ricerca, la scrittura di pannelli esplicativi. Nei musei di

antropologia c'è spesso un rapporto di collaborazione con consulenti delle comunità per sviluppare la

mostra, tuttavia, con il nuovo approccio collaborativo le decisioni, prese insieme, comportano un

cambiamento radicale all'interno delle istituzioni. Il metodo, estremamente nuovo, agisce più lentamente:

infatti solo dopo che l'organizzatore può rendersi conto se la comunicazione proposta era esatta , tale da far

comprendere il messaggio alle persone che hanno visitato la mostra. Vediamo quindi che le esposizioni

collettive richiedono grandi negoziazioni, ma l'accento posto sull'aspetto collaborativo del progetto porta a

ridefinire lo scopo dell'esposizione che diventa l'insieme di più attività, distinte in due gruppi diversi:

COMMUNITY-BASED ACTIVITIES (attività basate sulla comunità, implica mettere le proprie

competenze al servizio dei membri della comunità per esprimere chiaramente la loro cultura) e

MULTIVOCAL ACTIVITIES (attività multivocali, suggeriscono la presenza di un doppio sguardo

contemporaneamente, mostrando più prospettive). Il termine etnografico è spesso usato in Italia anche per i

musei basati sulla cultura contadina. Ma musei etnografici, che collezionano materiali raccolti nel periodo

coloniale, che scopo hanno oggi? Forse quello di lavorare con le comunità ora presenti in Italia, sugli

stereotipi e sulle vecchie collezioni coloniali, così da esporre la cultura in maniera originale e "vera" (

Nel 2001 a Vancouver ebbe luogo l’esposizione “Lo Spirito dell’Islam”; la comunità islamica

Pigorini).

aveva chiesto al museo di fare un'esposizione sulla loro cultura, al fine di farsi conoscere ed abbattere gli

stereotipi. La mostra era incentrata perlopiù sulla scrittura e la calligrafia. La mostra fu inaugurata poco

prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e molte persone la visitarono, interessate a conoscere la cultura

islamica. A riprova della difficoltà delle mostre collaborative, per realizzare questa ci sono voluti 3 anni. Un

esempio di mostra collaborativa che ha avuto luogo in Italia è una sezione del museo Pigorini: "Soggetti

Migranti: Dietro le Cose le Persone:" I curatori e le curatrici del museo hanno chiesto alle popolazioni che

avevano subìto diaspore di scegliere oggetti significativi e reinterpretarli. Le diaspore europee non erano mai

state prese in considerazione come soggetto antropologico, mente possono diventare protagoniste attive di

un dialogo interculturale. La DIASPORA corrisponde alla consapevolezza da parte di una comunità spesso

immigrata di possedere e preservare un'identità distinta da quella del luogo di residenza, ma legata al luogo

di origine.

 LEZIONE SEI: IL MUSEO DEL QUOTIDIANO:

Si trova a Ozzanotaro, in provincia di Parma, e fu fondato da Ettore Guatelli. Secondo Pietro Clemente i

piccoli musei locali nascono negli anni '60/'80, e, come afferma nel testo "Graffiti di museografia" i piccoli

musei nascono dalla passione di piccoli raccoglitori e raccoglitrici locali, una forma nuova di collezionismo,

legata alla democratizzazione sociale. Questo "collezionismo povero" (a livello economico, ma ricco di

contenuti) è legato a un momento di passaggio epocale, dalla campagna alla città, in seguito al boom

economico, passaggio animato da una sorta di nostalgia ambigua, in un insieme di rifiuto e amore per la

cultura contadina. Questo fenomeno viene definito da Clemente "museografia di base", un movimento che

nasce da persone comuni. Guatelli proveniva da una famiglia di mezzadri, ma non poteva lavorare nei campi

per la sua salute precaria,così diventò maestro alle elementari, continuando però a raccogliere storie sul

mondo contadino. Clemente esprime gratitudine per questi collezionisti particolari, benchè non abbiano fatto

uso di metodi scientifici. Guatelli cercava pezzi interessanti dai vicini di casa, dai rigattieri, nelle discariche

addirittura. Questi collezionisti percepivano consapevolmente il cambiamento e credevano nella positività


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia e tutela dei beni archeologici, artistici e librari
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tardis di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Rossi Emanuela.

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