Appunti del corso di antropologia culturale
Introduzione generale
Appunti del corso di antropologia culturale della Prof.ssa Emanuela Rossi, Università di Firenze, anno accademico 2012/2013, corso di storia e tutela dei beni archeologici, artistici, archivistici e librari.
Lezione uno: Il concetto di patrimonio
Presentazione dei testi: "Per l'educazione al patrimonio culturale: 22 tesi" il volume, sintetizzando le riflessioni presenti in altri testi e rielaborando le tesi, ripensa il patrimonio e le azioni ad esso connesse. Mette in evidenza come il patrimonio venga visto in prospettiva processuale, la quale vive e si modifica grazie alla continua concettualizzazione e interpretazione. Il patrimonio è frutto di un processo di selezione, e si muove sempre in continuum, contiene beni materiali e immateriali. Ed è proprio sulla dinamica del patrimonio che lavora l'antropologia. Il libro definisce il concetto di patrimonio culturale come frutto di una secolare evoluzione, iniziata con una lista di beni materiali considerati di valore eccezionale, come espressione di una cultura (qualunque cultura è portatrice di patrimonio). Il patrimonio (patris munus, dono del padre) vede un'implicita sfumatura di possesso e ereditarietà.
"Antropologia" benché la sua storia cominci ufficialmente con la Rivoluzione Francese, il patrimonio culturale è diventato un tema di ricerca privilegiato nell'area Euro-americana solo a partire dagli anni '80. Questa rivista, diretta da Irene Maffi, insegnante in Svizzera, riporta le varie concezioni e analisi dei beni culturali portate avanti dagli studiosi e dalle studiose, ed emerge che il patrimonio culturale è uno strumento e un oggetto di studio che apre nuove vie per comprendere ed esplorare la società contemporanea.
"I beni Demo-etno-antropologici": in questo testo si parla di questi particolari beni culturali, riconosciuti come tali solo nel 2004. Il prefisso "Demo" indica la cultura contadina (soprattutto europea), il prefisso "Etno" le popolazioni extraeuropee o popolazioni che non conoscono la scrittura. I beni DEA si dividono in materiali (di cui fanno parte i demologici e gli etnografici) e immateriali (al cui dominio appartengono i beni antropologici). Ma non solo oggetti comprende il patrimonio, bensì anche luoghi, ambienti e la loro interpretazione e concettualizzazione. Il patrimonio è un insieme: diffuso, in divenire, relativo (poiché continuamente ricomposto), polivalente, interdisciplinare, complesso. I beni DEA sono stati riconosciuti tramite il Codice dei Beni Culturali del 2004. Qualunque cultura è quindi portatrice di patrimonio, dal momento che qualunque cultura conta su un insieme importante di testimonianze. Come si definisce il valore? Come l’autenticità?
Emanuela Rossi: la nostra docente ha lavorato per molti anni in Canada, dove ha studiato le culture native nel contesto post-coloniale. Ci racconta, partendo dalla propria esperienza, che spesso l'interesse al patrimonio culturale è stato motivato dal moltiplicarsi di rivendicazioni politiche e identitarie legate a manufatti e beni di origine non occidentale, dando origine a istanze di rientro. Nel museo nazionale di Ottawa, che si apriva con un altare del 1700 in stile rococò (come ad indicare che l'arte arriva insieme agli europei) dal 2003 si apre con collezioni di oggetti nativi. Ciò che è assente da un contesto è significativo tanto quanto ciò che è presente. I popoli nativi hanno iniziato dagli anni '80 a pretendere la restituzione dei loro manufatti e delle loro opere d'arte: di questo processo abbiamo una testimonianza nella richiesta di una collezione di oggetti dei nativi canadesi a un museo americano. L’interesse verso il patrimonio si è accentuato anche grazie a tali rivendicazioni politico-identitarie, e spesso i musei hanno coinvolto gli antropologi a tal scopo. In Italia (e non solo), molti musei ora si interrogano su cosa fare del patrimonio coloniale che ospitano: per esempio il Pigorini, di Roma, sta ripensando i suoi scopi e l’uso dei propri oggetti in relazione alle varie diaspore, che hanno avuto successo nell'avvicinare i popoli che hanno prodotto tali oggetti. Lo studio del patrimonio è quindi anche un modo per esplorare e comprendere le società contemporanee, e non è un caso se il discorso patrimoniale è presentato col tempo verbale presente.
Lezione due: La prima tesi e il patrimonio culturale
Abbiamo visto che nel patrimonio culturale convivono due anime: quella demologica e quella etnografica. Il nostro museo universitario punta molto l'accento sull'etnografia, possedendo oggetti di molti paesi, soprattutto da quelle che furono le colonie italiane in Africa e gli oggetti presenti nelle collezioni dei Medici. Musei del territorio che puntano più sull'aspetto demologico sono il museo della cultura rurale di Gaville, curato da Righi, il museo di Casal Guidi di Sesto Fiorentino, il museo della farmacia di Santa Fina a San Gimignano.
Tesi uno: "Il concetto attuale di patrimonio inizia con una lista di beni materiali, di carattere storico-artistico, considerati di valore eccezionale". Questa convinzione non prevedeva né testimonianze, né un carattere dinamico del patrimonio, che invece viene continuamente reinventato e reinterpretato dalla cultura che lo vive. "Oggi il concetto di patrimonio si riferisce ad un insieme significativo di tracce materiali e immateriali che diventano testimonianze culturali di una collettività in un momento determinato". Il patrimonio non ha valore universale. Nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2004, si definisce il bene culturale come quelle "cose mobili e immobili, che presentano interesse artistico, archeologico, storico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico, e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge come testimonianze aventi valore di civiltà".
I beni DEA possono essere visti come una branca della cultura, la quale, in campo antropologico, non ha a che fare con l'istruzione, l'erudizione, proprio come affermò Edward Burnett Tylor, nel testo "Primitive Culture" (1871) scrivendo che: "La cultura o civiltà è quell'insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità acquisita dall'uomo come membro di una società". Non bisogna credere però che l'antropologia non sia interessata ai manufatti e ai beni materiali, anzi, li include in quanto prodotti materiali di attività di certe persone nell'ambito di una certa società, caratterizzata da saperi, tecniche e credenze proprie.
Uno dei padri dell'antropologia italiana, Alberto Cirese, si occupò particolarmente di demologia, disciplina che, alla fine degli anni '60, veniva chiamata "cultura folklorica", scrisse nel 1977 "Oggetti, segni, musei", dove afferma che nei musei "folklorici" non ci sono oggetti nati per essere esposti (infatti: "Un attrezzo, un costume, un'acconciatura non sono stati fatti per l'esposizione ma per un corpo che si muove"). In pratica i beni DEA si caratterizzano perché non sono nati per l'esposizione: ma per un fine pratico e contingente. Inoltre si distinguono per:
- Varietà e diversità
- Serialità
- Diversa valutazione economica rispetto ad altri beni
- Carattere effimero (Cirese aveva una collezione di pani sardi, che indicava come sculture plastiche effimere)
- Immaterialità di alcuni di essi (canto, danza)
- Stretta connessione con l'ambito socio-economico nel quale sono utilizzati e che ad essi dà senso
Riguardo alla varietà e specificità, vediamo che un bene DEA, per avere senso, deve essere inserito nel contesto cui appartiene, che sia originale o ricreato. Un oggetto prelevato dal terreno (cioè dal contesto) cambia natura. La traccia diventa testimonianza culturale. Quando un oggetto viene indicato come testimonianza diventa un documento, perdendo la sua natura "di uso": un aratro dentro al museo non soddisfa più uno scopo contingente, ma diventa documento di ciò che era.
La catalogazione
Dalla fine degli anni '70 gli antropologi elaborano schede di catalogazione per l'ICCD (Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione). Il problema maggiore, nella catalogazione, è la gran varietà e disomogeneità del patrimonio. Il primo a creare una scheda di classificazione fu Lamberto Loria, il quale, nel 1911, anno del cinquantennio dell'Unità d'Italia, curò una mostra etnografica. Chiamò "etnografia italiana" quella che ora chiameremmo cultura materiale. Gli oggetti di questa mostra andarono poi al museo "Di storia e tradizione popolare".
La "scheda tipo" è di carta di Fabriano, di dimensioni 16x22, dattilografata con inchiostro indelebile, con riportati i nomi dialettali. Si usano quattro schede: FKO (oggetti), FKM (musica popolare), FKN (narrativa), FKC (cerimonie). La FKO somiglia molto alle schede per gli oggetti d'arte (OA) e i reperti archeologici (RA). Dal 2000 le schede si chiamano BDM (beni materiali) BDI (immateriali).
Lezione tre: Lamberto Loria e l'antropologia di salvataggio
L'antropologia vede i suoi padri e le sue madri provenire spesso da altri mondi culturali, spesso dalla medicina: per esempio Mantegazza (fondatore, fra l'altro, del museo di antropologia di Firenze) per una delusione amorosa andò in Argentina ed esercitò là la sua professione di medico, ma poi s’innamorò della cultura locale, gettando le basi dell’antropologia culturale.
Lamberto Loria nacque ad Alessandria d’Egitto; una volta morta la madre si trasferì a Pisa, dove si laureò in matematica; alla morte del padre si recò con la sorella a Firenze. Successivamente alle nozze della sorella, Loria partì per studiare popoli “malconosciuti”. La sua prima spedizione è del 1883, in Lapponia. Si recò poi in Turkestan a studiare la popolazione Teppè, ma gli oggetti raccolti furono per la maggior parte distrutti (il poco che resta è qua a Firenze). Dopo aver avuto diversi problemi di salute (nei diari del suo assistente e amico, Mochi, è sempre descritto malaticcio), alla morte della sorella tornò in Italia, per poi ripartire per la Papuania nel 1891.
Scrisse sulla rivista "Lares" parlando di una sua conversione: aveva iniziato infatti con l'etnografia "ottocentesca", visitando luoghi lontani e portando oggetti di culture native, ritenute inferiori, ma, in un secondo momento, trasferì i suoi studi a quella che lui chiama "etnografia italiana", ovvero la demologia, studiando la cultura contadina di Circello del Sannio. Il concetto di etnografia italiana però, come riporta la storica dell'antropologia Sandra Puccini, nacque con Enrico Morselli, psichiatra e amico di Mantegazza, nel 1884, per indicare la cultura materiale.
Loria, in tutti questi viaggi, dette prova della sua abilità di fotografo e trovarobe. Loria e Mochi partirono nel 1905 per l’Eritrea: fu l'ultimo viaggio prima della "conversione" allo studio dell’Italia: capì, studiando la cultura rurale italiana, che la diversità è vicina. Un suo progetto era la fondazione di un museo d’etnografia italiana, così da ufficializzare tale disciplina ed avvicinarsi ai bisogni degli italiani. Non bisogna dimenticare, poi, che anche il governo necessitava di conoscere la neonata Italia unita, e ancora estranea a sé stessa, per poterla governare. Nel 1905, quindi, li troviamo in Eritrea, dove sperimentarono la fotografia "a tipi" frontale e di profilo (per conservare prove della diversità fisica), e si recarono inoltre al congresso coloniale dell’Asmara, per compiere ricerche antropologiche. Là raccolsero molti oggetti per il museo fiorentino, che rimase aperto per pochissimo.
L'antropologia è molto legata al colonialismo, e non è un caso che i primi antropologi (Tylor, Spritehard) siano inglesi; guarda caso, nasce anche sotto la stella del positivismo e del darwinismo sociale, dell'evoluzionismo. Uno fra i primi antropologi è Evans Prichards, che si recò tra i Muer. Nell’evoluzionismo si propugnavano alcuni stadi di sviluppo, dal barbaro al civilizzato (è facile intuire che il popolo migliore fosse quello dei bianchi europei). Prichards non percepiva negli altri popoli differenze culturali, ma mancanze, difetti. Quindi, non esistevano culture diverse (entrambe valide), ma diversi gradi di cultura.
Mochi e Loria (finanziati spesso dal Conte Bastogi) pubblicarono poi nel 1906 un opuscolo che spiegava come e quali oggetti raccogliere, come effettuare un prelievo etnografico volto alla patrimonializzazione: secondo l'opuscolo era molto importante avere campioni materiali (in risposta ai folkloristi che si concentravano sui beni immateriali). Loria denunciò la scarsità di volontà di indagare tracce delle culture "povere" italiane, mentre si andava lontano per culture "altre", voleva quindi trasformare i folkloristi in etnografi. Le regole per la raccolta degli oggetti seguono le regole di patrimonializzazione, per cui una traccia, se assume un ruolo rilevante, diventa una testimonianza. Notiamo poi che le assenze sono significative quanto le presenze per valutare il pensiero di un antropologo. Loria e Mochi escludevano oggetti che presentavano segni di modernità, in quanto considerati non più "puri". Non è detto che ciò che viene scelto dagli studiosi, secondo determinati valori (estetici, storici, scientifici), coincida con le valenze che venivano attribuite allo stesso oggetto dal popolo che lo ha creato. Il popolo nativo e creatore appare muto, dal momento che la scelta, soggettiva, è affidata al collezionista o allo studioso. Dalle regole di patrimonializzazione affiorano anche il pensiero, i pregiudizi e le preferenze di chi le istituisce. Mentre gli archeologi progettano uno spazio, gli antropologi decidono di testa loro cosa patrimonializzare e cosa no, il che ci porta a importanti questioni a monte (come si definisce la popolarità di un oggetto? Cosa merita di essere patrimonializzato?).
Secondo Loria le grandi periferie sono assimilabili alle campagne, ma è solo in queste che risiede il popolo che gli interessa; la sua grande paura era che la cultura contadina sparisse sull'onda di un progresso che tuttavia auspicava. Questo dettaglio ci porta al concetto di antropologia di salvataggio, che prevede che si salvino oggetti che appartengono a un'altra cultura, che sta per essere sopraffatta dalla modernità. Sia Loria che Mochi sono convinti che il popolo stia per cambiare radicalmente e velocemente. La storia del collezionismo, con le sue norme, esprime tramite artifici retorici i confini di un discorso sull'altro che contemporaneamente è un discorso sul noi. E', ovvero, come se noi ci definissimo in contrapposizione agli altri. Nell'espressione dell'antropologia di salvataggio, l'altro è collocato in una dimensione di allocronismo (in Canada, ad esempio, si patrimonializzavano i TOTEM precoloniali, mentre le miniature che i nativi vendevano ai coloni no, negando quindi la possibilità di cambiare). Questo tipo di antropologia parte dal presupposto che l'antropologo e l'altro non condividano lo stesso tempo (il tempo dell'altro è infatti finito, il tempo dei colonizzatori impone di conservare i tesori di un popolo che, modernizzandosi, sta per sparire). Il museo, secondo Loria e Mochi, deve contenere oggetti di vario tipo, acconciature, giochi, strumenti agricoli, giochi, usanze tradizionali, mezzi di trasporto.
Lezione quattro: Musei di antropologia e pratiche di periodizzazione
Il museo delle arti e tradizioni popolari (MNATP) è nel quartiere EUR in un edificio di stile fascista, di fronte al museo etnografico Palavini. Questo museo fu fondato da Loria, dopo la mostra del 1911, ma la collezione fu portata là nel 1956.
Il Canada: La Professoressa Rossi andò in Canada influenzata da due libri di James Clifford: "I frutti puri impazziscono" e "Strade" in cui descrive i musei della West Coast canadese. Vancouver è un grande porto commerciale e turistico, il cui centro è downtown con negozi e uffici, ha una grande chinatown (i cinesi giunsero là per collegare est e west coast con la linea ferroviaria alla fine del XIX secolo).
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