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Antropologia culturale

Panoramica delle teorie antropologiche

Teorie antropologiche

Le prime prospettive antropologiche furono elaborate dalle prospettive evoluzionistiche, in particolare quelle associate a Morgan e Tylor. Negli Stati Uniti Boas e i suoi seguaci rifiutarono la ricerca di stadi evolutivi a favore di un approccio storico che tracciasse le mutazioni tra culture e evidenziasse la diffusione di tratti culturali in varie aree geografiche. Sia i funzionalisti, sia i seguaci di Boas consideravano le culture come insiemi integrati e strutturati; in particolare i funzionalisti vedevano nelle società veri e propri sistemi in cui le varie parti cooperavano per un buon funzionamento di insieme.

Evoluzionismo

Nel corso del XIX secolo, sia Morgan sia Tylor scrissero volumi che divennero veri e propri classici dell'antropologia. Tylor, in Primitive Culture, definì la cultura come qualcosa di studiabile scientificamente. Morgan, in La società antica, trattò di evoluzione culturale; in La lega degli Irochesi, fece uno dei primi studi etnografici; in Systems of Consanguinity and Affinity of the Human Family, trattò dei dati transculturali relativi al sistema di parentela.

  • La società antica: la società umana si è evoluta attraverso una serie di fasi (stato selvaggio, barbarie e civiltà). Lo stato selvaggio si suddivide a sua volta in: stato selvaggio inferiore, medio e superiore. Barbarie si suddivide a sua volta in: inferiore, media e superiore. Il significato con cui Morgan intese l'evoluzionismo è detto evoluzionismo unilineare: esisterebbe una sola linea o percorso lungo il quale tutte le società si sarebbero evolute. Sarebbe quindi impossibile che alcune società avessero saltato uno degli stadi.
  • Primitive Culture: approccio evoluzionistico all'antropologia delle religioni. Anche Tylor proponeva un percorso unilineare che si snoda nell'animismo e nel politeismo, quindi al monoteismo, raggiungendo infine la scienza. Tylor riteneva che la religione sarebbe finita quando avesse perso la sua funzione di spiegare l'inesplicabile. Al suo posto, sarebbe subentrata la scienza, capace di ogni spiegazione.
  • La lega degli Irochesi: è un'opera etnografica basata più su un lavoro sul campo occasionale che su un'attività sistematica protratta nel tempo. Morgan, infatti, non aveva ricevuto una vera e propria formazione professionale come antropologo. Grazie al lavoro sul campo e alla sua amicizia con Ely Parker, un commissario di origine irochese, Morgan descrisse i principi sociali, politici, religiosi ed economici degli irochesi, inclusa la storia della loro confederazione, definendo i principi strutturali su cui si basava la società irochese. Morgan partiva dal presupposto che il desiderio di cacciare fosse intrinseco all'essere indiani, trasmesso nel "sangue" piuttosto che mediante inculturazione. Fu compito poi di Boas dimostrare che i tratti vengono trasmessi culturalmente e non geneticamente.

La scuola di Boas

Boas è il padre delle scienze antropologiche negli Stati Uniti e della loro suddivisione in quattro discipline secondarie. Egli contribuì all'antropologia culturale, biologica e linguistica. I suoi studi biologici furono in grado di rivelare la plasticità fenotipica: la biologia umana può essere modificata dall'ambiente e dalle forze culturali. Non era quindi la biologia a determinare la cultura. Anche Ruth Benedict sottolineò che gruppi umani appartenenti a diverse popolazioni avessero contribuito ai principali progressi storici e che, quindi, la civiltà non era conquista di pertinenza di una singola popolazione. L'iniziale suddivisione delle scienze antropologiche si originò attorno all'interesse per i Nativi americani: la loro cultura, storia, linguaggio e caratteristiche fisiche e somatiche. Boas stesso ne studiò lingua e cultura.

Particolarismo storico

Critica di Boas a Morgan: lo stesso risultato culturale da parte di più popolazioni non può avere una stessa spiegazione, perché molti percorsi potevano portare ad esso. Particolarismo storico = se le specifiche storie (es.) del totemismo in tre diverse società si erano rivelate essere diverse, significava che quelle forme di totemismo avevano cause diverse, che non le rendevano paragonabili. Perciò rifiuto del metodo comparativo portato avanti dagli evoluzionisti che avevano messo a confronto diverse civiltà nel tentativo di ricostruire la storia dell'evoluzione dell'Homo sapiens. L'antropologia culturale considera oggi il confronto un importante strumento.

Invenzione indipendente e diffusione

Le generalità culturali sono condivise da alcune società, ma non da tutte. Per spiegarle, gli evoluzionisti avevano sottolineato il ruolo dell'invenzione indipendente: alla fine le popolazioni di molteplici aree erano pervenute a una stessa soluzione a un problema comune. I seguaci di Boas, invece, sottolinearono invece l'importanza della diffusione, ovvero il processo di mutazione da altre culture.

  • Tratto culturale: arco e frecce
  • Complesso di tratti: configurazione della caccia e uso di arco e frecce
  • Area culturale: diffusione di tratti e complessi di tratti in una data area geografica.

Per Boas e i suoi collaboratori, diffusione e particolarismo storico erano complementari: la diffusione dei tratti culturali aveva portato allo sviluppo delle storie particolari a essi associate, penetrando e muovendosi all'interno di società specifiche. Particolarismo storico: ogni elemento della cultura possiede una propria storia distintiva e forme sociali che possono sembrare simili, non lo sono affatto, in virtù delle storie che le contraddistinguono. Il particolarismo rifiuta il confronto e la generalizzazione a favore di un approccio storico caratterizzante.

Funzionalismo

Funzionalismo = messa in secondo piano della ricerca delle origini, a favore del ruolo dei tratti e delle pratiche culturali nella società contemporanea.

Malinowski

Si concentrò, assieme a Radcliffe-Brown, sul presente, piuttosto che sulla ricostruzione storica del passato. Funzionalista in due sensi:

  • Tutti gli usi, le tradizioni e le istituzioni fossero integrati e correlati, cosicché il cambiamento di uno comportava quello degli altri.
  • Funzionalista dei bisogni umani, credeva che le persone avessero bisogni universali e che tradizioni e usi venissero creati per soddisfarli. (Cibo, sesso, riparo dalle intemperie e così via).

Materialismo culturale

Martin Harris sosteneva che tutte le società possedessero un'infrastruttura: sistemi di produzione e riproduzione, senza i quali le società non potrebbero sopravvivere. Dall'infrastruttura emergeva la struttura, ossia forme di parentela e discendenza, modelli di distribuzione e consumo. Il terzo livello era costituito dalla sovrastruttura: religione, ideologia, gioco, aspetti della cultura lontani da essere elementi basilari per la sopravvivenza della società. Il concetto chiave era che l'infrastruttura determinasse sia struttura che sovrastruttura, ovvero l'economia, la tecnologia e la demografia erano la base su cui veniva "costruito" tutto il resto della società. Un certo tipo di economia avrebbe quindi portato a un certo tipo di famiglia, a un certo tipo di consumo e allo stesso tempo avrebbe determinato un certo tipo di religione e di ideologie. Questo tipo di pensiero Marxista, giocava tutto sull'idea di bisogno, che spinge le persone a ricercare nella vita una determinata qualità nelle cose. Di conseguenza, Harris si opponeva agli idealisti, che sostenevano il ruolo fondamentale della religione (protestante), alla base di una società. Uno di questi, Max Weber, sosteneva che l'ottica protestante, associata all'individualismo, avesse agevolato la diffusione del capitalismo e, quindi, ne fosse in qualche modo "responsabile". A questo ragionamento, Harris aveva risposto che l'affiorare di una nuova religione è spesso conseguenza di un cambiamento di economia.

Strutturalismo

Il principale esponente di questa corrente antropologica è Claude Lévi-Strauss. Lo strutturalismo nacque dal suo interesse, dapprima, per i sistemi di parentela e di matrimonio, in seguito per la struttura della mente umana. Lo scopo dello strutturalismo non è spiegare i rapporti fra i vari aspetti della cultura, ma è scoprirli. Lévi-Strauss era convinto che le menti umane possedessero tratti comuni, derivanti da quelli dell'Homo sapiens. Perciò tutte le menti hanno gli stessi meccanismi cognitivi, indipendentemente dal proprio background culturale. Caratteristica mentale universale è quella di imporre un ordine agli aspetti della natura, alle relazioni dell'uomo attraverso una classificazione.

La classificazione: uno degli aspetti universali è l'opposizione. La mente umana è infatti in grado di sezionare ogni situazione, considerando distaccati fenomeni che in realtà sono continui. L'opposizione è la maggior parte delle volte binaria (bene/male; bianco/nero; vecchio/giovane ecc.) e rivela il bisogno umano di convertire le differenze di grado in differenze di specie. Lévi-Strauss studiò i sistemi di classificazione, analizzando il mito: questo genere di narrazione si organizza attorno a semplici strutture elementari. Egli esaminò miti di diverse culture e notò come fosse possibile convertire una storia in un'altra attraverso poche operazioni:

  • Convertire l'elemento positivo di un mito, in un suo corrispondente negativo.
  • Invertire l'ordine degli elementi.
  • Sostituire l'eroe maschile, con un'eroina.
  • Conservare o ripetere alcuni elementi chiave.

A partire dagli anni Cinquanta del Novecento, si svilupparono approcci distanti dallo strutturalismo di Lévi-Strauss, a favore del recupero di strumenti analitici proposti da Marx.

Gli studi demoetnoantropologici in Italia

L'antropologia italiana è nata istituzionalmente nel 1869 a Firenze. In quel periodo, il termine antropologia rinviava all'antropologia fisica e il primo titolare della cattedra, Paolo Mantegazza, nonostante fosse medico, aveva una visione dell'antropologia più ampia. Egli sosteneva che bisognasse occuparsi più della cultura e della scienza dei popoli e meno dei caratteri fisici. Perciò la prima società italiana venne chiamata Società Italiana di Antropologia ed Etnologia. Di lì a poco anche in altre città nacquero altre sedi. Il moltiplicarsi dei musei in questo periodo è in gran parte legato alle campagne etnografiche condotte da viaggiatori e esploratori.

Lamberto Loira effettuò alcuni studi su Africa, Asia e Melanesia. In seguito si convertì allo studio della cultura popolare italiana. Conobbe quindi il folklorista Giuseppe Pitré, che portava avanti ricerche etnografiche “domestiche” in Sicilia. Primo congresso della Società di Etnografia Italiana: Roma, 1911. Si creò del disaccordo fra gli antropologi fisici e gli etnologi, che portò ad un progressivo allontanamento con una successiva separazione verso gli anni Trenta. Gli antropologi fisici persero interesse per l’etnologia e accentuarono lo statuto “scientifico”. L’antropologia venne quindi associata alle scienze naturali. L’etnologia cessò di essere considerata antropologia e venne assegnata all’ambito umanistico. L’etnologia ebbe occasioni limitate di sviluppo professionale, anche nel campo coloniale.

Nel periodo tra le due guerre, l’etnologia italiana si distinse per gli importanti studi sulle religioni, portati avanti da Padre Wilhelm Schmidt. Il suo rifiuto all’evoluzionismo, i suoi metodi diffusionisti e le sue tesi sull’origine del monoteismo furono parte integrante dell’etnologia. Verso gli anni Cinquanta gli antropologi italiani si dividevano in: allievi di Schmidt e allievi di Pettazzoni. Pettazzoni = storico delle religioni, nonostante fosse un critico di Shmidt, ne condivideva la propensione a ridurre l’etnologia ad uno studio comparato sulle religioni primitive.

Fino agli anni Sessanta in Italia continuò la distinzione fra antropologia fisica e etnologia. In Francia, ethnologie fu gradualmente rimpiazzato da anthropologie sociale e lo stesso accadde in Italia, ad opera di Tentori, allievo di Pettazzoni, che sostituì etnologia con antropologia culturale. Questo orientamento alternativo voleva spingere l’etnografia ad abbandonare le “società primitive”, a favore della società complesse contemporanee. Verso la metà degli anni Settanta, l’antropologia culturale stava già oscurando l’antropologia fisica.

Uno sviluppo istituzionale frammentato

Fino a metà degli anni Sessanta, l’etnologia era insegnata come disciplina “complementare” in una dozzina di università italiane. La prima cattedra fu creata nel ’68, alla vigilia delle manifestazioni studentesche e con la riforma dl ’69. La riforma prevedeva che tutti coloro in possesso di un diploma superiore potessero accedere all’università e prevedeva che materie umanistiche “complementari” e, quindi, di second’ordine, potessero avere “piena cittadinanza” di fianco alla filosofia, alla storia e alle lettere classiche.

(Sintesi: tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, se da un lato si assistette alla rinascita nomotetica e a una rivalutazione dell’evoluzionismo – in un’ottica multilineare – dall’altra si iniziò a porre attenzione non solo agli aspetti normativi e processuali del sociale, ma anche ai significati, alla dimensione simbolica delle espressioni culturali e alle questioni epistemologiche connesse all’interpretazione dei dati raccolti sul terreno di ricerca. A partire dagli anni Ottanta si sviluppò un crescente interesse per la relazione tra cultura e individuo, oltre che per il ruolo dell’azione umana della cultura. Vi fu inoltre un riaffermato interesse per gli approcci storici, inclusi quelli che consideravano le culture locali in relazione al periodo del colonialismo e ai processi di globalizzazione.)

Antropologia applicata

L'antropologia applicata fa riferimento all'applicazione di dati, tecniche e teorie delle scienze antropologiche per individuare determinati problemi e provare a risolverli. In Italia essa non è particolarmente diffusa. Gli antropologi, siccome sono esperti delle problematiche sociali e culturali relative al cambiamento sociale, sembrano gli studiosi più adatti a suggerire e pianificare politiche di intervento che possono riguardare individui singoli e popolazioni. Nello specifico, gli antropologi applicati intervengono quando devono identificare, capire delle esigenze di cambiamento che vengono soltanto percepite dalla popolazione. Essi possono collaborare con quest'ultima, nella progettazione di cambiamenti culturali. Cambiamenti che devono essere attuati nel rispetto della comunità. Gli antropologi applicati possono altresì intervenire per proteggere la popolazione da politiche dannose, da progetti che possono toccare la popolazione da vicino in senso negativo. Gli americani, per esempio, usano molto gli antropologi, mentre in Italia vengono chiamati più spesso i sociologi.

(Es. Dopo il secondo conflitto mondiale, gli americani si sono dedicati all'antropologia nell'area del Pacifico, perché il loro scopo era quello di collaborare con gli indigeni.)

In passato l'antropologia applicata serviva soprattutto agli obiettivi dei regimi coloniali. Ad esempio, la Gran Bretagna (per i domini coloniali) e gli USA (per i nativi) hanno usato le competenze degli antropologi. Nel contesto delle colonie britanniche in Africa, Malinowski aveva proposto che l'antropologia pratica dovesse interessarsi al processo di occidentalizzazione, ossia indagare la diffusione della cultura europea presso questi villaggi. Malinowski non metteva in discussione la legittimità della figura dell'antropologo nel funzionamento del sistema coloniale (era favorevole alla collaborazione di questi con il governo).

Gli antropologi applicati sono portavoce dei diritti civili di determinati individui e comunità, proprio nell'ambito delle politiche internazionali. Molti si dedicano alla risoluzione di problemi di clienti che spesso non sono né poveri, né privi di potere. Essi quindi collaborano con aziende per aumentare i profitti. Questo tipo di attività, però, non è privo di problemi di tipo etico, per l'ambiguità degli interventi. Gli enti che si occupano delle risorse culturali, vengono contattate da imprese che desiderano costruire infrastrutture. In questo caso sarebbe avvantaggiato il cliente, se il risultato dell'indagine dell'antropologo sul territorio dichiarasse l'assenza di siti che hanno bisogno di una specifica tutela. Il lavoro dell'antropologo è quindi anche individuare eventuali elementi che devono essere tutelati e conservati. Ma, in questo caso, a chi va la precedenza? L'antropologo viene ingaggiato dall'azienda che vuole costruire (es.) una strada e si scopre esserci una chiesa da tutelare. Allora, l'antropologo tutela l'ambiente o l'interesse del cliente? Il dilemma è di tipo etico.

Ci sono vari ambiti in cui gli antropologi possono agire:

  • Campo medico: prendono in considerazione sia i contesti di malattie, sia dal punto di vista socioculturale, sia biologico. Anche perché i modi di concepire la cattiva salute risultano diversi da cultura a cultura. (Antropologia medica)
  • Campo economico: lavoro con la popolazione locale, per comprendere il patrimonio culturale della società e conoscerne le condizioni di vita, le esigenze e le aspettative. (Antropologia dello sviluppo). Si concentra soprattutto nei paesi in via di sviluppo (in particolare in Africa) e lavora a stretto contatto con le comunità locali.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marcyt94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bonato Laura.
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