Storia del giornalismo - Prof. Piazzoni 9° lezione - 08/03/2018
La si sviluppa molto vigorosamente, tanto che nel 1896 il partito contava 36 stampa socialista giornali, un panorama rigoglioso ma anche molto frammentato. Solo uno aveva raggiunto una discreta diffusione, gli altri erano molto indipendenti e non seguivano le direttive del partito. Un esempio è la rivista L’Asino, che stava ad indicare il popolo; infatti lo slogan era «come il popolo è l’asino: utile, paziente e bastonato». Qui l’asino che è come il popolo si pone però in sua difesa; era un giornale molto bello, fatto talmente bene che nel 1895 divenne un quotidiano e si aprì alla collaborazione di uomini di elevata cultura. Inoltre, i disegni di Gabriele Galantara sono molto famosi. Tuttavia, il giornale rappresentava un po’ se stesso, non era ortodosso rispetto alle direttive del partito. Fu uno dei giornali più importati dell’Italia degli anni 1910-20, e venne soppresso nel 1925 con l’avvento del fascismo.
Turati e i maggiori esponenti del partito si resero conto che era fondamentale fondare un organo ufficiale del partito, che unificasse tutte le correnti del partito, in cui si potessero riconoscere tutti i socialisti, ma in cui soprattutto si potesse riconoscere la voce del partito, anche all’estero. Fu così che nel luglio del 1896, durante un congresso del partito a Firenze, si decise di fondare un grande giornale a carattere nazionale, L’Avanti, il primo concepito come organo nazionale; questo giornale rappresenta una grande opportunità per il paese, perché è il primo giornale di partito, il primo organo nazionale di partito che esce con cadenza giornaliera, non per nulla il partito socialista era l’avanguardia nel nostro paese del partito moderno.
L’Avanti nasce da una grande sottoscrizione, lanciata tra i militanti e i simpatizzanti di tutta la penisola, raccogliendo nell’immediato 3.000 abbonamenti. Questo consentì di lanciare il giornale il 25 dicembre del 1896. Il primo direttore fu anche uno dei maggiori esponenti del partito, Leonida Bissolati, che fu poi affiancato da Ivanoe Bonomi (esponenti della corrente riformista, vicini a Turati e alla Kuliscioff), e poi c’erano un po’ di redattori tra cui Galantara. Il primo numero del giornale tirò 40.000 copie, ed era la prima volta che un giornale esordiente avesse una tiratura così alta; il giornale si affermò subito e molto bene, prese slancio negli anni di fine secolo, si giovò molto della crisi di fine secolo e riuscì ad affermarsi a livello nazionale.
La cosa interessante è che nonostante fosse un giornale di partito, questo giornale fu tutt’altro che settario. Infatti, l’intelligenza dei suoi direttori fu quella di essere aperti al dibattito su tematiche care al partito. Collaborarono al giornale alcuni personaggi che non erano socialisti, ma che vi portavano la propria idea, facendo in modo che il giornale venisse letto anche da non socialisti che però erano interessati al dibattito del tempo. Inoltre, il giornale poteva contare sul network del partito, perché quello socialista era il primo partito organizzato in modo moderno, con sedi e associazioni, quindi poteva contare su questa rete di corrispondenti che mandavano il proprio lavoro al giornale gratuitamente, proprio perché erano militanti politici. Inoltre, essendo un giornale che ha un respiro europeo, tra i collaboratori abbiamo anche firme straniere che fanno sempre parte del network politico.
La diffusione della stampa socialista e in generale della stampa di estrema sinistra allarmò molto la compagine governativa e la compagine moderata conservatrice. Una parte dell’opinione pubblica conservatrice era molto spaventata dai moti che attraversavano la penisola in questi anni e ne davano una sbagliata interpretazione; i moti che si verificarono in Italia durante il decennio dal 1894 in poi, erano tutti spontanei dovuti al gravissimo disagio dei ceti popolari. Non erano i socialisti a sobillare i moti, anzi i socialisti disciplinavano questi moti evitando che fossero troppo violenti; quindi i socialisti erano un elemento disciplinante. Questa cosa non è compresa a pieno, tanto che il pensiero predominante era che i moti fossero creati e voluti dai socialisti.
Da questa lettura scorretta e sbagliata nasce l’esigenza di una stretta liberticida, cioè una legislazione che reprima le libertà acquisite con lo statuto, tra queste c’è anche la libertà di espressione e di stampa; da qui nasce il tentativo del governo Pelloux di reprimere e limitare fortemente la libertà di stampa.
La legislazione in materia di stampa in età liberale si era fatta sempre più complicata col passare degli anni, perché i codici si basano su una serie di elementi (Statuto, codici penali e civili, e sentenze, si chiama legislazione in evoluzione) che con il tempo si erano andati sovrapponendo finendo per dare ampio margine di discrezione ai giudici. In questa situazione si erano moltiplicati gli interventi intimidatori da parte delle prefetture, quindi c’era una situazione molto magmatica; il moltiplicarsi di fogli repubblicani, radicali, anarchici e socialisti, aggravò la tendenza a limitare la libertà di stampa, sia attraverso le intimidazioni sia attraverso sentenze che, puntando sulla forte discrezionalità dei giudici, finirono per essere molto più severe del necessario. In più, iniziò la pratica vessatoria da parte delle prefetture sui fogli operai e socialisti meno noti e più vulnerabili, che consisteva nel sequestrare i giornali nelle tipografie quando si era ancora alle bozze di stampe (cosa illegale che non si poteva fare).
La situazione si aggrava con la crisi di fine secolo (1896-1901). I governi iniziarono dunque a prendere provvedimenti liberticidi nei confronti della stampa. Per esempio, nel settembre del 1898 il governo di Rudinì, con una circolare, rafforzò ulteriormente l’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, che iniziò a intensificare sequestri, schedature e controlli sui giornali. Questo provvedimento si collocava sulla scia degli eventi che erano appena accaduti a Milano, dove nel maggio del 1898 ci furono dei moti ed era stato proclamato lo stato d’assedio, con la conseguente sospensione di tutti i diritti e dove Bava Beccaris, approfittando della situazione, aveva sospeso per mesi la pubblicazione di una decina di giornali, tra i quali c’era L’Avanti, L’Italia del Popolo, L’Osservatore Cattolico e Il Secolo, e molti giornalisti furono incarcerati e giudicati da un tribunale militare (Turati, Treves, Romussi).
C’erano state delle reazioni, nel 1880 era sorta a Roma l’Associazione della stampa periodica, dove c’erano personaggi di una certa rilevanza (Zanardelli ne era a capo, De Sanctis, Silvio Spaventa), che si battevano per il diritto di stampa e per la tutela professionale della categoria; nel 1894 era entrata a far parte...
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