Letteratura umanistica
Umanesimo: periodo e significato
Professoressa Concetta Bianca 27/02/19
Umanesimo: 1350-1550, ma molto dipende dall’impostazione e dal significato che gli viene dato, esistono diversi archi cronologici in base a cosa si intende per umanesimo. All'estero fino a tutto il '600 è un movimento culturale attento agli studia humanitatis e alle humanae litterae rispetto ai precedenti trivio e quadrivio, che avevano una struttura ed un'impostazione più rigida: gli studia humanitatis si rifanno all’uomo, emerge una nuova figura di intellettuale, e i due pilastri sono la morale e la storia; inoltre si comincia a capire che il latino classico è diverso da quello usato da S. Agostino.
Origine del termine umanesimo
La parola umanesimo viene inventata da Voigt nel 1859 quando scrive un libro su papa Pio II (= Enea Silvio Piccolomini); quest’ultimo scrisse i Commentarii su modello di quelli di Cesare: si tratta di un testo di storia che diventa un modello letterario, e questo testo venne riconosciuto come scritto da Cesare solo nel '300 grazie al filologo Coluccio Salutati.
Il dibattito sull'umanesimo
Ci sono stati molti dibattiti su cosa sia l’umanesimo: rottura o continuità con il medioevo? La filologia umanistica nasce negli anni '30 dell'900 con Alessandro Perosa. Dei testi antichi non abbiamo autografi, il compito dell’autore è sorvegliare il testo scritto (diverso rispetto al voler fare un’edizione di un testo, poiché in questo caso l’opera deve essere compiuta e l’autore è d’accordo con la sua diffusione). Nel '400 comincia ad esserci un interesse rivolto a lasciare dei testi corretti di antiche opere scritte presso le biblioteche pubbliche: ad esempio Valla traduce Tucidide, rivede il testo e poi lo sottoscrive così che questo possa fungere da archetipo per i copisti futuri. Inoltre, si diffonde un altro fenomeno, quello dell’archetipo in movimento, cioè gli autori ritornano su un testo da loro scritto, lo modificano, e il testo circola con questi caratteri peculiari, magari con le modifiche a margine.
Il termine umanista
Secondo Augusto Campana il termine umanista è soggettivo e compare a fine '400, finendo poi con l'indicare in senso dispregiativo un professore di retorica anziano e petulante: in realtà in primo piano c’è il recupero della lingua latina e greca, che terminerà nei primi anni del '500 con Bembo e la ripresa della lingua volgare. Il termine nasce quindi tardi rispetto al periodo che lo riguarda.
L'influenza di Emanuele Crisolora
Emanuele Crisolora, umanista bizantino, verrà chiamato da Coluccio Salutati a Firenze, dove gli verrà assegnata la cattedra di greco nel 1396, così da dare alla città il primato d’avanguardia nel recupero del greco antico; Salutati ebbe il merito di fondare un circolo umanista fiorentino a cui presero parte personalità come Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini.
Importanza degli epistolari
Gli epistolari degli umanisti sono fonti fondamentali per la ricostruzione: in essi si possono trovare moltissime informazioni di vario genere (storico-politico-letterario-curiosità su vari personaggi del periodo).
Distinzione tra epistolario e carteggio
- Epistolario = Raccolta di lettere allestita dallo stesso autore e raccolta come unico libro. Spesso un autore invia una lettera ad un amico, fa una copia e la conserva nel suo archivio personale, decidendo poi successivamente di raccogliere ed unire queste lettere; non per forza si segue un ordine cronologico, spesso si inseriscono epistole fittizie, cioè mai spedite (es. Lettera di Petrarca a Cicerone). Inoltre, l’autore spesso decide di fare un epistolario dopo molto tempo, per cui cerca di recuperare le lettere spedite nel passato, scrive chiedendo ai destinatari di rinviargli la lettera che gli aveva spedito al fine di raccogliere tutte le lettere. Spesso interviene sul testo a vari livelli: nel contenuto, tagliando frasi, aggiungendo cose, intervenendo sullo stile, poiché lo scopo dell’epistolario è offrire un’immagine ai posteri per la memoria di sé. Leonardo Bruni, ad esempio, riporta delle lettere extravagantis, cioè non inserite nell’epistolario; Francesco Petrarca scopre le lettere di Cicerone, che faranno da modello per il suo epistolario; Francesco Fidelfo scrive un epistolario diviso in 37 libri ed ogni libro inizia con una lettera ad un ecclesiastico, senza ordine cronologico. N.B. Lettere extravagantis = spesso restano fuori per scelta dell’autore che non le ritiene importanti al fine di dare testimonianza di sé: accade per Leonardo Bruni, dove lettere di polemica con interlocutori non vengono inserite nell’epistolario; in altri casi la motivazione può essere l’impossibilità da parte dell’autore di recuperare determinate lettere. Lorenzo Valla non si interessava all’epistolario personale e infatti non lo realizza, poiché preferisce concentrarsi sulle sue opere. Quando l’epistolario realizzato per mano dell’autore è assente, l’aiuto dei destinatari è fondamentale, infatti questi spesso trascrivevano le lettere, e possono essere raccolte di lettere ricevute oppure queste venivano trascritte sulle pagine bianche di un codice: ad esempio, Giovanni Tortelli raccoglie le lettere che riceve e realizza un libro a forma di codice, che oggi fa parte del manoscritto Vaticano latino 3908 e questo ci permette di avere anche l’autografia di alcuni importanti umanisti oltre alla possibilità di reperire lettere che altrimenti sarebbero andate perdute (una lettera di Valla a Tortelli è conservata nel Vaticano latino 3908). In altri casi, può capitare che se alla fine di un codice restano degli spazi bianchi, il destinatario decida di trascrivere in questi spazi la lettera ricevuta: Coluccio Salutati, ad esempio, scrive De seculo et religione e lo dedica al monaco Francesco da Uzzano, il quale alla fine del codice ricevuto trascrive le lettere del Salutati.
- Carteggio = Edizione messa insieme da un editore, spesso moderno, che raccoglie le lettere di un determinato autore. Prima del 1961 il termine epistolario viene usato in maniera libera: ad esempio Francesco Novati pubblica le lettere di Coluccio Salutati sotto il titolo L’epistolario di Coluccio Salutati, anche se in realtà si tratta di un carteggio.
Francesco Petrarca
Le Familiari di Francesco Petrarca: lettera a Marco Tullio Cicerone. Si tratta di un’edizione curata da Vittorio Rossi, che costituisce una svolta nella pubblicazione dei testi: Vittorio Rossi ha scritto il libro Il quattrocento, dove ripercorre la vita di molti autori; nell’edizione del 1982 a cura di Rossella Bressi questa ha aggiornato dal punto di vista bibliografico il lavoro di Rossi.
Di nessun altro uomo vissuto nella sua epoca o nelle precedenti abbiamo simile mole di notizie, e per lo più da sue testimonianze, spesso divergenti e sempre rielaborate per costruire un’autobiografia ideale: anche se non sono inattendibili, lasciano però margini d’incertezza. Dubbia è persino la data di nascita di Petrarca, tradizionalmente fissata nella notte tra il 19 e il 20 luglio 1304 (Seniles, VIII 1: 20 luglio 1366), ad Arezzo, in una casa nella via o borgo dell’Orto; figlio del notaio Petracco (Pietro Petraccolo) di Parenzo e di Eletta (o Laeta) Canigiani (o Carigiani). Se al patronimico si ispirò poi la scelta del cognome latineggiante, fino alla maturità Petrarca venne chiamato Franciscus de Pentraco (così Boccaccio), o Francisco Petrapchi (o Petraccho, o Petrachus o Petracchus) de Florentia; nelle petizioni si firmò Franciscus Petracchus nel 1348, Petracca nel 1350, Petraccus nel 1351 e, solo nel 1355, Petrarcus. Petracco proveniva da una famiglia del Valdarno (anche suo padre Parenzo era stato notaio, mentre il nonno Garzo non sembra coincidere con l’autore di alcuni testi compresi nel Laudario cortonese) e fu cancelliere alle riforme del Comune di Firenze, notaio della Signoria, sodale nella parte bianca dei Guelfi di Dante e con lui bandito nel 1302 (in gennaio l’Alighieri, il 20 ottobre Petracco). Divenuto portavoce della fazione sbandita, prese forse parte alla battaglia della Lastra (20 luglio 1304), in seguito alla quale i Bianchi furono dispersi. La data della battaglia corrisponde a quella che Petrarca dichiarò per la propria nascita: avvenuta «in esilio» (Familiares, I 1, 22-24; e Posteritati). Tramite il cardinale Niccolò da Prato, Petracco si recò dapprima a Pisa e poi ad Avignone, tradizionale punto di confluenza del fuoriuscitismo guelfo, dove, legatosi alla compagnia mercantile dei Frescobaldi, vergò atti fin dal 1310. Benchè assolto nel febbraio 1309, non rientrò a Firenze e fu escluso (assieme a Dante) dalla provvigione di Baldo d’Aguglione che nel 1311 riabilitò i condannati degli anni precedenti. Tra il 1311 e il 1312 portò con sé in Provenza la moglie e i figli, Francesco e il più giovane Gherardo (nato nel 1307 circa): il viaggio per mare ebbe forse una lunga sosta a Genova dove, a fine 1311, probabilmente avvenne l’incontro con Dante (narrato in Familiares, XXI 15). La famiglia si stabilì non lontano da Avignone, a Carpentras; Francesco e Gherardo furono avviati agli studi sotto la guida di un altro esule guelfo, Convenevole da Prato (n. 1270 ca.; ricordato con affetto in Seniles, XVI 1). Nel rievocare il suo cursus studiorum, Petrarca affermò di aver letto «paene ab infantia» Cicerone e i classici latini, prima di intraprendere gli studi giuridici: che provasse repulsione per l’attività paterna consegue dunque dalla costruzione agiografica di sé come personaggio, compiuta verso gli anni Cinquanta, poiché Petracco non era ostile all’educazione letteraria del figlio e acquistò per lui vari manoscritti, tra cui il celebre Virgilio oggi nella Biblioteca Ambrosiana; Petrarca dichiarò inoltre di aver letto da giovane Cicerone «patris hortatu» (ibid.). Incerta è la cronologia degli studi, fornita da Petrarca stesso in Familiares, XX 4: intrapresi a dodici anni (autunno 1316: Seniles, X 1), li perseguì per «sette anni interi», tra Montpellier e Bologna (nel 1326 era ancora a Bologna). A Montpellier fu assieme a Guido Sette, di famiglia originaria della Lunigiana, suo coetaneo e amico d’infanzia a Carpentras, poi arcidiacono e infine vescovo di Genova dal 1358 al 1367. Nel 1318 o 1319 perse la madre, che aveva trentotto anni: quanti sono gli esametri del Breve pangeyricum defuncte matri (Epystole, I 7), la sua prima opera nota. Nell’autunno 1320 si recò a studiare a Bologna, seguito da un maestro privato, assieme al fratello Gherardo, allora tredicenne, e a Guido Sette. Quando nella primavera del 1321 studenti e docenti diedero vita a una rivolta e, riunitisi a Imola, vi risiedettero per oltre un anno, Francesco e Gherardo –inizialmente tra questi – tornarono ad Avignone, dopo un viaggio che toccò Rimini e Venezia. Nell’ottobre 1322 fece rientro a Bologna, dove restò ancora tre anni e più. La lasciò, per sempre, nell’aprile 1326 per la morte del padre, che lo costrinse a fronteggiare un difficile periodo economico: fu spogliato anche dei libri, in parte recuperati più tardi. Negli anni trascorsi a Bologna (centro propulsivo della poesia volgare che si diffondeva a partire dalle recenti esperienze toscane e culla del classicismo) ebbe anche la possibilità di affinare la propria educazione letteraria (in una postilla al Frontino Vaticano latino 2193, risalente al 1342-45, si descrisse come «ibi [a Bologna] tunc puero in literarum studiis agente»). Non fu però refrattario ai codici: furono suoi maestri Giovanni d’Andrea, Pietro de’ Cerniti e Iacopo di Belviso, che tra i suoi allievi aveva il nobile romano Niccolò Capocci, futuro cardinale, nonché Agapito e Giacomo Colonna. Il poco che si conosce degli anni tra il 1326 e il 1330, trascorsi ad Avignone, lo si deve a una lettera al fratello Gherardo (Familiares, X 3). Fu in questa lettera che Petrarca deprecò i propri vaneggiamenti giovanili e la dissoluta vita mondana. Risale a quest’epoca un’opera, poi perduta o distrutta dallo stesso poeta, della quale sopravvive una sola citazione (II 7): la Philologia Philostrati, commedia di probabile ispirazione terenziana, forse dedicata a fra Giovanni Colonna. Venerdì 6 aprile 1327 (data simbolica nella quale sono collocati alcuni eventi biografici determinanti), Petrarca situò un avvenimento sulla cui realtà è lecito nutrire dubbi, ma che finì per assumere una capitale importanza nelle varie rappresentazioni fornite: l’incontro nella chiesa di Santa Chiara in Avignone con una donna chiamata Laura, o Lauretta, per la quale sono state tentate diverse identificazioni. Pochissimi sono gli elementi di cui disponiamo per appurare che cosa si nasconda dietro al mito di Laura, ma si può sospettare che l’amata con questo nome o senhal fonda sia figure diverse di una stessa donna sia figure di donne diverse, oltre che diverse raffigurazioni della laurea poetica. In ogni caso, Laura, assieme all’io lirico del poeta, è la protagonista dei Rerum vulgarium fragmenta. La raccolta, composta di 366 componimenti poetici volgari, dal Cinquecento in poi divenne nota anche con il titolo di Rime o Canzoniere. Il primo nucleo risale al 1336-38, quando Petrarca ricopiò un primo gruppo di sonetti e un frammento di canzone. Nel 1342 queste poesie furono parzialmente organizzate in una trascrizione ordinata, ma solo dopo la morte dell’amata, nel 1348, Petrarca concepì l’idea di un canzoniere-romanzo, la cui lunga elaborazione, testimoniata da diversi stati intermedi, lo tenne occupato fino al giorno estremo: l’ultima redazione è trasmessa dal manoscritto Vat. lat. 3195, in parte autografo. In questo periodo, spinto dalla necessità, Petrarca dovette assumere lo stato clericale. Non ci sono prove che abbia preso gli ordini, anche minori, ma fu sempre senza cura d’anime. Gli anni avignonesi furono dedicati alla vocazione umanistica e filologica, nella feconda fucina letteraria della curia papale: tra il 1326 e il 1329 poté restaurare il testo degli Ab urbe condita di Livio, riunendo le tre prime deche che circolavano separatamente e risanando le parti mutile. In questi anni, conobbe ad Avignone alcuni celebri eruditi: Pierre Bersuire, Riccardo di Bury e il frate agostiniano Dionigi da Borgo Sansepolcro. La rinuncia al notariato comportò la necessità di porsi al servizio dei Colonna: i primi della serie di patroni con cui cercò di realizzare un difficile equilibrio tra il rapporto di dipendenza e i margini di libertà personale. Più tardi (Seniles, XVI 1) Petrarca datò l’inizio della propria amicizia con Giacomo Colonna (nato nel 1301), ai propri 21 anni, quindi al 1325 inoltrato, a Bologna. Il servizio effettivo e stipendiato iniziò solo dal 1330, quando divenne «cappellanus continuus commensalis» del cardinal Giovanni, fratello di Giacomo. Il rapporto con i rampolli del patriarca Stefano Colonna proseguì anche dopo la morte di Giacomo (1341), fino alla morte del cardinale Giovanni, nel 1348. Nel marzo 1330, Giacomo Colonna reclutò Petrarca per la sua corte vescovile di Lombez, in Guascogna: ne avrebbero fatto parte il cantore fiammingo Ludovico Santo di Beringen e l’uomo d’armi romano Lello di Pietro Stefano dei Tosetti, che Petrarca battezzò in seguito, rispettivamente, Socrate e Lelio. A questo soggiorno seguì, su incarico dei suoi nuovi patroni, un lungo viaggio, iniziato nella primavera del 1333, per sbrigare affari di curia, ma che diede nuova spinta al suo impegno come restauratore di testi classici. Il viaggio toccò varie città dell’Europa settentrionale: Parigi, Gand, Liegi (ove scoprì e copiò la Pro Archia di Cicerone), Aquisgrana, Colonia, le Ardenne, Lione. In agosto rientrò ad Avignone: qui restò negli anni successivi come cappellano del cardinale Giovanni Colonna (Giacomo aveva intanto abbandonato Lombez ed era stato inviato a Roma).
Nel 1904 ci fu il centenario per la nascita di Petrarca, evento importante per un’Italia appena riunita e si formò l’edizione nazionale per la pubblicazione dei testi di Petrarca: tale edizione si è concretizzata come primo testo nel 1926 con Africa di Petrarca, a cura di Nicola Festa, testo incompiuto che subito dopo la morte dell’autore nel 1374 si pensa a far pubblicare (nel periodo umanistico pubblicare significa diffondere un testo compiuto che costituisce l’originale volontà dell’autore). Morto Petrarca, quindi, alcuni suoi allievi assieme ad altri studiosi scrivono per pubblicare Africa ma sui margini del codice c’erano versioni alternative essendo il testo in scrittura e quindi c’era la difficoltà di giungere alla volontà ultima dell’autore. Nel 1926 Festa pubblica Africa suscitando diverse critiche, e così gennaio 1335 ricevette da Benedetto XII un canonicato «sub exspectatione praebendarum» nella diocesi di Lombez. Con il nuovo papa si chiudeva un periodo di frizioni tra il collegio dei cardinali e il suo predecessore, Giovanni XXII, fautore della creazione di uno Stato guelfo in Italia settentrionale: Petrarca aveva manifestato il suo supporto alla lega di città italiane guidata dai Visconti, che osteggiava la campagna affidata dal papa al cardinale Bertrando del Poggetto. Intanto metteva a fuoco un elemento centrale della sua visione politica, cui rimase fedele per tutta la vita: il ritorno della sede pontificia a Roma. Per questa causa indirizzò a Benedetto XII due lunghe epistole in versi, la I 2 (1335) e la I 5 (1336), mentre il suo sostegno alla crociata che si preparava nel 1333 (che poi non ebbe luogo) è documentato da due canzoni nei Rerum vulgarium fragmenta (27 e 28). Malgrado la sua avversione per la Curia di Avignone (l’«avara Babilonia»), Petrarca riuscì a intraprendere un’intensa carriera diplomatica. Assieme al giurista veronese Guglielmo da Pastrengo difese di fronte al collegio cardinalizio Azzo da Correggio e Mastino della Scala nella causa intentatagli dai Rossi, che erano stati cacciati da Parma con confisca dei beni, quando i due se ne erano insignoriti nel maggio 1336 (Familiares, X 3).
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