Letteratura italiana – Leopardi
Lezione 1 – 6 aprile
Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798 dal Conte Monaldo Leopardi, ed è il primogenito di 10 figli. Spesso la sua figura è accompagnata da luoghi comuni. È anche filologo.
Monaldo, nato anch'egli a Recanati, è noto più che altro per essere un gran conservatore e per le critiche che il figlio gli rivolse. In realtà era un buon amministratore, ebbe incarichi pubblici nella città, amava gli studi e si dedicò ad essi e a mettere assieme una grande biblioteca, dove Leopardi studierà. Aveva idee politiche conservatrici, anti-francesi; tuttavia fu anche un innovatore nei campi di cui si occupò, come nei metodi dell’agricoltura, nella medicina e nella scienza. Morì nel 1847, 10 anni dopo Leopardi.
Giacomo si scontrò a lungo con lui, soprattutto perché egli voleva uscire da Recanati ma il padre non glielo permetteva. Ciò nonostante gli rimase sempre legato, voleva comunque compiacerlo.
La madre Adelaide fu invece una donna molto rigida, bigotta, incapace di dare amore ai figli. Da un certo momento in poi fu inoltre lei ad occuparsi delle finanze della famiglia, poiché il padre si era rivelato incapace.
L’anno dopo la nascita di Leopardi, nacque il fratello Carlo e poi la sorella Paolina: ad essi Leopardi rimase particolarmente legato, ed ebbe con loro sempre intensi scambi di lettere. Nacque poi Luigi, che morì subito: molti altri fratelli moriranno, essendo al tempo molto elevata la mortalità infantile. I fratelli ebbero l’educazione tipica riservata agli aristocratici del tempo: in casa con precettori ecclesiastici. Le materie studiate erano le lingue antiche, il pensiero religioso e le scienze.
Leopardi fu da subito un bambino prodigio, imparò velocemente ed arrivò a saperne anche più degli insegnanti. Studiò il greco da autodidatta, ma studiò anche le lingue moderne come il francese. Traduce dal latino e dal greco, inizia a studiare anche la lingua ebraica. Già da ragazzino inizia a scrivere i primi componimenti, nel 1809 legge Omero e traduce dal latino i primi due libri delle Odi di Orazio.
Scrive il primo sonetto sulla morte di Ettore, le prime opere sono di stile arcadico: l’Arcadia era un’accademia che si ispirava a ideali di classicità, razionalismo e cantabilità; presa come modello dagli scrittori. Leopardi pratica diverse tonalità e nel 1811 compone anche due tragedie (in endecasillabi sciolti), una su un colpo di stato in un regno dell’India e una sulla vicenda storica di Pompeo: La virtù indiana, Pompeo in Egitto. Scrisse anche dissertazioni su vari argomenti, come esercitazioni di studio. A 14 anni prosegue gli studi da solo nella biblioteca paterna.
Scrive un saggio sugli errori popolari degli antichi (incompiuto e inedito fino al 1900), censurando i racconti antichi per la loro falsità, sul modello del cattolicesimo del padre, il quale gli aveva insegnato che la prima cura dell’uomo deve essere quella di conoscenza del vero. Gli errori sono giunti anche nella popolarità moderna: questi errori saranno centrali del pensiero successivo di Leopardi, ma di lì a pochi anni egli avrebbe invece sostenuto una teoria diversa, in cui l’errore e l’immaginazione avranno un ruolo positivo. Questa rassegna di errori degli antichi, sugli dei e leggende torneranno utili per i riferimenti mitologici nei canti.
Scrive un’orazione contro i francesi e traduce poi alcuni idilli di Mosco, un poeta bucolico greco del II secolo a.C. Non tutti gli idilli tradotti erano in realtà di Mosco. Traduce (poi lo fa nuovamente) un poemetto attribuito al tempo ad Omero e scrisse un discorso su di esso: Batracomiomachia. L’opera affascinò molto Leopardi, tant’è che compose anche dei paralipomeni (cose tralasciate), cioè continuazioni: si tratta di un poemetto zoo satirico (ha per protagonisti degli animali) in cui fa satira delle principali fazioni politiche che si fronteggiavano in quegli anni come guerra fra topi (liberali) e rane (legittimisti), dopo la morte di un topo dovuta al re delle rane. Se la prende dunque con l’ottimismo e l’ipocrisia del tempo.
Recanati nel 1798:
- Uno degli angoli più depressi dello Stato della Chiesa.
- Esistenza di strutture di una società arcaica, ecclesiastica e nobiliare.
- Economia agricola parassitaria e cultura accademica.
- Rivoluzione francese e moti giacobini.
- Ritorno dei francesi: conte Monaldo odia la Rivoluzione.
L’origine recanatese rende ragione di alcuni aspetti del carattere di Leopardi: la passione per lo studio dell’antichità, tratto distintivo del ceto nobiliare romagnolo-marchigiano; distacco dai romantici, che trovano posto a Milano.
Lezione 2 – 7 aprile
Il greco per Leopardi
Il greco ebbe un impatto molto forte nella formazione di Leopardi. C’è un brano nello Zibaldone, diario che inizia a scrivere nel 1817 in cui raccoglie considerazioni sulla poesia, vita; in cui spiega che la sua formazione lo aveva indirizzato verso lo studio delle lingue. Ciò aveva indotto in lui quasi un disprezzo nei confronti della poesia, che poi sparì al seguito della lettura dei poeti greci. Fa poi considerazioni sull’immaginazione, una parola chiave della sua poesia, e parla del piacere di leggere i greci e della difficoltà di tradurlo. Il greco era inoltre uno spazio in cui poter studiare in maniera libera (dal padre).
Gli autori che amava di più furono Mosco, Omero, Esiodo, Anacreonte. Traducendo il primo, Leopardi si convince della presenza di un carattere particolare nella poesia greca: essa non è inficiata dagli artifici poetici (come la retorica) ma vicina alla natura. I greci diventano i testimoni di un’epoca fortunata nei quali l’uomo viveva in unione con la natura, mentre avevano uno spazio limitato quegli aspetti importanti per la poesia moderna, quali la tecnica e l’artificio retorico. È questo tipo di poesia che Leopardi difenderà di lì a breve, contro la poesia romantica.
Nel frattempo continua a studiare e, nel 1816, scrive il Discorso sopra la vita e le opere di Marco Aurelio Frontone, un oratore latino del II secolo d.C. che cercava di recuperare lo stile antico. Leopardi dedica il suo lavoro ad Angelo Mai, che aveva scoperto degli scritti di Frontone, ma che gli rispose con alcune critiche.
Fece anche esperimenti di scrittura in greco, che fece passare per originali: un Inno a Nettuno, che finse di aver tradotto da un originale greco, e due ode in greco, che sosteneva di aver ricevuto da un amico e che fossero di Anacreonte. Pubblica questi testi ma si tratta dunque di un falso, come spiega nella lettera all’amico Giordani. Questi testi sono il suo esordio con componimenti poetici originali, e sono un tentativo di imitazione degli antichi.
Traduce anche parte dell’Odissea, che appare su Lo Spettatore: esordio pubblico. Lo Spettatore era un periodico dell’editore Stella, versione italiana della versione francese, che si divise successivamente in quello italiano e quello straniero, il periodico milanese più diffuso. Affermò di non conoscere le traduzioni di Pindemonte, dedicatario dei Sepolcri di Foscolo. Forse non scelse l’Iliade per non dover subire il confronto con la traduzione di Monti.
Monti: vive a Roma, nelle sue traduzioni ricerca equilibrio tra classicismo e modernità, vuole attualizzare il testo, elimina gli epiteti, studia traduzione già esistenti e non su Omero, ottiene scorrevolezza stilistica. Quando pubblica la terza edizione (1825) Leopardi pubblica gli Idilli. Traduce poi il secondo libro dell’Eneide, e così riuscì finalmente a richiamare l’attenzione di Monti e Giordani.
Precedentemente aveva inoltre scritto una lettera ironica alla Biblioteca italiana, mai pubblicata e in cui andava contro un traduttore mediocre dei greci. La Biblioteca italiana fu voluta dalla dirigenza austriaca per incidere sull’opinione pubblica in maniera favorevole sulla Restaurazione. Foscolo ne rifiutò la direzione, allora affidata ad un’altra figura affiancata da Monti e Giordani. Si occupava di cultura in senso ampio (anche scienze).
Qui uscì un importantissimo articolo di Madame de Staël: Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni. La donna era una parigina conosciuta con questo nome per il marito, la sua casa diventò un salotto per intellettuali; era anti napoleonica, fu costretta per questo all’esilio e fu autrice di varia letteratura. Il suo saggio La Germania è uno dei più rilevanti per la diffusione delle idee del romanticismo in Europa. Il romanzo Corinne è su una poetessa italo inglese che ama l’Italia e la lingua italiana.
L’articolo pubblicato partiva proprio dalle lodi alla traduzione dell’Iliade di Monti e rifletteva sulla necessità di tradurre le lingue classiche; poi però spiegava la necessità anche di traduzione dalle lingue moderne, esortando gli italiani a farlo. Riteneva questa mancanza uno dei motivi dell’arretratezza culturale italiana, in cui ricorrevano le solite figure mitologiche e le opere erano prive di originalità: bisognava allargare i propri orizzonti. L’articolo suscitò un grande dibattito: è il momento iniziale delle polemiche fra classicisti e romantici. Giordani ad esempio rispose in forma anonima in modo contrario, ma ci furono anche molte reazioni favorevoli. Nacque in seguito Il Conciliatore, la vera rivista dei letterati romantici italiani, anche se pubblicò per poco tempo.
Anche Leopardi interviene in questa polemica con una lettera non pubblicata in cui difende la poesia classicista e ribadisce l’importanza di imitare gli antichi. Scrive poi una lunga cantica, un poema allegorico di ispirazione dantesca, in cui c’è un giovane poeta, alter-ego dell’autore, che vaga nell’oltre tomba accompagnato da un angelo, per allontanarsi dalle tentazioni terrene (amore, avarizia, errore): si avvia sulla strada della poesia moderna.
Il 1816 è un anno molto importante perché Leopardi diviene consapevole di quella che chiamerà la propria conversione letteraria, dall’erudizione alla poesia. Inizia nel 1817 la corrispondenza con Giordani, dalle idee democratiche e laiche e di formazione illuministica, che collaborò con l’Antologia. Grazie all’amicizia con Giordani entrò in contatto con vari intellettuali dell’epoca, a lui confessò della difficoltà di vivere a Recanati: aveva voglia di conoscere il mondo, Recanati non gli dava stimoli ma noia.
Lezione 3 – 8 aprile
Nel 1817 Leopardi tradusse la Titanomachia di Esiodo: volgarizzamento molto interessante per le scelte lessicali e stilistiche che anticipano la poesia futura. La Titanomachia narra della lotta dei titani contro Zeus, Esiodo è un poeta greco del 7 secolo di cui non si sa però molto. La traduzione fu pubblicata su Lo Spettatore, a Milano, nel 1817.
Sempre nello stesso periodo Leopardi compone 5 sonetti, importanti perché poi inclusi in una raccolta, su Ser Pecora, un macellaio. Sono scritti contro un letterato romano, Manzo, bibliotecario che aveva attaccato Monti e Giordani: Leopardi pratica questo genere satirico per prenderlo a bersaglio.
Vive in questo periodo un primo amore, per Gertrude, cugina del padre, ospite al tempo in casa Leopardi. Registra questa esperienza nel Diario del primo amore, scritto in tempo reale al seguito della partenza della donna e qui sperimenta un linguaggio utile alla descrizione di come funzioni l’immaginazione, a partire dalla percezione di dati fisici e reali, come appunto la vista della donna. Leopardi comprende che l’immaginazione può avere effetti anche più forti della realtà e inizia ad analizzare il proprio sentimento, anche grazie alla lettura di Alfieri, in cui trova un lessico utile a descrivere questo nuovo sentimento. Dalla scrittura diaristica passa poi alla poesia e compone un’elegia, che entrerà poi a far parte della prima raccolta di Canti (1831), con il titolo Il primo amore. È scritta in terzine che riprendono il linguaggio amoroso petrarchesco, ne scriverà poi anche una seconda.
Leopardi già a 20 anni soffriva di problemi di salute, di cui parla in una lettera indirizzata a Giordani, attribuendo la causa ai 7 anni di studio matto e disperatissimo, che lo portarono ad un aspetto da lui definito miserabile: era una malattia dunque non mortale, ma che lo ridusse ad essere infermo al punto da non volare sul piano fisico neanche la metà di un giovane sano. Dice infatti che qualsiasi virtù non veniva mai apprezzata dagli altri se non si trovava in un corpo dal bell’aspetto, tema che ritornerà anche nelle Canzoni. Ciò nonostante non si perde d’animo e spera che la sua vita possa essere comunque utile a qualcosa.
Egli era inoltre basso di statura e con una doppia gobba: l’ipotesi più accreditata sulle cause è quella che riconduce il tutto ad un morbo delle ossa; ma c’è anche uno studio più recente che invece tiene conto delle varie fasi e sintomi della malattia, riportando l’attenzione sugli anni di studio, periodo in cui la malattia deve essersi sviluppata (dunque non era presente già dalla nascita). I disturbi erano urinari, visivi, astemia, gracilità, pallore, meteoropatia, disturbi intestinali o cardio polmonari. In particolare quelli alla vista comparvero fin da subito, anche se per un periodo miglioreranno.
Il morbo inoltre dava poco tempo di vita, invece Leopardi non morì subito e non ebbe deficit neurologici. Si tratterebbe dunque di una malattia infiammatoria ancora in parte ignota, genetica e innescata da un’infezione. È da escludere comunque la depressione. Morì si crede per colera, ma lo studio fa un’altra ipotesi sempre da ricollegare alla malattia. La sua vita fu dunque segnata dalla malattia e dal dolore, ma essa fu un importante strumento di conoscenza, che gli permise di indagare la condizione del genere umano e il suo rapporto con la natura. La malattia lo reso consapevole della fragilità dell’essere umano.
1818
Leopardi scrive il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, che inviò all’editore Stella: è una prima enunciazione della sua poetica classicista. Discute le tesi romantiche di Di Breme, il quale sosteneva che gli antichi avevano reso viva la natura con le loro favole, invece i moderni con la razionalità non si affidavano più solo all’immaginazione e non potevano più fare la stessa poesia. Di Breme considerava superati gli inganni dell’immaginazione, gli errori felici, le illusioni, la mitologia. La poesia romantica dunque non si deve limitare a imitare la natura ma deve dar voce alla vita in tutte le sue forme, non soltanto a ciò che è bello e sublime.
Nello Zibaldone Leopardi annota le sue osservazioni su questo testo: sostiene invece la superiorità della condizione naturale e primitiva degli antichi, su quella di civilizzazione moderna. Allo stesso modo sostiene la superiorità dello stato infantile su quello adulto. Antichi = fanciulli. La poesia deve mantenere un legame con il mondo dei sensi, mentre i romantici vogliono limitarla alla sfera dell’intelletto. Leopardi condivide l’idea che il progresso ci abbia cambiati, ma ne dà un giudizio negativo: il cambiamento ci ha precluso la possibilità di vedere la natura con gli stessi occhi degli antichi. E siccome per lui la poesia è conforme alla natura, se la natura non cambia non deve neanche la poesia: siamo noi a dover cambiare per ricreare la condizione in cui si trovavano gli antichi.
I romantici miravano ad impressionare il pubblico, attraverso la descrizione del mostruoso e dell’orrore, mentre la poesia degli antichi si basava sul familiare, su ciò che viene normalmente a contatto con i sensi. Il poeta deve imitare la natura, deve illudere, ma con naturalezza. Quello che i romantici chiamavano sentimentale (rappresentazione dell’interiorità) era presente già nella poesia antica, espresso attraverso l’imitazione del naturale. Leopardi mette anche Petrarca tra gli antichi, perché ritrova in lui la naturalezza, mentre ad esempio non ne ebbe abbastanza Ovidio.
Lezione 4 – 22 aprile
Riflessione di Leopardi sul sentimentale e sulla poesia degli antichi e moderni
C’è una pagina importante dello Zibaldone che chiarisce alcuni punti: Leopardi parla della naturalezza degli antichi, che non andavano dietro i particolari delle cose, allungando la descrizione per ricercare effetti; ma mostravano le cose per quello che erano. L’arte degli antichi ha un carattere di infinitezza, al contrario di quella moderna, perché lasciavano un lavoro all’immaginazione per errare nel vago e nell’indeterminato; i moderni invece hanno concezione dell’intero, del confine, della finitezza. La parola chiave è naturalezza, legata al dipingere le cose, in modo da lasciare spazio all’immaginazione. I moderni ne sono invece privi e sono capaci solo di suscitare emozioni finite, la stessa cosa che succede all’uomo nell’età matura: non si stupisce o emoziona più, avendo capito che non c’è un mondo fantastico oltre l’orizzonte, conoscendo ciò che ha attorno a sé.
La sensibilità dei romantici invece non è qualcosa di spontaneo, ma è indotta da cattive letture romanzesche: il sentimentale non è prodotto dal sentimentale, ma dalla natura così com’è, che va imitata così com’è. Man mano che ci si allontana dal tempo antico e dalla fanciullezza, gli uomini perdono la capacità di lasciarsi emozionare dall’immaginazione, la mente e la razionalità prendono il sopravvento e sparisce la poesia. Leopardi difende così il sistema della mitologia degli antichi da Di Breme, che lo considerava artificioso. Poli opposti: natura – ragione, immaginazione.
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