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Parte prima: teoria

Il teatro come partecipazione

Ci sono delle differenze tra uno spettacolo che viene trasmesso in televisione o un film visto al cinema o la lettura di un libro rispetto a una rappresentazione teatrale, in quanto nei primi tre casi lo spettatore (o il lettore) non hanno un rapporto diretto con la rappresentazione. A teatro, invece, la situazione è diversa, gli attori sono vivi e sono molto influenzati da ciò che pensa il pubblico, sia che si tratti di applausi sia di dissenso. Lo spettatore partecipa in modo diretto, attivo. Ed è qui che c’è la differenza con le altre forme di spettacolo di massa: il rapporto emotivo e critico che tende a unificare gli spettatori e gli attori.

Il dialogo continuo ed il confronto sono indispensabili alla riuscita del prodotto finale. Lo spettacolo teatrale cresce e vive organicamente come una pianta. Ogni recita è un evento che non si ripete mai esattamente nella stessa forma.

Il regista può avere un ripensamento o accorgersi di un errore e cambiare l’impostazione di una scena anche dopo il debutto. Accade spesso di dover attuare dei tagli per alleggerire parti che risultano noiose al pubblico.

Lo spettacolo quindi respira con il pubblico, trova i suoi ritmi insieme agli spettatori, i quali danno l’ultimo tocco di regia.

L'uomo-leone

Il teatro non può mai essere realistico, cioè una riproduzione della realtà, ma è sempre una reinvenzione del reale. Il termine che meglio di ogni altro chiarisce il concetto è “rappresentazione”.

Il teatro è nato dalla magia: attraverso le pratiche magiche si cercava di dare concretezza alla propria presenza. Le comunità primitive per prepararsi alla caccia eseguivano riti propiziatori, riproducevano una scena di caccia vera e propria, con uccisione simbolica dell’animale-attore.

Lentamente tali scene cominciarono ad adattarsi al ritmo di musiche, trasformandosi in danze e, arricchendosi sempre di più di significati simbolici, cominciarono ad allontanarsi da quello che era il significato pratico del rituale.

Da cacciatori nomadi gli uomini diventarono agricoltori, fermandosi su territori dove costruirono villaggi e paesi. Ci fu un passaggio dalla magia ai riti religiosi, in quanto gli uomini avevano bisogno di credere in qualcosa che proteggesse il loro raccolto in cambio di cerimonie di ringraziamento.

Con l’ulteriore evolversi della struttura sociale e con la creazione di città e stati, le varie attività, tra cui il teatro, fecero perdere alla religione il suo ruolo di fulcro vitale.

Nelle scene iniziavano ad essere affrontati argomenti umani e contingenti. Avveniva una trasposizione. Il tutto può essere sintetizzato da una frase di Brecht il quale diceva che il teatro non è realtà, ma la descrive per metterla in discussione.

Lo spazio teatrale

Nel passato era lo spazio a determinare la forma dello spettacolo, oggi succede il contrario.

Nel teatro d’opera non si poteva che rappresentare un melodramma dall’imponente scenografia, mentre il teatro di prosa era fatto apposta per ospitare commedie borghesi. Le marionette erano per i più poveri e agivano in teatrini appositamente costruiti.

Il teatro Olimpico a Vicenza costituisce un vero rompicapo per scenografi e registi: la scena fissa, concepita per la tragedia di Edipo, non può che ospitare eroi classici e vicende storiche. L’Orlando Furioso di Ronconi era nato per uno spazio circoscritto ma si dilatò poi di prepotenza sulle grandi piazze al di là delle intenzioni di chi lo aveva concepito, grazie anche all’accorrere del pubblico che stava al gioco. Il Barone Rampante di Calvino si poteva adeguare solo in un vasto spazio neutro, ad esempio è stato rappresentato in una grande sala da ballo, in cui spettatori e attori erano integrati in un grande spazio unificato.

Dobbiamo porci, di fronte al problema dello spazio, con totale libertà, disposti a mettere ogni possibile spazio al servizio delle idee che vogliamo esprimere e includere nelle nostre possibilità anche il più tradizionale dei teatri. La gamma di possibilità è infatti molto ampia.

Una ragionevole via di mezzo nell'uso dello spazio, adatta a risolvere situazioni imprevedibili, si può indicare nello spettacolo-oggetto di cui numerosi esempi fornisce Luzzati nel capitolo della scenografia: si tratta di costruire uno spettacolo nucleo centrale compatto e al tempo stesso elastico, adattabile di volta in volta sul palcoscenico in una palestra, in un capannone o all'aperto.

Contro le regole

Esistono vari generi nel teatro: la tragedia, la commedia, il melodramma, l’operetta, la rivista. Questa classificazione ha un’implicita gerarchia. A chiunque viene spontaneo pensare che la tragedia si collochi molto più in alto della commedia.

A partire da una certa epoca si è cercato di separare il tragico dal comico (con il comico connotato come plebeo e il tragico come patrizio). Ma non è stato sempre così: i Greci rappresentavano cicli di quattro drammi detti tetralogie (i primi tre tragici, il quarto comico). Nelle più terrificanti tragedie Shakespeariane, d’improvviso salta fuori un personaggio comico, come il portinaio di Macbeth, che cambia la cupa atmosfera addensatasi sulla scena fino a quel momento. Spesso alcuni registi tagliano queste scene comiche perché ritenute spurie.

La rigida divisione in generi è tipica dell’Ottocento, secolo fiducioso nella scienza, nella specializzazione e nella suddivisione dei ruoli. Ma proprio il contrasto tra comico e tragico, tra sacro e profano ha stimolato la rinascita del teatro occidentale.

In pieno Medioevo durante la settimana di Pasqua, nelle cattedrali si cominciarono a celebrare i misteri della Passione, che diventarono teatro non appena il popolo vi introdusse delle parti comiche, delle quali orde di diavoli erano scatenate protagoniste. Da quelle masnade infernali, capitanate dall’arcidiavolo Harlequin, in seguito, presero vita i personaggi della commedia dell’arte: Arlecchino, Pulcinella, Pantalone. Il sacro venne rappresentato nelle piazze, con preti, artigiani e popolo che collaboravano per prendere parte allo spettacolo.

A Carnevale accadeva il contrario: il profano invadeva la chiesa. Si potevano oltraggiare i sacerdoti, diventava lecito profanare le sante immagini e storpiare le parole delle preghiere.

Con la controriforma, il teatro venne represso come la peggiore delle perversioni. Sino a non molti anni fa, attrice era sinonimo di prostituta.

Fortunatamente il superamento dei generi è diventato pratica corrente. Si tende allo spettacolo totale in cui tutti i linguaggi si possono liberamente usare.

È fondamentale assimilare il concetto che le regole contano poco, che l’importante è riuscire ad esprimere in qualsiasi modo le proprie idee.

Luce artificiale, luce naturale

Negli ultimi anni, la luce ha conquistato lo stesso peso che ha sempre avuto il colore nella pittura e ciò grazie al naturale evolversi della tecnologia.

Gli spettacoli tradizionali ambientati sul palcoscenico, spazio convenzionalmente separato dalla realtà esterna con un sipario di velluto, implicano sempre un’illuminazione artificiale. Ciò accade nonostante il proclamato realismo del teatro, di radice ottocentesca, che cerca sempre di suscitare con mezzi tecnici l’illusione della realtà.

Si mette al centro della stanza un vero lampadario che si fa finta di accendere con un vero interruttore, ma poi, per non lasciare gli attori nella semi oscurità, si aumenta la luminosità del lampadario, con riflettori celati tra le quinte e in soffitta, espediente penoso e contraddittorio.

Spesso invece, il teatro di oggi, anche se si realizza in spazi chiusi, è inconsciamente concepito come fatto all’esterno. L’illuminazione deve comunicare idee e non magiche suggestioni, così come la scenografia, non fornitrice del solo ambiente ma anche esprimente un giudizio su di esso.

Giorgio Strehler adoperava la luce in maniera piuttosto tradizionale, legato ad una concezione romantica della sua funzione, al fine di creare atmosfera.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ferrisbueller di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura teatrale italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Achilli Concetta.
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