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parlare, a fare intravedere la verità, comincia ad accusare Tiresia di essere pagato da

Creonte, il fratello del Re morto, perché in realtà comincia a capire ma non vuole.

Torrismondo ha lo stesso comportamento, prima insiste, ma quando comincia a capire la

verità lo allontana innervosito.

Vv 2393 Torrismondo comincia con una riflessione sulla Sorte. Poi il Coro gli annuncia l’arrivo

dell’Indovino. Torrismondo comincia a chiedere all’Indovino se sua sorella si trova nel Regno.

L’indovino è reticente, Torrismondo insiste, e lui risponde con un enigma: sua sorella si trova è

nata, e dove è nata ora posa, ma non ha posa; e poi aggiunge: non ha posa, ma troverà posa dove lui

(anticipazione del finale: non solo loro morranno uno sull’altra, ma verranno

avrà riposo

sepolti uno accanto all’altro) Torrismondo non capisce, gli dice che sta parlando oscuramente,

forse per ingannarlo. Ma l’indovino ribatte che l’inganno è invece proprio suo, ed in lui si trova e

non gli da pace (riferendosi al tradimento verso Germondo). Sua sorella vive tra i Goti. Ma dove si

trova? Può essere quella che ha sempre conosciuto come sorella? No, non è quella, è un’altra che è

ancora nascosta e lui la ritroverà solo quando partirà da se stesso (ossia morendo). Torrismondo,

sempre più irritato rigetta l’Indovino, lo offende di essere prezzolato. Ma l’Indovino risponde che il

suo destino è segnato, forse l’unica cosa incerta è se il suo destino riuscirà a salvare la sua amicizia

con Germondo. Ma per il resto non può dire null’altro, perché il Fato nasconde le altre cose, come

(differenza con l’indovino della tragedia greca, perché Tiresia sa tutto,

in una notte oscura.

deve sapere tutto, perché tutti ci credono; nel 500 non è così, si sta discutendo se credere ai

maghi e la Chiesa è contro. Quindi Tasso mantiene un atteggiamento sfuggente).

L’Indovino guarda il suo bastone, studia gli astri che sono disegnati sul suo bastone, e vede un

destino avverso per Torrismondo e per il popolo dei Goti. Il Coro interviene, come se fosse

l’insieme dei sudditi, dicendo di non credere all’Indovino, perché neanche lui possiede tutta la

verità, perché se così fosse i Re non avrebbero problemi a governare. Torrismondo lo scaccia, ma

prima di andarsene l’Indovino fa una profezia: prima che sia finito il periodo previsto dal suo

bastone, le sue parole e le sue profezie su Torrismondo e la Gotia si realizzeranno.

Scena V: Torrismondo, Frontone

Vv 2513-2590

Arriva Frontone che chiede il perché di una sua convocazione dopo così tanto tempo, dopo 20 anni.

Allora Torrismondo gli chiede la verità su sua sorella. Frontone gli spiega che il Re, temendo per la

sorte del figlio, dato la profezia, e quindi l’aveva affidata a lui per portarla in Danimarca. Ma

mentre andavano in Danimarca, furono catturati da dei predoni norvegesi e furono separati: la

bambina fu portata in una nave con le donne, lui in un’altra. Le due navi erano condotte da due

fratelli; mentre la nave dove c’era la bambina tornò in Norvegia, l’altra venne assalita dai Goti, che

dunque liberarono Frontone e fecero schiavo il comandante della nave e lo portarono qui, dove

ancora si trova come schiavo. Da quel momento in poi Frontone ha perso le tracce della nobile

bambina.

Scena VI : Torrismondo, Messaggero della Norvegia, Frontone e Coro

Vv 2591- 2675

Anche in questa scena Tasso riprende l’Edipo Re. Questa scena riprende infatti il momento in cui

arriva il messaggero arriva a dire a Edipo che è morto suo padre.

Vv 2591- 2636 Arriva un messaggero dalla Norvegia ad annunciare la morte del Re Araldo e a

cominicare che lo stesso Re ha affidato il regno alla figlia Alvida e al suo sposo Torrismondo, e

quindi che questo non deve essere un giorno di lutto, ma di festa, poiché due Regni si sono uniti ed

il terzo, la Svezia, probabilmente, lo sarà pure, attraverso la grande amicizia che lega Germondo a

Torrismondo. Il Coro, sempre impersonando il popolo Goto, indica la reggia al messaggero. Qui

egli va incontro a Torrismondo e gli dice di essere latore di una notizia per la Regina Alvida.

Torrismondo lo esorta a parlare e il Messaggero comunica a lui la morte di Araldo e, quindi, la

concessione a lui ed Alvida dello scettro di Norvegia.

2637-2660 Frontone riconosce il Messaggero: è proprio il comandante della nave norvegese che era

riuscita a tornare in patria, portando con sé la piccola principessa. Torrismondo si rallegra della

coincidenza, e Frontone chiede al messaggero se anche lui lo riconosce. Il Messaggero, in realtà, si

mostra reticente, finge di non ricordare; ma Frontone gli ricorda che suo fratello è nel regno dei

Goti, schiavo: se egli non parlerà, suo fratello avrà la peggio. E allora il Messaggero confessa: si,

egli ha attaccato le navi Gote, ma quella azione malevola è stata riscattata con il fatto che poi la

bimba ebbe un destino lieto, poiché fu affidata ad un nobile padre.

(vv: “legno” per nave: metonimia, una parte per il tutto, o il materiale per la cosa)

vv 2661 Torrismondo comincia a capire, teme anzi di aver capito: non vorrebbe sapere ma ormai

deve capire ed esorta il Messaggero a parlare, assicurando che non gli accadrà nulla se dirà la verità.

Ed il Messaggero conferma i timori di Torrismondo: la bambina, Rosmonda, portata in Norvegia

dalla Gotia fu affidata al Re di Norvegia, Araldo, cui era morta da poco una figlia, e divenne quindi

principessa di Norvegia col nome dell’altra figlia, Alvida. A questo punto Torrismondo non ha più

dubbio, e sente che non c’è più nessuna possibilità di salvare la situazione, nessun piano o consiglio

da seguire: lui e Alvida hanno compiuto un incesto.

2661: “tardi intendo, troppo indendo: PARALLELISMO)

(v

(VV 2664-65: ENJAMBEMENT)

(v 2673: “L’istoria a pochi è nota, a molti ascosa”: ANTITESI

Scena VII: Torrismondo, Germondo

Vv 2676-2761

Ultima scena del IV atto. Germondo è addolorato per il comportamento di Torrismondo, che sembra

infastidito dalla sua presenza e sembra non voler mantenere alla promessa fatta, di dargli Alvida in

ciò può risollevare l’umore del suo amico.

sposa. E quindi dice che è pronto ad andarsene, se

Torrismondo, profondamente turbato, gli dice che il motivo di tanta preoccupazione è in realtà

dovuto a ciò che ha appreso poc’anzi, cioè la morte del Re di Norvegia, del padre di Alvida.

Germondo allora assicura che farà tutto ciò che egli desidera per alleviare il dolore del lutto. Ma

Torrismondo, che in realtà ormai è profondamente scosso da tutto ciò che ha scoperto, mente: gli

assicura che Alvida sarà sua, che egli manterrà la promessa fatta, e comunque resterà debitore nei

suoi confronti, poiché gli deve la vita e l’anima.

Anche qui c’è un riferimento a quello che accadrà tra poco, al finale tragico di Torrismondo,

ma c’è anche un ulteriore esempio della complessità del personaggio di Torrismondo, che non

come agire, ancora più confuso e atterrito dalla scoperta dell’incesto involontario compiuto

sa

con Alvida

Canzone sul valore umano, che trionfa sugli influssi astrali e domina la Natura.

ATTO V (L’atto dello SCIOGLIMENTO)

Su questo atto si devono fare alcune considerazioni di carattere metodologico, cioè sul finale:

quando finisce la tragedia? Finisce con gli ultimi versi dell’ultima canzone, oppure si può dire che il

finale inizia a metà di quest’atto, quando il Cameriero verrà a raccontare la morte di Torrismondo e

Alvida? Certo, anche quello è un finale, perché descrive come finisce la vicenda tra Torrismondo e

Alvida. Ma essi non sono gli unici protagonisti di questa tragedia. Quindi, potremmo individuare un

altro finale, quando la Regina Madre scopre la verità su Rosmonda e apprende la morte dei due

figli; ancora: un altro finale lo possiamo trovare nella scena in cui Germondo scopre tutto,

ricevendo una lettera che Torrismondo gli scrive prima di uccidersi, in cui anche lui scopre tutto ciò

che è accaduto e scopre di essere destinato a subentrare al posto di Torrismondo come guida del

Regno e come figlio di Rusilla. In questo c’è una similarità con l’Amleto (che però deve essere

ancora scritto) dove arriva Fortebraccio e tutto gli viene narrato “affinché non accada mai più”: il

Regno di Gotia non può restare senza una guida, Torrismondo è anche un Re e deve pensare al suo

popolo, quindi ci deve essere una soluzione politica e il dolore la morte il suicidio, non possono

mettere a repentaglio l’unità e l’importanza del regno. Lo spettatore deve sapere che niente andrà

perduto, perché Germondo assumerà la guida della Svezia, della Gotia e della Norvegia.

Scena I: Alvida, Nutrice

Vv 2780-2904

È come tornare alla prima scena del primo atto, tornano gli stessi personaggi, Alvida e la Nutrice; lì

abbiamo appreso i tristi presagi e la preoccupazione di Alvida. Qui non ci sono più presagio e

paura, c’è ormai la certezza. Si sono svolte, tra le scene precedenti e questa, delle scene che noi

spettatori non vediamo, ma per convenzione sappiamo che si sono svolte, sono presupposte

dall’autore, anche perché la tragedia deve svolgersi in 24 ore, secondo le regole di Aristotele.

2780-2817 Alvida inizia il suo discorso con delle lamentele, contro la fortuna avversa. La Regina

non capisce, e le chiede quale paura ha ancora. Ma Alvida non ha più timore, ha certezze: sa di

essere stata tradita, esclusa e scacciata: perché contemporaneamente ha perso il padre e la promessa

di Torrismondo che, da un lato, ha cercato di nasconderle la morte del padre, forse per non farla

soffrire, e dall’altro, invece, le dice che deve sposare un altro uomo e le dice, addirittura, di

chiamarlo fratello. Alvida sente di non aver più scampo, senza il padre, senza il sostegno del suo

ceduta all’odiato nemico, Germondo. La Nutrice si dimostra stupita di tanta cattiveria di

sposo, e

Torrismondo. Ma Alvida assicura che è tutto vero, e annuncia la sua morte, chè altra soluzione non

vede.

(qui si usano versi molti piccoli, quinari o settenari, proprio perché il dolore si fa forte e non ci sono

parole sufficienti per descriverli)

(vv 2785-86: climax ascendente)

vv 2809-2841 La Nutrice tende a sminuire la situazione ed esorta Alvida a non prendere decisioni

a lei fedeli in Norvegia che non l’abbandoneranno,

avventate: comunque saranno rimaste persone

per rispettare la giustizia e l’onestà. Ma Alvida constata tristemente che la giustizia, se non è morta

con suo padre, sembra scomparsa, e la forza e l’inganno e il tradimento hanno conquistato l’anima

di Torrismondo. E quindi svolge il suo discorso su due argomentazioni: la prima, sul crollo dei

valori su cui si basa la stessa società del 500: la fede, il mantenimento della parola data, e l’onore; la

seconda si riferisce invece a ciò che a lei, donna innamorata, preme di più, cioè il fatto che

Torrismondo non ricambia il suo amore, e mentre rigetta lei si prende il suo Regno, la Norvegia.

Vv 2842 2904 La Nutrice le dice che forse sta credendo troppo a maldicenze, confusa e turbata dal

suo sentimento amoroso, che non le permette di distinguere il vero dal falso.

Ma Alvida non può essersi sbagliata, perché ha sentito con le sue orecchie il discorso di

Torrismondo che le ha imposto di sposare Germondo. L’un Re l’ha venduta all’altro, come se fosse

una serva, o addirittura una merce. Ma, obietta la Nutrice, comunque Germondo è un re, lei resterà

regina; di sicuro c’è un buon motivo dietro la decisione di Torrismondo. Ma la ragione è falsa come

falso il valore di Torrismondo, risponde Alvida, cui Torrismondo ha detto effettivamente la verità,

così come lui l’ ha appresa, cioè che loro sono in realtà fratelli, essendo lei nata, in realtà, dalla

Regina Rusilla e poi allontanata dal Regno per via di una profezia. Ma Alvida non ha creduto ai

suoi racconti, sono solo un ennesimo inganno di Torrismondo per non sposarla. Lui la rigetta perché

sa che ormai ella è orfana e non c’è suo padre a difenderla e a vendicare l’offesa che sta subendo. E

adesso il suo nemico, che ella ancora ama, dopo essersi preso “le sue prime spoglie” (ossia la sua

verginità) adesso aspetta di prendersi le ultime, con la sua morte: Alvida dunque è pronta ad

uccidersi, e esorta se stessa a non temere la morte, che sola riuscirà a spegnere il suo amore per

l’amore che in essa alberga

Torrismondo, poiché morendo la sua anima morirà (versi strani per il

Tasso, perché per la dottrina cristiana l’anima è immortale, quindi sono quasi versi blasfemi:

servono per rappresentare il delirio di cui è vittima Alvida) (quindi Alvida non odia

Torrismondo, non vuole la vendetta: non segue per esempio, il modello di Medea, che arriva

addirittura a uccidere i suoi figli per vendicarsi di Giasone)

(v 2851: raddoppiamento, quando all’interno dello stesso verso si ripete la stessa parola)

(V 2864: I DUE EMISTICHI INIZIANO CON LA STESSA PAROLA: ANAFORA)

anafora con la parola “questi” e tra il 2880 e 81, la ripetizione dell’ultima parola del

(Vv 2880-83:

verso precendente all’inizio di quello successivo ANAPLODIPOSI)

Scena II: Soliloquio della Regina Madre

Vv 2905- 2932

La Regina Madre annuncia che dentro la Reggia è tutto pronto per la celebrazione di queste doppie

nozze, e si dichiara contenta per quello che sta accadendo nel Regno, e per la gioia che qavrà di

vedere le nozze di entrambi i suoi figli; solo una cosa la addolora: la mancanza del suo sposo, il

vecchio Re, al quale prega di restare accanto ai suoi amati figli, in un giorno così lieto e di benedirli,

dall’alto del Cielo.

Scena III: Soliloquio di Rosmonda

Vv 2933-2949

Intanto Rosmonda rimane incerta circa quello che le accadrà, e si pente di aver detto la verità a

Torrismondo, e poi si pente del suo pentirsi; alla fine, dice, succederà ciò che Dio vuole, e per

questo si recherà presso il Suo altare portando in dono una ghirlanda di fiori fatta da lei stessa,

sperando che sia cosa gradita a Dio.

Scena IV: Coro e Cameriero

Vv 2950- 3081

Questa scena è fondamentale. La differenza tra questa scena e Romeo e Giulietta, è che qui

c’è un racconto e non c’è l’azione della morte: non vediamo la morte degli amanti, la

ascoltiamo dai racconti del Cameriero; però l’uso del discorso diretto fa sì che l’azione sembri

svolgersi davanti ai nostri occhi.

L’attacco è abbastanza convenzionale, poiché il Cameriero ha il compito di

Vv 2950-2959

annunciare a popolo, secondo un codice convenzionale, che il suo Re è morto. Il Coro, che

(qui il Tasso usa una narrazione un po’

impersona la Patria Gota, lo esorta a parlare, e raccontare

insolita, perché recupera il modello classico, e quindi la morte viene narrata e non realizzata

in scena, ma questo racconto non viene fatto di fronte a un personaggio illustre, come

potrebbe essere Germondo, o la Regina Madre, perché questo avrebbe comportato dover

descrivere anche le rispettive reazioni: invece tutta l’attenzione deve concentrarsi sui gesti di

Alvida e di Torrismondo)

(2959: “Narralo, e dà principio al mio dolore”: INIZIO DEL FINALE, inizia la fine)

vv 2960- 3081 E comincia il racconto del Cameriero. Torrismondo, addolorato, ha già detto a

Alvida che deve sposare Germondo e non lui. Ma la morte del Re di Norvegia ha accresciuto la

rabbia e il dolore di Alvida, già offesa dal rifiuto di Torrismondo, e per questo decide di uccidersi e

si colpisce al petto con una spada. E Torrismondo, scoprendolo, decide di fare la stessa cosa. Il

Coro comincia le sue lamentazioni ma esorta ancora il Cameriero di procedere nel racconto.

Chi lo racconterà alla Regina Madre?Il Cameriero non ne ha il cuore, perché bisogna dire alla

Regina che ella non ha fatto in tempo a scoprire la vera figlia, che questa è già morta, assieme

all’altro suo figlio.

Ma come è successa tale disgrazia, chiede il Coro.

E il Cameriero racconta(parola dipinta: parla per immagini) che Torrismondo ha trovato Alvida

in fin di vita e disperato le chiede perché ha compiuto un gesto così folle. (Torrismondo ha un

linguaggio dolce quando trova Alvida in fin di vita) Alvida gli dice che lo ha fatto per amor suo,

perché non ha sopportato il suo rifiuto. Ma Torrismondo le giura che non è per mancanza d’amore

che le ha chiesto di sposare Germondo, ma è perché è vero che loro sono fratelli e che, quindi, non

possono che amarsi solo come fratelli. E sa che non potrà sopportare la morte se non uccidendosi a

sua volta. Alvida sembra non interessarsi al fatto che sono fratelli: lei sa solo che lo ama, e come

amante vuole restare accanto lui per quegli ultimi istanti, dandogli un bacio. Ma lui risponde che

accetterà il bacio solo come fratello, che i baci d’amante darà ad altri, ossia a Germondo. Ma Alvida

sa che non c’è più tempo e muore baciando Torrismondo; il quale la tiene ancora qualche minuto tra

le braccia e poi, triste atterrito e colmo di dolore, e si chiede come potrebbe vivere ora che lei è

morta, visto che con lei è morta la sua stessa anima; poi comincia a scrivere una lettera. Appena

finito, la consegna proprio a Cameriero, chiedendogli di consegnare le sue ultime volontà a

Germondo, e senza battere ciglio, si trafigge il petto con la sua stessa spada. Il Cameriero tenta di

sorreggerlo, ma Torrismondo lo allontana: ché si può dar la morte ad una persona, ma non

allontanarla, quando essa sopraggiunge.

In questi versi ci sono molti settenari o quinari: lo richiede il linguaggio patetico, dei

sentimenti. Qui bisogna trasmettere agli spettatori il patos della fine dei due tragici amanti.

Lei, che non crede di essere sorella di Torrismondo, e anche quando sembra crederci, non da

importanza alla cosa: ciò che conta per lei è esclusivamente l’amore che prova per

Torrismondo; e lui, che si, si rende conto del loro dramma, dell’incesto, ma che non riesce a

non chiamarla “anima mia”, quando la stringe a sé morente: in fondo, l’amore è più forte di

ogni altra cosa. Però, mentre Alvida è tutta compresa nel suo dolore amoroso, Torrismondo,

essendo un re, ha un altro ruolo, la sua morte deve essere eroica e, infatti, egli muore in modo

eroico, colpendosi al petto con la sua stessa spada senza battere ciglio, dopo aver scritto

all’amico Germondo per affidargli il suo Regno e sua madre. Il modello a cui si ispira il suo

personaggio è sicuramente più il Catone il Censore che non Romeo.

I versi con cui si racconta la morte di Torrismondo e Alvida rappresentano il FINALE DEL

CONTENUTO, perché qui finisce la storia d’amore tra i due protagonisti. È un PRIMO

FINALE

Scena V: Cameriero, Germondo

Vv 3082- 3180

La scena V è la continuazione del racconto della catastrofe.Prima il Cameriero ha narrato la

fine del Re e di Alvida al popolo Goto, rappresentato dal Coro; ora egli deve portare a

Germondo la lettera di Torrismondo, e così lo spettatore viene a conoscenza delle ultime

volontà di Torrismondo, che lo stesso affida al suo amico Germondo. Attraverso questa lettera

Torrismondo acquista la fisionomia dell’eroe e quindi della morte eroica, che gli restituisce

un’identità positiva, un’identità che era stata macchiata dalle sue varie colpe: se analizziamo

Torrismondo attraverso l’interpretazione che si dava nella seconda metà del Cinquecento

della Poetica di Aristotele, vediamo che egli è un personaggio che ha, certo, delle colpe, ma

un errore d’amore, e non una scelleratezza, come

non è uno scellerato: egli ha compiuto

ricorda il Consigliero nel Primo Atto, aggiungendo che, essendo tale, era un errore cui si può

riparare. Secondo altre interpretazioni, più recenti, la colpa di Torrismondo non sarebbe

di tradire la fiducia di Germondo ma anche quella di essere diventato “disleal

stata solo quella

per troppa fede”, ossia di aver tradito la parola data al Re di Norvegia, e quindi essere venuta

meno ad uno dei pilastri della regalità, che consisteva, ancora nel ‘500, nel mantenere fede

alla parola data: invece Torrismondo, per la troppa amicizia nei confronti di Germondo,

avrebbe tradito la parola data al Re di Norvegia, ma poi ha tradito anche Germondo.

La morte di Torrismondo deve quindi permettere al personaggio di riscattarsi da queste

colpe. Torrismondo e Alvida sono due personaggi “MEZZANI”: sono personaggi, cioè, che

non sono interamente colpevoli ma neanche interamente innocenti: hanno delle colpe, anche

se Alvida sta in un grado più basso, avendo lei tradito solo il giuramento di non concedersi a

nessuno prima che suo fratello non fosse stato vendicato.

Vv 3082-3098 Germondo viene a sapere dal Cameriero che Torrismondo è morto, e gli viene

consegnata la lettera che, prima di uccidersi, Torrismondo ha scritto per lui; pieno di stupore, la

legge al Cameriero (espediente per far conoscere il testamento di Torrismondo agli spettatori,

le ultime volontà di un Re, anche per tranquillizzare chi ascolta sul destino del regno)

Vv 3099-3124 TESTAMENTO DI TORRISMONDO

Torrismondo scrive a Germondo prima di morire, e quando ormai Alvida è morto precedendolo,

(che addirittura il suo suicidio diventa un gesto esemplare, non più un peccato), anche se avrebbe

dovuto essere il contrario, poiché era lui a dover morire per primo, non per lavare bensì per fuggire

dalla sua colpa, che neanche la morte potrà toglierli il grave peso che porterà con sé anche nella

tomba (La sua stessa morte non può cancellare la sua colpa, ed è come se lui volesse morire

proprio per sfuggire a questo pesante senso di colpa)

Egli morendo affida sua madre all’amico (questo modello si rivedrà in Manzoni, dove il Conte di

Carmagnola affida all’amico la madre, e lì è più evidente il richiamo alla vicenda di Gesù

Cristo, che sulla croce, affida a San Giovanni sua madre), poiché Alvida, uccidendosi, ha tolto a

sé stessa la vita, ma ha anche tolto a lui la possibilità di mantenere fede alla promessa fatta a

Germondo (di dargliela in sposa) e a Germondo ha tolto sé stessa. Torrismondo invoca Germondo

come vero amico, dicendo che se la morte ha il potere di renderlo tale, vero amico anche lui sarà per

Germondo(locuzione artificiosa) : e lo esorta a non rifiutare la regalità e il titolo e le opere di

amico fedele, e di essere un sostegno valido per sua madre. Lo prega di non disprezzare le sue

preghiere, di accettarlo come vero amico in questo momento estremo, prossimo ad una morte

prematura, che gli toglierà tutto fuorché il suo obbligo nei confronti dell’amico stesso. È Germondo,

più degno di vivere, perché il suo valore e i suoi meriti come amico lo rendono degno di vita eterna.

questa contrapposizione tra Torrismondo

Questo gli chiede Torrismondo prima di morire.(C’è

che non merita di vivere perché ha tradito la parola data a Germondo, e l’amico che è sempre

stato fedele) (v 3125 “O dolente morte, o fin dolente:

Vv 3125- 3133 Germondo è atterrito, confuso

CHIASMO, inversione sostantivo/aggettivo) e chiede al Cameriero se Torrismondo vive ancora.

Il Cameriero gli risponde di no, che purtroppo è già morto: così, dopo aver lasciato la moglie, ora

lascia pure il regno, che proprio a Germondo viene affidato ora, mentre la moglie l’ha voluta il Fato.

Germondo non capisce e il Cameriero gli spiega che Torrismondo aveva scoperto che Alvida era

si era ucciso per poter espiare l’errore commesso contro

sua sorella e, dopo averlo scoperto,

Germondo (la lettura che fa il cameriero è una chiave interpretativa per noi lettori per capire

l’intenzione del Tasso che, più volte nel testo, insiste sul valore più alto dell’amicizia, più alto

anche dell’amore. Naturalmente questa è una delle chiavi di lettura. Secondo alcuni critici,

per esempio, l’incesto, nella trama del Torrismondo, non ha molta importanza, è solo una

complicanza, perché la tragedia poteva valere anche senza questa scoperta- MA PER LA

PROF NON è COSì!!!!)

Cominciano “le lamentazioni” di Germondo: Torrismondo non ha confidato a lui, che

3134-3182

con la sua morte condanna la sua amicizia. Gli avrebbe fatto meno male se lo avesso ucciso, perché

è lui che doveva morire, per aver condannato Torrismondo ad una morte prematura, per mantenere

fede alla parola data. E maledice l’Amore che crudelmente gli ha tolto tutto, togliendoli l’amico e

l’amata, ma soprattutto l’amico (“Io tutto perdo poiché lui perdo”: il vero amore è dunque

l’amicizia, i due uomini si amano, certo non di un amore fisico, ma certo come empatia, come

amore universale che regge tutte le cose, secondo l’idea della “Venere celeste” che ancora è

accettata nel 500. L’amicizia con Torrismondo è ancora più importante e significativa che

l’amore per Alvida. In questo lamento-commento emerge benissimo che egli si duole

maggiormente per la perdita dell’amico che non per la perdita della donna amata)

Seguono una serie di argomentazioni impossibili: il dolore universale per la perdita di Torrismondo

guarirebbe solo se il sole perdesse la sua luce, o il giorno perdesse il sole, o iun tremendo uragano

sconvolgesse la natura, o un terribile terremoto che tutto distruggesse.

Scena VI: Regina, Cameriero, Rosmonda, Germondo, CORO

Vv 3183- 3319

Arriva la Regina, che adesso scoprirà non solo che Alvida era sua figlia, ma anche che lei e

Torrismondo sono morti. Il Tasso scrive adesso versi brevi per esprimere il dolore della

madre, tipici del linguaggio patetico.

Vv 3183 3226 La Regina arriva e chiede cosa sta accadendo, cosa le tengono nascosto tutti quanti.

Il cameriero le risponde che si è appena scoperto un segreto rimasto occulto a tutti per anni. La

Regina non capisce, e chiede allora chi è la sua vera figlia. Il Cameriero le risponde brevamente che

in realtà la sua vera figlia è Alvida. Ma la Regina non capisce: tutta questa preoccupazione per aver

scoperto che Alvida è sua figlia non sembra una valida giustificazione e chiede dove si trovano

adesso Alvida e Torrismondo. E il Cameriero le dice che sono entrambi dove essi hanno voluto

essere. Interviene Germondo che, ricordando che lei ha dovuto affrontare già tanti dolori e affani, la

esorta a non perdersi d’animo, chè se in passato ha avuto altri figli, adesso sarà lui suo figlio. La

Regina, disperata, nota che Germondo ha parlato al passato: dunque i suoi figli sono morti? (v 3210

settenario) Germondo si preoccupa che la Regina non svenga, e addolorato, le dice che da una parte

l’amico e dall’altra l’amata hanno riempito i suoi occhi di lacrime e il suo cuore di dolore, e che

questo dolore è accresciuto proprio dalla pietà per la Regina, per cui adesso sarà lui conforto e

sostegno, anche se il suo dolore resterà immutato.

Vv 3227- 3242 Interviene Rosmonda, anche lei lamentandosi per la tragedia accaduta, dicendo che

se lei fosse morta alla nascita, o anche solo all’inizio di questa lunga giornata, quando ancora era

tutto lieto, tutto questo non sarebbe accaduto, poiché è stata lei, svelando il suo segreto a

Torrismondo a rendere questo un giorno di lutto( VV 320 3224 ANAFORA: ripetizione del sogg

“io”). Lei crede di essere responsabile di ogni cosa, di aver riempito il regno di orrore e paura, di

morire. L’unica cosa

averlo privato del suo re, di aver fatto sbagliare Torrismondo e di averlo fatto

che può fare è offrirsi come figlia alla Regina, ormai priva sia del suo Re che dei suoi figli, anche se

poco prima l’ha rifiutata come madre, così come ha rifiutato l’amore, l’onore: per questo sarebbe

stato meglio se lei fosse morta nella culla.

Qui vediamo il COMPIANTO e IL LAMENTO, secondo il rito che accompagna la morte di un Re.

Vv 3243 Interviene il Coro, che impersona i sudditi della Gotia, che inizia il compianto per il Re

morto

Vv 3249-3319 La Regina inizia un lamento in settenari (ASCOLTARE LA LEZIONE)

(i versi hanno normalmente una uscita piana: nei settenari c’è l’accento nella sesta sillaba: regola

fondamentale!)

La Regina non capisce perché ella rimane in vita, quando non potrà vedere le nozze dei suoi figli,

né la nascita dei suoi nipoti: ella vive solo per piangere presso la tomba dei figli morti, che pur non

vede e chiede dove essi siano, dove li abbiano deposti, e perché li nascondono alla sua vista.

Germondo la esorta a calmarsi, che il tempo calmerà il dolore, ma la Regina gli dice di avere pietà

di lei, e di ucciderla affinché lei possa raggiungere, ormai vecchia e stanca, i suoi figli e

ricongiungersi a loro nella morte.

Germondo le assicura che se potesse riportare in vita Torrismondo e Alvida, lo farebbe senza

indugio, e solo così morirebbe contento: ma questo non è possibile, purtroppo. La sola cosa che gli

resta è starle accanto, per esserle da sostegno e da consolazione. I suoi figli verranno seppelliti l’uno

accanto all’altra, in un sepolcro di marmo, anche se dei re è tomba l’universo intero, la terra per il

corpo, il cielo per l’anima. Egli promette di vivere per lei, per esserlo figlio e servitore fedele, se lei

lo vorrà. Per lei accetterà il regno lasciatogli da Torrismondo, pronto ad ogni sua richiesta.

(Germondo afferma che l’unica ragione per restare in vita è solo quella di prendere il posto di

Torrismondo come figlio della Regina, e non tanto come Re)

La Regina però rinnova disperata il suo desiderio di morire. E la scena si chiude con Germondo che

ordina alle serve di badare che ella non compia un gesto inconsulto e conclude con un’invocazione

alla sua vita, ormai non più vera vita, ma solo ombra di essa, o peggio morte.(con un recupero del

petrarchismo e di Orazio, c’è una riflessione sulla vanità della vita terrena, che può dissolversi

nel nulla)

CORO FINALE: BALLATA

VV 3320- 3340

A differenza delle canzoni che chiudono gli altri atti, che affrontano argomenti più seri, qui

viene inserita una ballata che è più adatta a esprimere semplicemente il dolore.

È eccezionale, nella ballata del Tasso, che il verso che si ripete in chiusura, non è l’ultimo del

ritornello, come di solito è nelle ballate, ma il primo: ECCEZIONE DEL TASSO

Ritornello: Commento [U2]:

x Ahi/la/cri/me, ahi /do/lo/re: (settenario) SINALAFE: per

ottenere sette sillabe la “e” si unisce all’ “a”

Y pas/sa/ la/ vì/ta e/ si/ di/le/gua e/ fug/ge, (endecasillabo, accento sulla 4) della parola successiva

y co/me/ giel /che/ si/ strug/ge Commento [U3]: arsi, accento forte

sulla quarta sillaba

(per avere un endecasillabo dobbiamo avere, oltre l’accento nella penultima, ma anche un accento Commento [U4]: SINALEFE: A-E

forte-ARSI- o sulla quarta sillaba o sulla sesta, e sulla prima) Commento [U5]: SINALAFE: A-E

(xYy: schema metrico del ritornello: è una convenzione. Per cui Y-y fanno la rima, ma Y indica

un endecasillabo, y un settenario: quindi la maiuscola si usa per l’endecasillabo, la minuscola per un

verso più breve) s’in/chì/na, Commento [U6]:

A O/gni al/tez/za/ e/ spar/ge a/ ter/ra (endecasillabo accento sulla 6) SINALEFE

b O/gni/ fer/mo/ so/ste/gno (settenario) Commento [U7]: SINALEFE

b O/gni/ pos/sen/te/ re/gno (settenario) Commento [U8]: SINALEFE

A In/ pa/ce/ cad/de al/ fìn,/ se /creb/be in/ guer/ra. (endecasillabo accento sulla 6) Commento [U9]: SINALAFE

X E come raggio il verno, imbruna e more Commento [U10]: SINALEFE

Gloria d’altrui splendore;

x Commento [U11]: SINALEFE

(Abba: FRONTE DELLA STROFA, prima parte- Xx: SIRMA-O CODA- DELLA STROFA,

Ultima parte)

A e come alpestro e rapido torrente,

b come acceso baleno

b in notturno sereno,

A come aura, o fumo, o come stral, repente

X volan le nostre fame, ed ogni onore

x sembra languido fiore. Commento [U12]:

A Che/ più/ si/ spe/ra o/ si /at/ten/de oma/i? quando abbiamo

in terminazione di verso una parola che

b Dopo trionfo e palma, termina con un dittongo, siccome

sol qui restano a l’alma

b l’accento nell’endecasillabo deve cadere

sulla penultima, dobbiamo dividere le

A lutto e lamento e lagrimosi la/i. vocali del dittongo omai: oma-i

X Che più giova amicizia, o giova amore? Commento [U13]: vedi nota

x Ahi lagrime, ahi dolore! precedente: solo in terminazione di verso si

possono staccare le due vocali

Schema metrico della strofa: AbbAXx Si comincia dalla A, a a seconda se il verso è un

endecasillabo o un settenario: questo schema si ripete per tutte e tre le strofe. Da notare,

IMPORTANTISSIMO, che non è che si devono ripetere le stesse rime, ma lo stesso schema di

rime.

DA NOTARE: Eccezionalmente il Tasso in questa ballata, la fa terminare con il primo verso

del ritornello (con il verso x) anziché, come accade in tutti gli altri casi, con il primo verso (con

la rima in y): non ci sono altri casi segnalati nelle opere del Tasso, secondo tutti i metricisti)


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Appunti di Letteratura teatrale italiana sull'opera, Il Re Torrismondo che è una tragedia molto importante perché anticipa le tragedie barocche, in cui si riprendono alcune caratteristiche fondamentali delle tragedie senecane: la meditatio mortis (il Memento mori) e il gusto dell'orrido.
L'ambientazione è nordica. L'opera fu rappresentata per la prima volta soltanto nel 1618 presso il Teatro Olimpico di Vicenza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura, musica e spettacolo
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura teatrale italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Alfonzetti Beatrice.

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