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Vittorio Alfieri - Filippo

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Informazioni sull'e-book

  • Titolo: Filippo
  • Autore: Alfieri, Vittorio
  • Curatore: Nicola Bruscoli
  • Diritti d'autore: no
  • Licenza: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/
  • Tratto da: Tragedie / Vittorio Alfieri, Volume I, a cura di Nicola Bruscoli, collezione: Scrittori d'Italia, Editore G. Laterza e figli, Bari, 1946
  • Codice ISBN: informazione non disponibile
  • 1a Edizione elettronica del: 4 agosto 2000
  • Indice di affidabilità: 10: affidabilità bassa, 1: affidabilità media, 2: affidabilità buona, 3: affidabilità ottima

Alla edizione elettronica hanno contribuito: Adriano Virgili, adrsad@tin.it; Revisione: Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it. Pubblicato da: Alberto Barberi.

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Filippo

Personaggi

  • Filippo
  • Isabella
  • Carlo
  • Gomez
  • Perez
  • Leonardo

Consiglieri; Guardie. Scena, La Reggia in Madrid

Atto primo

Scena prima

Isabella

Desio, timor, dubbia ed iniqua speme, fuor del mio petto omai. – Consorte infida io di Filippo, di Filippo il figlio oso amar, io?... Ma chi 'l vede, e non l'ama? Ardito umano cor, nobil fierezza, sublime ingegno, e in avvenenti spoglie bellissim'alma; ah! perché tal ti fero natura e il cielo?... Oimè! che dico? imprendo così a strapparmi la sua dolce immago dal cor profondo? Oh! se palese mai fosse tal fiamma ad uom vivente! Oh! s'egli ne sospettasse! Mesta ognor mi vede... Mesta, è vero, ma in un dal suo cospetto fuggir mi vede; e sa che in bando è posta da ispana reggia ogni letizia. In core chi legger puommi? Ah! nol sapess'io, come altri nol sa! Così ingannar potessi, sfuggir così me stessa, come altrui!... Misera me! sollievo a me non resta altro che il pianto; ed il pianto è delitto. – Ma, riportare alle più interne stanze vo' il dolor mio; più libera... Che veggio? Carlo? Ah! si sfugga: ogni mio detto o sguardo tradir potriami: oh ciel! sfuggasi.

Scena seconda

Carlo, Isabella

Carlo Oh vista! – Regina, e che? tu pure a me t'involi? Sfuggi tu pure uno infelice oppresso?

Isabella Prence...

Carlo Nemica la paterna corte mi è tutta, il so; l'odio, il livor, la vile e mal celata invidia, entro ogni volto qual maraviglia fia se impressa io leggo, io, mal gradito al mio padre e signore? Ma tu, non usa a incrudelir; tu nata sotto men duro cielo, e non per anche corrotta il core infra quest'aure inique; sotto sì dolce maestoso aspetto crederò che nemica anima alberghi tu di pietade?

Isabella Il sai, qual vita io tragga, in queste soglie: di una corte austera gli usi, per me novelli, ancor di mente tratto non mi hanno appien quel dolce primo amor del suol natio, che in noi può tanto. So le tue pene, e i non mertati oltraggi che tu sopporti; e duolmene...

Carlo Ten duole? Oh gioia! Or ecco, ogni mia cura asperge di dolce oblio tal detto. E il dolor tuo divido io pure; e i miei tormenti io spesso lascio in disparte; e di tua dura sorte piango; e vorrei...

Isabella Men dura sorte avrommi, spero, dal tempo: i mali miei non sono da pareggiarsi a' tuoi; dolor sì caldo dunque non n'abbi.

Carlo In me pietà ti offende, quando la tua mi è vita?

Isabella In pregio hai troppo la mia pietà.

Carlo Troppo? Ah! che dici? E quale, qual havvi affetto, che pareggi, o vinca quel dolce fremer di pietà, che ogni alto cor prova in se? che a vendicar gli oltraggi val di fortuna; e più nomar non lascia infelici color, che al comun duolo porgon sollievo di comune pianto?

Isabella Che parli?... Io, sì, pietà di te... Ma... oh cielo!... Certo, madrigna io non ti son: se osassi per l'innocente figlio al padre irato parlar, vedresti...

Carlo E chi tant'osa? E s'anco pur tu l'osassi, a te sconviensi. Oh dura necessità!... d'ogni sventura mia cagion sei tu, benché innocente, sola: eppur, tu nulla a favor mio...

Isabella Cagione io delle angosce tue?

Carlo Sì: le mie angosce principio han tutte dal funesto giorno, che sposa in un data mi fosti, e tolta.

Isabella De! che rimembri?... Passeggera troppo fu quella speme.

Carlo In me cogli anni crebbe parte miglior di me: nudriala il padre; quel padre sì, cui piacque romper poscia nodi solenni...

Isabella E che?...

Carlo Suddito, e figlio di assoluto signor, soffersi, tacqui, piansi, ma in core; al mio voler fu legge il suo volere: ei ti fu sposo: e quanto io del tacer, dell'obbedir, fremessi, chi 'l può saper, com'io? Di tal virtude (e virtude era, e più che umano sforzo) altero in cor men giva, e tristo a un tempo. Innanzi agli occhi ogni dover mio grave stavami sempre; e s'io, pur del pensiero, fossi reo, sallo il ciel, che tutti vede i più interni pensieri. In pianto i giorni, le lunghe notti in pianto io trapassava: che pro? l'odio di me nel cor del padre, quanto il dolore entro al mio cor, cresceva.

Isabella L'odio non cape in cor di padre, il credi; ma il sospetto bensì. L'aulica turba, che t'odia, e del tuo spregio più si adira quanto più il merta, entro al paterno seno forse versò il sospetto...

Carlo Ah! tu non sai, qual padre io m'abbia: e voglia il ciel, che sempre lo ignori tu! gli avvolgimenti infami d'empia corte non sai: né dritto cuore creder li può, non che pensarli. Crudo, più d'ogni crudo che dintorno egli abbia, Filippo è quei che m'odia; egli dà norma alla servil sua turba; ei d'esser padre se pure il sa, si adira. Io d'esser figlio già non oblio perciò; ma, se obliarlo un dì potessi, ed allentare il freno ai repressi lamenti; ei non mi udrebbe doler, no mai, né dei rapiti onori, né della offesa fama, e non del suo snaturato inaudito odio paterno; d'altro maggior mio danno io mi dorrei... Tutto ei mi ha tolto il dì, che te mi tolse.

Isabella Prence, ch'ei t'è padre e signor rammenti sì poco?...

Carlo Ah! scusa involontario sfogo di un cor ripieno troppo: intera aprirti l'alma pria d'or, mai nol potea...

Isabella Né aprirla tu mai dovevi a me; né udir...

Carlo T'arresta; deh! se del mio dolore udito hai parte, odilo tutto. A dir mi sforza...

Isabella Ah! taci; lasciami.

Carlo Ahi lasso! Io tacerò; ma, ho quanto a dir mi resta! Ultima speme...

Isabella E quale speme ha, che in te non sia delitto?

Carlo ... Speme,... che tu non m'odj.

Isabella Odiarti deggio, e il sai,... se amarmi ardisci.

Carlo Odiami dunque; innanzi al tuo consorte accusami tu stessa...

Isabella Io profferire innanzi al re il tuo nome?

Carlo Sì reo m'hai tu?

Isabella Sei reo tu solo?

Carlo In core dunque tu pure?

Isabella Ahi! che diss'io?... Me lassa!... O troppo io dissi, o tu intendesti troppo. Pensa, deh! chi son io; pensa, chi sei. L'ira del re mertiamo; io, se ti ascolto; tu, se prosiegui.

Carlo Ah! se in tuo cor tu ardessi, com'ardo e mi struggo io; se ad altri in braccio ben mille volte il dì l'amato oggetto tu rimirassi: ah! lieve error diresti lo andar seguendo il suo perduto bene; e sbramar gli occhi; e desiar talvolta, qual io mi fo, di pochi accenti un breve sfogo innocente all'affannato core.

Isabella Sfuggimi, deh!... Queste fatali soglie, fin ch'io respiro, anco abbandona; e fia per poco...

Carlo Oh cielo! E al genitor sottrarmi potrei così? Fallo novel mi fora la mal tentata fuga: e assai già falli mi appone il padre. Il solo, ond'io son reo, nol sa.

Isabella Nol sapess'io!

Carlo Se in ciò ti offesi, ne avrai vendetta, e tosto. In queste soglie lasciami: a morte se il duol non mi tragge, l'odio, il rancor mi vi trarrà del padre, che ha in se giurato, entro al suo cor di sangue, il mio morire. In questa orribil reggia, pur cara a me poiché ti alberga, ah! soffri, che l'alma io spiri a te dappresso...

Isabella Ahi vista!... Finché qui stai, per te pur troppo io tremo. Presaga in cor del tristo tuo destino una voce mi suona... – Odi; la prima, e in un di amor l'ultima prova è questa, ch'io ti chieggio, se m'ami; al crudo padre sottratti.

Carlo Oh donna!... ell'è impossibil cosa.

Isabella Sfuggi me dunque, or più di pria. Deh! serba mia fama intatta, e serba in un la tua. Scolpati, sì, delle mentite colpe, onde ti accusa invida rabbia: vivi, io tel comando, vivi. Illesa resti la mia virtù con me: teco i pensieri, teco il mio core, e l'alma mia, mal grado di me, sian teco: ma de' passi miei perdi la traccia; e fa', ch'io più non t'oda, mai più. Del fallo è testimon finora soltanto il ciel; si asconda al mondo intero; a noi si asconda: e dal tuo cor ne sveli fin da radice il sovvenir,... se il puoi.

Carlo Più non mi udrai? mai più? ...

Scena terza

Carlo

Me lasso!... Oh giorno!... Così mi lascia?... Oh barbara mia sorte! Felice io sono, e misero, in un punto...

Scena quarta

Carlo, Perez

Perez Su l'orme tue, signor... Ma, oh ciel! turbato donde sei tanto? oh! che mai fia? sei quasi fuor di te stesso... Ah! parla; al dolor tuo mi avrai compagno. – Ma, tu taci? Al fianco non ti crebb'io da' tuoi più teneri anni? Amico ognor non mi nomasti?...

Carlo Ed osi in questa reggia profferir tal nome? Nome ognor dalle corti empie proscritto, bench'ei spesso vi s'oda. A te funesta, a me non util, fora omai tua fede. Cedi, cedi al torrente; e tu pur segui la mobil turba; e all'idolo sovrano porgi con essa utili incensi e voti.

Perez Deh! no, così non mi avvilir: me scevra dalla fallace turba: io... Ma che vale giurar qui fe? qui, dove ogni uom la giura, e la tradisce ogni uomo. Il cor, la mano poni a più certa prova. Or di'; qual debbo per te affrontar periglio? ov'è il nemico che più ti offende? parla.

Carlo Altro nemico non ho, che il padre; che onorar di un tanto nome i suoi vili or non vogl'io, né il deggio. Silenzio al padre, agli altri sprezzo oppongo.

Perez Ma, non sa il vero il re: non giusto sdegno contro a te quindi in lui si accende; e ad arte altri vel desta. In alto suono, io primo, io gliel dirò per te...

Carlo Perez, che parli? Più che non credi, il re sa il ver; lo abborre più ch'ei nol sa: né in mio favore egli ode voce nessuna...

Perez Ah! di natura è forza, ch'ei l'oda.

Carlo Chiuso inaccessibil core di ferro egli ha. Le mie difese lascia alla innocenza; al ciel, che pur talvolta degnarla suol di alcun benigno sguardo. Intercessor, s'io fossi reo, te solo non sdegnerei: qual di amistade prova darti maggior poss'io?

Perez Del tuo destino (e sia qual vuolsi) entrar deh! fammi a parte; tant'io chieggo, e non più: qual altro resta illustre incarico in così orribil reggia?

Carlo Ma il mio destin, (qual ch'egli sia) nol sai, ch'esser non può mai lieto?

Perez Amico tuo, non di ventura, io sono. Ah! s'è pur vero, che il duol diviso scemi, avrai compagno inseparabil me d'ogni tuo pianto.

Carlo Duol, che a morir mi mena, in cor rinserro; alto dolor, che pur mi è caro. Ahi lasso!... Che non tel posso io dire?... Ah! no, non cerco, né v'ha di te più generoso amico: e darti pur di amistà vera un pegno, coll'aprirti il mio core, oh ciel! nol posso. Or va; di tanta, e sì mal posta fede, che ne trarresti? Io non la merto: ancora tel ridico, mi lascia. Atroce fallo non sai, ch'è il serbar fede ad uom, cui serba odio il suo re?

Perez Ma, tu non sai, qual sia gloria, a dispetto d'ogni re, il serbarla. Ben mi trafiggi, ma non cangi il core, col dubitar di me. Tu dentro al petto mortal dolor, che non puoi dirmi, ascondi? Saper nol vo'. Ma s'io ti chieggio, e bramo, che a morir teco il tuo dolor mi tragga, duramente negarmelo potresti?

Carlo Tu il vuoi, tu dunque? ecco mia destra; infausto pegno a te dono di amistade infausta. Te compiango; ma omai del mio destino più non mi dolgo; e non del ciel, che largo m'è di sì raro amico. Oh quanto io sono, quanto infelice io men di te, Filippo! Tu, di pietà più che d'invidia degno, tra pompe vane e adulazion mendace, santa amistà non conoscesti mai.

Atto secondo

Scena prima

Filippo, Gomez

Filippo Gomez, qual cosa sovra ogni altra al mondo in pregio hai tu?

Gomez La grazia tua.

Filippo Qual mezzo stimi a serbarla?

Gomez Il mezzo, ond'io la ottenni; obbedirti, e tacermi.

Filippo Oggi tu dunque far l'uno e l'altro dei.

Gomez Novello incarco non m'è: sai, ch'io...

Filippo Tu fosti, il so, finora il più fedel tra i fidi miei: ma in questo giorno, in cui volgo un gran pensiero in mente, forse affidarti sì importante e nuova cura dovrò, che il tuo dover mi piacque in brevi detti or rammentarti pria.

Gomez Meglio dunque potrammi il gran Filippo conoscer oggi.

Filippo A te per or fia lieve ciò ch'io t'impongo; ed a te sol fia lieve, non ad altr'uom giammai. – Vien la regina qui fra momenti; e favellare a lungo mi udrai con essa: ogni più picciol moto nel di lei volto osserva intanto, e nota: affiggi in lei l'indagator tuo sguardo; quello, per cui nel più segreto petto del tuo re spesso anco i voler più ascosi legger sapesti, e tacendo eseguirli.

Scena seconda

Filippo, Isabella, Gomez

Isabella Signor, io vengo ai cenni tuoi.

Filippo Regina, alta cagion vuol ch'io ti appelli.

Isabella Oh! quale?...

Filippo Tosto la udrai. – Da te sperar poss'io?... Ma, qual v'ha dubbio? imparzial consiglio chi più di te potria sincero darmi?

Isabella Io, consigliarti?...

Filippo Sì: più il parer tuo pregio che ogni altro: e se finor le cure non dividevi del mio imperio meco, né al poco amor del tuo consorte il dei ascriver tu; né al diffidar tampoco del re tu il dei: solo ai pensier di stato, gravi al tuo sesso troppo, ognor sottrarti io volli appieno. Ma, per mia sventura, giunto è il giorno, in cui veggo insorger caso ove frammista alla ragion di stato la ragion del mio sangue anco è pur tanto, che tu il mio primo consiglier sei fatta. – Ma udir da te, pria di parlar, mi giova, se più tremendo, venerabil, sacro di padre il nome, o quel di re, tu stimi.

Isabella Del par son sacri; e chi nol sa?

Filippo Tal, forse, tal, che saper più ch'altri sel dovrebbe. – Ma, dimmi inoltre, anzi che il fatto io narri, e dimmi il ver: Carlo, il mio figlio,... l'ami?... o l'odj tu?

Isabella ... Signor...

Filippo Ben già t'intendo. Se del tuo cor gli affetti, e non le voci di tua virtude ascolti, a lui tu senti d'esser... madrigna.

Isabella Ah! no; t'inganni: il prence...

Filippo Ti è caro dunque: in te virtude adunque cotanta hai tu, che di Filippo sposa, pur di Filippo il figlio ami d'amore... materno.

Isabella ... A' miei pensier tu sol sei norma. Tu l'ami,... o il credo almeno; ... e in simil guisa anchi'io... l'amo.

Filippo Poi ch'entro il tuo ben nato gran cor non cape il madrignal talento, né il cieco amor senti di madre, io voglio giudice te del mio figliuol...

Isabella Ch'io?...

Filippo M'odi. – Carlo d'ogni mia speme unico oggetto molti anni fu; pria che, ritorto il piede dal sentier di virtude, ogni alta mia speme ei tradisse. Oh! quante volte io poscia paterne scuse ai replicati falli del mal docile figlio in me cercava! Ma già il suo ardire temerario insano giunge oggi al sommo; e violenti mezzi usar pur troppo ora degg'io. Del

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura teatrale italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Alfonzetti Beatrice.
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